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Le regole dell’apologeta cattolico

Antonio Stoppani
1884

da Il dogma e le scienze positive

All'interno de Il dogma e le scienze positive l'autore dedica una sezione del libro alle “Massime da seguirsi dall’apologista cattolico”. Stoppani è infatti persuaso che l'apologetica tradizionale non sia più sufficiente  al suo scopo e coglie questo dato di fatto dall'interno di un ambiente molto influenzato dagli sviluppi della scienza e delle sue applicazioni. Da questa posizione intravvede però anche la possibilità di un cambiamento: la scienza infatti non è contro il dogma e molti scienziati furono e sono cristiani. Qui di seguito riportiamo le nove massime, seguite dai commenti dell'autore. Queste massime rappresentano la proposta apologetica di Stoppani per quanto riguarda il metodo. Segnaliamo inoltre che in una nota pone un'affermazione che vale la pena sottolineare:  la qualifica di cattolico si deve rispecchiare negli atteggiamenti ispirati a verità, giustizia e carità.

Cercando di fissare le norme o massime da seguirsi dall'apologista cattolico, stabilirei le seguenti:

1. Combatter la scienza colla scienza.

2. Rispettare la ragione come la fede

3. Conoscer bene l’argomento

4. Non pretendere di tutto dimostrare

5. Non sostituire l’arbitrio alla ragione

6. Non respingere i fatti, ma precisarne le conseguenze

7. Tolleranza

8. Usar giustizia agli avversari

9. Più che la conversione degli increduli, proporsi l’edificazione dei credenti.
   

Prima massima: Combattere la scienza colla scienza

 Si leggono dei libri, nella pia intenzione degli autori lodevolissimi, in cui agli svarioni più divulgati in materia di scienze naturali si risponde col Catechismo. Parlasi per es. della pluralità di umane specie? Si crede d’aver detto tutto, quando si ricorda che Dio creò l’uomo a sua immagine, e maschio e femmina lo fece, chiamando Adamo l’uno ed Eva l’altra. Per chi crede la risposta è perentoria. Ma per gl’increduli?. . . Se sono appunto i nostri dogmi e i nostri argomenti teologici quelli di cui non voglion saperne? Tra uno che dice di sì e l’altro che risponde di no, si può seguitare a battersi un’eternità senza costrutto. Per finirla bisogna che ci sia di mezzo un fatto od un principio ammesso da tutti e due, che serva almeno di punto di partenza, per discutere chi abbia ragione e chi abbia torto; come ci vuole un punto fisso nello spazio per determinare chi sia sotto e chi sia sopra, alla destra od alla sinistra. Il punto di partenza, anzi la base di ogni argomentazione, ammessa tanto dai credenti quanto dagli increduli, anzi da questi ritenuta e decantata come principio e termine d’ogni credibilità, è l’umana ragione. È dunque necessario ricorrere a questa, ed a questa unicamente, per intendersi tutti, per quanto siano diverse le credenze e le opinioni. Questo vuol dire appunto nel caso pratico combattere la scienza colla scienza, la ragione colla ragione. Necesse est (ripetiamo il detto così decisivo di S. Tommaso) ad naturalem rationem recurrere, cui omnes assentire coguntur. Questa necessità di ricorrere alla ragione per convincere gl’increduli, mi pare si possa stabilire col seguente ragionamento.

La ragione immediata per cui una cosa è falsa, non è già quella dell’essere la medesima contraria alla fede; mentre si dirà piuttosto contraria alla fede perché è falsa. Quando fosse dimostrato (faccio un’ipotesi impossibile) che una cosa è falsa razionalmente; non potrebbe cessare d’essere tale, perché la Rivelazione, e tutti insieme i libri del Vecchio e del Nuovo Testamento, la dicessero vera. Nemmeno Dio non può cambiar la natura delle cose e far sì che sia vero il falso e falso il vero. Una cosa è falsa per l’unica ragione che è falsa; è vera per l’unica ragione che è vera. Che due e due fanno quattro è vero, non perché lo dice la matematica, ma perché è vero. Se trovo dunque asserita una cosa contraria alla fede, non potrò dire d’aver dimostrato che è falsa, unicamente perché la dimostrai contraria alla fede. Questo deve bastare al credente, il quale è già convinto che le cose contrarie alla fede non possono essere che false, anche in ordine alla pura ragione; ma coll’incredulo dovrò dimostrarne la falsità con argomenti razionali; la quale cosa non mi deve riuscire impossibile e nemmeno difficile, perché, standoci nel puro razionale, se altri giunse all’errore usando male della ragione, potrò sempre giungere alla verità usandone bene. In altre parole, non c’è errore in materia razionale che non possa essere razionalmente confutato. Applichiamo insomma alle scienze naturali quello che il Pontefice Leone XIII accorda alla filosofia ne’ suoi rapporti col dogma, principalmente dove loda Arnobio e Lattanzio perché valorosamente si studiarono «con pari eloquenza e forza di persuadere agli uomini i dogmi e i precetti della sapienza cattolica, non rovesciando la filosofia, come sogliono fare gli accademici, ma confutando gli avversari, parte colle proprie armi e parte con quelle tolte dai dissensi sorti fra loro» [Enciclica Æterni Patris].
    

Seconda massima: Rispettare la ragione come la fede

Dalla prima massima, che è combattere la scienza colla scienza, cioè la falsa scienza colla vera, scaturisce come corollario la seconda, che è di rispettare la ragione, come la fede, cioè la scienza come il dogma. […]

Nel difendere i diritti della ragione, entro i limiti delle cognizioni naturali, contro quelli (e son troppi anche in oggi) che vogliono le scienze far serve della teologia, tutti vanno d’accordo i grandi filosofi cristiani dell’epoca della Scolastica, o parlisi di S. Tommaso e di Scoto, il più formidabile avversario. E giacché abbiamo riportate parecchie delle sentenze di S. Tommaso, ne riporteremo una di codesto suo dottissimo e veneratissimo avversario. «Nessuna altra scienza riceve i suoi principi dalla stessa (cioè dalla teologia). Imperocchè qualunque sia delle altre scienze, per ciò che riguarda le cognizioni naturali, trova le sue ragioni supreme in alcun dei principi che si conoscono naturalmente.» [Duns Scoto, Comm. In Sent. Prot. 9. IV]. […]

Fa stupore che, oltre ai molti, i quali colla loro stessa ignoranza di quanta esce appena dalla cerchia come essi dicono, del puro necessaria alla salute, ostentano il di­sprezzo più irragionevole per la scienza, vi sia una scuola cattolica, una scuola che accetterebbe volentieri e forse pretende l'appellativo di tomistica che nega (se non di diritto, almeno di fatto) ogni potenza alla ragione, anche per rapporto allo studio della natura sensibile ed alle conseguenze che se ne possono immedia­tamente dedurre. Questa scuola si potrebbe chiamare empia, per­ che direttamente contraria a Dio; se per infliggere questa accusa d'empietà non fosse necessario di ammettere una consapevolezza che non posso nemmeno supporre in quelli che, gridando alla nullità della scienza, credono pure obsequium se praestare Deo. Si può tuttavia domandare col Jourdain: « Qual è il principio della ragione? Dio. Qual è il principio della fede? Ancora Dio. Supporre adunque la ragione in contraddizione che Dio s'affacendi a distruggere da se stesso le proprio opere; è ammettere, secondo la forte espressione di S. Tommaso, imitata dal Leibniz, la guerra contro Dio. […]

Altro argomento della temperanza della Chiesa e della liberta concessa ai cattolici è questo, che dalla fondazione del cattolicismo in poi, tutti i più grandi, diciamo anche i più arditi pensatori, furono cattolici. Non è la riforma, né il così detto libero pensiero che abbiano proclamati il valore, la liberta e l’inviolabilità della ragione; ne’ vo' ripetere il già detto. Quanto a questa proposizione che i più grandi pensatori furono cattolici, io non vi verrò dinanzi per la millesima volta con una di quelle liste, che sono venute tanto in uggia agli increduli, ma che nessuno ha mai potuto smentire. Aspetterò invece che mi presentino gli avversari una loro lista da opporre, a condizione però che vi scrivano soltanto dei nomi che abbiano in loro favore il consenso universale e la prova del tempo; pronto del resto ad ammettere che vi siano stati e vi siano anche tra gli acattolici degli scienziati valenti, specialmente nelle scienze fisiche e matematiche; ma persuaso al tempo stesso che difficilmente se ne troverà uno il quale non si sia smarrito, innalzandosi nelle regioni più elevate del puro intelligibile, dove vediamo spaziare liberamente, non soltanto i geni di Tommaso d'Aquino e di Dante, ma centinaja di filosofi e letterati cattolici.

Tutto questo non è scritto però per difenderci dalle accuse degli avversari della fede, ma per inculcare ai credenti, in omaggio alla stessa fede ed in vista del culto prestato alla ragione dai più grandi luminari del Cattolicismo, e dei danni gravissimi che possono derivare dallo sconoscerne i diritti, l’importanza della seconda massima proposta agli apologisti, che è quella di rispettare la ragione come la fede, la scienza umana come la scienza divina.
    

Terza massima: Conoscer bene l’argomento

 Conoscer bene l’argomento vuol dire nel nostro caso acquistare piena certezza di ciò che spetta alla fede da una parte e di ciò ch’è di spettanza alla ragione dall’altra, perché il conflitto non s’accenda per avventura tra un vero scientifico ed un preteso dogma, mentre l’apologista non deve scendere in campo, se non quando si tratta di un vero dogma, assalito da un preteso o mal interpretato vero scientifico. Prima dote dell’apologista dev’essere dunque una scienza quanto più sia possibile profonda ed universale.

« Ci pare» dicono gli autori dell' Esposizione ragionata della filosofia di A. Rosmini «che le soluzioni di molte e molte questioni bellissime ed altissime sieno riserbate al tempo, nel quale i metafisici s' intenderanno un po' più di scienze naturali e i naturalisti un po' più di metafisica, e questi e quelli un po' più di teologia».

Mi pare che lo stesso si verificherà per l'apologia cattolica, quando l’apologista sarà teologo. Metafisico e naturalista a un tempo. Egli dev’essere adunque ben sicuro del fatto suo anzi tutto, perché non arrischi d’ostinarsi a difendere come dogma ciò che non è definito o almeno non è come tale dimostrato od evidente (anche prescindendo da una espressa definizione dogmatica), e di rifiutare per conseguenza come falso e antidogmatico, ciò che può essere invece un vero dimostrato per la scienza. Quanto si nega o si asserisce deve, come dice S. Agostino, negarsi o asserirsi rettamente, veracemente e convenientemente (recte, veraciter, congruenter) cioè «nulla audacemente rigettando e nulla temerariamente afferando, finché rimanga dubbio se (quanto si nega o si asserisce) è vero o falso, o secondo la fede o secondo la scienza cristiana; asserendo soltanto come certo ciò che come tale può insegnarsi o per l'evidenza razionale della cosa o sull'autorità irrepugnabile delle Scritture» […]

In ogni caso e evidente che l'apologista dev'essere non solo teologo, ma profondo scienziato, per ben stabilire anzi tutto ciò che è vero tanto in ordine alla fede, quanto in ordine alla ragione. Delle scienze umane poi non gli deve bastare di conoscere, almeno caso per caso, quanta vi è di veramente dimostrato; ma deve anche conoscere ciò che si tiene ancora entro i domini del disputabile, cioè le opinioni, le ipotesi, le probabilità, le contestazioni circa l'esistenza la natura ed il valore dei fatti, quanto insomma costituisce la parte più viva, più attuale delle scienze stesse, con pari probabilità che ne scaturiscano o nuove verità o nuovi errori , che si veda o si traveda, od anche si verifichi per vero ciò che si riteneva per falso, e per falso ciò che si riteneva per vero. Quando l' apologista non riuscisse lui a mettere in evidenza quanta v' ha di vero o di falso, sarà già un gran risultato per lui se arrivi a porre in sicuro il dogma, dimostrando come siano ancora disputabili gli argomenti e non necessarie le conclusioni che contra di esso arma la scienza.. e pregando in bel modo, e con pieno possesso di causa, gli scienziati ad intendersi un po' meglio fra loro, prima di venire a pigliarsela col dogma, che per intanto non ha nessun bisogno delle loro ragioni, né del loro appoggio. […]

    

Quarta massima: Non pretendere di tutto dimostrare

 Se vi hanno oscurità senza fine circa la scienza da una parte, ve ne hanno moltissime circa il dogma dall'altra. La ragione ha i suoi limiti, e questi li trova tanto se coltiva le scienze naturali quanto applicandosi alla dogmatica e all'esegesi. E uno di quei casi in cui la cosa è tanto più vera in concreto che in astratto, in pratica che in teorica. Quell'uomo è più sapiente di tutti, che più di tutti sente e riconosce la propria ignoranza. L' apologista dev'esigere il più pronto a confessarsela e a confessarla; tanto per l’umiltà di cui dev'essere pieno come cattolico, quanto pel timore di compromettere la verità rivelata colla propria ignoranza : il verbo sembrare gli dev'essere pertanto assai più famigliare del verbo essere. […]

Questa massima di non pretendere di tutto dimostrare, deve tenersi presente in ispecial modo quando si tratta di difendere la Bibbia, specialmente la Genesi, la quale è tra’ libri sacri quello che ha dato e continuerà a dare i maggiori appigli ai naturalisti per combattere la Rivelazione. Molte cose certamente vi sono involte nella maggiore oscurità, e non ve n'ha forse nessuna di quelle che toccano i domini delle scienze fisiche, la quale sia stata direttamente ed espressamente definita. Ritenuta fermamente la veracità e l' infallibilità del Sacro Testo, e ritenuto al tempo stesso che i più antichi tra i libri sacri sono anche in genere i più oscuri e i più bisognosi di commenti; finché la Chiesa non abbia deciso sopra i singoli punti, ci guarderemo bene dal fare altrettanti dogmi delle private interpretazioni ed anche delle comuni credenze, memori sempre che, né la privata opinione, per quanto autorevole e degna di rispetto, né la comune credenza, la quale può essere erronea, ma la Rivelazione, resa perspicua dall’infallibile magistero della Chiesa, è quella che stabilisce ciò che veramente deve credersi.
   

Quinta mmassima: Non sostituire l’arbitrio alla ragione

Non aggiungeremo parola di commento a questa massima così evidente. La serietà delle indagini ed il rigore logico delle deduzioni devono essere le principali caratteristiche dell’apologia cattolica. Ne dedurrò piuttosto come corollario, o come speciale precetto la sesta massima.
    

Sesta massima: Non respingere i fatti, ma precisarne le conseguenze

 Non mi sarebbe nemmeno caduto in pensiero di formulare o di proporre questa massima, se il difetto opposto, rilevato talora nei moderni apologisti, non me l’avessero suggerita, facendomene sentire tutta l’opportunità. È un sistema molto comodo usato dagl'increduli, siano pure cultori ed apostoli del metodo storico, è, dico, un sistema codesto dal dispensarsi interamente dal discutere le conseguenze, negando addirittura i fatti e le verità che formano la base del Cattolicismo: quaecumque quidem ignorant, blasphemant (1). Ad un sistema di fatti accertatissimi, di principi discussi e dimostratissimi, rispondono con un sistema assoluto di negazioni. Si nega l'autorità dei Libri Sacri; si nega la Rivelazione; si negano le profezie, i miracoli; la divinità di Cristo, la missione degli Apostoli, la filosofia, la storia; tutto si nega, e così, troncando anche la via alla discussione , si va via spediti, ch'è un desio a vederli. Pur troppo pero anche gli apologisti rasentano codesto sistema nel confutar quegli orrori che gl'increduli traggono o pretendono di trarre dalle scienze positive, razionali ad esperimentali che siano. Né ciò fa meraviglia, quando si guardi alle umane debolezze alle quali tutti, credenti od increduli, andiamo soggetti.

Ogni volta, infatti, che ci accada di trovarci inaspettatamente davanti ad una asserzione, la quale si oppone od ha vista d' opporsi ad alcuna delle nostre convinzioni più radicate, è un quasi irresistibile istinto quello che ci spinge, senza dar tempo ad un esame sufficiente, a chiamare in dubbio il fatto che si asserisce ad anche a negarlo a priori. - lmpossibile! - Ecco l'unica parola che ci sarà capitato di sentire le cento volte in vita nostra, ed anche di pronunciare parecchie, per unica risposta nel caso suddetto. Bisogna confessare che il credente, che è e dev'essere l’uomo dalle convinzioni profonde, ma non è sempre obbligato ad essere l'uomo di un'estesa e profonda coltura, deve trovarsi spesso in tale frangente di metter li nudo e crudo codesto impossibile! che gli basta a salvare incolume la sua fede, lasciando a chi tocca la cura del resto. Siccome però alle convinzioni, o piuttosto alla fede che ha per base il dogma ben corto, ben definito e perfettamente nato, si associano d' ordinaria, per non dir sempre, delle convinzioni posticce, affatto umane o aventi per base un preteso dogma, una falsa applicazione od una cognizione imperfetta del vero dogma, e troppo facile, anche per uomini del resto dottissimi, che l’istinto suddetto ci tragga a metter li duro e stecchito quell'impossibile! il quale può ben essere una negazione gratuita ed un insulto alla verità. Impossibile!... è parola che non dovrebbe mai profferirsi a priori, se non quando si tratta di cortezza assoluta, di verità posseduta con perfetta scienza. Ma sono così poche, relativamente parlando, lo verità che possiam dire di possedere di certezza assoluta e di scienza perfetta.....

Quando adunqne sentiamo asserirsi un fatto, benché ci sembri evidentemente contrario al dogma più definito e più certo, benché chi l'asserisce sia un materialista, un ateo, un nemico professo della Religione; la prudenza c'insegna, non a negare il fatto di primo acchito, ma ad accertarne l'esistenza, a depurarlo, per rifiutarlo se falso, pronti al contrario ad ammetterlo se vero ed in quanto è vero, ed a procedere quindi allo stesso esame riguardo alle conseguenze che sono o sembrano contrarie al dogma. Non occorre ripetere che, se il fatto è vero e le conseguenze logiche, né l’uno né l’altro si potranno trovare in opposizione col dogma, ma soltanto col dogma preteso e colla persuasione erronea di chi come vero lo ammette. [...]
 

Settima massima: Tolleranza

Se le tre massime precedenti servono di regola all’apologista cattolico ne’ suoi studi e nelle sue opere; egli ha bisogno d’averne presente un’altra, nel caso che senta il bisogno di censurare le opere altrui, cioè quelle degli apologisti, i quali esprimono un avviso contrario o diverso dal suo. Questa settima massima si esprime con una sola parola: tolleranza. Ho detto che vi sono dogmi e pretesi dogmi. Per molti di essi però, appartengono alla prima od alla seconda categoria, non ci sono espresse definizioni dogmatiche. Non bisogna dunque condannare come eretico chi nega, e molto meno chi prende in esame gli uni o gli altri. Quis te constituit judicem? Se poi si tratta di dogmi definiti, una volta che questi siano affermati, bisognerà esaminare per bene se le proposizioni scientifiche emesse in contrario siano false o vere. Se non possono evidentemente dimostrarsi false, potremo accontentarci, con S. Tommaso, di dimostrarle non necessarie. A codesto per lo meno ci riusciremo sempre, secondo i principi esposti. In genere poi sarà sempre più prudente il tenersi sulla difensiva che prendere l’offensiva; difendere cioè il dogma che tentare di abbattere ciò che si ritiene, a torto od a ragione, come vero scientifico. Ottenuto il quale intento, non poi necessario che noi ci facciamo dimostrare la verità del dogma presso gl’increduli, non potendosi ciò fare il più delle volte che con quelle ragioni a priori l’incredulo non ammette. L’apologia insomma, è diretta piuttosto a difendere la fede per rassicurare i credenti, che a propagarla, attirando colla persuasione gli increduli. Ciò è perfettamente conforme ai suggerimenti di S. Tommaso. […]
   

Ottava massima: Usare giustizia agli avversari

Altro è carità, altro è giustizia. L’una e l’altra però sono ugualmente doverose. L’apologista deve conservarsi libero da ogni avversione sistematica, pronto sempre a riconoscere il bene che fanno gli avversari almeno in ordine al progresso delle scienze e al benessere dell’umanità; a salvare, fin dove si possa, le intenzioni; a non confondere i naturalisti in genere coi materialisti; ad edificare piuttosto che a distruggere.

Avendo di mira queste massime, si potrà anche giudicare dei difetti degli apologisti, allo scopo principalmente di preservarsene, e di suggerire, ove si possa, un migliore indirizzo a questo ramo importantissimo della letteratura cattolica. Gli apologisti moderni, come ho già osservato, guidati naturalmente dalla nuova fase in cui è entrato il conflitto tra la ragione e la fede dal momento che le scienze sperimentali hanno preso il sopravvento sulle speculative, si trovarono impegnati specialmente a difendere il Sacro Testo nei moltissimi rapporti che, il Vecchio Testamento soprattutto, ha colle scienze fisiche, nominatamente colla geologia. È pertanto su questo campo dell’esegesi apologetica che appajono più pronunciate le differenze tra le diverse scuole. […]
   

Nona massima: Più che la conversione degli increduli proporsi l’edificazione dei credenti

Quest’ultima massima riguarda, direi così, lo stato dell’animo in cui deve collocarsi e mantenersi l’apologista di fronte allo scopo ch’egli si propone. Esso è quello, anzi tutto, di difendere il dogma cattolico dalle accuse che gli muove contro l’incredulità, poi di dimostrarlo, rischiararlo, mettendolo nella sua vera luce, affine di sgomberare dalle menti gli errori e dagli animi quelle antipatie che servono a renderne impossibile, o difficile, o meno pronta ed amorosa l’accettazione. Sembrerebbe adunque che lo scopo finale dell’apologia cattolica fosse unicamente combattere l’incredulità, ossia, per farla breve, di ottenere la conversione degli increduli. Eppure, duole dirlo, se codesto unico scopo si propone l’apologista, dovrebbe con tutta la probabilità rassegnarsi a non raggiungerlo forse nemmeno una volta, per quanto ci spendesse la vita. Convincere gl’increduli è già una cosa difficilissima: quasi impossibile il convertirli; e questo, in ogni caso, non dipende da noi. 

    

da A. STOPPANI, Il dogma e le scienze positive ossia la Missione apologetica del clero nel moderno conflitto tra la ragione e la fede, Fratelli Dumolard Editori, Milano 1884, pp. 117-129, 131-133, 146-150