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Gli scienziati pregano? Una selezione di preghiere composte da uomini di scienza

Gennaio 2013

La preghiera dell’alchimista, di Nicolas Flamel (1330-1418),

La preghiera di Flamel documenta lo spirito che animava le attività delle prime scuole naturalistiche che si occupavano di alchimia. L’alchimista tenta di emulare le operazioni attraverso le quali il “Tecnico Supremo” provoca le trasformazioni della materia, del quale l’uomo sarebbe, di conseguenza, un degno apprendista. Di interesse anche per coloro che non condividono la fede nel Dio dei cristiani, essa rivela un percorso mistico di elevazione personale. Il termine Dio può essere qui inteso come il riferimento a valori oggettivi che l’uomo deve riconoscere, rispettare e coltivare, e che si potrebbero leggere sulle basi del platonismo presente in tali scuole. Sotto il principio che esistano dei valori di giustizia, verità e bellezza, l’alchimia suggerisce che le operazioni pratiche della scienza e della tecnologia debbano richiedere un totale coinvolgimento personale dell’operatore, che di quelle operazioni riconosce la dimensione immanente (crescita personale), ma anche quella sociale ed etica; esse, infatti, avvengono parallelamente ad un processo di rinuncia al proprio ego per rendersi disponibile ad ideali altruistici più nobili. Il testo della preghiera qui proposto è quello presentato da Giuseppe Del Re (1932-2009) nella voce Alchimia del Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, ed è tratta dai commenti, in latino e francese, che lo stesso Flamel appose al suo Libro delle figure geroglifiche.

«Dio onnipotente ed eterno, Padre di luce celestiale, da cui vengono come un dono tutte le cose buone e perfette, ti preghiamo nella tua infinita misericordia perché possiamo conoscere la tua infinita saggezza, attraverso la quale tutte le cose vengono create, governate e conservate. Lascia che essa ci accompagni passo dopo passo nelle nostre operazioni, così che, per mezzo del suo spirito, noi possiamo trovare la vera conoscenza ed il giusto metodo di questa nobile Arte, che è la miracolosa pietra della saggezza, che tu nascondesti al mondo e che a volte riveli ai tuoi eletti. Consentici di iniziare correttamente i nostri primi passi, affinché possiamo continuare con costanza il nostro lavoro, ed affinché lo possiamo completare in maniera benedetta e goderne con eterna gioia, attraverso la miracolosa pietra angolare, costituita prima dell’inizio dei tempi».

da G. del Re, Alchimia, in “Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede”, a cura di G. Tanzella-Nitti e A. Strumia, Città Nuova - Urbaniana University Press, Roma 2002, p. 53. Per le edizioni contemporanee del Libro dei Geroglifici, cfr. N. Flamel, Le livre des figures hiéroglyphiques, Planète, Paris 1971.

Johannes Kepler (Weil, Württemberg, 1571 - Ratisbona, 1630).

Considerato uno dei più grandi astronomi di tutti i tempi, contemporaneo di Galileo, a Keplero spetta il merito di aver eliminato il ricorso a deferenti ed epicicli nell'interpretazione dei moti planetari e di aver riconosciuto la natura ellittica delle orbite planetarie, abbandonando la teoria del moto circolare dei pianeti e con essa il pregiudizio della perfezione di questo moto. Convinto assertore dell’eliocentrismo, Keplero diede, con la sua nuova visione del sistema solare, un contributo decisivo alla difesa del sistema copernicano. La sua opera principale è sicuramente l’Astronomia nova seu physica coelestis tradita commentariis de motibus stellae Martis ex observationibus G.V. Tychonis Brahe (1609) che contiene la formulazione delle prime due leggi che portano il suo nome, alle quali giungerà grazie alle misure compiute da Tycho Brahe sulle posizioni del pianeta Marte. Di modesta condizione familiare, nonostante i suoi genitori fossero luterani, egli fu battezzato cattolico, ma poi educato nella dottrina della Riforma, alla quale rimase più o meno legato per tutta la sua vita. La personalità di Keplero è caratterizzata da una profonda religiosità che si manifesta anche quando la sua ragione corre sul filo della logica esatta del suo genio matematico. Testimonianza del suo spirito sinceramente religioso è la seguente preghiera, scritta nel pieno della sua maturità, e che chiude una delle sue opere più conosciute l’Harmonices mundi libri V (1619) dove si trova formulata la sua terza legge sul moto dei pianeti.

«Fin qui, quindi, si è parlato dell’opera di Dio Creatore. Rimane adesso, con gli occhi e le mani tolti dalla tavola delle dimostrazioni e alzati al cielo, finalmente di pregare, devoto e supplichevole, il Padre della luce: A te che con la luce della natura alimenti in noi il desiderio della luce della tua grazia, onde possiamo godere della luce della tua gloria, a te rendo grazie Signore Creatore, perchè tu mi hai fatto provare gioie e godimento in tutto ciò che tu hai creato, e in tutto ciò che è frutto delle tue mani preziose. Ecco ora ho completato questo lavoro per il quale ero stato chiamato, per farlo ho utilizzato quella forza della mente che tu mi hai donato; ho mostrato agli uomini che leggeranno queste dimostrazioni la magnificenza della tua opera, o almeno quella parte della tua infinita grandezza che la mia mente è riuscita a capire. La mia mente è stata pronta a filosofare più correttamente: se vi è qualcosa di indegno sui tuoi disegni esposto da me, un verme nato e nutrito in un pantano di peccati, qualcosa che desideri che gli uomini conoscano: infondi anche questo in me, in modo che io possa correggermi. Se mi sono lasciato confondere dalla bellezza del tuo lavoro, ed ho osato troppo se ho provato piacere della mia fama tra gli uomini per il successo della mia ricerca che è destinata solo alla tua fama, perdonami o Signore nella tua misericordia e nella tua generosità. Ed infine benevolmente fà che queste dimostrazioni siano per la tua gloria e per la salvezza delle anime e che nulla sia di ostacolo a ciò».

J. Kepler, Harmonices Mundi Libri V, lib. V, cap. IX, in Gesammelte Werke, vol. VI, Munchen 1940, pp. 362-363.

«Grande è il Signore nostro, grande è la sua virtù, e la sua sapienza non ha confini: lodatelo voi, o cieli, e lodatelo voi, o Sole, o Luna, o Pianeti, qualunque senso per percepire e qualunque lingua adoperiate per manifestare il vostro Creatore; lodatelo voi, o armonie dei cieli, lodatelo voi che osservate le armonie manifeste; loda anche tu, anima mia, il Signore creatore tuo finchè vivrò; infatti da Lui, per Lui ed in Lui sono tutte le cose, tanto le cose sensibili, quanto le cose intellettuali, tanto quelle che ignoriamo del tutto, quanto quelle che conosciamo, che sono poi una piccolissima parte, giacchè non si può ancora andare oltre. A lui la lode, l’onore e la gloria nei secoli dei secoli. Amen».

J. Kepler, Harmonices Mundi Libri V, lib. V, cap. X, ibidem, p. 368.

Blaise Pascal (Clermont-Ferrand, 1623 - Parigi, 1662)

Scienziato e filosofo francese, Blais Pascal fu genio matematico precocissimo. A soli sedici anni  compose la sua prima opera scientifica "Sulle sezioni coniche" (Essai pour les coniques). I suoi successivi studi di geometria lo condussero a porre le basi della geometria proiettiva. Indagò la natura e la proprietà delle curve generate dal rotolamento continuo di un cerchio lungo una linea, come la curva cicloide, che Pascal chiamò roulette. Lavorò con Pierre de Fermat sulla teoria delle probabilità, destinata ad esercitare una grande influenza sulle moderne teorie economiche e sulle scienze sociali. Nel campo delle scienze applicate sviluppò, tra le altre cose, un primo modello di calcolatore meccanico, un computer ante litteram noto come la “pascalina”. Sulla scia del lavoro svolto da Torricelli chiarì i concetti di pressione e di vuoto. L’insoddisfazione provata nella vita “mondana", le sue sincere riflessioni sul mistero del mondo e dell’uomo, dell’infinito in particolare, nonché l'esempio della sorella Jacqueline entrata come religiosa nel convento di Port-Royal, spinse Pascal verso una vita di fede più fervente, che culminò nel noto episodio mistico del 23 novembre 1654, che diede origine alla redazione del suo accorato “Memoriale”. Di seguito riportiamo una preghiera da lui composta per saper accettare la volontà di Dio e santificare tutte le circostanze della vita.

«Fate, mio Dio, che in uniformità di spirito sempre uguale riceva tutti gli avvenimenti di ogni genere, perché non sappiamo ciò che dobbiamo chiedere, né posso augurarmi un avvenimento piuttosto che l’altro senza presunzione e senza ergermi a giudice e responsabile delle conseguenze che la vostra saggezza ha voluto nascondermi. Signore, so di sapere una cosa sola: che è bene seguirvi e che è male offendervi. Oltre a ciò, non so quale sia meglio o peggio in ogni cosa. Non so se mi sia più profittevole la salute o la malattia, la ricchezza e la povertà, né tutte le cose del mondo. E’ un discernimento che oltrepassa la capacità degli uomini e degli angeli e che sta nascosto nei segreti della vostra provvidenza che adoro e non voglio approfondire. Fate dunque, o Signore, che così come sono mi conformi alla vostra volontà; e che essendo malato, come sono, vi glorifichi nelle mie sofferenze».

Preghiera per il buon uso delle malattie, in B. Pascal, Opuscoli e scritti vari, a cura di G. Preti, Laterza, Bari 1959, pp. 42-43.

James Clerk Maxwell (Edimburgo, 1831 - Cambridge, 1879)

Considerato uno dei padri della fisica dell’era moderna, Maxwell è universalmente noto per  la sua teoria dell’elettromagnetismo e la formulazione delle equazioni differenziali che descrivono l’andamento dei campi magnetici ed elettrico. A lui si deve anche la prima formulazione statistica della teoria cinetica dei gas. Dopo il dottorato, divenne fellow del Trinity College di Cambridge. Con una ricerca sulla stabilità degli anelli di Saturno vinse nel 1859 il premio Adams rivelandosi ben presto come uno dei maggiori fisici matematici del suo tempo. Dal 1860, per cinque anni, fu professore al King's College di Londra. Durante questo periodo collaborò con M. Faraday e con altri insigni studiosi, conducendo ricerche sulla termodinamica e l’elettromagnetismo. Nel 1871, assieme alla nomina a titolare della cattedra di fisica sperimentale presso il Trinity College di Cambridge, ebbe la direzione del nuovo laboratorio di fisica, il Cavendish Laboratory. La preghiera che qui  riportiamo venne ritrovata fra le sue carte, dopo la sua morte:

«O Dio onnipotente, che hai creato l'uomo a tua propria immagine, e ne hai fatto un'anima vivente perché egli potesse cercarti e avere potere sulle tue creature, insegnaci a studiare l’opera delle tue mani in modo che possiamo sottomettere la terra a nostro uso e rafforzare la nostra ragione al tuo servizio; e ricevere la tua Parola benedetta, così da aver fede in Colui che hai mandato a darci conoscenza della salvezza e della remissione dei nostri peccati. Te lo chiediamo nel nome di Gesù Cristo nostro Signore».

Citata da T.F. Torrance, Maxwell, James Clerk, in Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, Urbaniana University Press - Città Nuova, Roma 2002, p. 1966.

Maxwell fu anche appassionato di letteratura ed autore di poesie. Il 25 aprile 1983 egli compone una poesia intitolata “A Student Evening Hymn”, alla quale affida il compito di esprimere i suoi sentimenti. Ne riportiamo il testo originale integrale inglese e la traduzione da noi proposta di alcuni versi in lingua italiana.

 

IX.
Insegnami le tue opere a leggere
Che la mia fede, —nuova forza maturando—
Possa da mondo a mondo procedere,
la ricerca della feconda Sapienza perseguendo;
Fino a che, della tua verità la mia mente imbevendo,
Io proclami l’Eterno Credo,
Spesso il tema glorioso rinnovando
Dio nostro Signore è Dio veramente.

X.
Dammi amore convenientemente per scoprire
Te in tutte le cose create,
Predicando a una razza riscattata
dalla Tua misericordia rinnovata,
Fino a che da  tutta la tua pienezza sazio
Io ti veda faccia a faccia
E con ardore senza sosta
Canti le glorie della tua grazia.

I.
Now no more the slanting rays
With the mountain summits dally,
Now no more in crimson blaze
Evening’s fleecy cloudless rally,
Soon shall Night front off the valley
Sweep that bright yet earthly haze,
And the stars most musically
Move in endless rounds of praise.

VI.
Through the creatures Thou hast made
Show the brightness of Thy glory,
Be eternal Truth displayed
In their substance transitory,
Till green Earth and Ocean hoary,
Massy rock and tender blade
Tell the same unending story—
“We are Truth in Form arrayed.”

II.
Now no more the slanting rays
With the mountain summits dally,
Now no more in crimson blaze
Evening’s fleecy cloudless rally,
Soon shall Night front off the valley
Sweep that bright yet earthly haze,
And the stars most musically
Move in endless rounds of praise.

VII.

When to study I retire,
And from books of ancient sages
Glean fresh sparks of buried fire
Lurking in their ample pages—
While the task my mind engages
Let old words new truths inspire—
Truths that to all after-ages
Prompt the Thoughts that never tire.

 

III.
Thou that fill’st our waiting eyes
With the food of contemplation,
Setting in thy darkened skies
Signs of infinite creation,
Grant to nightly meditation
What the toilsome day denies—
Teach me in this earthly station
Heavenly Truth to realise.

VIII.
Yet if, led by shadows fair
I have uttered words of folly,
Let the kind absorbing air
Stifle every sound unholy.
So when Saints with Angels lowly
Join in heaven’s unceasing prayer,
Mine as certainly, though slowly,
May ascend and mingle there.

IV.
Give me wisdom so to use
These brief hours of thoughtful leisure,
That I may no instant lose
In mere meditative pleasure,
But with strictest justice measure
All the ends my life pursues,
Lies to crush and truths to treasure,
Wrong to shun and Right to choose.

IX.
Teach me so Thy works to read
That my faith,—new strength accruing,—
May from world to world proceed,
Wisdom's fruitful search pursuing;
Till, thy truth my mind imbuing,
I proclaim the Eternal Creed,
Oft the glorious theme renewing
God our Lord is God indeed.

V.
Then, when unexpected Sleep,
O’er my long-closed eyelids stealing,
Opens up that lower deep
Where Existence has no feeling,
May sweet Calm, my languor healing,
Lend note strength at dawn to reap
All that Shadows, world-concealing,
For the bold enquirer keep.

X.
Give me love aright to trace
Thine to everything created,
Preaching to a ransomed race
By Thy mercy renovated,
Till with all thy fulness sated
I behold thee face to face
And with Ardour unabated
Sing the glories of thy grace.

Il testo è riportato in L. Campbell, W. Garnett, The Life of J.C. Maxwell and a Selection from his Correspondence and Occasional Writing and a Sketch of his Contributions to Science, Macmillan, London 1882, p. 294.


Francesco Faà di Bruno (Alessandria, 1825 - Torino, 1888)

Personaggio straordinario per la sua biografia, la sua cultura scientifica e la sua vita spirituale, ben prima della sua ordinazione sacerdotale, avvenuta il 22 ottobre 1876, aveva dato vita ad innumerevoli opere sociali nella Torino di s. Giovanni Bosco e di Vittorio Emanuele II. Ufficiale dell’esercito piemontese, matematico, inventore, docente universitario, apologeta e musicista, l’animo spirituale di Faà di Bruno emerge non solo nelle sue opere esplicitamente dedicate alla teologia e alla formazione del popolo cristiano, come il Piccolo omaggio della scienza alla divina Eucaristia (1872) e il Saggio di Catechismo ragionato (1875), entrambe scritte prima della sua ordinazione sacerdotale, ma anche nei numerosi canti popolari e liturgici da lui composti. proponiamo qui una sua riflessione sulla musica quale preghiera della natura a Dio, tratta dalla sua opera Riflessi cristiani sulla musica (1858) ed una pagina del Piccolo omaggio sull’Amore infinito di Dio.

«La musica, sorella della poesia, eco di quella grandiosa e sovrana armonia, che l’intiero universo intuona sotto la feconda mano dell’Onnipotente, è veramente la voce della natura, nella quale tutto è ordine e moto. Allorquando questo moto diviene semplice, regolare e percettibile all’orecchio, si ha il suono musicale, l’elemento costitutivo della melodia. Vi si aggiunga l’ordine dei movimenti e ne nascerà quello delle note, cioè l’armonia.

La musica, quindi, è come l’immagine più pura e brillante della vita infusa nella natura; la stessa trina legge ordinatrice del creato, in peso, numero e misura trova il suo più fedele e chiaro simbolo nella densità delle molecole aeree, nel numero e nell’amplitudine delle vibrazioni da esse eseguite: tre condizioni necessarie e sufficienti del suono, per le quali lo stesso fluido e organo ed interprete di essa presso di noi.

Mirabile disegno di Dio! Come magnifici e reconditi sono i suoi misteri!

Rappresentante così dell’ordine e del moto del creato, la musica li riflette nell’anima, calmandone le passioni e risvegliando gli assopiti sentimenti del cuore».

F. Faà di Bruno, “I pregi della musica”, cap. 1 de Riflessi cristiani sulla musica, cit. da G. Parisi (a cura di), Musica, sposa della creazione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2002, p. 30.

«Come Sovrano, come Creatore, Iddio non può non volere che le sue fatture non siano in lui. E siccome in Dio tutto è perfetto, questo volere che siano in lui e dipendano da lui, significa un possesso perfettissimo senza restrizioni, senza confini, senza requie, ma completo, perenne, infinito. Datemi un pianeta sottoposto alla più piccola forza di attrazione, prevalente alle altre forze cui potrebbe soggiacere, verrà certo un momento che il suo sole lo unirà a sé per sempre; perché maggiore e continuo si è l’impulso di attrazione. Così l’anima, ben usando di sua libertà, si volga per un istante a Dio con tale solo una intensità che prevalga alle forze perturbatrici del mondo e si lasci indi tranquillamente tirare dalla divina grazia; ecco che questa sarà così veemente nei suoi ardori che la trarrà irresistibilmente a sé incorporandola in eterno nel torrente delle sue purissime delizie. Tant’è: egli è proprio di Dio il non ammettere limiti alle sue operazioni. Possedere, amare la sua creatura egli è certo la sua dote. Ora ei conviene pur certamente alla sua onnipotenza, alla sua bontà di raggiungere, nell’ordine da lui stabilito, il massimo grado del possibile e del bene nel compiere coll’anima l’unione sua, meta finale del suo amore».

F. Faà di Bruno, Piccolo omaggio della scienza alla divina Eucaristia, Pier Giacinto Marietti, Torino 1872, pp. 97-99

 

Alexis Carrel, (Sainte-Foy-les-Lyon, Rodano, 1873 - Parigi 1944)

Le ricerche del chirurgo e fisiologo francese Alexis Carrel riguardarono principalmente la chirurgia sperimentale e il trapianto di tessuti e di organi interi. Diresse la divisione di chirurgia sperimentale del Rockefeller Institute for Medical Research di New York. Nel 1912 gli fu assegnato il premio Nobel per la medicina, per le numerose e importanti ricerche sulla sutura dei vasi sanguiferi e sul trapianto d'organi. Dimostrò la possibilità di trapiantare con successo, in un nuovo ospite, il rene di cane anche a un mese di distanza dal prelevamento, purché mantenuto a bassa temperatura. Nel 1935, in collaborazione con Charles Lindbergh, il famoso aviatore che per primo traversò l'Atlantico in solitario e senza scalo, mise a punto una pompa di perfusione per tessuti e organi in vitro (Lindbergh risolse i problemi meccanici coinvolti nel progetto). Molto noto e tradotto in varie lingue il suo libro L'homme, cet inconnu (1935). Divenne membro delle più grandi Accademie di Medicina e delle Scienze del mondo, tra le quali quella di Parigi e, dal 1936, la Pontificia Accademia delle Scienze.

La vita di Carrel è segnata dalla sua conversione, meditata e sofferta, al Cristianesimo avvenuta in seguito alla guarigione miracolosa di una giovane, Marie Bailly, malata di peritonite tubercolare verificatasi a Lourdes, dove lui si era recato come medico accompagnatore degli ammalati per sostituire un collega. I particolari di questo evento sono raccontati nel libro Viaggio a Lourdes, composto nel 1949. Da quest’opera è tratta la seguente preghiera:

«Vergine dolce, che soccorrete gli infelici, che vi implorano umilmente, proteggetemi. Io credo in Voi. Voi avete voluto rispondere al mio dubbio con un miracolo manifesto. Io non so vederlo, io dubito ancora. Ma il mio desiderio più vivo, il fine più alto di tutte le mie aspirazioni è  di credere, perdutamente, ciecamente credere, senza più discutere, senza criticare.  Il Vostro nome è più dolce del sole del mattino. Prendete Voi il peccatore inquieto, dal cuore in tempesta, dalla fronte aggrondata, che si consuma nella ricerca delle chimere. Sotto i consigli profondi e duri del mio orgoglio intellettuale giace, disgraziatamente ancora soffocato, un, il affascinante di tutti i sogni, quello di credere in Voi, di amarvi, come i frati dall’anima candida».

Alexis Carrel, Viaggio a Lourdes, Morcelliana, Brescia 2008, p. 71

 

Enrico Medi (Porto Recanati 1911 - Roma 1974)

Conseguì la laurea in fisica all'Università di Roma “La Sapienza” con una tesi sul neutrone sotto la guida del premio nobel Enrico Fermi. Divenne professore di Fisica sperimentale all'Università di Palermo (1942), poi di Fisica terrestre all'Università di Roma (1952). Dal 1949 fu direttore dell'Istituto nazionale di geofisica e realizzò una rete di Osservatori Geofisici in tutta Italia. Nel 1946 fu eletto dall’Assemblea Costituente per la DC e nel ’48 deputato parlamentare, rinunciando però nel 1953 alla carriera politica per tornare a dedicarsi alla ricerca. Dal 1958 al 1964 divenne rappresentante dell'Italia presso l'EURATOM e poi vicepresidente di questo Ente; in questa carica organizzò centri per la ricerca scientifica nei 6 Paesi che componevano allora la Comunità Europea, tra i quali il centro di ISPRA. Sotto la sua direzione fu varata e applicata nella Comunità la legge per la protezione delle radiazioni nucleari. Nel 1966 costituì la COMING Società di progettazione industriale. Nelle sue ricerche si è occupato prevalentemente di questioni inerenti l'elettricità e il magnetismo terrestre. Nel 1966 fu nominato dalla Santa Sede membro dell’allora Segretariato per i Laici. Morto il 26 maggio, 1974, il 21 maggio del 1996 viene introdotta la sua causa di beatificazione dalla diocesi di Senigallia. Medi fu autore di molte riflessioni spirituali, tra le quali proponiamo l’Inno alla creazione:

«Oh voi misteriose galassie, voi mandate luce ma non intendete; voi mandate bagliori di bellezza ma bellezza non possedete; voi avete immensità di grandezza ma grandezza non calcolata. Io vi vedo, vi calcolo, vi intendo, vi studio e vi scopro, vi penetro e vi raccolgo. Da voi io prendo la luce e ne faccio scienza, prendo il moto e ne fo sapienza, prendo lo sfavillio dei colori e ne fo poesia; io prendo voi oh stelle nelle mie mani e tremando nell'unità dell'essere mio vi alzo al di sopra di voi stesse e in preghiera vi porgo a quel Creatore che solo per mio mezzo voi stelle potete adorare».

Brano tratto dalla conferenza Gli uomini e il cielo, Prato, 30 aprile 1970. Fonte: http://www.internetsv.info/Discorsi.html

 

 

 

Pierre Teilhard de Chardin (Sarcenat, Puy-de-Dôme, 1881 - New York, 1955)

Geologo e paleontologo francese. Nel 1899 entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù, ad Aix-en-Provence. Fu professore di geologia e paleontologia all'Institut Catholique di Parigi; condusse ricerche nel bacino del Fiume Giallo e in zone dell'India, della Birmania e di Giava; studiò la fauna pliocenica d'Europa. Nel 1935 partecipò alla scoperta del Sinanthropus pekinensis, l’Uomo di Pechino, risalente a più di 300.000 anni fa. Dalla prospettiva della sua fede cristiana cercò di integrare la visione scientifica di un mondo in evoluzione con la visione di un creato che trova nell’Incarnazione del Verbo il suo compimento. L’uomo per Teilhard de Chardin è la chiave dell’evoluzione dell’Universo e Cristo ne è il motore e il “Punto Omega” allo stesso tempo, a cui tende tutta l’Umanità e il Cosmo. Nel suo pensiero troviamo la ricerca di un nuovo linguaggio, capace di riconciliare i temi dell’evoluzione e della scienza con la fede cristiana (ricordiamo la creazione di neologismi come noosfera). Eppure, proprio questo linguaggio innovativo diede origine a non pochi fraintendimenti. Alcuni anni dopo la sua morte, nel 1962, un Monitum dell'allora Sant'Uffizio dichiarava in un breve comunicato che le opere del padre gesuita di natura filosofica e teologica, a differenza di quelle di carattere scientifico, contenevano ambiguità ed errori. È in particolare il linguaggio dell’Autore, mistico e creativo, a poter indurre, se non ben compreso, verso un orientamento panteista. I successivi studi del Cardinale H. de Lubac contribuirono a chiarire meglio il senso delle tesi di Teilhard. Il brano che riportiamo, fra i numerosi testi di meditazione e di preghiere sul cosmo come creato, è tratto dall’opera Comment je crois (1934).

«In realtà, v’è una sola umiltà al Mondo, una mansuetudine, un sacrificio, una passione, un seppellimento, una risurrezione: quelli del Cristo. Tutto quanto è uno in Lui, multiplo in noi, – iniziato e perfetto in Lui, eppure completato da noi. Soprattutto la Messa e la Comunione, quanto profondo e universale si rivela il loro mistero! Quando il Cristo discende sacramentalmente in ogni suo fedele – ora lo comprendiamo–, non è solo per conversare con lui. È per annetterlo, un po’ di più, fisicamente, a Sé e a tutti gli altri fedeli nella crescente unità del Mondo. Quando Egli dice, mediante il sacerdote: «Hoc est Corpus meum» [questo è il mio Corpo] (Mt 26,26; Mc 14,22; Lc 22,19; 1 Cor 11,24. Parole della consacrazione della Messa), queste parole travalicano il mondo infinito il pezzo di pane sul quale vengono pronunciate: fanno nascere il Corpo mistico tutto intero. Oltre l’Ostia transustanziata, l’azione sacerdotale coinvolge tutto l’intero Cosmo che, gradualmente, attraverso i secoli, l’Incarnazione mai terminata trasforma. Non v’è una sola Messa al Mondo, in tutti i tempi: la vera Ostia, l’Ostia totale, è l’Universo che, sempre più intimamente, il Cristo invade e vivifica. Dalla più lontana origine delle cose sino al loro imprevedibile compimento, attraverso le dinamiche senza fine dello spazio illimitato, l’intera Natura subisce, lentamente ed irresistibilmente, la grande Consacrazione. In fondo, una sola cosa si fa, da sempre e per sempre, nel Creato: il Corpo di Cristo».

da Comment je crois, tr. it. in Meditazioni cosmiche e preghiere, Queriniana, Brescia 1994, pp. 92-93.

 

 

Francesco Severi (Arezzo, 1879 - Roma, 1961)

Matematico italiano di spicco, Francesco Severi fu Rettore dell’Università La Sapienza di Roma, incarico che lascerà nel 1925 dopo il delitto Matteotti, in profondo disaccordo col governo di allora. Nel 1939 fonda a Roma l’Istituto di Alta Matematica, assumendone la presidenza che terrà fino al 1956.I suoi meriti accademici e scientifici gli valsero la nomina di socio di ventisei accademie e società scientifiche, tra le quali l’Accademia dei Lincei, l'Accademia dei XL, la Pontificia Accademia delle Scienze e l'Académie des sciences. La sua opera scientifica prende le mosse dalla geometria proiettiva e dalla geometria algebrica. A lui si deve lo sviluppo della teoria delle serie e dei sistemi di equivalenza sopra superfici e varietà algebriche; ha inoltre dato inizio alla teoria generale della base per le curve di una superficie algebrica, alla teoria delle funzioni quasi abeliane, alla teoria delle corrispondenze algebriche. Importanti contributi ha portato anche nel campo della geometria differenziale come pure dell'analisi matematica. Giunto alla fede cristiana in maggiore età, fu critico nei confronti del neopositivismo, soprattutto nelle sue posizioni estreme che si traducevano nel disinteresse, ben più grave dell’opposizione, per la prospettiva metafisica portando alla riduzione di tutta la scienza a pura metodologia. […] Le considerazioni spirituali che riportiamo sono tratte dalle battute finali di un capitolo della sua opera “Dalla scienza alla fede” (1959).

«Piegati, uomo! Ciò che hai appreso e costruito è effimero, se non lo consideri un tentativo che allora soltanto diverrà davvero nobile e degno, di avvicinarti, con ogni tua forza, alla comprensione della Realtà, fuori dello spazio e del tempo; lascia che la parola del Divino Mediatore risuoni nel tuo cuore, medita la sua eco e attendi quell’improvvisa illuminazione e partecipazione che ti faccia ascendere di un balzo i gradini dell’ontologia esistenziale e dalla soglia del mistero ti porti alla soglia dell’Essere».

F. Severi, Dalla scienza alla fede, Edizioni Pro Civitate Christiana, Spoleto 1959, p. 118.