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Pascal su fede e ragione, non solo scommessa

Luca Arcangeli
Gennaio 2012

È frequente incontrare, nei commenti di autori che trattano dei rapporti fra fede e ragione, una citazione dei Pensieri di Blaise Pascal (1623-1662). Noti per la loro pregnanza e profondità, i Pensieri offrono su questo tema una prospettiva ricca ma non sempre facile da comprendere e danno a volte luogo a fraintesi: Pascal razionalista, Pascal fideista, Pascal che invita a "scommettere" sulla fede quasi si trattasse di una possibile vincita al gioco. Offriamo qui al lettore una breve selezione di alcuni fra i più significativi, concisi, testi pascaliani che hanno per oggetto il rapporto fra fede e ragione e fra natura e grazia, riportando anche l'originale in lingua francese. Confidiamo che questa presentazione, aiuti a riflettere e susciti un nuovo interesse per questo grande autore, scienziato e mistico, matematico e apologeta, testimone della ragione e della fede cristiana.

Natura per Pascal non è un concetto neutrale. Bensì essa è sede di un conflitto incessante tra luce e ombra, oscurità e comprensione. Da una parte ciò che è naturale può essere indagato e illuminato dalla nostra ragione. La nuova scienza moderna, di cui Pascal è uno dei padri fondatori, mostra l'impressionante potere di tradurre gli eventi del cosmo in formule matematico-geometriche. D'altra parte la natura rivela anche un fondo oscuro. L'uomo, in quanto essere che conosce se stesso, si trova a trascendere il mondo in cui vive. Conoscendo e trasformando il mondo l'uomo si innalza infinitamente al di sopra di esso. Qui sorge una domanda di senso la cui risposta non risiede nella natura stessa. Come la luna di Leopardi la natura rimane muta alla ricerca del senso ultimo. Ma nel suo stesso rimanere muta la natura indica la strada della risposta: perché vi è l'essere e non il nulla? Perché l'essere è intelligibile e non semplicemente caotico? Perché vi è in me un'insopprimibile tensione per una felicità eterna?

Tutte queste domande nascono dalla natura ma non terminano nella natura. La ragione le può comprendere ma non dare risposta. La ragione rivela all'uomo la sua condizione compassionevole: sommità di tutto il creato ma incapace di dare un senso ultimo alla sua vita. Così all'interno dello stesso regno della ragione nasce l'esigenza della ricerca del trascendente. Razionalismo e Scetticismo sono i due poli opposti che tentano di risolvere umanamente il problema del trascendente. Ma entrambi falliscono davanti all'enigma dell'esistenza umana. Il primo è incapace di convincere definitivamente uno spirito realmente critico, il secondo chiude l'uomo nella spirale auto-distruttiva dell'insensato divertissement. Perciò l'unico vero atteggiamento ragionevole per l'uomo è la ricerca, il rimanere in ascolto, l'apertura del cuore anelante.

Qui nasce l'idea della scommessa, che per Pascal non è altro che una geniale argomentazione retorica per convincere il libertino ad aprire il cuore alla possibilità di Dio. Solo in questo modo può giungere dall'alto l'avvento della risposta: l'incontro con il Dio cristiano. Il nocciolo dell'apologia del cristianesimo di Pascal è che il Vangelo rivela realmente l'uomo all'uomo. Ciò che convince della fede cristiana è che essa rende l'uomo autenticamente tale senza censurarne alcuna parte, tenendo armonicamente insieme i poli dialettici della sua grandezza e miseria. Solo in Gesù Cristo l'uomo può scoprire chi egli è realmente e trovare un porto sicuro in cui approdare. Ma non si può comprendere la verità della fede cristiana senza al contempo innamorarsi del suo messaggio. La forza dell'amore sostiene la tensione a comprendere la verità di Cristo, e la comprensione della sua verità approfondisce e dispiega l'amore verso di lui.

Questa è la dinamica della fede che, lungi dall'essere un sentimento irrazionale, invece è il vertice di tutto il sapere. Il pensiero dell'uomo trascende tutto il creato, ma la Carità di Dio trascende ogni pensiero umano. Essa è un dono dall'alto, è l'ingresso di un altro ordine che ristruttura e ridireziona la vita dell'uomo. Ma la natura dell'uomo, sebbene incapace di creare da sé la Carità, è comunque in grado di riceverla e comprenderla. Dunque l'incontro personale con il Dio cristiano ricomprende la ragione, che indaga il cosmo e l'uomo, all'interno dell'atto di fede, segnando così l'ingresso in un altro regno del sapere. Grazie a questo connubio l'uomo può realmente conoscere il trascendente e il fine ultimo della sua vita.

 

Bibliografia delle citazioni:

[1] Blaise Pascal. Opuscoli e scritti vari. Laterza, 1959. A cura di Giulio Preti.

[2] Blaise Pascal. Frammenti. Bur, 2002. A cura di Enea Balmas.

[3] Blaise Pascal. Pensieri. Città Nuova. A cura di P. Sellier.

[S = Numerazione Sellier; L = Numerazione Lafuma; B = Numerazione Brunschvicg]

 

Spunti bibliografici su Blaise Pascal:

A. BAUSOLA, R. TAPELLA (a cura di), Blaise Pascal. Pensieri, Opuscoli e Lettere (1978), Rusconi, Milano 1997

R. GUARDINI Pascal (1935), Morcelliana, Brescia 2002

B. PASCAL, Pensieri, edizione a cura di P. Sellier secondo l'"ordine" pascaliano, trad. e int. di B. Papasogli, Città Nuova, Roma 2003

A. PERATONER, Pascal, Carocci, Roma 2011

 

 

La natura possiede delle perfezioni per mostrarci che essa è l'immagine di Dio, e dei difetti per mostrare che essa ne è solo l'immagine. La nature a des perfections pour montrer qu'elle est l'image de Dieu, et des défauts pour montrer qu'elle n'en est que l'image.
[2] [S 762, L 934, B 580], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

[L'uomo (ndr)] Non bisogna che non veda niente del tutto; non bisogna neppure che ne veda abbastanza per credere che lo possiede, ma che ne veda abbastanza per capire che l'ha perduto; poiché, per capire che si è perso qualcosa, bisogna vedere e non vedere; ed è precisamente lo stato in cui è la natura. Il ne faut pas qu'il ne voie rien du tout; il ne faut pas aussi qu'il en voie assez pour croire qu'il le possède, mais qu'il en voie assez pour connaître qu'il l'a perdu; car, pour connaître qu'on a perdu, il faut voir et ne voir pas; et c'est précisément l'état où est la nature.
[2] [S 690, L 449, B 556], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Se non vedessi nessun segno di una Divinità, mi risolverei negativamente; se vedessi ovunque le tracce di un Creatore, riposerei in pace nella fede.

Ma, vedendo troppo per negare e troppo poco per avere certezze, sono in uno stato pietoso, [...] nello stato in cui sono, ignorando quello che sono e quello che devo fare, non conosco né la mia condizione né il mio dovere.

Tutto il mio cuore tende a conoscere dove sia il vero bene, per seguirlo; niente mi sarebbe troppo caro per l'eternità.
Sì je n'y voyais rien qui marquât une Divinité, je me déterminerais à la négative; si je voyais partout les marques d'un Créateur, je reposerais en paix dans la foi.

Mais, voyant trop pour nier et trop peu pour m'assurer, je suis dans un état à plaindre, [...] au lieu qu'en l'etat où je suis, ignorant ce que je suis et ce que je dois faire, je ne connais ni ma condition, ni mon devoir.

Mon coeur tend tout entier à connaître où est le vrai bien, pour le suivre; rien ne me serait trop cher pour l'éternité.
[3] [S 682, L 429, B 229], Traduzione di Benedetta Papasogli.

 

 

Tutti gli uomini cercano di essere felici. Questo fatto è senza eccezioni, per quanto siano diversi i mezzi che impiegano. Tendono tutti a questo scopo.

Ciò che spinge gli uni ad andare alla guerra e gli altri a non andarci è questo stesso desiderio che è in entrambi accompagnato da vedute diverse.

La volontà non muove mai il più piccolo passo se non verso questo obiettivo. È il motivo di tutte le azioni di tutti gli uomini, persino di quelli che vanno ad impiccarsi
Tous les hommes recherchent d'être heureux. Cela est sans exception, quelques différents moyens qu'ils y emploient. Ils tendent tous à ce but.

Ce qui fait que les uns vont à la guerre et que les autres n'y vont pas est ce même dèsir qui est dans tous les deux accompagné de différent vues.

La volonté fait jamais la moindre démarche que vers cet objet. C'est le motif de toutes les action de tous le hommes, jusqu'à ceux qui vont se pendre.
[2] [S 181, L 148, B 425], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Vi sono solo due specie di persone che si possono chiamare ragionevoli:

o coloro che servono Dio con tutto il cuore, perché lo conoscono, o coloro che lo cercano con tutto il cuore, perché non lo conoscono.
Il n'y a que deux sortes de personnes qu'on puisse appeler raisonnables:

ou ceux qui servent Dieu de tout leur coeur parce qu'ils le connaissent, ou ceux qui le cherchent de tout leur coeur parce qu'ils ne le connaissent pas.
[2] [S 681, L 427, B 194], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

L'ultimo passo della ragione è il riconoscere che vi sono un'infinità di cose che la sorpassano. Essa è proprio debole, se non giunge fino a conoscere questo. La dernière démarche de la raison est de reconnaître qu'il y a une infinité de choses qui la surpassent; elle n'est que faible, si elle ne va jusqu'à connaître cela.
[2] [L 188, B 267], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Due eccessi: escludere la ragione, ammettere solo la ragione Deux excès: exclure la raison, n'admettre que la raison.
[2] [L 183, B 253], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Ponendo l'uno la certezza e l'altro il dubbio, l'uno la grandezza dell'uomo e l'altro la sua debolezza, si rovinano a vicenda tanto la verità quanto la falsità rispettive.

In modo che non possono sussistere da soli a causa delle loro mancanze, né unirsi a causa della loro opposizione, e quindi si spezzano l'uno contro l'altro e si distruggono a vicenda per far posto alla verità del Vangelo.
[.] L'un établissant la certitude, l'autre le doute, l'un la grandeur de l'homme, l'autre sa faiblesse, ils ruinent la vérité aussi bien que les faussetés l'un de l'autre.De sorte qu'ils ne peuvent subsister seuls à cause de leurs défauts, ni s'unir à cause de leurs oppositions et qu'ainsi ils se brisent et s'anéantissent pour faire place à la vérité de l'Évangile.
[1] [pp. 67], Traduzione di Giulio Preti.

 

 

Solo la religione cristiana ha potuto guarire questi due vizi, non cacciando l'uno mediante l'altro con la saggezza terrena, ma cacciando l'uno e l'altro con la semplicità del Vangelo.

Poiché essa insegna ai giusti che innalza fino alla partecipazione della divinità stessa, che in questo stato sublime portano ancora la fonte di tutta la corruzione che li rende lungo tutta la vita soggetti all'errore, alla morte, al peccato, e grida ai più empi che sono capaci della grazia del loro Redentore.

Così facendo tremare quelli che giustifica e consolando coloro che condanna essa tempera con tanto equilibrio il timore con la speranza mediante questa doppia capacità comune a tutti della grazia e del peccato.
La seule religion chrétienne a pu guérir ces deux vices, non pas en chassant l'un par l'autre, par la sagesse de la terre, mais en chassant l'un et l'autre, par la simplicité de l'Evangile.

Car elle apprend aux justes, qu'elle élève jusqu'à la participation de la divinité même, qu'en ce sublime état ils portent encore la source de toute la corruption, qui les rend durant toute la vie sujets à l'erreur, à la misère, à la mort, au péché; et elle crie aux plus impies qu'ils sont capables de la grâce de leur Rédempteur.

Ainsi, donnant à trembler à ceux qu'elle justifie, et consolant ceux qu'elle condamne, elle tempère avec tant de justesse la crainte avec l'espérance, par cette double capacité qui est commune à tous et de la grâce et du péché.
[2] [S 240, L 208, B 435] Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Ci si fa un idolo della stessa verità, poiché la verità senza la carità non è Dio, è la sua immagine e un idolo che non bisogna amare né adorare, e ancor meno bisogna amare o adorare il suo contrario che è la menzogna. On se fait une idole de la vérité même; car la vérité hors de la charité n'est pas Dieu, et est son image et une idole, qu'il ne faut point aimer, ni adorer; et encore moins fautil aimer ou adorer son contraire, qui est le mensonge.
[2] [S 806, L 986, B 582], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

Il Dio dei cristiani non consiste in un Dio semplicemente autore delle verità geometriche e dell'ordine degli elementi; [...]

Ma il Dio di Abramo, il Dio d'Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei cristiani, è un Dio d'amore e di consolazione; è un Dio che riempie l'animo e il cuore di coloro che egli possiede; è un Dio che fa loro sentire interiormente la loro miseria, e la sua misericordia infinita; che si unisce nel fondo della loro anima; che la riempie di umiltà, di gioia, di fiducia, di amore; che li rende incapaci di altro fine che lui stesso.
Le Dieu des chrétiens ne consiste pas en un Dieu simplement auteur des vérités géométriques et de l'ordre des éléments; [...]

Mais le Dieu d'Abraham, le Dieu d'Isaac, le Dieu de Jacob, le Dieu des chrétiens, est un Dieu d'amour et de consolation; c'est un Dieu qui remplit l'âme et le coeur de ceux qu'il possède; c'est un Dieu qui leur fait sentir intérieurement leur misère et sa miséricorde infinie; qui s'unit au fond de leur âme; qui la remplit d'humilité, de joie, de confiance, d'amour; qui les rend incapables d'autre fin que de lui-même.
[2] [S 690, L 449, B 556], Traduzione di Enea Balmas.

 

 

La distanza infinita dai corpi alle menti rappresenta la distanza infinitamente più infinita delle menti alla carità, perché questa è soprannaturale. [...]

Tutti i corpi, il firmamento, le stelle, la terra e i regni, non valgono la minima delle menti. Poiché essa conosce tutto ciò, e se stessa, e i corpi niente. Tutti i corpi insieme e tutte le menti insieme e tutte le loro produzioni non valgono il minimo moto di carità. Esso è di un ordine infinitamente più alto.

Da tutti i corpi insieme non sapremmo spremere un piccolo pensiero: è impossibile, di un altro ordine. Da tutti i corpi e le menti non sapremmo derivare un moto di vera carità: è impossibile e di un altro ordine, soprannaturale.
La distance infinie des corps aux esprits figure la distance infiniment plus infinie des esprits à la charité, car elle est surnaturelle. [...]

Tous les corps, le firmament, les étoiles, la terre et ses royaumes, ne valent pas le moindre des esprits. Car il connait tout cela, et soi, et les corps rien. Tous les corps ensemble, et tous les esprits ensemble, et toutes leurs productions, ne valent pas le moindre mouvement de charité. Cela est d'un ordre infiniment plus élevé.

De tous les corps ensemble on ne saurait en faire réussir une petite pensée. Cela est impossible et d'un autre ordre. De tous les corps et esprits on n'en saurait tirer un mouvement de vraie charité, cela est impossible, et d'un autre ordre, surnaturel.
[S 690, L 449, B 556]