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Il miracolo come compimento della natura

Romano Guardini
1959

da Miarcoli e segni

Liberando la tematica del miracolo da una prospettiva puramente apologetica, l'autore propone un procedimento che aiuta il lettore a comprendere il fenomeno miracoloso come intervento di Dio nell'economia della salvezza dell'uomo. In questo brano, Guardini spiega il procedimento per cui Gesù, uomo-Dio, è autore di miracoli che sarebbero impossibili in rapporto ad ogni altra esistenza, ma naturali in rapporto alla sua. Infatti, l'attuazione del miracolo non si compie accanto alla realtà della natura ma in essa e Gesù, nel compiere il miracolo, pone a proprio servizio le leggi di natura, non abolendole, bensì portandole a compimento. Pertanto, il miracolo non è eliminazione dell'ordinamento naturale, ma suo compimento. Inoltre, nella seconda parte del brano, il lettore potrà comprendere come il fenomeno miracoloso non intacca l'unità del mondo che sopravvive all'evento miracoloso perché Dio, che è al di fuori del tempo, può intervenire in questo, influendo sul mondo con il miracolo che, una volta entrato nel mondo, sarà subito sottoposto alle leggi di natura. Il punto di ingresso di Dio nel mondo e nel momento è l'immediatezza con cui Dio assume l'uomo a sé con la grazia.

La realtà dell’Uomo-Dio

La realtà è costruita per gradini. Dal gradino inferiore non si può mai definire che cosa sia possibile su quello più elevato, poiché questo secondo, nella sua essenza, è sovrano rispetto al primo. Quando si sa quel che è possibile sul più basso, con questo non si sa ancora nulla su quello più elevato. È vero che su entrambi i gradini, e su tutti nel loro complesso, vigono le medesime leggi generali della logica e della scienza naturale; ma tali leggi sono puramente formali. Ciò che di volta in volta possa esistere qualitativamente, quanto a formazioni ed effetti, dipende dalle energie e dai principi di strutturazione, che si presentano ai diversi livelli dell'essere e prendono al loro servizio le leggi formali. La legge della gravitazione vale per la roccia come per la pianta, per l'animale come per l'uomo, per lo sciocco come per il genio, per l'egoista come per il santo. Ma, in quale maniera la «pesantezza» si eserciti in ciascuno d'essi, quale forma di prestazione, quale carattere e quale senso abbiano i loro movimenti, non dipende dalla legge, ma dall'essenza degli ambiti in questione, i quali a loro volta non possono essere dedotti, ma soltanto incontrati, trovati già esistenti.

Quando dunque si presenta una personalità, in cui Dio opera in un’unità dell’elemento personale e in un’immediatezza di legame di vita quali si verificano in Gesù, allora, a partire da qualche altro ente, si può assolutamente individuare qualcosa su ciò che per tale personalità sia possibile o impossibile. Nel nostro esempio: che l’uomo non sia in grado di camminare sull' acqua, non dice nulla sul come le cose stessero per Gesù in questo campo. Quali trasformazioni produca nella condizione del suo corpo come in quella del suo ambiente il fatto che l' essere umano sia pervaso dal dominio di Dio, ciò che noi chiamiamo «divino-umanità», può risultare chiaro solo in ragione di quello stesso fatto, della «dimostrazione della potenza» [cfr. 1 Cor 2,4].

Qui la natura entra in uno stato per il quale non v'è alcuna base di giudizio nella nostra esperienza. La materia e le energie della natura nell'ambiente della vita si trovano in uno stato diverso da quello di ciò che è privo di vita; in un altro ancora, non appena entrano nella sfera dello spirito e della sua iniziativa. Chi ha occhi, deve necessariamente vedere come organismo, sistema istintuale e così via, nella sfera dello spirito creativo, della volontà morale personale, si comportino diversamente da quando si trovano nell'economia vitale dell'animale. Nel caso di cui ci stiamo qui occupando essa (materia ed energia) è entrata in uno stato ancora una volta nuovo; e precisamente tale da avere il carattere dell' assoluto caso-limite in rapporto a tutti gli stati possibili a partire dal mondo. Esso - come risulta manifesto nell'avvenimento sul monte [Tabor] Mt 17, 1-9 -, è dinamicamente volto verso quella modalità d'essere, che viene fondata dall'evento di Pasqua, e rivela la modalità d'essere della trasfigurazione, chiamata da Paolo «nuova creazione» (Gal 6, 15), da Giovanni «nuovo cielo e nuova terra» (Ap 21, 1). Ciò che risolve il problema di cui ci occupiamo è esclusivamente l'essere di Cristo, la realtà dell'uomo-Dio. In esso la natura con le sue forze, materie ed energie, forme e ordinamenti, è in una condizione diversa da quella che si riscontra altrove. Lì sono essenziali e naturali operazioni di potenza, che superano tutte le possibilità sussistenti negli altri casi.

Di qui poi deriva anche il carattere peculiare dell'evento prodigioso operato da Gesù: vi manca tutto ciò che è ambiguo e magico; ma anche ogni dispendio di energie e ogni forzatura. Questa - come ciascuno dei suoi miracoli - scaturisce senza fatica dalla sua esistenza. Essi, una volta compiuti, si inseriscono con semplicità nella vita dei singoli e della collettività. In una parola: sono impossibili in rapporto a ogni altra esistenza; «naturali» in rapporto alla sua.

Dalla conoscenza degli altri enti, si può responsabilmente dire: «Non ho mai visto finora nulla di simile». Si può anche dire: «Fino alla prova dei fatti, non lo credo».

Non si può dire: «È impossibile», o addirittura: «È impossibile perché ne sarebbe abolita la legge di gravitazione». Agire così costituirebbe quella prevaricazione dogmatica, commettere la quale rappresenta una delle tentazioni fondamentali appunto della scienza.

Se però v'è un'esistenza come quella di Gesù, allora quegli effetti particolari in cui essa si esplica e che noi chiamiamo «miracoli», non eliminano le leggi di natura - qui la legge della gravitazione - ma le provocano a una nuova prestazione e a una nuova forma d'espressione. Il procedere sull'acqua diviene possibile attraverso un «principio», che sta in posizione più elevata del più alto livello d'esistenza nel mondo - anzi, assolutamente «alto», cioè mediante la potenza dell'uomo-Dio. Anche la sua attuazione però non si compie accanto alla realtà della natura, bensì in essa. Non in modo irreale, da fantasmi - Gesù distingue espressamente se la sua apparizione da una figura ambigua del genere (cfr. Me 6, 49 s.)- ma in maniera senz'altro reale; ma ciò significa, dal nostro punto di vista, che avviene così da prendere a proprio servizio, in tale circostanza, la legge della gravitazione. Così come - per osar di pronunciare un'affermazione tratta dall'ambito della «fisica escatologica» - la nuova creazione non «abolirà», ma «darà compimento», cioè accoglierà in un contesto nuovo di senso, non invero rappresentabile per noi, ma pure oggetto di possibile presentimento, la legge di gravitazione, insieme con tutte le altre leggi di natura, attraverso quella spiritualizzazione e trasformazione, che è accennata nell'Apocalisse. 

Con questo però si dice pure che il senso intimo del miracolo in genere è un senso escatologico. Esso preannuncia uno stato dell'esistenza, che si attuerà quando Dio sarà «tutto in tutto» [cfr. 1 Cor 15, 28]; la natura sarà assunta totalmente entro la grazia per la potenza dello Spirito Santo; la molteplicità delle distinzioni sarà recuperata entro la pura unità e quanto si trova disgregato nei reciproci rapporti sarà condotto a presenzialità semplice. Ma ciò avverrà senza che un frammento qualsiasi dell'essenza sia distrutto.

II miracolo non è eliminazione, ma compimento degli ordinamenti naturali. A questo proposito vi sarebbe molto da dire.

Il miracolo e l’unità del mondo

Rimane tuttavia ancora un'obiezione: a opera del miracolo sarebbe fatto esplodere l'ordine del mondo, e pertanto esso non potrebbe verificarsi, o non sarebbe lecito che avvenisse.

L'obiezione parte da una determinata rappresentazione del mondo, e precisamente quella che poggia sullo schema della macchina; di un sistema meccanico rigido, quindi, che consiste di elementi dati una volta per sempre e che si attiva in determinati binari. Tale sistema del mondo non tollererebbe comunque l'ingresso di un impulso nuovo, che non deriva da esso stesso. Questa rappresentazione, se pensata consequenzialmente, renderebbe impossibile non solo il miracolo, ma anche ogni atto libero, ogni processo creativo, anzi, in fondo ogni formazione di qualità, e ricondurrebbe tutto ad aspetti puramente quantitativi.

In verità, il mondo non è una totalità rigida, bensì elastica. Di più: esso non poggia solo su processi meccanici, ma anche produttivi. È un immedesimarsi reciproco di avvenimenti, di cui parecchi hanno il carattere di processi continuativi; altri però scaturiscono dall'iniziativa dell'atto libero e dalla profondità originaria del creare spirituale. È errato, e, in ultima analisi meschino, rappresentare dapprima l'immagine del mondo secondo lo schema di un sistema meccanico, e poi spiegare che anche quanto è libero e creativo dovrebbe essere costretto a forza entro di esso, o invece relegato in ambiti segregati «ideali» o «interiori», il che però qui significa «irreali». Infatti, prima di tutte le enunciazioni singole, si può porre soltanto l'enunciazione complessiva che il mondo, secondo l'impressione da esso prodotta, è bensì una totalità, un intero, una unità; ma noi non sappiamo di quale genere sia tale Intero-Unitario.

In ogni caso dev'essere di tipo tale da avere spazio per quelle originarietà. Per esprimerci con maggiore precisione: da costruirsi attingendo a esse. Il mondo è quell'intero che si realizza permanentemente dalla costruzione meccanica e dal processo che decorre con necessità, ma anche dall'interiorità viva, dalla forza d'iniziativa della libertà, dallo zampillare originario 5 dell'elemento creativo. L'immagine autentica del mondo è sempre a posteriori, non a priori; sempre risultato di ciò in cui si è imbattuti, non prescrizione di ciò in cui ci si dovrebbe incontrare. Così il mondo è capace di accogliere in sé quanto di nuovo viene dalla produttività e dalla libertà, e di costituirsi in rapporto a esso, con esso, movendo da esso, per poi lavorare ulteriormente sulla base della nuova situazione dei fatti. Il mondo non si scompagina neppure a motivo di quel «nuovo» che entra in esso a partire da un'iniziativa divina, né in senso logico né in senso reale, ma è in grado senz'altro di accoglierlo in sé.

Anzi, la rappresentazione dev'essere ancora diversamente determinata, e si deve dire che il mondo non è in assoluto un «sistema» nel senso d'una configurazione statico-fissa, ma un divenire che si svolge in termini di tempo. E questo contesto di avvenimenti non si deve pensare come se avesse il carattere d'una pura trasposizione di quantità date già dall'inizio, ma in esso vi sono dappertutto punti originanti. Sono tali quelli che si trovano in ogni vivente, almeno in ogni essere personale, il che significa, però, libero. I risultati dell'iniziativa d'essi si immettono senz'altro nel flusso del divenire e determinano il suo ulteriore procedere.

V’è un'istruttiva analogia a ciò che intendo dire: il rapporto tra anima e corpo. La rappresentazione positivistica ha visto il corpo come un sistema meccanico-biologico in sé chiuso, «nel», o «accanto al», o «sopra il» quale - forse - veniva assunto anche l'elemento spirituale. Non era pensabile che quest'ultimo operasse autenticamente travalicando se stesso nell'elemento corporeo, perché ne avrebbe turbato l'andamento secondo leggi. La teoria del parallelismo psicofisico formava l'espressione più consequenziale di questa rappresentazione, espressione che oggi ci fa l'effetto di un'assurdità. Nel frattempo essa è crollata. Come ci appare oggi, il corpo è «processo» proprio nella stessa misura in cui è «sistema»; una forma di avvenimento che si verifica in perenne divenire.

Essa viene determinata in maniera decisiva a partire dall'elemento psichico ovvero spirituale personale. Ciò va tant'oltre che poi non possiamo affatto parlare del puro «corpo» a distinzione della «pura anima», ma il corpo è invece, in ogni punto, anche «psichico», «effetto dello spirito», o lo può divenire - proprio come tutto ciò che noi sperimentiamo quale spirito, e sempre anche corporeo.

Ora, il rapporto dello spirito-anima con il corpo sembra costituire una analogia molto utilizzabile per il rapporto di Dio con il mondo o, relativamente, per quello in cui Dio ha posto il mondo con se stesso. Questo non è - come appariva l'immagine preferita a suo tempo - un orologio che il divino Maestro abbia costruito e caricato, e che ora continui a funzionare «spontaneamente». Allora, comunque, ogni operazione da parte Sua che influisse «più da lontano» sarebbe una «intrusione» e non potrebbe significare altro che disturbo. Anzi, essa attenderebbe alla dignità dell'opera e sarebbe un'ingiustizia. Ma le cose non stanno così. Il mondo invece - e con questo viene sviluppato ulteriormente il pensiero, or ora svolto, della totalità del mondo come unico svolgimento storico - in quanto realtà costantemente in divenire sta nella mano di Dio, il quale a sua volta sta al di là di ogni temporalità, vale a dire eterno. L'atto della creazione originaria - di cui parla il primo versetto della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra», cioè il mondo- produce il tempo; in se stesso però viene dall'eternità. Pertanto, esso coesiste con ogni elemento di tempo, che in verità è identico con il relativo elemento d'essere.

Perciò Dio può operare influendo anche in ogni momento, cioè in ogni elemento d'essere, in quel modo che sopra è stato caratterizzato come miracolo, senza che l'ordine del mondo sia turbato. Ma il «punto d'ingresso», se così si può chiamarlo, di tale operare - e con questa ci riallacciamo all'ipotesi preliminare fatta all'inizio di queste riflessioni - è quella immediatezza in cui Dio assume in sé l'uomo con la grazia. Nella misura in cui l'uomo vive questa immediatezza obbedendo, credendo, amando, si apre il «punto», e il miracolo può avvenire.

Questo dunque non ha nulla affatto a che fare con la violenta intrusione nella compagine del mondo, come l'affermazione, in fondo altrettanto meccanicistica. È invece un processo assolutamente positivo, il quale si inquadra nell'ordine che regge la sussistenza del mondo e conduce più in alto il suo divenire alla pura iniziativa di Dio, e pertanto si trova prima dell'ambito di competenza che spetta a ogni legge di natura. Non appena però si è compiuto, il suo effetto si adatta con assoluta precisione nella compagine del mondo. Viene assorbito dalle sue leggi e immesso entro i suoi contesti oggettivi. Il mondo non perde, a motivo del miracolo, la minima particella di unità e precisione - tanto è vero che si potrebbe addirittura dire che il miracolo rappresenti la suprema prova d'esse, così come il loro compimento. Il mondo è disponibile al miracolo. L'aspetta.

    

Romano Guardini, Miracoli e segni, Morcelliana, Brescia 1997, pp. 26-35