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G. Moscati, un testimone esemplare di instancabile, nascosta, eroica carità

Papa Paolo VI
16 novembre 1975

Nell’omelia per la beatificazione di Giuseppe Moscati, proclamato poi santo nel 1987, Paolo VI (1963-1978) ricorda la figura nobile, semplice e radiosa del medico campano e lo addita come esempio di scienziato credente del XX secolo. Scienziato e professore, medico dei corpi e delle anime, dimostrò con la sua vita, costellata di sacrifici piccoli e grandi, come un laico “che ha fatto della sua vita una missione percorsa con autenticità evangelica, spendendo stupendamente i talenti ricevuti da Dio” può vivere la vocazione alla santità, che è accessibile a tutti.

Venerabili Fratelli, figli e figlie, e pellegrini tutti carissimi!

Gioia grande oggi per la Chiesa che pellegrina e militante nel mondo, è pur «Madre dei Santi, immagine della Carità superna»!

Gioia grande per l’Italia! Che ancora una volta trova la sua corona, il suo conforto, il suo stimolo nella glorificazione d’uno dei suoi Figli, quasi a noi contemporaneo, e che ad onorarne la memoria in questa solenne cerimonia di beatificazione ammira oggi presente il Signor Presidente della Repubblica Giovanni Leone, al quale subito si rivolge la nostra grata compiacenza per tanto nobile testimonianza di fede e di venerazione per così degno concittadino e collega nel campo degli studi accademici; vada fin d’ora al Signor Presidente il nostro più devoto augurio per la sua esimia ed illustre Persona e per la sua alta civile missione!

E grande gioia oggi anche per Napoli, di cui salutiamo in modo particolare i pellegrini, venuti col Cardinale Arcivescovo, e che esulta per l’elevazione agli altari del «suo» medico! E gioia grande per noi a cui il Signore concede, nelle inesprimibili consolazioni spirituali di questo Anno Santo, di aggiungere alla schiera degli eroici campioni della virtù cristiana la figura nobile, semplice, radiosa del Professor Giuseppe Moscati!

Chi è colui che viene proposto oggi all’imitazione e alla venerazione di tutti?

È un Laico, che ha fatto della sua vita una missione percorsa con autenticità evangelica, spendendo stupendamente i talenti ricevuti da Dio [cf. Mt 25, 14-30; Lc 19, 11-27].

È un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità, uno strumento di elevazione di sé, e di conquista degli altri a Cristo salvatore!

È un Professore d’Università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione non solo per l’altissima dottrina, ma anche e specialmente per l’esempio di dirittura morale, di limpidezza interiore, di dedizione assoluta data dalla Cattedra!

È uno Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale, per le pubblicazioni e i viaggi, per le diagnosi illuminate e sicure, per gli interventi arditi e precorritori!

La sua esistenza è tutta qui: essa è trascorsa facendo del bene, a imitazione del Medico divino delle anime [cf. At 10, 38]; il suo itinerario è stato percorso sacrificando tutto agli altri – se stesso, gli affetti familiari, il proprio tempo, il proprio denaro – nel solo desiderio di compiere il proprio dovere e di rispondere fedelissimamente alla propria vocazione; la sua vita è stata lineare e sublime, quotidiana e straordinaria, ordinata e pur protesa in un ritmo febbrile di attività, che iniziava ogni giorno in Dio, con le ascensioni eucaristiche della Comunione mattutina per poi riversarsi come una sorgente colma e inesauribile nella carità per i fratelli. Ecco dunque: abbiamo un Uomo dei nostri tempi – alcuni ancora lo ricordano -; un Uomo relativamente giovane: morì infatti nel 1927 a 47 anni, nel pieno della sua maturità professionale e scientifica, umana e cristiana; il «cittadino» di una grande città – dalla natìa Benevento era giunto presto a Napoli, ove visse fino alla morte, amato da tutti ma specialmente dai suoi poveri, ch’egli visitava nei tuguri miserabili portando luce, speranza, conforto, aiuto concreto. Un Uomo così giunge oggi alla Beatificazione; giunge cioè al solenne riconoscimento da parte della Chiesa di virtù eroicamente praticate, che, in vittorioso contrasto con la natura umana ferita dal peccato, con l’ambiente talora ostile, con difficoltà quotidiane, sono divenute come una seconda natura.

I. – Ed ecco allora il primo pensiero di questa cerimonia lietissima: la figura del Professor Moscati conferma che la vocazione alla santità è per tutti, anzi è possibile a tutti. È un invito che parte dal cuore di Dio Padre, il quale ci santifica e ci divinizza per la grazia meritataci da Cristo, sostenuta da dono del suo Spirito, alimentata dai sacramenti, trasmessa dalla Chiesa. Immersi in questa corrente divina, tutti, senza eccezione, sono chiamati alla perfezione, a farsi santi. «Questa è la volontà di Dio, che vi santifichiate» scrive S. Paolo [1Ts 4, 3]. E Dio tutti chiama a questi vertici, in cui semplicemente e sublimemente si definisce l’identità dei cristiani, dei membri del Popolo di Dio: «Siate santi perché Io sono santo» [Lv 11, 44 s.]; «Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste» [Mt 1, 48]. E la Chiesa non si è stancata di ripetere questo invito nel corso dei secoli, e ancora l’ha ribadito fermamente a noi, uomini del XX secolo: «È chiaro – ha detto infatti il Concilio Vaticano II – che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità: da questa santità è promosso, anche nella società terrena, un tenore di vita più umano. Per raggiungere questa perfezione, i fedeli usino le forze ricevute secondo la misura con cui Cristo volle donarle, affinché, seguendo l’esempio di Lui e fattisi conformi alla sua immagine, in tutto obbedienti alla volontà del Padre, si consacrino con tutta l’anima alla gloria di Dio e al servizio del prossimo» [Lumen gentium, n. 40]. È questo un punto fermo, che certamente sarà da ricordare, a conclusione dell’Anno Santo – ch’è stato ed è tutto un solenne invito alla santità e alla riconciliazione con Dio e con i fratelli – e a coronamento dei numerosi riti di glorificazione dei vari Beati e Santi, i cui esempi ci hanno allietati, confusi, spronati, entusiasmati, nel conoscerli, nell’esaltarli, nel venerarli. La vita cristiana deve e può essere vissuta in santità!

II. – Come abbiamo detto, il nuovo Beato è stato un Medico, un Docente universitario, uno Scienziato. Questa qualificazione di Giuseppe Moscati ci presenta un aspetto particolare, da lui vissuto e realizzato nella difficile temperie culturale del suo tempo, e che anche per noi uomini delle generazioni successive conserva il suo valore apologetico: e cioè l’armonia fra scienza e fede. Sappiamo bene che fra i due termini vi fu opposizione, irriducibile, nel sec. XIX e al principio del nostro, proprio l’epoca di Giuseppe Moscati, anche se, come lui, vi furono in quel periodo figure di scienziati  credenti di altissimo livello [cfr. A. Eymieu, Science et religion, in DAFC, IV, pp. 1250-1252]. L’equilibrio tra scienza e fede fu per Moscati una conquista, certo, nell’ambiente in cui specialmente uno studente di medicina doveva allora modellare la propria preparazione; ma fu anche e soprattutto una certezza, posseduta intimamente, che guidava le sue ricerche e illuminava le sue cure. Se si è perfino potuto vedere nelle eccezionali doti della sua arte medica e chirurgica una qualche scintilla di illuminazione soprannaturale, carismatica, ciò è stato certamente dovuto alla sintesi luminosa ch’egli aveva compiuta tra le acquisizioni della dottrina umana e le «imperscrutabili ricchezze» [cf. Ef 3, 8] della fede e della grazia divina. Per raggiungere questo supremo, pacificante traguardo, il Professor Moscati non scese a compromessi, non temette irrisioni: «Ama la verità – scriveva per sé il 17 ottobre 1922, tra le poche righe che di lui ci sono rimaste di questo genere – mostrati qual sei, e senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità  ti costa la persecuzione, e tu accettala; e se tormento, e tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel sacrificio».

Il problema si pone ancora oggi, talora in modo acuto e drammatico; lo sanno bene gli illustri clinici e studiosi che son venuti oggi alla glorificazione del loro collega, e che salutiamo con rispetto profondo. Ma è anche vero che oggi l’opposizione si fa più cauta, per la crisi filosofica della scienza e per l’avvertenza che i due ordini di conoscenza sono distinti e non opposti. Anzi si delinea una concezione dei due ordini della conoscenza – scienza e fede – che non solo li distingue, ma li rende complementari e convergenti nella ricerca trascendente della verità [cfr. J.-M. Maldamé, La science en question, in «Revue Thomiste» 75 (1975), pp. 449-465].

Questa complementarità e questa convergenza sono documentate specialmente dall’esperienza vissuta: di scienziati credenti e di credenti scienziati; allora e oggi. Ed essi ci dimostrano, come ha fatto il nostro beato, che la scienza non esclude la fede, anzi ha bisogno del suo complemento. Come ha sottolineato il Concilio Vaticano II, proprio dieci anni fa, «la ricerca metodica in ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio. Anzi, chi si sforza con umiltà e con perseveranza di scandagliare i segreti della realtà, anche senza avvertirlo viene come condotto dalla mano di Dio» [Gaudium et Spes, n. 36]. Così, davvero, è stato il Professor Moscati: «condotto dalla mano di Dio» nell’esercizio di una attività divorante, che lo ha trovato attento collaboratore e docile adoratore di Dio per la salute fisica dei corpi martoriati come per la salvezza spirituale delle anime ferite. Possa egli comunicare le stesse sue certezze a tante anime nobili e rette, che pur temono di perdere qualcosa della loro autonomia nel riconoscere quanto è di Dio!

III. – Questo connubio vissuto tra scienza e fede ci fa intravedere infine qualcosa di quella che fu la «religione» di Giuseppe Moscati, quella per cui lo proponiamo all’imitazione e all’emulazione dei nostri contemporanei. Essa fu semplice, sicura, pensata e studiata, professata con devozione lineare, ma sapiente, con un’anima di fanciullo nascosta nella complessità del suo spirito grande e coltivato.

Ma questa religione fu soprattutto viva perché professata nell’esercizio della carità! La fama del Professor Moscati brilla per questa fioritura instancabile, nascosta, eroica, di carità, che lo ha fatto spendere tutto per gli altri, nel beneficare i poveri, nel curare i corpi, nell’elevare le anime, senza chiedere mai nulla per sé, fino all’ultimo respiro, tanto che la morte lo colse durante le visite dei prediletti malati. Si sono raccolti innumerevoli episodi di questa carità sovrumana, fatta di piccole cose, in una continua e lieta donazione, tanto che a Napoli hanno cominciato a chiamarlo il «medico santo» già fin dalla sua morte. Sono i Fioretti di un Beato del nostro secolo! Come grandeggia, in questa luce, la professione della medicina in Giuseppe Moscati! E come dobbiamo augurarci che tale professione, umana e provvida quant’altre mai, sia sempre animata e idealizzata dalla carità! Per comunicare calore, bontà, speranza nelle corsie degli ospedali, negli studi austeri dei medici, nelle aule sacre della scienza! Per difenderci dall’egoismo, dal freddo, dall’aridità che minaccia la società. Spesso più preoccupata di diritti che di doveri. E così ogni altra professione onesta e civile deve ancor oggi essere animata dalla carità! La mite figura del Beato ce lo ripete col suo esempio suadente ed efficace: «Pietas ad omnia utilis est: la pietà è utile a tutto» [1Tm 4, 8].

Fratelli e Figli nostri!

Il Concilio Vaticano II ha parlato della figura e del ruolo dei laici nella Chiesa, come di coloro che nel secolo «sono da Dio chiamati a contribuire quasi dall’interno, a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esempio del proprio ufficio… e a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro stessa vita, e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità» [Lumen gentium, n. 31]. La figura del Professor Moscati, con la straordinaria autorità che gli viene dalla sua statura morale, dal suo esempio vissuto, e dalla glorificazione della Chiesa, ricorda oggi che questo è vero, che questo è possibile, che questo è necessario. Ne ha bisogno la Chiesa e il mondo! È la consegna che viene specialmente al laicato dal rito odierno, dall’Anno Santo!

Ecco il perché della nostra grande gioia: ch’essa rimanga viva in noi, faccia seguire opere fruttuose, e possa zampillare fino alla vita eterna, nell’incontro a faccia a faccia con Dio, nella luce dei Santi.

«Insegnamenti di Paolo VI», XIII (1975), pp. 1290-1296