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Riflessione sulla condizione umana

Karl Jaspers
1958

da La bomba atomica e il destino dell’uomo

Il brano proposto costituisce la premessa che Jaspers scrive alla sua opera La bomba atomica e il destino dell'umanità. La riflessione prende avvio dalla nuova situazione creatasi con l’invenzione della bomba atomica, situazione-limite (grenzsituation), in grado di scuotere nel profondo l’uomo e ridestare le sue energie spirituali. Partendo dalla attualità della condizione umana, l'autore propone un cammino di riflessione sull’uomo, con il proposito di provocare un "risveglio interiore". Secondo il filosofo tedesco infatti, l’agire senza sosta, la tecnica sviluppata al di là di ogni limite, il traguardo del produrre nel solo mondo esteriore sfociano nel nulla e nel buio se non sopravviene un agire interiore che dia all’esistenza un significato ultimo, meta politico e meta tecnico. Tale agire interiore trova senso e possibilità nel dispiegarsi della ragione e nella libertà umana che rivela una esigenza metafisica, quella che l’uomo rimanga aperto alla trascendenza. Jaspers parla di un orizzonte sovra-politico, offerto dalla ragione. 

Accanto all’apparente calma della vita quotidiana, oggi è in moto, con andamento che sembra irresistibile, uno sviluppo terribilmente minaccioso. Gli aspetti attuali si modificano rapidamente. Ma l’aspetto complessivo rimarrà uguale: o lo scoppio improvviso della guerra atomica, forse dopo anni, dopo decenni, o il nascere di una situazione di pace universale senza bombe atomiche, con la nuova vita fondata economicamente sulla energia atomica. Solo, la strada per giungervi attraverso operazioni politiche e giuridiche non sarebbe ancora tracciata. Anche con il semplice no alla bomba, dichiarato unanimemente, non è ancora raggiunto l’elemento decisivo. Oggi emerge alla coscienza che il primo passo per rendere possibile la pace universale non è stato ancora compiuto. Sappiamo che cosa sia necessario fare?

Forse potrebbero portare la salvezza i profeti, se fossero in grado di avvincere a sé allo stesso modo, uomini sommi e masse, e di persuadere con l’esempio e con la forza della fede e con il credito della penitenza. Eleverebbero il loro grido, che ci indurrebbe alla conversione senza la quale oggi l’uomo appare perduto. Ma profeti non ce ne sono, e oggi non sarebbero degni di fede. Il mio scritto non vorrebbe essere scambiato con tale grido profetico. Esso parla senza altri poteri che non siano quelli del pensiero razionale, quale a ogni uomo è proprio. Si rivolge da ragione a ragione, ma alla vera ragione, non semplicemente all’intelletto. Vorrebbe essere ascoltato soprattutto da quelli che a loro volta pensano e indagano.

Non vogliamo illuderci pensando che per il nostro intelletto non sia probabile il naufragio di ogni tentativo di salvezza; ma ancora meno pensando che, tuttavia, la grande speranza ci sostenga senza un motivo; ci facciamo consapevoli della nostra libertà, e quindi della nostra responsabilità, il mutamento, e quindi la salvezza, sono possibili.

Questo scritto si propone, in primo luogo, di portare a conoscenza i fatti, di porre davanti agli occhi la condizione del mondo, di provare uno dopo l’altro i punti di vista,  per orientarci nel complesso dei dati e delle possibilità.

Il libro esige pazienza. Chi vuole comprendere deve leggere tutto. Ogni pensiero viene ideato da un punto di vista, ma,dopo, viene superato. Il lettore non può farsi irretire da singole asserzioni che appaiono per via. Questi orientamenti portano a situazioni-limite. Renderli presenti non significa ancora un mutamento. Ma essi possono ispirarlo.

Questo stesso mutamento rinchiude in sé una nuova maniera di pensare. Se ammiriamo i progressi che, con abilità e con laboriosità, sono stati compiuti dagli uomini in ingegnosi progetti, e se ne partecipiamo, questo tuttavia in nessuna maniera deve avere, come conseguenza, il modo di pensare oggi dominante. Il pensiero del nostro tempo si orienta dappertutto al fare, anche dove non c’è più nulla da fare. Vuole trovare la salvezza attraverso un superamento tecnico della tecnica, quasi che l’agire dell’uomo da cui è richiesta la tecnica potesse ancora esso stesso sottostare a una guida tecnica. Perciò si dà l’attesa ottimistica, che la situazione di pace come tale possa essere creata utilmente da sé sola, senza mutamento della vita intera. Molti però penetrano con lo sguardo l’illusione, disperano e vedono solo l’abisso. Una attività cieca, prigioniera dei suoi scopi e in pari tempo smisuratamente accresciuta, porta al nulla. La svolta del nostro destino sarà la conseguenza del criterio, per cui ogni tecnica, ogni potere realizzativo, ogni progresso non bastano. L’uomo deve inserire scienza e tecnica in qualche cosa di più comprensivo. Solo al limite del nostro fare è il compito davvero serio del nostro pensiero. La nostra epoca deve imparare che non tutto è fare.

Noi rivolgiamo l’attenzione riservata al punto di passaggio (oppure alla conversione, alla trasformazione, alla frattura) spostandola dal pensiero disposto all’esteriore al pensiero interiormente attivo, dall’intelletto alla ragione. Il pensiero che procede dalla conoscenza obiettiva razionale ha bisogno di essere presente a se stesso, laddove nega di scapitare nella oscurità delle fantasticherie, ma si può rivolgere alla chiarezza del pensiero che le penetra. Forse il lettore si sdegnerà con l’abitudine del nostro odierno modo di pensare, se non gli si presenta la chiave con cui, secondo le istruzioni, si apre la porta della salvezza. Forse seguirà di buona voglia, se si vede incoraggiato in quello che già conosce, nel modo di pensare della ragione che fa vedere per ogni lato e conduce alle decisioni fondamentali.

Questo scritto vuole collaborare alla coscienza politica del nostro tempo assumendola nel concetto più comprensivo del sovra-politico. Difatti, la politica che si riduce a un ambito del fare umano, quasi fosse quello il suo compito, è incapace di risolvere il problema, se l’umanità possa restare in vita o meno.

Il pensiero filosofico deve collaborare anche alla costituzione interna del singolo, dicendo come, in questa totale minaccia, si possa ottenerla da parte della ragione. Voglio sapere perché intendo vivere e operare; voglio sapere che cosa serve per fare quello che posso fare, ma anche per essere pronto a quello che può venire. Dobbiamo vivere al cospetto del pericolo che si mostra nei fatti.

Un insegnante di filosofia deve però moderarsi. Egli desta l’attenzione. In un mondo spesso privo di senno induce alla assennatezza cercando di dire le cose essenziali, le cose semplici. Ma la assennatezza non è ancora un agire. Chi concorda nel pensiero può solamente preparare nell’agire interiore, ma le decisioni cadono nella pratica.

Pensiero profondo e agire concreto dovrebbero incontrarsi in un medesimo uomo, nell’uomo politico. In realtà c’è quasi sempre la separazione. Il filosofo ha la responsabilità per la verità di quanto ha pensato, i cui effetti sono incalcolabili; ma non è legato alla situazione del giorno. Al contrario, l’uomo politico ha la responsabilità per gli effetti della sua opera; si vede legato, per gli effetti momentanei del suo parlare in questa situazione. Tutti e due hanno senz’altro il loro difetto; il filosofo non agisce, l’uomo politico limita il suo pensiero all’immediato. Ma filosofia e politica dovrebbero incontrarsi.

da K. Jaspers, La bomba atomica e il destino dell’uomo, il Saggiatore Milano 1960, pp. 3-5.