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Sul sapere biologico

Jacques Maritain
1926, 1935

Da Gli scritti di Maritain sulla filosofia della biologia

Due saggi del pensatore francese, tratti rispettivamente da “Philosophie et science expérimentale” (Revue de Philosophie, luglio-agosto 1926), e da La philosophie de la nature (Paris, 1935), mostrano in sintesi la visione di Maritain circa l’eccedenza del sapere biologico sul sapere empirico, a motivo dell’irriducibilità del suo oggetto proprio, la vita, alla materia. Nonostante gli anni trascorsi, le riflessioni dell’Autore mantengono inalterata la loro pregnanza a motivo del loro aggancio ad un quadro metafisico, ordinato secondo progressivi gradi di astrazione.

Nell'ambito della vita e delle totalità organiche la distinzione tra il punto di vista della filosofia e quello delle scienze sperimentali è nettissima, poiché e il lessico concettuale e i processi di verificazione e le leggi di risoluzione dei concetti e di organizzazione del sapere sono nei due casi necessariamente eterogenei. Ma in questo campo, nonostante un'essenziale diversità epistemologica, si può stabilire una certa «continuità» o solidarietà tra la parte specificamente razionale e la parte specificamente sperimentale del sapere per quanto concerne le teorie esplicative fornite dalle scienze e la spiegazione ultima fornita dalla filosofia della natura. Giacché la biologia sperimentale, pur risolvendo i suoi concetti nell'essere sensibile e osservabile, in quanto proprio sensibile e osservabile, non si propone di ricostruire un universo chiuso di fenomeni matematizzati, ed è perciò naturale che il tipo di spiegazione deduttiva di cui subisce l'attrazione sia il tipo filosofico, e non quello matematico.

Con ciò, non è che si voglia negare o minimizzare a priori l'importanza delle spiegazioni fisico-chimiche (pure queste orientate verso l'ideale di matematizzazione integrale della realtà) nella biologia. Se è vero che le forze fisico-chimiche nel vivente sono gli strumenti di un principio ontologico superiore, si può pensare che il campo di queste spiegazioni si estenderà indefinitamente, pur dovendosi arrestare davanti a certi «irrazionali» specifici che inevitabilmente usciranno fuori da soli. Ma si può anche pensare che, nella misura in cui il biologo manterrà il sentimento della realtà del vivente, ed esigerà, nello studio dei fenomeni stessi, un tipo di spiegazione che, alla fine, non dissolva questa realtà in elementi costruiti, che si riferisca, cioè, alla nozione stessa di essere vivente, egli subordinerà le spiegazioni fisico-chimiche così scoperte a una concezione «autonoma» della biologia. In questa concezione, la penetrazione particolareggiata dei fenomeni e il loro raggruppamento sotto leggi sperimentali, senza pretendere ormai di risolversi nella deduzione matematica universalmente esplicativa ambita dalla fisica (e parimenti senza abbandonare il terreno dell'osservabile e del misurabile), resteranno addossati alla sottintesa struttura ontologica dei concetti forniti dalla filosofia.

D'altra parte, il biologo, se non impone limiti alla sua intelligenza, è fatalmente portato dal suo stesso oggetto a porsi questioni metafenomeniche, alle quali potrà, sì, tentare di rispondere con la sua attrezzatura concettuale, coi suoi propri mezzi di analisi, e otterrà, allora, nei casi più favorevoli, soluzioni per mezzo di giri indiretti e delimitazioni di incognite, che mimano le soluzioni filosofiche e sono tangenti di queste; è così che Driesch ha riconosciuto, in lavori ragguardevoli, che lo sviluppo embrionale dipende da un fattore E non spaziale, che mantiene il tipo specifico, o ancora, che le azioni degli animali dipendono anche da un fattore non spaziale, in virtù del quale le eccitazioni giunte dall'esterno sono individualizzate e il funzionamento della macchina animale si arricchisce col suo stesso esercizio – fattore non spaziale che lo scienziato prudentemente chiama psicoide . Ma è solo con l'uso dell'attrezzatura del filosofo, e diventando loro stessi filosofi, che gli scienziati potranno dare una soluzione precisa, adeguata ai problemi sopra-sperimentali che l'esperienza li costringe a considerare: potranno, per esempio, apprendere il vero nome dello psicoide e del fattore E .

[…]

Possiamo distinguere, almeno teoricamente (nella realtà queste cose sono sempre più o meno mischiate), tre specie di sapere biologico.

In primo luogo ci sarà una biologia empiriometrica fisico-matematica , che tenderà in conclusione a proporre un'interpretazione matematica del dato sensibile. Siamo ancora molto lontani da una tale scienza, ma se ne vede già l'abbozzo; e nella misura in cui lo scienziato giunge a spiegazioni fisico-chimiche del reale vitale, si avvicina a questa biologia fisico-matematica, perché le stesse scienze fisico-chimiche fanno parte del sapere fisico-matematico e implicano l'aspirazione a risolversi, per quanto possibile, in concetti matematici. Sta di fatto che la conoscenza della materia non vivente è il campo preferito, il campo privilegiato delle spiegazioni empiriometriche, ma non c'è alcuna ragione perché queste spiegazioni non si sviluppino in biologia, dove anzi potranno progredire indefinitamente; esse poggiano su quello che si può chiamare il condizionamento materiale della vita, sui mezzi fisico-chimici della vita. Se è vero che la vita adopera degli strumenti, un'attrezzatura, dei mezzi fisico-chimici, si capisce benissimo come, senza per questo esaurire la conoscenza della realtà delle cose della vita, una scienza empiriometrica del vivente che abbia per oggetto questi mezzi fisico-chimici, possa progredire indefinitamente, illimitatamente.

Tuttavia, pensiamo che essa resterà sempre una parte subordinata, che dovrà sempre restare un mezzo , uno strumento della biologia tipologica, e che di conseguenza la spiegazione fisico-matematica non domanderà in biologia di sfociare nella pseudo-ontologia, nel mondo chiuso del matematismo, con le sue pretese a una spiegazione e a una ricostruzione totale del reale. Se questa disciplina bio-matematica implica una tendenza al matematismo o al meccanicismo, tale tendenza resterà inefficace proprio perché questa parte della biologia non potrebbe costituire un tutto autonomo. Pretendere di erigerla in un tutto autonomo, sarebbe cedere all'illusione di una biologia senza essere vivente (come una certa medicina, esclusivamente regolata dalle reazioni di laboratorio, pretende di essere una «medicina senza malato»).

D'altronde, si può constatare che il meccanicismo rappresenta in genere per la biologia più che altro una tentazione, alla quale non è opportuno cedere, se si tratta non dell'analisi empiriometrica di cui parlavo poco fa, ma della costruzione di una pseudo-ontologia esplicativa. Era così che alcuni anni fa si interpretava la teoria cellulare in senso materialista: l'organismo veniva considerato come una semplice associazione di cellule senza unità propria e sostanziale; questa teoria, molto in voga per qualche tempo, è stata ridotta, riassorbita dal gioco naturale del progresso della scienza.

Al di sopra della biologia fisico-matematica, che poggia non proprio sulla vita, ma sui mezzi materiali, sui mezzi fisico-chimici della vita, ci sarà una biologia tipologica o sperimentale formalmente presa , che avrà per oggetto la vita stessa, che poggerà sul vivente stesso, ma servendosi, per analizzare la vita, di mezzi di pensiero, di nozioni e definizioni di tipo empiriologico, non di tipo ontologico: insomma, risolvendo i suoi concetti nell'osservabile. Questa biologia sarà guidata dalla filosofia, appoggiata, se così si può dire, a concetti filosofici sottintesi, ma avrà un lessico concettuale autonomo, specificamente distinto da quello della filosofia, perché essa risolverà, ancora una volta, le sue nozioni e i suoi concetti nell'osservabile come tale, e non nell'essere intelligibile come tale.

Una scienza può essere diretta come dal di fuori da un'altra scienza, e così si può ammettere che la filosofia della natura possa avere una funzione regolativa nei confronti della biologia, senza per questo invadere il suo campo specifico, lasciandole tutta la sua libertà e la sua autonomia. È così, per esempio, che nozioni come quelle di «finalità», «attività vegetativa» ( potentia vegetativa ), «anima», o «tensore sostanziale» ( forma substantialis ), hanno un valore esplicativo nel sapere ontologico tipico del filosofo della natura. Sono nozioni filosofiche, grazie ad esse la filosofia della natura interpreterà l'esperienza e la renderà intelligibile; ed è certo che uno spirito che avrà così una certa filosofia della natura vivente, una certa filosofia dell'organismo, sarà orientato in un certo modo ben determinato nelle ricerche sperimentali che potrà egli stesso intraprendere, quando si applicherà all'istologia o a qualsiasi altro ramo della biologia. Ma, almeno nella misura in cui la scienza sperimentale realizzerà più perfettamente la sua natura propria, queste nozioni non dovranno entrare nella trama formale della disciplina scientifica; lo scienziato sperimentale non dovrà addurle come principi esplicativi. Il filosofo, sì, ma non lo scienziato sperimentale; egli potrà essere guidato, orientato da esse, ma non dovrà addurle come principi di spiegazione scientifica. Questo mi sembra particolarmente importante per quel che riguarda il concetto di «finalità». Possiamo chiederci quale sia il ruolo della finalità in biologia, ed è una discussione che ritorna sempre in campo, ma credo che qui sarebbe vantaggioso distinguere rigorosamente la biologia sperimentale formalmente presa, di cui stiamo parlando, dalla biologia filosofica. Allora si vedrebbe che la finalità ha un valore o un significato veramente esplicativo per la biologia filosofica, ma non nella biologia formalmente sperimentale. E tuttavia essa c'è, non si può negare che ci sia; a mio avviso si deve dire che c'è come un irrazionale o una condizione pre-esplicativa , di cui lo scienziato deve riconoscere e ammettere l'esistenza, ma che non interverrà nella struttura della sua spiegazione.

Il terzo tipo di sapere biologico sarà quella biologia filosofica o filosofia dell'organismo di cui ho appena parlato, che sarà un capitolo particolare della filosofia della natura e nella quale i concetti avranno la loro piena carica intelligibile, il loro libero valore speculativo, senza rifusione in direzione del senso; in essa si cercherà una spiegazione attraverso la ragion d'essere, attraverso l'essenza, spiegazione che non potrà, per le osservazioni che facevamo poco fa, arrivare fino al dettaglio dei fenomeni, ma che avrà per oggetto le realtà più generali e più fondamentali presentate dall'essere vivente.

Jacques MaritainGli scritti di Maritain sulla filosofia della biologia, a cura di Sergio Agostinis, Pubblicazione dell'Istituto Marchigiano “J. Maritain”, Ancona 1984, pp. 81-83 e 89-96. Or. francese in Revue de Philosophie, luglio-agosto 1926, e La philosophie de la nature , Téqui, Paris 1935.