Tu sei qui

Discorso pronunciato in occasione dell'elezione a membro dell'Accademia di Francia

Louis Pasteur
27 aprile 1882

dalle Opere

In dialogo con Emilio Littré ed altri intellettuali francesi, Pasteur indirizza un discorso all’Accademia di Francia in occasione della sua nomina nel 1882. Il testo fornisce l’occasione per conoscere le convinzioni filosofiche e la visione religiosa della vita dello scienziato francese, considerato il fondatore della moderna microbiologia.

Signori,

nel momento in cui mi presento davanti a questa illustre assemblea, sento rinascere l'emozione che si è impadronita di me il giorno in cui ho sollecitato i vostri suffragi. La consapevolezza di ciò che mi manca mi assale di nuovo e sarei confuso nel trovarmi in questo luogo se non avessi il dovere di attribuire alla scienza come tale l'onore, pertanto impersonale, di cui mi avete fatto segno.

La scienza crea ogni giorno prodigi. E voi, una volta di più, avete voluto testimoniare l'impressione profonda che il mondo, le abitudini della vita e, a loro volta, le lettere, ricevono dall'accumularsi di tante scoperte. Se vi siete degnati di gettare gli occhi su di me, la natura dei miei lavori ha senza dubbio parlato in mio favore.

In alcuni punti essi interessano le manifestazioni della vita. Provando che, fino ad oggi, la vita non si e mai rivelata all'uomo come un prodotto delle forze che regolano la materia, ho avuto modo di servire la dottrina spiritualista, molto trascurata altrove, ma sicura di trovare almeno tra voi un rifugio glorioso. Forse anche voi mi siete grati per avere portato in questo arduo problema dell'origine degli infinitamente piccoli, un rigore sperimentale che ha finito con lo stancare la contraddizione. Attribuiamone il merito, tuttavia, alla severa applicazione delle regole del metodo che ci hanno lasciato in eredita i grandi sperimentatori: Galileo, Pascal, Newton e i loro discepoli negli ultimi due secoli. Metodo ammirabile e sovrano, che ha per guida e controllo incessante l’osservazione e l’esperienza, libere, come la ragione che le dirige, da ogni pregiudizio metafisico; metodo così fecondo che intelligenze superiori abbagliate dalle conquiste dovute allo spinto umano, hanno creduto che potesse risolvere tutti i problemi.

L'uomo venerate di cui vi parlerò, condivise questa illusione Ho tanti elogi da fare, e per tante ragioni, su questa bella vita di Littré, che scuserete la mia sincerità se comincio il sue elogio mettendo in evidenza il mio dissenso con le sue opinioni filosofiche.

[…]

Orazio avrebbe scritto il suo Hoc erat in votis se la sua casa di campagna fosse stata simile a quella che Littré possedeva a Mesnil? Là non c'è né il ruscello di acqua corrente, né aroma di bosco, niente dell’agiatezza che Orazio aveva sognato. Solo la più semplice canonica del più povero dei paesi può dare un'idea di questa casa ove tutto rispecchia una vita di solitudine, di lavoro e di disinteresse. Littré aveva il culto dell'austerità. Un pio rispetto ha lasciato ogni cosa al suo posto come se egli dovesse tornare da un momento all'altro e ritrovare sulla scrivania libri aperti, note sparse. Ecco il piccolo tavolo dove la moglie e la figlia lavoravano vicino a lui e sopra - testimonianza visibile della profonda tolleranza di Littré - un'immagine del Cristo.

Fu in questo rifugio che Littré compose la parte più grande del suo Dizionario. Con quanta pazienza e quanto coraggio, per così dire sovraumani, raccolse il materiale di un'opera che e stata a giusto titolo segnalata come monumento nazionale. «Fui il primo, dice Littré, a voler completamente subordinare il dizionario alla storia». Rompendo l'abitudine di dare come esempi delle frasi arbitrarie, si impose il compito di citare, per ogni parola, frasi tratte dai migliori scrittori, non soltanto della lingua classica, ma anche dei testi dell'antica lingua, dall'XI secolo fino alla fine del XVI, dando peso a tutti i sensi attraverso i quali la parola e passata, non trascurando ne gli arcaismi ne i neologismi, che le contraddizioni alla grammatica, facendo attenzione ai significati fuori uso o singolari e cercando sempre di preferenza gli esempi più validi per eleganza di forma o valore di pensiero o interessanti per la storia delle idee e dei costumi. Come e facile immaginare, Littré dopo avere impiegato degli anni a raccogliere queste citazioni, ne passo poi parecchi altri a rimaneggiarle classificando, aggiungendo, rettificando senza posa. Con quel candore che aveva in tutte le cose diceva:

«Quante false strade ho seguito; quanti tentativi mal riusciti! Ritornavo sui miei passi, mi smarrivo in un labirinto di pensieri, sempre sul punto di perdere il coraggio». Un giorno, rivolgendosi a Beaujean, che - fu sapiente e devoto collaboratore: «Amico mio – gli disse – non faccia mai dizionari». Infatti si fa fatica ad immaginare una tale marea di lavoro. Egli stesso ha avuto la civetteria di calcolare che se il Dizionario, senza il supplemento, fosse stato civetteria di calcolare che se il Dizionario, senza il supplemento, fosse stato composto su una sola colonna, questa colonna avrebbe 37 km, 525 m e 28 cm di lunghezza, presso a poco la distanza che separa Parigi da Meaux.

La Fontaine, che gli piaceva citare, gli aveva fornito il motto «Pazienza e tempo». In una vita completamente assorbita dall'applicazione di questa massima, la sua solitudine era tuttavia sempre aperta. Se egli rischiava di essere disturbato da qualche visita, non voleva esporsi a perdere l'opportunità di rendere un favore per sfuggire un seccatore.

Fu nel momento in cui si trovava in piena attività di lavoro che la vedova di Auguste Comte venne a pregarlo di scrivere la vita di suo marito. Littré resiste, mette avanti il suo Dizionario, che gli prende tutto il tempo e promette di dedicarsi senza riserve, una volta che l'avrà terminato, all'incarico che la signora Comte gli chiede di assumersi. Ma costei insiste con accanimento, facendo appello alla riconoscenza che egli deve al fondatore della filosofia positivista. Littré alla fine accetta. Con sorprendente rassegnazione, modifica il piano di lavoro del Dizionario, attinge alle sue ore di  riposo e trova il tempo di comporre una biografia di Comte intitolata: Auguste Comte et la philosophie positive. Un volume di non meno di 600 pagine!

A Mesnil era il medico di fiducia di tutto il paese. Protraendo le sue veglie fino alle 3 del mattino, il chiarore della lampada brillava da lontano durante la notte come un fanale che desse sicurezza ai malati. Sapevano che alla prima chiamata Littré avrebbe lasciato il lavoro per andare a portare le sue cure ovunque fossero richieste.

È mai possibile che l'uomo di cui ho tracciato lo stupefacente e caritatevole ritratto sia stato misconosciuto fino ad essere calunniato?

Eppure lo fu. E poiché sono state le sue opinioni filosofiche a darne motivo e questo il momento per me di prenderle in esame. Non mi preoccuperò che di conservare la mia libertà di pensiero.

Verso i 40 anni si produsse una crisi nel credo di Littré. Aveva letto un'opera di Comte intitolata: Systems de philosophie positive. Ne ricevette un'impressione straordinaria. «Questo libro, dice, mi sedusse. Una lotta nacque nel mio spirito tra le vecchie e le nuove opinioni. Queste trionfarono ... e da allora diventai discepolo della filosofia positivista e lo sono restate ... Oggi, sono più di vent'anni che sono seguace di questa filosofia; la fiducia che essa mi ha ispirato non ha mai ricevuto smentite. Occupato in diversi campi, storia, lingua, filosofia, medicina, dottrina, me ne sono sempre servito come di una specie di strumento che mi traccia le linee, l'origine e la conclusione di ogni problema. Essa basta a tutto, non mi inganna mai e mi illumina sempre».

II principio fondamentale di Auguste Comte è di eliminare ogni ricerca metafisica sulle cause prime e finali, di ricondurre tutte le idee e tutte le teorie a dei fatti e di attribuire il carattere di certezza solo alle dimostrazioni dell'esperienza. Questo sistema comprende una classificazione delle scienze ed una sedicente legge storica che si può riassumere in questa affermazione: che le concezioni dello spirito umano passano attraverso tre fasi: teologica, metafisica e scientifica o positiva.

Littré non lesinava elogi a proposito di questa dottrina e del suo autore. Per lui, Comte era uno degli uomini che dovevano avere un grande posto nella posterità e la «philosophie positive une de ces oeuvres a peine seculaires qui changent le niveaux». Interrogato su ciò che egli stimava di più nell’impiego della sua laboriosa esistenza, il suo pensiero, non v'e dubbio, andava con compiacenza verso il suo ruolo di apostolo sincero e tenace del positivismo.

Non è raro di constatare come gli uomini più sapienti perdano, a volte, la coscienza del loro vero merito. Sento il dovere di dare un giudizio personale sul valore dell'opera di Comte e di confessare che sono giunto ad una opinione molto diversa da quella del Littré. Le cause di questo contrasto mi sembra che risultino dalla natura stessa dei lavori che hanno assorbito la sua vita e di quelli che sono l'unico oggetto della mia.

I lavori di Littré vertevano su ricerche storiche, di linguistica, di erudizione scientifica e letteraria. La materia di tali studi è completamente costituita da fatti appartenenti al passato ai quali non si può aggiungere o togliere nulla. È sufficiente il metodo di osservazione che, il più sovente, non potrebbe dare dimostrazioni rigorose. La caratteristica, invece, della sperimentazione e di non ammetterne altre. Lo sperimentatore, uomo che conquista la natura, si trova continuamente alle prese con fatti che non si sono ancora manifestati e non esistono, per la maggior parte, che in potenza di divenire nelle leggi naturali.

Lo sconosciuto nel possibile e non in quello che e stato, ecco il suo campo di attività e, per esplorarlo, ha l'aiuto di quel meraviglioso metodo sperimentale di cui si può dire, con esattezza, che non basta a tutto, ma che raramente inganna o inganna solo quelli che se ne servono male. Esso elimina certi cast, ne provoca degli altri, interroga la natura, la costringe a rispondere e non si arresta che allorquando lo spirito e completamente soddisfatto. Il fascino dei nostri studi, l'incanto della scienza, se cosi si può parlare, consiste nel fatto che, dovunque e sempre, possiamo dare la giustificazione dei nostri quesiti e la prova delle nostre scoperte.

L'errore di Comte e di Littré è di confondere questo metodo con il limitato metodo dell'osservazione. Tutti e due estranei alla sperimentazione, danno alla parola esperienza il significato che le è attribuito dal comune parlare, dove non ha affatto lo stesso senso che nel linguaggio scientifico. Nel primo caso, l'esperienza non è che la semplice osservazione delle cose e l'induzione che conclude, più o meno legittimamente, da ciò che e stato a ciò che potrebbe essere. Il metodo sperimentale va fino alla prova irrefutabile.

Le condizioni ed il risultato del quotidiano lavoro dello scienziato plasmano, inoltre, il suo spirito in modo da attribuire un'idea di progresso ad un'idea di invenzione. Per giudicare il valore del positivismo il primo pensiero e stato dunque di cercarvi l'invenzione. Non ce l'ho trovata. Non si può assolutamente attribuire l'idea di invenzione alla legge detta delle tre fasi dello spirito umano, non più che alla classificazione gerarchica delle scienze giacche l'una e l'altra non sono che dei presso a poco senza grande portata. Il positivismo, non offrendomi nessuna idea nuova, mi lascia diffidente e riservato.

La fede di Littré nel positivismo gli venne dall'appagamento che vi trovava per quanto riguarda le grandi questioni metafisiche. La negazione e il dubbio lo ossessionavano. Comte l'ha tirato fuori dall'una e dall’altro con un dogmatismo che sopprimeva ogni metafisica.

Di fronte a questa dottrina Littré si diceva: non ti devi preoccupare ne dell'origine ne della fine delle cose, né di Dio, ne dell'anima, ne di teologia, né di metafisica; segui la tua inclinazione di ricercatore «inquieto o avvinto»; fuggi l'assoluto; non amare che il relativo. Quale pacificazione per questa testa ardente, ambiziosa di conoscere tutti i campi del sapere. Ci si e tuttavia ingannati su questa pacificazione e ci si e contentati di false apparenze pretendendo di fare di Littré un ateo convinto e tranquillo. I credi religiosi degli altri non gli erano indifferenti. «Mi sono reso conto fin troppo – dice – delle sofferenze e delle difficoltà della vita umana per voler togliere a chiunque sia delle convinzioni che lo sostengono nelle diverse prove».

Non nega l'esistenza di Dio più di quella dell’immortalità dell'anima; egli ne scarta a priori persino il pensiero, perche proclama l'impossibilità di costatarne scientificamente l'esistenza.

Quanto a me, ritenendo sinonimi le parole progresso ed invenzione, mi chiedo in nome di quale nuova scoperta, filosofica o scientifica, si possano estirpare dall'animo umano queste grandi preoccupazioni. Mi sembrano di essenza eterna, perche il mistero che avvolge l'Universo e di cui esse sono emanazione e esso stesso eterno per natura. Si narra che l'illustre fisico inglese Faraday, nelle lezioni che faceva all'Istituzione reale di Londra, non pronunciasse mai il nome di Dio, sebbene fosse profondamente religiose.

Un giorno, eccezionalmente, questo nome gli sfuggì e improvvisamente si manifesto un movimento di simpatica approvazione. Accorgendosene, Faraday interruppe la lezione con queste parole:

«Vi ho sorpreso pronunciando qui il nome di Dio. Se ciò non mi è ancora accaduto, dipende dal fatto che io sono. mentre tengo queste lezioni, un rappresentante della scienza sperimentale. Ma la nozione e il rispetto di Dio arrivano al mio spirito attraverso vie tanto sicure quanto quelle che ci conducono alle verità dell'ordine fisico».

La scienza sperimentale è essenzialmente positivista nel senso che nelle sue concezioni. essa non fa mai intervenire la considerazione dell'essenza delle cose, dell'origine del mondo e del suo destino Non ne ha nessun bisogno. Essa sa che non avrebbe nulla da imparare da nessuna speculazione metafisica. Tuttavia non si priva dell'ipotesi. Al contrario, nessuno più dello sperimentatore ne fa uso; ma è soltanto a titolo di guida e di stimolo per la ricerca e sotto la riserva di un controllo severo. Esso disdegna e respinge le sue idee preconcette, dal momento che la sperimentazione gli dimostra che esse non corrispondono a realtà oggettive.

Littré e Auguste Comte credevano e fecero credere agli spiriti superfidali che il loro sistema si basava sugli stessi princìpi del metodo scientifico di cut Archimede, Galileo, Pascal, Newton, Lavoisier sono i veri fondatori. Da ciò nata l'illusione degli spiriti, favorita anche da tutto ciò che la scienza e la buona fede di Littré garantivano.

A quali errori può portare questa pretesa entità dei due metodi!

Arago aveva detto di Comte: «Non ha titoli matematici, né grandi né piccoli». « È vero, risponde Littré, Comte non ha scoperte geometriche, ma ha scoperte sociologiche». Ahimè, ecco un esempio di scoperta sociologica. Il 10 novembre 1850 Littré scrisse nel «National» un articolo intitolato Pace occidentale, articolo destinato a provare che la sociologia era una scienza. Ci sono due modi, dice di provare la verità di una dottrina: da una parte l'iniziazione diretta il lavoro. lo studio; dall'altra le previsioni dedotte dalla dottrina che convincono e colpiscono tutti gli spiriti: sapere e prevedere.

Ora avvenne che nel 1850, mentre noi godevamo i benefici della pace dal 1815, Littré scriveva: «Ma la pace è prevista da 25 anni dalla sociologia». Purtroppo l'articolo cosi continua: «Ancora oggi, la sociologia prevede la pace per tutto l'avvenire della nostra epoca, alla fine della quale una confederazione repubblicana avrà unito 'occidente e messo fine ai conflitti armati...». Littré fu ben presto disilluso. Quando nel 1878 egli fece ristampare l'articolo del 1850, vi aggiunse delle osservazioni nelle quali, con la sua abituale sincerità, esprime il dolore che prova per la sua ingenua fiducia di una volta. «Queste infelici pagine, dice, mi fanno male; vorrei avere la possibilità di cancellarle. Esse sono in perpetua contraddizione con gli avvenimenti che si sono svolti... Avevo appena affermato, trasportato dal mio puerile entusiasmo, che in Europa non ci sarebbero più state sconfitte militari e che queste, ormai, sarebbero state sostituite da disfatte politiche, quando sopravvennero la disfatta militare della Russia in Crimea, quella dell'Austria in Italia, quella dell’Austria in Germania, quella della Francia a Sedan e a Metz, e molto recentemente quella della Turchia nei Balcani».

L'opera che Littré ha pubblicato nel 1879 con il titolo Conservation, revolution et positivisme è piena degli errori che la dottrina positivista gli ha fatto commettere sia in politica che in sociologia. Perché restarne sorpresi? La politica e la sociologia sono scienze nelle quali la prova e troppo difficile a dare. Troppo alto e il numero dei fattori che concorrono alla soluzione dei problemi che esse agitano. Quando intervengono le passioni umane il campo dell’imprevisto è immenso.

Il positivismo non pecca soltanto per un errore di metodo. Nella trama, in apparenza molto serrata, dei suoi ragionamenti, si rileva una grande lacuna e sono sorpreso che l'acume di Littré non l'abbia messa in luce.

Più volte, cosi definisce il positivismo considerate dal punto di vista tragico: «chiamo positivismo tutto do che si fa nella società per organizzarla secondo la concezione positiva, ossia scientifica, del mondo».

Sono pronto ad accettare questa definizione, a condizione che sia regolarmente applicata; ma l'enorme e visibile lacuna del sistema consiste nel fatto che esso non tiene conto, nella concezione positiva del mondo, della più importante delle nozioni positive, quella dell’infinito.

Al di là di questa volta stellata che cosa c'è? Nuovi cieli stellati. Sia pure! e al di là ancora? Lo spirito umano, spinto da una forza irresistibile non smetterà mai di chiedersi: che cosa c'è al di là? vuole esso fermarsi sia nel tempo, sia nello spazio? Poiché il punto dove esso si ferma è solo una grandezza finita, soltanto più grande di tutte quelle che l'hanno preceduta, non appena egli comincia ad esaminarlo ritorna la domanda implacabile senza che egli possa far tacere il grido della sua curiosità. Non serve a nulla rispondere: al di la ci sono degli spazi, dei tempi o delle grandezze senza limiti. Nessuno comprende queste parole.

Colui che proclama l'esistenza dell'infinito, e nessuno può sfuggirvi, accumula in questa affermazione più sovrannaturale di quanto non ce ne sia in tutti i miracoli di tutte le religioni; poiché la nozione dell'infinito ha la doppia caratteristica di imporsi e di essere insieme incomprensibile. Quando questa nozione si impadronisce dell'intelletto non c'e che da piegarsi. In questo momento di straziante angoscia, bisogna chiedere grazia alla sua ragione: tutte le molle della vita intellettuale minacciano di perdere elasticità e ci si sente vicino all'essere investiti dalla sublime follia di Pascal.

Questa nozione positiva e primordiale e tutte le sue conseguenze nella vita delle società sono gratuitamente scartate dal positivismo.

Io vedo ovunque l'inevitabile espressione della nozione dell'infinito nel mondo. Attraverso essa, il soprannaturale e in fondo a tutti i cuori. L'idea di Dio e una forma dell'idea dell'infinito. Fin tanto che il mistero dell'infinito peserà sul pensiero umano, templi saranno elevati al culto dell'infinito, sia che Dio si chiami Brahama, Allah, Jehova o Gesù. Ai piedi di questi templi vedrete uomini in ginocchio prosternati, stroncati, dal pensiero dell'infinito. La metafisica non fa che tradurre dentro di noi la nozione dominatrice dell'infinito. La concezione dell'ideale non è anche la facoltà, riflesso dell'infinito, che di fronte alla bellezza ci induce ad immaginare una bellezza superiore? La scienza ed il desiderio di comprendere non sono l'effetto dello stimolo del sapere che il mistero dell'Universo infonde nella nostra anima? Dove sono le fonti genuine della dignità umana, della libertà e della democrazia moderna, se non nella nozione dell'infinito di fronte ala quale gli uomini sono tutti uguali?

«L'umanità ha bisogno di un legame spirituale, dice Littré; in sua mancanza nella società non ci sarebbero che famiglie isolate, come delle orde e non una società vera e propria». Il legame spirituale che egli poneva in una specie di religione inferiore nell'umanità, non potrebbe essere altrove che nella nozione superiore dell'infinito e che questo legame spirituale deve essere collegato al mistero del mondo. La religione dell'umanità è una di quelle idee di evidenza superficiale e sospetta che hanno fatto dire ad uno psicologo dallo spirito eccelso: «da molto tempo penso che colui che non avesse che delle idee chiare sarebbe certamente uno sciocco. Le nozioni più preziose, aggiunge, che l'intelligenza umana nasconde sono in fondo alla scena e avvolte in una luce crepuscolare; e intorno a queste idee confuse, il cui legame ci sfugge, che girano le idee chiare per diffondersi, svilupparsi, innalzarsi. Se fossimo tagliati fuori da questo retroscena, le scienze esatte perderebbero la grandezza che traggono dai loro segreti rapporti con altre verità infinite di cui noi abbiamo soltanto il sospetto». I greci avevano compreso la potenza misteriosa di questo sottofondo delle cose. Sono essi che ci hanno lasciato in eredità una delle parole più belle della nostra lingua, la parola entusiasmo – ’Eν δεóς -  un dio interiore.

La grandezza delle azioni umane si misura dall'ispirazione che le fa nascere. Fortunate chi porta in se un dio, un ideale di bellezza e gli obbedisce: ideale dell’arte, ideale della scienza, ideale della Patria, ideale delle virtù evangeliche. Sono queste le sorgenti vive dei grandi pensieri e delle grandi azioni. E tutte, si illuminano dei riflessi dell'infinito.

Littré aveva il suo dio interiore. L'ideale che riempiva la sua anima era la passione del lavoro e l'amore per l'umanità.

Mi è accaduto spesso di raffigurarmelo, seduto vicino a sua moglie, come in un quadro dei primi tempi del cristianesimo; lui, che guarda la terra, pieno di compassione per chi soffre; lei, fervente cattolica, gli occhi levati verso, il cielo; lui ispirato da tutte le virtù serene; lei, da tutte le grandezze divine; riunendo in uno stesso slancio come in uno stesso cuore le due santità che formano l'aureola dell’Uomo-Dio, quella che deriva dalla dedizione a ciò che è umano, quella che emana dall'amore ardente del divino.

Lei, una santa nel significato canonico; lui un santo laico. Quest'ultima parola non mi appartiene. L'ho raccolta sulle labbra di tutti coloro che l'hanno conosciuto.

da L. Pasteur, Opere, Utet, Torino 1972, tr. it. a cura di Onorato Verona; or. fr.: Discours prononcés dans la séance publique tenue par l’Académie française pour la réception de M. Pasteur, le 27 avril 1882, Typogr. de Firmin-Didot et C., Paris 1882.