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Positivismo

Anno di redazione: 
2002
Michele Marsonet

I. La nascita del positivismo - II. Il neopositivismo del Circolo di Vienna - III. Una valutazione complessiva fra pensiero scientifico e riflessione filosofica.

 

I. La nascita del positivismo

Si definisce «positivismo» un movimento non soltanto filosofico, ma anche scientifico e culturale nel senso più vasto del termine, affine sotto molto aspetti all'empirismo e al pragmatismo. Il termine «positivismo» fu coniato da Saint-Simon e venne in seguito reso popolare nella prima metà del XIX da Auguste Comte (1798-1857), sociologo e filosofo francese che è considerato il padre del movimento positivista. Comte è, tra l'altro, l'inventore della parola «sociologia». Nella seconda metà dell'Ottocento il positivismo si diffuse nel resto dell'Europa e negli Stati Uniti. Se vogliamo trovare nella storia della filosofia espressioni che anticipano chiaramente lo "spirito" del positivismo dobbiamo ricorrere alle seguenti parole di David Hume: «Quando scorriamo i libri di una biblioteca, di che cosa dobbiamo disfarci? Se prendiamo in mano qualche volume di teologia o di metafisica scolastica, ad esempio, chiediamoci: "Contiene forse dei ragionamenti astratti intorno alla quantità o al numero?". No. "Contiene dei ragionamenti basati sull'esperienza e relativi a dati di fatto o all'esistenza delle cose?". No. Allora diamolo alle fiamme, giacché esso non può contenere nient'altro che sofisticheria e inganno» (D. Hume, Ricerche sull'intelletto umano e sui princìpi della morale, Milano 1980, pp. 335-336).

Tratto distintivo del positivismo, almeno nella formulazione originale datane da Comte, è il proposito di descrivere la storia del pensiero umano come un'evoluzione attraverso tre stadi ben distinti. Che cosa significa, infatti, «positivismo»? Secondo il pensatore francese, dalle origini fino all'Ottocento il nostro pensiero si divide in tre grandi fasi: la prima fase è quella «teologica», la seconda è quella «metafisica», mentre la terza è quella «scientifica» o, per l'appunto, «positiva». La prima fase teologica è caratterizzata dal predominio della mitologia e da una concezione della natura come "essere vivente" che manifesta gli attributi della divinità. La seconda fase è invece dominata dalla metafisica; in essa gli esseri umani si propongono di conoscere la natura (che ha perduto nel frattempo ogni caratteristica divina) mediante il pensiero astratto. In tale fase - sostiene Comte - vanno inclusi tutti i sistemi metafisici classici della filosofia occidentale. Si parte dall'antichità con Platone e Aristotele e, passando attraverso s. Agostino e s. Tommaso d'Aquino, si giunge in epoca moderna con Spinoza, Leibniz, Kant e Hegel. Ecco le parole di Comte a questo proposito: «Tutte le nostre speculazioni, quali che siano, sono inevitabilmente soggette, sia nell'individuo che nella specie, a passare successivamente attraverso tre stati teorici differenti: teologico, metafisico e positivo. Sebbene dapprima indispensabile, sotto tutti gli aspetti, il primo stato deve ormai essere concepito come puramente provvisorio e preparatorio; il secondo, che non ne costituisce in realtà che una modifica dissolvente, comporta solo un ruolo transitorio, per condurre gradualmente al terzo; ed è questo, il solo pienamente normale, a costituire, in tutti i modo, il regime definitivo della ragione umana» (A. Comte, Discorso sullo spirito positivo , p. 4).

Comte ritiene che nel XIX secolo la filosofia "debba" diventare positiva. Non si tratta a suo avviso di svalutare il pensiero del passato, poiché esso ha percorso una strada "naturale" che l'ha condotto dal mito all'elaborazione concettuale astratta. Diventando positiva, la filosofia deve invece riconoscere che l'unica e vera conoscenza è quella fornita dalle scienze le quali, da Galileo in poi, si sono affrancate dalla tutela della filosofia. È una tesi molto importante, che avrà ripercussioni enormi sul modo di concepire il lavoro filosofico nel XX secolo. Occorre in altre parole che i filosofi rinuncino alla pretesa di conoscere oggetti "privilegiati" ed ambiti di realtà che sfuggono all'indagine scientifica. Ciò significa che deve essere eliminata la "metafisica", in quanto essa rappresenta il tentativo illusorio di indagare e conoscere la realtà mediante metodi di tipo non-empirico. Comte annuncia, in termini quasi messianici, che la ricerca aristotelica dei princìpi più universali dell'essere-in-quanto-essere deve essere sostituita dalla scoperta delle grandi leggi della Natura. L'esempio paradigmatico è la legge della gravitazione universale formulata da Isaac Newton. Tali leggi descrivono dei "fatti" sperimentali e consentono la previsione di altri fatti, mentre l'unica realtà è quella concreta e sperimentabile, che può essere spiegata senza bisogno di ricorrere a qualsiasi entità o principio trascendente.

Si noti, tuttavia, che questo compito non spetta al filosofo, ma allo scienziato. Se le cose stanno così, è evidente che il ruolo della filosofia è assai più modesto e limitato di quello ipotizzato dalla metafisica. Il filosofo deve semplicemente promuovere lo "spirito scientifico" che ha consentito all'umanità di ottenere risultati decisivi nella conoscenza del mondo e di "dominarlo", e deve altresì diffondere tale spirito in tutti i campi in cui esso non è ancora penetrato. Quali sono tali campi, visto che il mondo della Natura viene indagato con successo dalla scienza, la quale non ha - almeno teoricamente - bisogno della filosofia per condurre le proprie indagini? Si tratta ovviamente del mondo sociale. Come abbiamo in precedenza accennato, Comte è l'inventore di un termine destinato a riscuotere un enorme successo: «sociologia». Non si tratta però della sociologia come viene oggi intesa, vale a dire la scienza storico-sociale che studia i vari aspetti della società, ma di un concetto molto più vasto, in quanto la sociologia comtiana prende in considerazione sia l'ordine sociale che il "progresso" sociale; quest'ultimo dipende a sua volta dalla diffusione dello spirito positivo-scientifico. Sul piano politico l'ordine sociale stesso viene immaginato secondo i criteri che sono propri delle scienze. Ecco perché, nell'ultima parte della sua vita, Comte ritenne necessario dar vita ad una sorta di "religione dell'umanità" di cui egli stesso era il Gran Sacerdote. La necessità di restringere l'oggetto della ricerca - che è poi unicamente quella scientifica - agli aspetti "positivi" della realtà pone la dottrina comtiana in aperto contrasto con qualsiasi visione religiosa della vita. Né Dio né la "causa prima" risultano esperibili e, stando così le cose, non si può ricorrere a concetti di quel tipo per fornire una spiegazione dei fatti.

Come si è in precedenza notato, la religione scientifica comtiana ha influenzato in misura rilevantissima la visione del mondo e la concezione della vita che vengono comunemente accettate nelle nazioni industrializzate e socialmente sviluppate nel XIX e nel XX secolo. Tale influenza della mentalità positivista non si limita agli ambiti filosofico e scientifico, ma ne investe anche altri: per esempio quello letterario. È sufficiente menzionare le opere di Jules Verne e di Arthur Conan Doyle per trovare una conferma immediata. La fiducia illimitata nel progresso scientifico viene automaticamente riversata nel progetto di riformare la società e di migliorare la qualità della vita dell'umanità, mentre della rivoluzione industriale si vedono solo gli aspetti positivi.

Il positivismo, d'altro canto, trovò ben presto un prezioso alleato nell'evoluzionismo di Charles Darwin (1809-1882), che presenta caratteri sia descrittivi che normativi. Esso descrive come il pensiero umano si è in effetti evoluto nel corso del tempo e, contemporaneamente, stabilisce delle norme su come dovrebbe continuare ad evolvere in futuro. Ecco allora manifestarsi la connessione tra la concezione del "progresso inevitabile" e un'etica di tipo evoluzionistico. Dovere dell'uomo diventa favorire un processo storico-naturale al quale è comunque impossibile opporsi, poiché è insito nell'ordine stesso della Natura. Questa sottolineatura dell'inevitabilità del progresso, a sua volta basato su leggi storico-naturali "immanenti", si ritrova anche nel marxismo, pur se è stato notato che l'influenza positivista è assai più netta nelle opere di Friedrich Engels che in quelle di Karl Marx. Ed è nota la polemica condotta nel nostro secolo da K.R. Popper contro lo «storicismo», inteso coma la tesi secondo cui la storia ha una meta, un piano che deve attuarsi seguendo qualche modello coerente e dotato di un carattere di inevitabilità.

Nella seconda metà dell'Ottocento la diffusione del positivismo fu quindi favorita dalla teoria evoluzionistica darwiniana. Grande influenza ebbe ad esempio il filosofo britannico Herbert Spencer (1820-1903), secondo il quale esiste una legge generale della evoluzione valida per "ogni" ambito della realtà, mentre Darwin si era limitato ad enunciare la legge dell'evoluzione delle specie viventi sulla Terra. Tuttavia il culmine della mentalità positivista si ha, sempre nella seconda metà dell'Ottocento, con l'affermazione del «meccanicismo», che fornì ai positivisti lo strumento per proporre una sintesi unitaria di tutta la conoscenza scientifica. Prese quindi corpo il progetto volto a comprendre nel modello meccanicistico del mondo ogni fatto naturale noto, inclusi quelli che la ricerca scientifica allora stava scoprendo.

A questo punto divenne ovvio che, a dispetto delle enunciazioni teoriche, i positivisti stavano proponenendo una "nuova" metafisica di tipo materialistico e immanentistico. Il modello meccanicistico intende infatti conoscere i princìpi ultimi della realtà, proprio come si propongono di fare, per esempio, la metafisica aristotelica o quella hegeliana. La realtà viene pur sempre concepita come un "intero" che presenta i caratteri classici del monismo materialistico: "tutta" la realtà è materia, e soltanto la scienza è in grado di indagarla. Di qui la crisi del positivismo classico del secolo XIX, dovuta ad alcuni fatti evidenti. In primo luogo la constatazione che esso, invece di eliminare la metafisica, ne adottava invece una nuova che poteva parimenti essere criticata e rifiutata. In secondo luogo, non tutti erano disposti ad accettare un approccio di tipo così spiccatamente "monistico" alla realtà. In terzo luogo, l'atteggiamento quasi "religioso" dell'ultimo Comte apparve ben strano a coloro che consideravano invece il positivismo uno strumento per liberare l'umanità dall'influenza della religione.

A tutto questo si può aggiungere che furono proprio i progressi della ricerca scientifica a porre problemi di grande portata. In fisica il modello newtoniano dell'azione a distanza fu sostituito da quello del campo di forze per l'elettricità e l'elettromagnetismo. In matematica la scoperta delle geometrie non-euclidee revocò in dubbio la concezione euclidea dello spazio. E anche in filosofia si verificò una reazione anti-positivista ad opera di spiritualismo, neoidealismo e neokantismo. Dal canto loro, i pensatori pragmatisti come C.S. Peirce (1839-1914) e W. James (1842-1910), pur essendo vicini al positivismo sotto alcuni aspetti, notarono che il il sapere scientifico, essendo intrinsecamente fallibile, non può trasformarsi in una nuova metafisica. Al positivismo dell'Ottocento si ispira nel XX secolo il neopositivismo, o empirismo logico, che ne aggiorna le tesi in sintonia con le più recenti scoperte scientifiche.

II. Il neopositivismo del Circolo di Vienna

Agli inizi degli anni '20 del XX secolo alcuni filosofi e scienziati, sotto la guida di Moritz Schlick (1882-1936), si riuniscono a Vienna dando vita al celebre "Circolo" che dalla capitale austriaca prese il nome (Die Wiener Kreise). Tra gli esponenti principali si possono menzionare Rudolf Carnap, Otto Neurath, Hans Hahn, Friedrich Waismann e Kurt Gödel; le riunioni vengono sporadicamente frequentate anche da Ludwig Wittgenstein e Karl Raimund Popper, che non ne fanno parte ufficialmente. Il movimento filosofico cui il Circolo di Vienna diede origine si definisce indifferentemente «positivismo logico», «empirismo logico» o «neopositivismo logico», essendo tali espressioni sostanzialmente analoghe. Si deve notare che correnti di pensiero simili sorgono pure in Germania con il Circolo di Berlino (Hans Reichenbach e Carl Gustav Hempel), e in Polonia con la Scuola di Leopoli-Varsavia (Stanislaw Lesniewski, Jan Lukasiewicz, Tadeusz Kotarbinski, Kazimierz Ajdukiewicz, Alfred Tarski).

Il neopositivismo del Novecento è una versione aggiornata e più sofisticata del positivismo ottocentesco, del quale conserva l'empirismo radicale, l'attenzione per lo sviluppo delle scienze (soprattutto formali e naturali) e la spiccata avversione nei confronti della metafisica. Come i positivisti classici del secolo precedente, i neopositivisti o empiristi logici non considerano più la filosofia come tentativo di costruire "visioni del mondo" onnicomprensive, ma alla stregua di "attività" volta a chiarificare il significato di concetti ed espressioni linguistiche. L'obiettivo è elaborare una filosofia "scientifica" che rispetti quanto più possibile criteri di rigore e di esattezza. È, questo, il tratto che distingue in maniera più marcata il nuovo positivismo da quello tradizionale. I rappresentanti del Circolo di Vienna attribuiscono infatti un ruolo fondamentale e fondante alla logica formale o matematica (il che spiega l'aggiunta dell'aggettivo «logico» a positivismo). Vengono quindi adottate ed esaltate le tecniche logiche elaborate in un primo tempo da Gottlob Frege, e poi da Bertrand Russell e Alfred North Whitehead nei primi anni del Novecento con la monumentale opera Principia Mathematica. Tali tecniche si propongono di creare linguaggi artificiali e "neutri" in grado di eliminare le ambiguità inevitabilmente presenti nel linguaggio quotidiano (o ordinario). Tutto ciò si traduce in un programma di rifondazione radicale della conoscenza su basi empiriche, che avrebbe dovuto condurre alla elaborazione di un "linguaggio unificato" dell'intera scienza sul modello della fisica.

A tale riguardo, i neopositivisti diedero vita ad un ambizioso progetto editoriale denominato International Encyclopaedia of Unified Science, diretta da Otto Neurath (1882-1960), e ad una rivista, il Journal of Unified Science, nei quali doveva per l'appunto prendere corpo il programma di unificazione delle scienze su basi fisicalistiche. L'Enciclopedia mirava secondo Neurath a dimostrare la possibilità che le varie attività scientifiche, come l'osservazione, l'esperimento e il ragionamento, vengano sintetizzate per favorire il progresso di una scienza concepita in termini unitari. Per i neopositivisti i vari aspetti dell'epistemologia, come il rapporto tra conoscenza ed esperienza e la struttura delle teorie, erano validi per qualunque disciplina scientifica, fosse essa naturale o storico-sociale. Il progetto, tuttavia, si interruppe ben presto e l'unico volume della Enciclopedia fu pubblicato a Chicago nel 1938. Ciò a causa sia della crisi del neopositivismo già manifestatasi negli anni '30 con le critiche di Popper e altri, sia della defezione del caposcuola del pragmatismo John Dewey (1859-1952), che era stato convinto da Neurath - pur con molte difficoltà - a collaborare al progetto con un articolo intitolato L'unità della scienza come problema sociale . Dewey, pur condividendo con i neopositivisti l'interesse per la metodologia scientifica, non poteva accettare il loro atomismo logico e la rigida separazione da essi tracciata tra mondo della scienza e mondo della morale.

Come già i positivisti del secolo precedente, i Viennesi ritenevano che la scienza esaurisse in toto la conoscenza, e che lo "spirito scientifico" dovesse quindi trasferirsi anche in ambito filosofico. Moritz Schlick sosteneva che il filosofo che conoscesse soltanto la filosofia non era in grado di svolgere il proprio lavoro: egli doveva invece essere esperto in almeno una disciplina scientifica se voleva che i suoi discorsi avessero senso. La conoscenza deriva soltanto dalla scienza, e le proposizioni della metafisica sono enunciati privi di significato. Questa tesi viene illustrata con grande efficacia nel "manifesto" del Circolo, dove si legge: «Se qualcuno afferma "esiste un dio", "il fondamento assoluto del mondo è l'inconscio", "nell'essere vivente vi è un'entelechia come principio motore", noi non gli risponderemo "quanto dici è falso", bensì a nostra volta gli poniamo un quesito: "che cosa intendi dire con i tuoi asserti?". Risulta chiaro, allora, che esiste un confine preciso fra due tipi di asserzioni. All'uno appartengono gli asserti formulati nella scienza empirica: il loro senso si può stabilire mediante l'analisi logica; più esattamente, col ridurli ad asserzioni elementari sui dati sensibili. Gli altri asserti, cui appartengono quelli citati sopra, si rivelano affatto privi di significato, assumendoli come li intende il metafisico» (H. Hahn, O. Neurath, R. Carnap, La concezione scientifica del mondo , p. 76).

Il significato pertiene dunque alle proposizioni empiriche della scienza e a quelle analitiche della logica e della matematica. Queste ultime sono - secondo la terminologia utilizzata da Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus  - «tautologie», e cioé asserzioni sempre vere che in quanto tali non aggiungono alcunché alla conoscenza. Possiamo conoscere soltanto la realtà empirica, e non esistono le proposizioni «sintetiche a priori» ipotizzate da Kant. Senza dubbio Ludwig Wittgenstein, attraverso il Tractatus, esercitò una grande influenza sui membri del Circolo di Vienna, anche se occorre notare che essi diedero del suo pensiero un'interpretazione superficiale senza comprenderne i tratti più problematici.

La filosofia, dunque, cessa di essere conoscenza per diventare mera attività chiarificatrice del linguaggio, ed essendo per i neopositivisti l'intero sapere riducibile alla scienza empirica, il filosofo altro non può fare che analizzare l'unico discorso significante: quello scientifico. Le proposizioni della metafisica non sono semplicemente false, ma "prive di senso", poiché essa intende studiare un regno di entità circa le quali nulla può essere detto. Ciò in sintonia con il primo Wittgenstein, che nel Tractatus scriveva: «Il metodo corretto in filosofia sarebbe dunque il seguente: non dire nulla eccetto ciò che può essere detto, e cioè le proposizioni della scienza naturale - vale a dire, qualcosa che nulla ha a che fare con la filosofia - e quindi, ogni volta che qualcuno volesse dire qualcosa di metafisico, mostrargli che non è riuscito a dare un significato a certi segni contenuti nelle sue proposizioni» (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 6.53, p. 81).

Il neopositivismo si presenta come un modo totalmente nuovo di fare filosofia, ma un'analisi attenta consente di identificare i suoi antenati nei sofisti dell'antica Grecia, in alcuni nominalisti medievali, negli empiristi britannici e nei positivisti classici del XIX secolo come Comte. Sono i risultati ottenuti dalla scienza moderna e contemporanea e dalla logica matematica a consentire ai seguaci del neopositivismo di adottare una visione ancora più radicale. Lo scopo è la rifondazione della filosofia, che dev'essere liberata completamente dalle inutili speculazioni metafisiche. Come i loro predecessori dell'Ottocento essi si condiderano i sacerdoti dello "spirito scientifico" e, a differenza di Max Weber (1864-1920), adottano una visione totalmente ottimistica del progresso scientifico. La conclusione del loro "manifesto" è un'esaltazione incondizionata della razionalità scientifica occidentale: «Noi vediamo come in crescente misura lo spirito della concezione scientifica del mondo pervada le forme dell'attività personale e pubblica, dell'istruzione, della prassi educativa, dell'architettura, nonché contribuisca a promuovere l'organizzazione del vivere economico e sociale secondo principi razionali. La concezione scientifica del mondo è al servizio della vita, che la recepisce» (H. Hahn, O. Neurath, R. Carnap, La concezione scientifica del mondo, p. 99).

Perno della concezione filosofica neopositivista è il celebre «principio di verificazione», secondo cui una proposizione è dotata di senso soltanto se la sua verità può essere stabilita, in maniera immediata o mediata, attraverso osservazioni empiriche. Si notò subito, tuttavia, che in base a questo assunto l'eliminazione della metafisica diventa un'impresa senza speranza. Com'è possibile accertare, mediante osservazioni puramente empiriche, la verità della stessa proposizione che esprime il principio di verificazione? Dal momento che ciò non si può fare, occorre ammettere che tale proposizione "sfugge" alla verifica osservativa. I neopositivisti intendevano dunque eliminare la metafisica facendo ricorso ad un principio che, adottando i canoni da essi fissati, risulta a ben guardare di tipo metafisico. Si ebbero successivamente alcune "liberalizzazioni" del principio, soprattutto ad opera di Rudolf Carnap, ma esse non riuscirono a risolvere il problema di fondo. Il radicale programma dei Viennesi entrò quindi in crisi, e venne rimpiazzato dal falsificazionismo di Karl R. Popper e dall'epistemologia post-empirista che ha in Thomas Kuhn e in Paul Feyerabend gli esponenti principali.

Particolare considerazione meritano, per l'influenza che hanno avuto nel XX secolo, le tesi di Rudolf Carnap (1891-1970), che parla in un famoso articolo degli anni '30 di eliminazione della metafisica mediante l'analisi logica del linguaggio. Egli considera la metafisica come una congerie di "pseudo-enunciati" che non rispettano le regole del significato ed afferma che, con gli strumenti logico-formali, si può mettere a nudo l'ingannevole linguaggio metafisico. A questo fine estrapola alcuni passaggi tratti da Hegel e Heidegger sottoponendoli all'analisi logica. Ecco le sue parole: «Allo stesso modo degli esempi considerati, "principio" e "Dio", anche la maggior parte degli altri termini specificamente metafisici è senza significato, come per es.: l'"Idea", l'"Assoluto", l'"Incondizionato", l'"Infinito", l'"essere dell'ente", il "non-ente", la "cosa in sé", lo "spirito assoluto", lo "spirito oggettivo", l'"essenza", l'"inseità", l'"in-per-se-ità", l'"emanazione", la "manifestazione", l'"articolazione", l'"Io", il "non-Io", ecc. [...] Il metafisico ci dice che non si possono addurre condizioni empiriche di verità; se egli aggiunge che con una tale parola vuol tuttavia intendere "qualcosa", noi sappiamo che con ciò egli accenna solo alle associazioni d'idee e sentimenti, dai quali, però, la parola non ottiene nessun significato. Le proposizioni cosiddette metafisiche, contenenti tali parole, non hanno nessun senso, non vogliono dire nulla, e sono solamente pseudoproposizioni» (R. Carnap, Il superamento della metafisica mediante l'analisi logica del linguaggio , p. 513).

L'esame carnapiano ci consente tutt'al più di comprendere che parecchi pensatori estranei alla tradizione analitica (ma non certamente "tutti") indulgono alla "magia delle parole". Tuttavia occorre rilevare che oscurità o allusività non coincidono necessariamente con l'assenza di significato, né dal fatto che Martin Heidegger utilizza spesso un linguaggio oscuro è possibile dedurre che le sue proposizioni sono prive di senso. Inoltre, Carnap e i neopositivisti in genere sembrano ignorare che il termine «metafisica» possiede molte connotazioni semantiche, mentre un attento studio della storia della filosofia dimostra che molti metafisici - Aristotele è un caso emblematico - sono pensatori rigorosissimi anche dal punto di vista logico.

L'assolutezza del ruolo che il linguaggio svolge nella filosofia neopositivista riflette i caratteri fondamentali della "svolta linguistica" iniziata da Gottlob Frege (1854-1941), e in questo senso il neopositivismo si può considerare, pur con marcati tratti di originalità, parte della più vasta tradizione analitica. Non v'è dubbio che i Viennesi hanno il merito di aver attirato l'attenzione dei filosofi su un problema reale, poiché ai nostri giorni è difficile negare che la scienza ha per davvero sostituito la filosofia in molti settori della conoscenza. Né si può ignorare che essi - seguendo l'esempio di classici come Descartes, Leibniz e Kant - hanno indicato la strada per rinnovare il rapporti tra scienza, filosofia, e la stessa metafisica, che ha tratto senz'altro giovamento da alcune delle loro analisi corrosive.

L'aspetto della filosofia neopositivista che oggi appare più datato è il progetto di trasformare i filosofi in analisti del linguaggio, con il che essi svolgerebbero funzioni che, pur non essendo totalmente inutili, si rivelerebbero comunque secondarie e ausiliarie rispetto a quelle degli scienziati; parafrasando la concezione medievale della filosofia come ancella della teologia, si può dire che la filosofia intesa come mera analisi del linguaggio diventerebbe una semplice ancella della scienza, pronta ad obbedire a ogni suo comando e del tutto priva di autonomia. A questo tipo di concezione reagì Ernst Bloch (1885-1977) notando che la filosofia si è degradata da vessillifero della scienza a suo fanalino di coda. Occorre tuttavia rammentare che gli stessi scienziati non sembrano concordare con una simile prospettiva, dal momento che interrogativi di carattere spiccatamente filosofico-metafisico si pongono continuamente proprio nell'ambito della scienza contemporanea. Non sono pochi gli scienziati che oggi criticano i filosofi che trascurano le questioni metafisiche che sorgono all'interno delle loro stesse discipline.

Ma la caducità della visione neopositivista si comprende ancora meglio esaminando quanto afferma il filosofo britannico Alfred J. Ayer (1910-1989), autore del celebre volume Linguaggio, verità e logica , edito nel 1936 e tuttora considerato l'introduzione più chiara alle tesi del neopositivismo. Dalla lettura del già menzionato "manifesto" del Circolo di Vienna si evince una tesi di fondo: se non è possibile dire da quali esperienze una proposizione sarebbe verificata almeno in linea di principio, allora essa è priva di significato. Questa sorte, tuttavia, non tocca soltanto agli enunciati metafisici, ma anche a quelli dell'etica e della teologia.

Ayer sostiene che le affermazioni di valore etico acquistano significato nella misura in cui si possono tradurre in affermazioni "empiriche" o "di fatto". «Nel nostro linguaggio - egli prosegue - gli enunciati contenenti simboli etici normativi non equivalgono a enunciati esprimenti proposizioni psicologiche, o comunque empiriche, di nessun genere» (A.J. Ayer, Linguaggio, verità e logica, p. 133). Ne segue che i concetti etici fondamentali non sono analizzabili, né è possibile spiegare il "perché" di questo fatto. Non resta che una sola conclusione: «Diciamo che la ragione per cui non sono analizzabili, sta nel loro essere puri e semplici pseudo-concetti. La presenza del simbolo etico nella proposizione non aggiunge nulla al suo contenuto fattuale. Ora comprendiamo perché è impossibile trovare un criterio che determini la validità dei giudizi etici. Se l'enunciato non afferma nulla, ovviamente non ha senso chiedere se ciò che afferma è vero o falso» (ibidem, pp. 135-139). La stessa strategia di stampo meramente linguistico viene estesa alla teologia: «Non vi possono essere verità trascendenti di fede religiosa, poiché gli enunciati cui il teista ricorre per esprimere tali "verità" non hanno significato nel senso letterale» (ibidem, p. 154). Si possono quindi facilmente comprendere le accuse di "irrilevanza filosofica" che alle dottrine neopositiviste sono state spesso rivolte dagli esponenti di altre tendenze di pensiero.

III. Una valutazione complessiva fra pensiero scientifico e riflessione filosofica

Procedendo ora a tracciare una valutazione complessiva - per quanto schematica - delle principali tesi sostenute dai neopositivisti logici, si può subito notare che la concezione puramente "linguistica" della verità consente, da un lato, di determinare una precisa linea di confine tra le asserzioni della matematica (e della logica) e le asserzioni delle scienze empiriche, mentre dall'altro spiega la stessa conoscenza logico-matematica senza fare appello ai princìpi primi della metafisica o ad entità astratte quali concetti e idee. Con la logica e la matematica messe al sicuro in quanto conoscenza puramente analitica, e con la metafisica teoricamente eliminata in quanto discorso non significante, tutto ciò che restava da fare era trovare una caratterizzazione adeguata per la stessa filosofia.

Essa venne in pratica ridotta all'analisi logica del linguaggio. La principale differenza tra la filosofia (intesa appunto come analisi linguistica) e la scienza vera e propria (cioè l'insieme delle scienze empiriche con la fisica in posizione preminente, e di quelle storico-sociali concepite secondo canoni puramente riduzionistici) consiste nel fatto che la filosofia si occupa esclusivamente di linguaggio e di significato, mentre le questioni fattuali sono di competenza della scienza. Tutto ciò ha una conseguenza di grande portata: la scienza empirica tratta in modo esclusivo tutte le questioni concernenti il mondo extra-linguistico. D'altra parte, essendo la filosofia ormai confinata in un regno puramente linguistico, non resta al filosofo alcun dominio di ordine più alto e trascendente la realtà empirica di cui occuparsi; egli può dedicarsi - se vuole parlare in modo significante - soltanto al linguaggio, che è poi lo strumento usato dagli scienziati per condurre le loro indagini sulla realtà extra-linguistica. Lo scopo dell'analisi si identifica pertanto con la chiarificazione del linguaggio al fine di renderlo preciso e perspicuo al massimo grado; solo agendo così è possibile distinguere gli "pseudo-problemi" (che sono poi quasi tutti quelli presi in considerazione dalla filosofia tradizionale) dai problemi genuini. Ne deriva che, quali che siano le difficoltà incontrate dai neopositivisti per definire il metodo dell'analisi logica, resta chiaro che la differenza che intercorre tra filosofia e scienza è la medesima differenza che passa tra il «linguaggio» da un lato, ed il «mondo» che il linguaggio stesso descrive dall'altro.

La preponderanza del ruolo che il linguaggio svolge all'interno della concezione neopositivista della filosofia ben si accorda con i caratteri fondamentali di quella che, da Frege in avanti, si suole definire «svolta linguistica» ( linguistic turn ). Tale svolta ha influenzato in modo marcato gran parte del pensiero del nostro secolo, ivi incluse le correnti filosofiche che si richiamano all'ermeneutica. In sostanza, gli empiristi logici si pongono il seguente quesito: «Com'è possibile, a fronte degli enormi risultati conoscitivi conseguiti dalla scienza contemporanea, conservare l'utilità e la significanza di una filosofia concepita quale impresa autonoma?». È evidente, infatti, che, se si accetta il presupposto neopositivista della morte della metafisica, allora risulta indispensabile dotare la filosofia tanto di un ambito di ricerca quanto di una metodologia che risultino in qualche modo indipendenti dalla pratica scientifica.

Per quale motivo, dunque, l'analisi del linguaggio assume una rilevanza così grande nel modello di indagine filosofica tracciato dai neopositivisti? Una risposta a tale domanda può essere data solo se si astrae dall'interpretazione più superficiale del neopositivismo, ammettendo finalmente che, per questa scuola, l'analisi del linguaggio scientifico è assai simile ad un'impresa di tipo metafisico che intende determinare in modo preciso i "limiti del senso". È ovvio, del resto, che si tratta di una strategia la quale affonda le proprie radici nel Tractatus wittgensteiniano. Ecco dunque che gli analisti del linguaggio, muovendosi nella direzione suaccennata, trovano il modo di svolgere un compito importante.

Anche se storicamente non è corretto affermare che la svolta linguistica ha semplicemente "rimpiazzato" il punto di vista trascendentale kantiano, essa ne rappresenta comunque il naturale proseguimento. Diamo allora per scontato - almeno momentaneamente - l'assunto neopositivista secondo il quale la filosofia è stata completamente sostituita, in ambito cognitivo, dalle scienze (siano esse naturali o storico-sociali). Così stando le cose, diventa in pratica necessario concludere che della filosofia non v'è più bisogno. I filosofi trasformati in analisti del linguaggio assumerebbero a quel punto delle funzioni che, pur non essendo inutili, si rivelerebbero comunque secondarie e ausiliarie rispetto a quelle degli scienziati.

È noto che, affermando che la scienza doveva assumere quali punti di riferimento le caratteristiche percettive e concettuali della nostra esperienza, Kant aveva in animo di salvaguardare la conoscenza dallo scetticismo humeano, senza peraltro ricalcare gli eccessi razionalisti. Era comunque naturale che, identificando il discorso scientifico con la comprensione dell'apparenza, il pensiero kantiano finisse col determinare un interesse non certo episodico nei confronti di un dominio il quale, prendendo sul serio le sue tesi, alla mera apparenza non può certo essere ridotto. Né si può ovviamente scordare che, rigettando il ponte kantiano del «sintetico a priori», il neopositivismo si proponeva di sbarrare ogni spiraglio che potesse dar adito ad un ritorno in campo della metafisica; proprio in questo spirito deve essere valutata la riduzione neopositivista di ogni tipo di conoscenza a fattori puramente empirici o puramente linguistici, senza alcun residuo. Ecco quindi spiegata la differenza tra scienza da un lato e filosofia dall'altro: poiché la filosofia di null'altro deve preoccuparsi se non della ricerca del significato, tutte le questioni riguardanti la verità competono - in modo esclusivo - alla scienza.

Al filosofo in quanto tale spetta unicamente un compito di chiarificazione e di ricostruzione di un materiale già dato, dovendo egli occuparsi di esplicitare il senso degli enunciati della scienza e di ricostruire il suo linguaggio in maniera precisa. D'altro canto lo scienziato, preoccupandosi di stabilire la verità delle proposizioni che si riferiscono al mondo, elabora teorie che risultano sottoponibili al procedimento di verificazione. Tuttavia, dedurre da ciò che i filosofi neopositivisti siano semplicemente i "portatori d'acqua" degli scienziati costituisce un frantendimento. Se viene attribuito ai filosofi analitici il compito di fissare tanto la natura quanto l'estensione del discorso dotato di senso, è ovvio che chiunque - incluso lo scienziato - dovrà prima o poi passare sotto le loro forche caudine. Il discorso significante comprende anche quello scientifico, e ne consegue che i poteri dei filosofi si estendono fino al punto di stabilire i parametri che la stessa ricerca scientifica è costretta a rispettare se vuole essere ammessa nel novero del discorso significante di cui sopra. L'indagine scientifica, dunque, è tutt'altro che indipendente dalla filosofia concepita come analisi del linguaggio, dal momento che è proprio ques'ultima a determinare i limiti che essa non deve oltrepassare (pena, appunto, la caduta nel non-senso).

Che cosa diventa, allora, l'analisi logico-linguistica qualora venga concepita in questi termini? E si può seriamente sostenere che essa si limita al mero esame dei termini e delle proposizioni? Dovrebbe essere chiaro, in base a quanto s'è appena detto, che alla seconda domanda dev'essere data risposta negativa. Invece di eliminare la metafisica, l'analisi linguistica si trasforma in un'altra "filosofia prima" la quale, fissando i limiti del senso, detta altresì le leggi che determinano la possibilità della conoscenza umana. Dopo aver notato tutto questo, diventa arduo negare che esista un'influenza kantiana sui neopositivisti e i filosofi analitici. Si tratta di un'influenza più mediata che diretta, ma essa è comunque ben percepibile. Come Kant si contrappone agli eccessi razionalisti, così i rappresentanti della svolta linguistica reagiscono agli eccessi idealistici (in questo senso, occorre ribadirlo, bisogna interpretare la lettura completamente negativa e parodistica che Carnap fornisce del pensiero hegeliano). D'altra parte, strette analogie si trovano pure tra l'intento di Kant di limitare i danni dello scetticismo humeano e quello neopositivista/analitico di mettere al riparo la conoscenza dai problemi creati da quella crisi dei fondamenti che tra Ottocento e Novecento insidiava le principali discipline scientifiche.

Ma le analogie non si fermano a questo punto. Per Kant, la nostra conoscenza della realtà risulta sempre "mediata", nel senso che essa non può mai prescindere da quelle categorie che, sole, possono dare forma all'esperienza umana. Di qui l'impossibilità di qualsiasi conoscenza assoluta della realtà: ogni conoscenza ha senso solo in quanto è relativa all'apparato concettuale. Neopositivismo e filosofia analitica altro non fanno che trasferire tale apparato concettuale - il "filtro" dell'esperienza - dall'intelletto al linguaggio. Nell'un caso e nell'altro ci troviamo di fronte a pre-condizioni che svolgono un ruolo tanto necessario quanto fondamentale nell'acquisizione della conoscenza. Come Kant si interroga circa le condizioni che presiedono alla possibilità della conoscenza, analogamente neopositivisti e analitici si chiedono quali siano le condizioni che presiedono alla possibilità del discorso significante.

Vi è una chiara ascendenza kantiana anche nella tesi secondo cui la conoscenza della realtà è sempre «relativa al linguaggio ed agli schemi concettuali che esso incorpora», derivazione del resto accertabile nel celebre passo in cui Otto Neurath afferma che gli uomini sono imbarcati sin dall'inizio su una nave concettuale dalla quale non possono sbarcare e che può essere riparata soltanto durante la navigazione in mare aperto. Se così stanno le cose, è ovvio concludere che possiamo conoscere il mondo extra-linguistico - ammesso che esista - solo grazie all'apparato concettuale, tesi del resto ripresa da autori post-positivisti come W. Quine (1908-2000).

Secondo i neopositivisti quella scientifica è una conoscenza di tipo universale e atemporale: le regole metodologiche della scienza "si incarnano", senza subire modificazioni significative, in epoche e contesti culturali diversi. Dovrebbe essere evidente che questo modello propone una spiegazione essenzialistica del cambiamento delle teorie scientifiche. L'essenzialismo è dato dal fatto che si cerca di eliminare il fattore-tempo dalla scienza, spiegando il cambiamento delle teorie in termini puramente sincronici. Tuttavia vi sono, alla base della visione neopositivista, delle assunzioni non giustificate. Nessuno, ad esempio, è mai riuscito a dimostrare che la presenza del senso coincida con la verifica empirica, né risulta incontrovertibile il predominio della dimensione "logico-linguistica" su quella "pratica" (ciò che gli scienziati "fanno"). Si dà per scontato, infine, che la verità oggettiva sia realmente disponibile e possa essere comunicata tramite la costruzione di un linguaggio artificiale (logico) canonico. Ciascuna di queste assunzioni è stata revocata in dubbio da quella che oggi si suole definire la "nuova filosofia della scienza".

Carnap e gli altri esponenti neopositivisti mostrano ben poco interesse per le problematiche del cambiamento scientifico, e ciò non è affatto sorprendente qualora si consideri l'impostazione esclusivamente logico-linguistica delle loro opere. Un certo interesse per il problema del cambiamento delle teorie si ritrova negli scritti del neoempirista berlinese (trasferitosi negli Stati Uniti negli anni '30) H. Reichenbach (1891-1953). Tuttavia, è con il pensiero di Karl R. Popper che tale problema diventa davvero cruciale. Nel modello popperiano la scienza cessa di essere un sistema statico per diventare un'impresa dinamica in grado di modificare se stessa senza posa. In altri termini, le rivoluzioni scientifiche sono destinate a succedersi per sempre o, per dirla con il titolo dell'autobiografia popperiana, «la ricerca non ha fine».

Tra la fine degli anni '50 e i primi anni '60 del XX secolo cominciarono ad acquistare peso negli ambienti epistemologici le tesi di alcuni autori che, seguendo il sentiero popperiano, si proponevano di rompere lo schema - da essi giudicato irrealistico e non fedele alla pratica scientifica - proposto dal neopositivismo. I più importanti tra essi sono Thomas S. Kuhn, Imre Lakatos e Paul K. Feyerabend. Il problema del cambiamento scientifico diventa nei loro scritti predominante, e ad essi va attribuito il merito di aver sottolineato la dimensione storico-temporale della scienza. Questi autori si distaccano dalle tesi neopositiviste su parecchi punti qualificanti. In primo luogo, sviluppando la lezione popperiana secondo cui l'osservazione è sempre impregnata di teoria, essi negano l'esistenza di una radicale antitesi tra la dimensione teorica e quella osservativa. Viene quindi contestata la concezione "cumulativa" del passaggio da una teoria scientifica all'altra, ragion per cui i contenuti di una teoria non vengono interamente preservati quando essa viene sostituita da un'altra. È facile comprendere che, in questo modo, si nega che vi sia l'invarianza di significato degli enunciati osservativi nel processo di cambiamento teorico. Il cambiamento scientifico acquista un carattere essenzialmente diacronico e risente in maniera essenziale dei mutamenti che avvengono nel contesto storico-sociale. Ne consegue che l'insistenza sugli aspetti puramente logici della giustificazione conduce a trascurare - come è in effetti avvenuto in ambito neopositivista - l'aspetto "dinamico" della scienza e il contesto più vasto (pratico, storico e sociale) in cui la essa nasce e si sviluppa.

 

Documenti della Chiesa Cattolica correlati:
DH 4511-4512; DH 4810; Fides et ratio, 88.

Bibliografia: 

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