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Il sole di Natale

Hugo Rahner

Hugo Rahner

II secondo esempio [dopo la Pasqua di Resurrezione] in cui, disponendo d'un migliore stato delle fonti, si potrà mostrare ancora più chiaramente, confutando le interpretazioni erronee, in quale senso abbia avuto luogo il confronto tra culto cristiano ed eliolatra antica, è la preistoria delle due feste della nascita di Gesù, l'Epifania e il Natale.

Prima di presentare i relativi contatti cultuali occorre ancora una volta delineare in maniera chiara e precisa le convinzioni dommatiche fondamentali, cui venne a sovrapporsi, come un meraviglioso drappeggio, il rivestimento delle forme cultuali. Fa parte dei fondamenti della primitiva fede cristiana quel che viene espresso nel Simbolo Apostolico: Natus de Spiritu Sancto ex Maria Virgine; e le pietre angolari di quelle fondamenta sono i racconti di Matteo e Luca, in cui vengono esplicitate le fondazioni bibliche di quella fede. I vari sistemi di ricerche storico-religiose che tentarono d'interpretare la fede nella nascita verginale di Gesù basandosi sui miti e sui sistemi teosofici dell'ambiente ellenistico hanno finito con l'eliminarsi a vicenda, e le cognizioni, peraltro di gran valore, da essi acquisite nel campo della comune storia delle religioni, alla fin fine offrono solo «una critica applicabile ai risultati insufficienti ottenuti da coloro che hanno battuto per l'innanzi lo stesso spinoso sentiero per dare la loro interpretazione storico-religiosa del parto verginale». Indubbiamente in questo caso il rapporto fra convinzione dommatica e rivestimento cultuale si coglie ancora più chiaramente che nel capitolo sul sole pasquale, poiché è certo che le prime forme cultuali in cui si celebrava il mistero del Natale emergono più di due secoli dopo il sorgere del cristianesimo, per cui la semplice credenza nel mistero della nascita umana di Gesù, credenza non ancora espressa in forme immaginose cultuali, ma esposta in termini dommatici dei più rigorosi, non è già il risultato d'un contatto con il culto solare dell'antichità, sebbene la base su cui la Chiesa primitiva del III e del IV secolo poté compiere con perfetta sicurezza l'operazione d'appropriarsi di pensieri, desideri e forme della pietà solare e della tarda antichità e servirsene per esprimere liturgicamente il mistero che era stato sempre suo proprio.

In un primo momento la fede nella nascita, veramente umana eppur verginale, del Signore è connessa nel modo più stretto al mistero della Resurrezione e, pertanto, prenderemo le mosse da quanto si è detto nel paragrafo precedente. La Resurrezione dai morti fu per Gesù l'esordio di una vita nuova e destinata a non più finire: «La morte non ha più dominio su di lui» [Rom. 6,9]. II Cristo è davvero il Sol invictus, la sua aurora è una nuova nascita, e questo era un pensiero familiare anche all'uomo antico, poiché ogni mattina rinasce Helios: aliusque et idem nasceris, canta Orazio nel Carmen saeculare. Resurrezione e nascita sono viste come una sola realtà già nella teologia del Nuovo Testamento: il vincitore del mattino pasquale e «il primogenito dei morti» [Col. 1, 18; Ap. 1, 5] e Paolo applica senz'altro al Risorto dai morti il versetto di Ps. 2, 7: «Mio figlio sei tu; io quest'oggi ti ho generato»[At. 13,33 Sal. 2]. E gli fa eco, come si è visto, Clemente Alessandrino, cantando il Cristo come «Sole della Resurrezione, generato prima della stella mattutina, elargitore di vita con i suoi raggi». II sepolcro è come l'utero: l'uno e l'altro sono la notte da cui sorge il Sole. «Di notte il Cristo nacque a Bethlehem, di notte rinacque in Sion», proclama un'omelia greca per il Sabato Santo.

Un tale paragone si basa sull'idea, del tutto comune nell'antichità, che il giorno della nascita è un'aurora. «La luce del sole è un simbolo della nascita», affermava già Plutarco [Quaestiones Romanae, 2], e lo stesso leggiamo nel cristiano Clemente: «L'aurora è l'immagine del giorno natale». [S. Clemente d'Alessandria, Stromata VII, 7, 43]. Così per Gesù quel mistero della luce che era stato proclamato la notte della sua nascita terrena ha il suo compimento nell'aurora della sua nascita pasquale: egli è il «Sole che sorge dall'alto», la «luce che rischiara i pagani» [Lc. 1,78; 7, 43].

Ma v'è di più: quando, nel mistero cristiano del Battesimo, la grazia del Risorto viene comunicata agli uomini, anche questi diventano una «nuova creatura», [Cor. 5,17] la grazia battesimale è una nuova nascita, il Cristo nasce in modo nuovo nel cuore del credente. La vigilia pasquale tutta piena della luce irradiata dal Sole notturno che è il Cristo, è in realtà la notte della nascita, e coloro che hanno da poco ricevuto il battesimo sono bimbi neonati, infantes, secondo un'espressione paleocristiana applicata a coloro che sono risorti dal grembo materno della vasca battesimale [Pt. 2, 2].

Sussistono dunque rapporti schiettamente e profondamente dommatici fra il mistero pasquale e quello natalizio. Ma se ci si pone nel punto di vista storico-cultuale, si può affermare senz'altro che le forme della primissima festività del Natale sono esemplate indiscutibilmente su quelle della più antica festività pasquale: e la base comune ad ambedue è il mondo della simbolica solare, con cui viene simboleggiato il mistero dell'una e dell'altra notte, e certo in espressa antitesi sebbene in evidente parentela con le forme della pietà solare della tarda antichità. A questo proposito ha ragione Karl Prümm quando afferma: «Poiché il Natale coincide con la Pasqua in un ampio strato d'idee comuni (quella della redenzione e quella della grazia d'adozione), ad ambedue le feste è comune anche la robusta vena della simbolica della luce» [K. Prümm, Zur Entstehung der Geburtsfeier des Herrn in Ost und West, in: Stimmen der Zeit, CXXXV, 1939, pp. 207-225]. La Pasqua non è altro che il perpetuarsi di quella nuova vita che ha avuto inizio con il Natale, per il Cristo nel senso pieno, per i fedeli battezzati in senso sacramentale. II Cristo è ora e per sempre «irraggiamento dello splendore del Padre», mentre il battezzato, che è stato reso luminoso da questo irraggiamento solare del Cristo è d'ora in poi figlio della luce» il che non significa altro che «figlio del sole». Il battezzato è un «figlio del Sole» come dice la citata iscrizione sepolcrale. Perciò il Natale non è altro che una Pasqua celebrata in anticipo, l'inizio d'una meravigliosa primavera, una festa del sole, poiché con esso si leva sul mondo per la prima volta, sebbene ancora profondamente nascosto, il «Sole di giustizia». Un anonimo greco ha descritto questo mistero primaverile del Natale con parole stupende, che hanno un senso solo se rapportate alla festa primaverile del Sole pasquale:

«Allorché, dopo la fredda stagione invernale, sfolgora la luce della mite primavera, la terra germina e verdeggia di erbe, si adornano i rami degli alberi di nuovi germogli, e l'aria comincia a rischiararsi dello splendore di Helios. La schiera degli uccelli si slancia verso l'etere, tutta traboccante dei suoi melismi. Ma, badate, per noi v'è una celeste primavera, ed è il Cristo che sorge come un sole dall'utero della Vergine. Egli ha messo in fuga le fredde nubi burrascose del diavolo e i sonnacchiosi cuori degli uomini ha ridestato alia vita dissolvendo con i suoi raggi solari la nebbia della ignoranza. Per tanto eleviamo lo spirito alla luminosa e beata magnificenza celeste di questa splendore!»[Ps. Crisostomo, In Christi Natalem, (PG 61, 763)].

Nelle pagine seguenti ci proponiamo di presentare la preistoria della celebrazione cultuale della nascita del Signore, come ci è consentito dallo stadio attuale delle ricerche che in questo campo sono quanto altre mai fervide: il primo argomento di cui tratteremo sarà l'origine della festa natalizia del Cristo nell'oriente ellenistico, cioè del giorno dell'Epifania. II secondo, le origini della festa tipicamente romano-latina, cioè del giorno di Natale fissato al 25 dicembre.

[...]

Il Natale

Il culto solare della tarda antichità, in polemica con il quale in Oriente era stata introdotta, rivestita di forme arieggianti le celebrazioni misteriche, la festa dell'Epifania, a Roma, nel corso del III secolo, si diede un assetto splendido sotto la guida politica dell'autorità imperiale, fino a diventare la vera e propria religione ufficiale. E con lo stesso ritmo, rifiutando e detronizzando, consacrando e cristianizzando, si sviluppa anche, nella sua ultima fase, il confronto tra cristianesimo e liturgie solari romane: ne risulta l'esistenza e la struttura liturgica della festa natalizia del 25 dicembre, che ancor oggi affascina i cuori cristiani e non cristiani.

Per comprendere il mondo spirituale da cui sorse quel culto solare imperiale, che la Chiesa dovè sentire come una minaccia nella tregua fra le persecuzioni di Decio e di Diocleziano, bisognerebbe recarsi nell'enorme tempio del Sole, che sorgeva sui Campus Agrippae e che fu edificato dall'imperatore Aureliano dopa la vittoria sui Palmireni, vi troveremmo il maestoso Collegium dei Pontifices Solis e tutto lo splendore della nuova festa, che da allora in poi fu celebrata il giorno del solstizio, il 25 dicembre, come Natalis Invicti. Si legga nei frammenti di Cornelio Labenone conservatici da Macrobio come quel teologo del culto solare equipari lo Helios-Sol allo Jao ebraico e a Dioniso, se si vuol misurare il pericolo del sincretismo solare che si vede di fronte al cristianesimo, per non dir nulla della vittoriosa espansione che ebbero le liturgie mitriache, per lo meno nell'esercito romano.

Quasi un profondo simbolo di quest'ultimo confronto tra Chiesa e culto solare, è la notizia, relativa al medesimo giorno del 25 dicembre, che ci ha serbata il cosiddetto Cronografo dell'anno 354: [Corpus Inscriptionum latinarum, cit., vol. I, p. 256 ] «Ottavo giorno prima della Kalende di gennaio: Festa del Sole invitto. L'ottavo giorno prima delle Kalende di gennaio è nato il Cristo a Bethlehm, in terra di Giuda».

Questa data indicata dal Cronografo dimostra che, almeno nel 354 a Roma, il 25 dicembre si era celebrata una vera e propria festa liturgica della nascita del Signore; da altri dati del Cronografo si può provare, poi, che lo si faceva già nel 336, e dal fatto che i Donatisti africani solennizzavano la stessa festa, si può ben conchiudere con sufficiente sicurezza che la si era ricevuta da Roma prima della persecuzione di Diocleziano. Pertanto l'instaurazione della festa va situata alla fine del III secolo, cioè quasi alla stessa epoca dell'Epifania orientale ed ambedue le feste ebbero origine dalle esigenze liturgiche ed apostoliche della lunga tregua che precedette l'ultima persecuzione e sono la più profonda risposta della Chiesa alle aspirazioni che gli antichi esprimevano con l'adorazione del sole.

Questo tentativo di datazione potrà sembrare alquanto temerario. Ma in ogni caso vi è un punto fermo, che risulta dalle fonti testuali del IV secolo: la festa natalizia del 25 dicembre è stata concepita sempre come una festa cristiana del sole e vi si è vista sempre la risposta della Chiesa al culto solare dell'antichità morente. In un trattato latino di enorme interesse, datato dal suo riscopritore Dom Wilmart, allo spirare del III secolo, [A. Wilmart, La collection des 38 homélies de St. Jean Chrisostome, in "Journal of Theological Studies, XIX 1918, pp. 305-327] ma che più probabilmente risale ai primi decenni del IV, si parla della questione del solstizio invernale e del suo rapporto col giorno natale del Cristo. Verso la fine, a proposito del 25 dicembre, si dice:

«Ma (questo giorno), essi lo chiamano anche 'Natale del Sole invitto'. Ma che cosa è così invitto come nostro Signore, che annientò e vinse la morte? E se quelli chiamano questo giorno il 'Natale del Sole', Egli è il Sole di giustizia, di cui il profeta Malachia ha detto: 'Divinamente terribile si leverà da: vanti a voi il suo nome come sole di giustizia e scampo è sotto le sue ali'».

Qui udiamo lo stesso grido di vittoria che nella lontana Siria Efrem cantò per la festa dell'Epifania: il sole ha vinto. D'ora in poi questo giubilo cristiano non sarà più ridotto al silenzio. Da questo inno corale, lasciamo che emerga qualche viva voce, che ancor oggi continua a risuonare nel classico accento di Roma, allorché la liturgia cattolica solennizza il suo notturno mistero natalizio.

Il significato del Natale romano si esprime anzitutto quando, nel corso del IV secolo, la nuova creazione liturgica comincia il suo viaggio trionfale attraverso la Chiesa intera, e allora, soprattutto nell'Oriente greco, soppianta lentamente la festa dell'Epifania che colà si era già legittimata come festa natalizia del Signore. Ci conduce nel bel mezzo di tale contrasto un'omelia tenuta ai suoi monaci da un Gerolamo in vena di spirito. Egli ha recato da Roma l'usanza di celebrare la nascita del Cristo il 25 dicembre, ma in Oriente trova praticata solo la festa del 6 gennaio.

Non senza fine ironia egli respinge la pretesa dei cristiani eli Gerusalemme e Bethlehem, residenti cola da lungo tempo i quali credevano di possedere nella festa del 6 gennaio una genuina tradizione locale di valore storico, per far poi rilevare che la natura stessa costituisce, con il suo solstizio, una prova a favore dell'usanza romana; e Gerolamo prosegue: [Hom. de Nativitate Domini: G. Morin, Hieronimi Presbyteri tractatus sive homiliae, in Anecdota Maredsolana III, 2, p,397]

«Perfino la creazione da ragione al nostro dire, l'universo testimonia la verità delle nostre parole. Fino a questa giorno aumenta la lunghezza del buio; a partire da questo giorno le tenebre decrescono. Aumenta la luce, si riducono le notti! II giorno cresce, decresce !'errore perché sorga la verità. Che oggi ci è nato il sole della giustizia.»

Nel parlare dell'errore notturno che cede alla luce, Gerolamo pensa al culto pagano, i cui misteri solari sopravvivevano ancora validamente; già il tentativo, compiuto dall'imperatore Giuliano, di ricostituire Helios Dominus Imperii, ne era una chiara riprova, e a Roma, ai tempi di Gerolamo, il mistico santuario di Adone sul Gianicolo poteva essere ancora visitato da devoti che cercassero conforto nel panteismo solare, in cui rivivevano le figure delle divinità siriache. Si comprende, allora, con quali pensieri un Gerolamo celebrasse la solennità notturna della nascita del Signore nella grotta di Bethlehem, nella stessa grotta che, dal tempo di Adriano, era un santuario di Adone.

Di lì egli scrive una lettera: «Bethlehem, quella dove siamo ora, il luogo più venerabile del mondo intero, un tempo fu adduggiata dal bosco sacro di Thamuz, cioè di Adone. E nella grotta in cui il Cristo vagì come bambinello, risuonarono le lamentazioni sul prediletto di Venere» [Epist. 58,3]. In verità i cristiani sentivano la loro notturna festa solare del 25 dicembre come una vittoria su tutti i misteri. In questi termini abbiamo già udito parlare per il giorno dell'Epifania Gregorio Nazianzeno; udiamo ora le stesse cose nel discorso che Firmico Manterno pone in bocca al sole, ed è anche questa, peraltro, una conferma di come, a quel tempo, i misteri fossero stati captati in qualche modo nell'orbita dell'eliolatria:

Se il sole, convocato tutto il genere umano, potesse parlare, desterebbe la vostra disperazione forse con questa discorso: '0 uomini deboli ed ogni dì ribelli a Dio in tutti i modi, chi vi spinse a sì gran delitto di dire con profano ed arbitrario errore d'insano capriccio ch'io nasco e muoio? ... Piangete Libero, Proserpina, Attis, Osiride, ma senza menomare la mia dignità... Nel principio del giorno Iddio mi creò, questo solo mi basta' [De errore profanarum religionum 8].

In un tempo in cui i misteri antichi erano ormai cosa morta, la festa del Natale continua ancora a contrastare e consacrare cristianamente l'antica sensibilità eliolatrica; nell'anima popolare, infatti, erano vive non solo le antiche denominazioni di Natalis e di Sol novus adoperate per il 25 dicembre, ma anche quello che potremmo chiamare il religioso timor reverenziale con cui si contemplavano gli eventi del cielo stellato e il corso di Helios. La Chiesa santifica questa sensibilità con il mistero del Natale.

«Nato dal Padre, il Cristo ha creato ogni giorno; nato dalla Madre, ha consacrato questo giorno», dice Agostino in un'omelia natalizia [Sermo 194, In natali Domini, 11].

La pazienza che al timor reverenziale degli antichi che dinanzi al sole che rinasce dà la verità cristiana, la si può cogliere ancora più chiaramente. Anzitutto nell'Oriente greco, dove verso la fine del IV secolo viene accettata la festività romana. Gregorio di Nazianzo la introduce personalmente a Costantinopoli, ed è fiero di ritenersi il corifeo del nuovo mistero. Un inizio stupendo ha la sua prima omelia natalizia, con i ritmi così caratteristici del suo greco: «Di nuovo si ritirano le oscure ombre invernali! Di nuovo la luce s'innalza verso l'alto!» [Oratio 38, 2]. II Crisostomo celebra la festa per la prima volta ad Antiochia, ed essa è per lui la metropolis, la fonte di luce e il punto di partenza di tutte le feste venture [Homilia in S. Philogonium]. In Alessandria, la città dei passati misteri del rinato Aion, il Natale penetra dopa il Concilio di Efeso del 431. Ma dal Koreion non risuonano più le parole: «La Vergine ha partorito, ora cresce la luce»; invece nella basilica inondata di luce Paolo da Emesa (l'antichissima città solare!) tiene la prima omelia natalizia e prorompe nel grido: «O prodigio! La Vergine ha partorito eppure resta vergine» [Homilia I (PG 77, 1436 A.)].

Immaginarsi quel che accadde nell'Occidente romano, dove la festa del Natalis Invicti era assai più popolare che presso i Greci! Quando a Roma sfrecciavano le trenta corse dell'Agon Solis, quando per il Natalis del Sole si accendevano dappertutto fuochi di gioia e quando, piena di tremebondo timore reverenziale, la gente si prostrava davanti allo splendente disco del sole aurorale, allora la Chiesa celebrava la sua vera festa del Sole. Mentre i pagani facevano clamori di gioia per il sole davanti alla chiesa, Agostino espone ai suoi fedeli il mistero del Cristo, il sole neonato. Natalis dies quo natus est dies: Cristo è il vero giorno di sole. «Rallegriamoci anche noi, fratelli, e lasciamo pure che i pagani esultino: poiché questo giorno per noi è santificato non dal sole visibile, bensì dal suo invisibile Creatore». E poi, nel seguente giorno di Natale: «Sì, fratelli miei, vogliamo considerare davvero santo questo giorno, ma non, come gli increduli, a motivo di questo sole, bensì in grazia di Colui che ha creato il sole».

Quanto opportuna fosse l'occasione, che il giorno del Natale offriva, di evidenziare e contrastare i resti dell'antico culto solare anche tra i cristiani, lo mostrano le parole che verso la metà del V secolo Papa Leone doveva ancora rivolgere ai fedeli per il Natale. V'è gente, egli dice, secondo cui «questa nostra celebrazione festiva sarebbe veneranda non a motivo della nascita di Cristo, ma piuttosto per il sorgere del nuovo sole». Certo, egli deve biasimare i suoi cristiani che in quel giorno dai gradini della basilica di San Pietro salutano il sole che sorge con un inchino del capo: «Prima di metter piede nella basilica del santo apostolo Pietro, si soffermano sui gradini, voltano la persona verso il sole che sorge e, piegando la nuca, s'inchinano per rendere omaggio al suo disco splendente». E conchiude la sua omelia natalizia con un inno alla bellezza degli astri, che sono solo un riflesso della luce di Cristo: «Lascia pure che la luce del corpo celeste agisca sui sensi del tuo corpo, ma con tutto l'amore infiammato dell'anima tua ricevi dentro di te quella luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo!».

Possediamo un'altra testimonianza ancora, d'epoca assai tarda, ma che, pur semplificando ingenuamente la questione ci dà l'intimo significato del contrasto fra Chiesa e culto solare. Un glossatore siriaco di Dioniso bar-sālībī riferisce il motivo per cui la festa natalizia del Signore sarebbe stata spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre e afferma a riguardo:

«La ragione per cui i Padri mutarono di posto la festa del 6 gennaio trasferendola al 25 dicembre fu, a quanto si dice la seguente: i pagani erano soliti festeggiare proprio il Natale del Sole e in questa ricorrenza accendevano fuochi. A questi riti invitavano persino il popolo cristiano. Allora i maestri della Chiesa, accortisi che anche dei cristiani si lasciavano indurre a prender parte alla festa, decisero di celebrare nello stesso giorno quella del vero Natale, continuando a celebrare la festa della Epifania il 6 gennaio. E quest'uso hanno conservato fino ad oggi, insieme al costume di accendere fuochi» [Cfr. testo in J. S. Assemani, Bibliotheca Orientalis, Roma, 1721, Vol. II, p. 164].

Ci sembra opportuno presentare un'ultima testimonianza sul contrasto che in Occidente si ha tra Natale cristiano e pensiero antico, poiché vi si vede in modo altamente significativo come da quell'epoca in poi l'idea cristiana prende il sopravvento e le posizioni spirituali sono per così dire rovesciate: il «popolo» ormai è cristiano, e i pochi pagani che sopravvivono in mezzo ad esso hanno l'aria d'esser debitori ai cristiani di quanto pensano sul sole. Nella metà del V secolo Massimo, vescovo di Torino, tiene un'omelia natalizia, il cui esordio consiste in queste parole:

«Davvero ottimo è l'uso popolare di chiamare questo santo Natale del Signore 'Sol Novus'. E, com'è noto, si può asserire decisamente che sotto questo rispetto s'incontrano anche Ebrei e pagani. Teniamolo presente volentieri. Infatti con il sorgere del Salvatore si restaura non solo la salvezza per l'intero genere umano, ma anche il chiaro splendore del sole. Se questo si oscura per la passione del Cristo, deve pur risplendere più luminoso che mai per la sua nascita»[De nativitate Domini II, PL 57, 537].

Ormai siamo alle soglie del Medio Evo. L'amore che gli antichi avevano per il sole, la Chiesa, dopo averlo santificato, lo reca nella sua liturgia natalizia fino ai popoli del Nord. Nel Messale Gothicum, il sacramentario che nel VII secolo insegnò a pregare ai Franchi, la messa notturna del 25 dicembre ha inizio con queste parole: «Ti sei levato su di noi, o Gesù Cristo, come vero sole di giustizia, dal cielo sei disceso come salvatore del genere umano» [Missale Gothicum, In nativitate Domini, Pl 72, 227 A]. E ancor oggi la liturgia romana parla, nei suoi moduli classici, dello stesso mistero del nuovo Sole, che è sorto nel Cristo: talento, cristianamente trasfigurato, proveniente dagli scrigni dell'antichità. L'oremus della messa notturna, stupendo nella intraducibile bellezza del suo latino, così suona nella nostra lingua:

«O Dio, che hai fatto questa notte radiosa della splendore della vera luce: concedi, ti preghiamo, che come abbiamo conosciuto i misteri della luce in terra, così pure godiamo delle sue gioie in cielo».

Tutte le volte che ci accostiamo ai testi liturgici del Natale, troviamo che dappertutto ci viene incontro sfavillante il mistero cristiano del Sole. Così si prega in un'antifona della Vigilia: «Sorgerà il Salvatore del mondo o sole, e scenderà nell'utero della Vergine». E nei primi vespri del nuovo giorno del Sole si canta: «Quando il sole sarà sorto dal cielo, vedrete il Re dei re che procede dal Padre come lo sposo dal suo talamo». Quel che del mistero del vero Sole fu scultoreamente espresso nel maestoso eloquio di Roma a pro dei popoli futuri, nell'Oriente annuncia il Crisostomo nel greco stupendo delle sue omelie natalizie antiochene, di quell'Antiochia, cioè, in cui un tempo un astrologo pagano aveva annotato al 25 dicembre: Genetliaco del sole: cresce la luce.

E proprio con le parole del Boccadoro ci piace conchiudere questa presentazione del mistero natalizio cristiano:

«Considera cosa voglia dire vedere il sole scendere dal cielo e muoversi sulla terra. Se è vero che ciò non potrebbe avvenire al luminare visibile senza far sbalordire coloro che vi assistessero, rifletti su cosa voglia dire: il sole della giustizia manda ora i suoi raggi nella nostra carne e irradia la sua luce nell'intimo delle anime nostre!» [In Christi Natalem PG 49, 351 A. Cfr. H. Usene, Das Wiehnachfest, Bonn, 1991, pp. 379-384].


Fonte Bibliografica: H. Rahner, Miti greci nell’interpretazione cristiana (1957), tr. it. di L. Tosti, Dehoniane, Bologna 2011, pp. 149-154 e 166-165.

[Riportiamo qui solo parzialmente l'apparato critico presente nelle note a piè di pagina del testo originale]