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Giovanni Paolo II e la Sindone di Torino: una testimonianza di Giuseppe Ghiberti

Giuseppe Ghiberti
Novembre 2006

Il 24 maggio 1998 Giovanni Paolo II giungeva a Torino come pellegrino della Sindone. Si sapeva che egli aveva un rapporto particolare con quella realtà misteriosa, ma quel giorno tutto il mondo potè rendersene conto e coglierne le motivazioni. Era proveniente da Vercelli e giungeva a Torino stanco, in condizione di salute non ottimale. Tutti i suoi gesti furono però pieni di significato. Entrò nel Duomo ancora segnato dalle conseguenze dell’incendio dell’anno precedente e si diresse alla cappella dell’Eucaristia. Aveva in mano la corona del rosario che non lo abbandonava mai. Si fermò in adorazione e poi si diresse al camminamento dei pellegrini per inginocchiarsi davanti alla Sindone. Fu di nuovo raccoglimento lungo. Giunto alle sedi, pronunciò quel discorso sindonico che rimane come il più esteso e articolato insegnamento del suo pontificato sulla Sindone. Parlò di vangelo, di scienza, di fede. Mentre i giornalisti stavano chiudendo i fogli del discorso, predistribuito dal servizio stampa, venne la sorpresa. Il Papa aggiunse le quattro brevi invocazioni eucaristiche: «Anima  Christi, sanctifica me; corpus Christi, salva me; passio Christi, conforta me; intra tua vulnera asconde me». Le riproduzioni ufficiali del discorso non le riportano, eppure sono una importante  chiave di interpretazione di quanto il Papa insegnava sulla Sindone e non solo su quell’argomento.

L’hanno chiamato il Papa della svolta antropologica nel magistero pontificio, ma  l’affermazione ha bisogno di alcune precisazioni. Segni notevoli della rinnovata sensibilità si rinvenivano già in alcuni predecessori, come Paolo VI; e soprattutto questa sensibilità si presentava come un modo rinnovato per esprimere la fede di sempre nell’unico «Redemptor hominis», il Salvatore Gesù. La Sindone è stata per lui una delle realtà che gli richiamavano più suggestivamente i contenuti di questa fede. Da essa e dai suoi problemi egli prese lo spunto per confermare il rispetto del  magistero della Chiesa per la autonomie della ricerca scientifica, quando affermò che la Chiesa non  si riconosce «competenza specifica per pronunciarsi» su alcune questioni riguardanti «il rapporto tra  il sacro Lino e la vicenda storica di Gesù». Essa «affida agli scienziati il compito di continuare a indagare»; solo «li esorta ad affrontare lo studio della Sindone senza posizioni precostituite». Dalla Sindone, «icona della sofferenza dell’innocente di tutti i tempi», egli trasse stimolo ad affinare l’attenzione alla sofferenza dell’uomo: «Davanti alla Sindone come non pensare ai milioni di uomini che muoiono di fame, agli orrori perpetrati nelle tante guerre che insanguinano le nazioni, ... come non ricordare con smarrimento e pietà quanti non possono godere degli elementari diritti civili,  le vittime della tortura e del terrorismo, gli schiavi di organizzazioni criminali?». 

Nella Sindone egli trovava però anzitutto il fondamento per una risposta a questi problemi e  a una situazione così desolante. Se la Sindone ha un significato, lo si deve al fatto che è rimando a Cristo, sua testimonianza. Egli la chiamava «specchio del vangelo, ... perché segno veramente singolare che rimanda a  Gesù, ... immagine dell’amore di Dio oltre che del peccato dell’uomo... È l’esperienza del Sabato santo, passaggio importante nel cammino di Gesù verso la gloria, da cui si  sprigiona un raggio di luce che investe il dolore e la morte di ogni uomo». Nella Sindone egli vedeva e proponeva una testimonianza particolarmente suggestiva della realtà dell’incarnazione del Figlio di Dio: «Ognuno è scosso dal pensiero che nemmeno il figlio di Dio abbia resistito alla forza della morte, ma tutti ci commuoviamo al pensiero che egli ha talmente partecipato alla nostra condizione umana da volersi sottoporre all’impotenza totale del momento in cui la vita si spegne». Alcune parole acquistano oggi, mentre contempliamo il volto sofferente del Papa, composto nella maestosa serenità della morte, una risonanza particolare: «La fede, ricordandoci la vittoria di Cristo, ci comunica la certezza che il sepolcro non è traguardo ultimo dell’esistenza. Dio ci chiama alla risurrezione e alla vita immortale». Egli concludeva la sua meditazione con toni che oggi acquistano il valore di una struggente testimonianza sulla vita stessa del Papa. La Sindone anzitutto per lui era diventata «un invito a vivere ogni esperienza, compresa quella della sofferenza e della suprema impotenza, nell’atteggiamento di chi crede che l’amore misericordioso di Dio vince ogni povertà, ogni condizionamento, ogni tentazione di disperazione». È notorio che il Papa aveva devozione tenera per la Sindone. Si conserva anche il ricordo fotografico della prima visita, da Cardinale, nell’ostensione del settembre del 1978, poche settimane  prima del conclave che lo avrebbe eletto Papa. Accompagnato da Monsignor Dario Berruto, egli si presenta aitante, simpatico e riflessivo, con le caratteristiche che avrebbero ben presto conquistato uomini e donne di tutto il mondo. Lo ricordano discreto, devoto e attentissimo, quasi curioso. Lo rimase sempre, con un’attenzione indisturbabile all’essenziale e una partecipazione simpatica alla realtà umana che incontrava. Tornò alla Sindone durante la sua prima visita a Torino nel 1980, quando il cardinale Ballestrero riuscì a realizzare (con il consenso di Casa Savoia, allora proprietaria) una ostensione privata per il Papa. La vide un’altra volta, in forma privatissima, durante un passaggio a Torino; poi tornò in pellegrinaggio ufficiale nel 1998.

La Sindone non era un argomento raro nei suoi discorsi, al punto che parecchie persone ricordano di averlo sentito esprimere affetto, devozione e interesse per questo dono del Signore alla Chiesa. A me accadde in una circostanza particolare. Il venerdì 11 aprile 1997 la Pontificia Commissione Biblica venne ricevuta in udienza dal Papa e i suoi membri gli vennero presentati dal Cardinale Ratzinger, presidente della Commissione. Giunto il mio turno, egli disse al Papa di dove venivo e che in Diocesi avevo anche l’incarico di interessarmi dell’ostensione della Sindone, per l’anno successivo. Il Papa ne fu interessato e diede la sua benedizione. Il mattino dopo tornai presto a Torino, senza sapere dell’incendio che si era verificato nella notte. Giunto al duomo, davanti a quello sfacelo, mi venne spontaneo raccontare dell’udienza e della benedizione del Papa. Qualcuno commentò con amarezza: «Guarda quanto vale la benedizione del Papa! », ma gli altri ribatterono immediatamente: «Vale sì, perché la Sindone è salva per miracolo. Potevamo proprio perderla». Un altro anno la nostra settimana di lavori si concluse proprio il giorno della Festa della Sindone e, giunti in udienza dal Papa, mi venne spontaneo dirgli, durante il baciamano: «Santità, oggi è la Festa della Sindone!». Il Papa non rispondeva con lunghe frasi, ma con quel «Bene, bene!», condito da un bel sorriso e da uno sguardo intenso, che accompagnava una benedizione che non era mai formale.

Aveva mille cose, importanti e drammatiche, il Papa, di cui occuparsi ed è quindi ineludibile la domanda perchè egli dedicasse un’indubbia attenzione a questa realtà che pure non appartiene al nucleo centrale delle verità di fede. Di qualche Papa si è detto che avesse una propensione per le manifestazioni straordinarie del soprannaturale (accadde per Pio IX), anche per le rivelazioni private (e potrebbe essere stato uno dei motivi del legame di simpatia per Don Bosco). Qualcuno se lo domanderà anche per Giovanni Paolo II. La risposta non sarà tanto facile. Certo egli era uno spirito talmente libero nell’accettare tutti i segni della presenza di Dio, nella storia sua, della Chiesa, dell’umanità, che l’evidente efficacia di comunicazione del messaggio evangelico riscontrabile soprattutto oggi nella presenza della Sindone non lo lasciava indifferente. La Sindone parlava tanto intensamente a lui ed egli avvertiva che essa ha la forza di parlare a moltissime persone. La sua calda pietà personale, esente da complicazioni troppo intellettualistiche, entrava istintivamente in contatto con quella testimonianza unica dell’amore del suo Signore. Su questa base il suo spirito apostolico trovava uno strumento eccezionalmente idoneo a quell’impegno di evangelizzazione che egli esprimeva con tutti i mezzi. Il Papa comunicatore trovava un aiuto unico in quella testimonianza del silenzio più clamoroso e sonoro del mondo. Egli la volle sfruttare come aiuto nell’invito da rivolgere a tutti gli uomini «all’immersione totale nell’eterno presente di Dio». Questo obiettivo egli l’ha ormai raggiunto e il suo Redentore crocifisso gli è già apparso nella gloria della sua umanità esaltata.

 

Fonte: http://www.sindone.it