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Come lo studio delle scienze fisiche e naturali sia per l’università del Clero cattolico specialmente indicato

Antonio Stoppani
1884

da Il dogma e le scienze positive, Parte Terza, cap. II, nn. 1-3 e 6-10

Il sacerdote-geologo incoraggia gli ecclesiastici del tempo allo studio delle scienze naturali. Pur consapevole che solo pochi potranno dedicarvisi in modo alquanto profondo, egli intende suscitare l’interesse verso l’osservazione della natura, dando idee sulla realizzazione di un orto botanico, di un piccolo osservatorio meteorologico o di una collezione di reperti naturali. A parte la dimensione esortativa del testo, la cui lettura risulta amena e storicamente interessante, Stoppani intende in definitiva far comprendere che le conoscenze scientifiche fanno ormai parte di quella cultura generale nella quale anche i sacerdoti devono essere almeno in parte edotti se vogliono condurre a termine la loro missione evangelizzatrice.

1. Quanto si è detto fin qui basta dunque a stabilire che opera santa, opera in tutto conforme all'ecclesiastico ministero è quella di coltivare l’umane scienze, ed in modo speciale, per le speciali esigenze de’ tempi nostri, le scienze fisiche e naturali. Che se non mancarono mai persone del clero, le quali, ad onta dell'imperfetta istruzione seminaristica, ad onta dei contrari pregiudizi, e quando si ritenevano le naturali scienze come affatto estranee alla ecclesiastica coltura, ed erano fors’anche considerate come sospette e pericolose, riuscirono a rendersi distinte in uno o in altro ramo di profana scienza, con molto frutto delle divine e con molto vantaggio della cristianità; che non dobbiamo aspettarci una volta che i chierici siano all'uopo, da chi tocca, spinti, incoraggiati, forniti di mezzi, tenuti in onore, considerali insomma come valorosi operai anch’essi nella vigna del Signore e come baluardi contro l’errore e l'empietà da ogni parte irrompenti? Sarà dunque necessario che tutti i preti diventino naturalisti? Eccoci di nuovo a quelle obbiezioni, alle quali crediamo d’aver già risposto esuberantemente. No ; non è necessario che tutti i preti diventino naturalisti; è desiderabile però che tutti siano provvisti della maggior cultura possibile. Ma quanto alle specialità, noi consideriamo il clero qual è, cioè come un corpo morale. Ora se uno è il corpo, dice S. Paolo, molte sono le membra. Non stiano esse a litigare quale di loro sia più nobile o più necessaria al corpo. Quelli che si occupano direttamente della cura delle anime o dello studio delle scienze divine abbiansi pure nel gran corpo del clero nome ed onori d’ occhi e di mani; ma non si neghi ai piedi l'essere necessari anch’essi, e si ricordi che, almeno secondo le circostanze, multo magis quæ videndur membra corporis infirmiora esse, necessariora sunt [1 ad Cor., cap. XII, 22]. Non sono e non furono sempre in onore i preti letterati, i preti filosofi, ecc.? Se noi insistiamo principalmente sul bisogno di preti naturalisti, è perché questo bisogno c'è, ed e di tutta attualità.

2. Non è necessario, del resto, che siano moltissimi quelli che si dedicano in modo speciale alle scienze fisiche e naturali, tanto che si acquistino fama sufficiente per entrare colla debita autorità in lizza contro i naturalisti scredenti alla difesa del dogma. Non si vuole un clero di astronomi, di chimici, di fisici, di geologi. Che? Oso dire che uno solo per ciascuna scienza basterebbe ad imporre ad una nazione, al mondo, intero. Uno solo; ma che fosse di quel calibro, che avesse quell’autorità, che s’acquista soltanto dagli uomini di genio. Non si può fabbricare all'uopo lì per lì un S. Agostino un S. Tommaso d'Aquino, un Rosmini per adattarlo ai bisogni del tempo. Ma la Provvidenza ha sempre i suoi grandi mezzi. Nostro dovere è intanto di fare tutto il possibile. È certo che, quando si riuscisse a destare nei Seminari il fervore degli studi, certe speciali vocazioni non mancherebbero.

3. Mi si lasci ripetere però che, quando si raccomanda agli ecclesiastici lo studio delle scienze naturali, come opportunissimo ai tempi nostri per chi deve, per la natura stessa del suo ministero, pigliar parte attiva al conflitto tra il dogma e la scienza; non s’intende che sia necessario che tutti divengano scienziati, nel senso moderno della parola, per cooperare efficacemente allo scopo. Moltissimi, anzi tutti, possono portare, per usar la vecchia similitudine, la loro pietruzza al comune edificio, senza alcun detrimento del pastorale ministero. Per tirar fuori un altro vecchiume, ricorderò il proverbio che l’arco troppo teso si spezza o perde la sua elasticità. Lo studio delle scienze naturali, non foss'altro che la lettura di qualche libro, o meglio ancora le osservazioni e le esperienze che i diversi rami di esse possono suggerire a ciascuno, non meritano forse d’inscriversi tra i sollievi dello spirito? Io credo di sì. E se alcuno, piuttosto che di sollievo, avesse bisogno di un’occupazione per riempire i brevi o lunghi intervalli d'ozio forzato, o fors’anche di qualche cosa di dilettevole, di stuzzicante, per vincere la dannosa abitudine dell'ozio volontario; non sarebbero appunto gli studi naturali, così svariati, cosi geniali, indicatissimi per questo? Se l’ozio è il padre dei vizi, potrà dirsi certamente che la vita laboriosa è la madre delle virtù. Di preti agronomi, bachicoltori, meccanici, studiosi dell'arti plastiche, della pittura, della musica, n’ ho visti parecchi, e mi parvero sempre molto lodevoli, non già per quell'utile materiale che potevano procurare a sé stessi o per quella gloriola che potessero per avventura acquistarsi; ma per quel bene multiforme, d'ordine morale specialmente, che potevano cavarne per sè e per gli altri. Per la stessa ragione loderò anche maggiormente il prete naturalista, il quale troverà nella scienza della natura, oltre al pascolo inesauribile dell'intelletto, tanta materia di utili riflessioni, di applicazioni morali e di stimoli più potenti a sollevarsi nell'amorosa contemplazione di Dio, ed i mezzi più acconci per cooperare al benessere materiale ed al perfezionamento morale e religioso del prossimo.

 

6. Un barometro, un termometro, o poco più bastano perché uno si trovi in possesso d’un Osservatorio meteorologico, mentre, del resto, più di quelle osservazioni orarie, a cui si riduce quasi unicamente l’attuale sistema della meteorologia pratica con tanto dispendio di fatica e così poco reddito, varrà lo studio diretto del fenomeno, cioè il tener dietro, osservando e notando, alla continuità del suo svolgimento nel giorno, nel mese, nell'anno, poi, in una serie di anni; unico mezzo che potrà condurre la meteorologia a qualche risultalo. Uno o più sismometri di facile costruzione, ed un telefono con altri pochi ordegni da applicarglisi, vi forniscono con poca spesa d’un apparato il quale vi farà assistere nel vostro silenzioso studiolo alle battaglie invisibili degli elementi che con alterni cozzi e mirabili frastuoni si sentono, ad enormi distanze e inapprezzabili profondità, combattersi nelle viscere del globo. Eccovi così padroni di un campo quasi inesplorato, colla promessa di meravigliose scoperte. Le analisi chimiche e fin le scoperte di nuovi elementi non sempre sono uscite dai grandi laboratori, ma anche talvolta dalla modesta officina d’un farmacista, e potrebbero benissimo venir fuori dal modestissimo gabinetto esperimentale d’un prete. Il canocchiale di Galileo, le pile del Volta, quali si osservano tra i venerati cimeli di quei grandi a Firenze ed a Milano, ed altri meravigliosi strumenti che aprirono nuovi e cosi sconfinati orizzonti alla fisica, ed operarono quelle prodigiose trasformazioni e quello svolgimento d’ogni genere d'umana industria di cui va tanto superba l'epoca nostra; codesti strumenti, dico, stanno per dimostrare che pei grandi portati della scienza esperimentale, come per quelli delle speculative, non è questione di mezzi, ma d'ingegno e di volontà; cioè di ciò che non manca o non dovrebbe mancare nemmeno al più povero prete. Non ci vogliono neppure delle somme favolose per procurarsi un telescopio sufficiente per fare delle buone osservazioni astronomiche. Bastano in ogni caso gli occhi, per contribuire con buoni elementi allo studio in tanta voga al presente delle aurore boreali e delle stelle cadenti. Un prete può trovarsi facilmente in condizioni da mettere insieme, senza troppo allontanarsi dal suo presbitero, una collezione di minerali o di fossili che portino un nuovo tributo alla mineralogia od alla geologia.

7. Per dire di quest’ultima principalmente, dovrebbe esser noto ormai che l’Italia merita veramente il nome di paradiso dei geologi che già fu dato ad alcune parti di essa. Forse in nessuna altra parte del mondo le meraviglie della natura, dei tempi che sono e di quelli che furono, si trovano così condensate, che un parroco, un cappellano, senza perder di vista il campanile, e ritornando ogni sera all’umile casetta, possano trovare di che occupare utilmente e piacevolmente la vita. Con che smania, con quale insistenza la fantasia mi trasporta ad ogni tratto dalla cittadina dimora ai gioghi nevosi dell'Alpi, che tante meraviglie hanno da narrarmi intorno agli antichissimi vulcani che dal fondo degli antichissimi mari vomitavano graniti! come febbrile corre talvolta il pensiero alle mie Prealpi calcaree, fabbricate in seno a mari più recenti dalle conchiglie o dai coralli; ai vulcani di fango dell’Apennino ed alle fontane ardenti, che tradiscono ancora una formidabile attività sotterranea domata ma non vinta, ai soffioni del Volterrano che sbuffano cento e cento nembi di caldissimi vapori; ai colli Berici ed Euganei, reliquie parlanti, di antichi arcipelaghi sparsi di vulcani ardenti; ai grandi crateri di Bolsena, di Vico, di Bracciano, del Lazio, entro cui si muovono, al soffio delle brezze, le onde di laghi incantevoli; al Vesuvio, alle Lipari, all’Etna, officine sempre accese, dove i veri Ciclopi, cioè le forze della natura, attendono al lavoro che sotto le più formidabili apparenze occulta i più inestimabili benefici! E penso: vi son preti dappertutto: i soli capaci, talvolta sopra territori estesissimi, di un’osservazione, di uno studio. Forse una volta all'anno, od anche più di rado, vi comparirà uno scienziato, di passaggio, colla fretta addosso, scrivendo una nota sul suo libretto, che forse sarà la prima notizia di fenomeni stupendi, interessantissimi. Loro ci son sempre; forse imbarazzati a far venire ogni giorno la sera.... Non è poi cosa cosi difficile l’apprendere e il saper dire che cos’ è, che cosa fu un vulcano, lo spiarne le mosse insidiose, il registrarne e il descriverne i disastrosi conati. Non è cosa difficile il tener dietro nelle regioni dell'Apennino alle evoluzioni delle salse e delle fontane ardenti, per notarne i languori o i parossismi a cui vanno soggetti. Non è cosa difficile, lassù in quei paeselli a’ pie dei ghiacciai, studiare d’anno in anno la marcia di questi mostruosi serpenti di zaffiro, per notarne le fasi di progresso e di regresso, legati alle vicende delle annuali e di secolari stagioni. Perché, con tanti preti a cui è igienico e innocente sollievo la caccia, sappiamo così poco di positivo intorno a quelle maravigliose migrazione degli uccelli legate con vincoli così stretti alle più oscure e interessanti vicende dell'atmosfera e dei climi? Gli scienziati vorrebbero e forse pretendono di saperne moltissimo di tutti codesti fenomeni. Ma voi state a vederli in campagna; loro in città a parlarne e scriverne.

8. Se trova nei dintorni foreste, rupi, luoghi incolti o paludi, (e dove non ce n'ha poco o tanto?) il prete può farsi botanico; né soltanto formarsi un erbario di cui profitti la scienza, ma studiare (la quale cosa sì di rado può far lo scienziato) lo svolgersi di ogni singola pianta, dal talloso lichene che chiazza coi più vivi colori la rupe o il masso tuffato tra i muschi, fino all’albero maestoso che rinnova la sua chioma ad ogni aprirsi di primavera novella, o sfida coll’immortal suo verde i geli del verno. Che dire soltanto di quel mondo d’insetti che il primo alito d'aprile ridesta dal letargo invernale, e tutto a sciami, ad onde, a miriadi di miriadi invade la terra, le acque e l’aria, in balia degli istinti più vari, più meravigliosi, mutando più volte in vita, come il Proteo della favola, forme, abitudini, ambienti? Ogni pianta è un regno abitato da infinite colonie; ogni sasso un tetto ospitale diviso da specie e da generi diversi. Una carogna abbandonata nell’aperta campagna da luogo al più strano assembramento di stafilini, di necrofori e d’altri insetti amici dell'oscurità o del lezzo, mentre altri infiniti si cullano entro i fiori, ebbri di luce e di profumi. Ma quante altre generazioni si affogano nella belletta della palude, o guizzano in seno alle onde cerulee, o brulicano sul fondo del limpido stagno! Gli entomologi li hanno a cento a cento infilzali sugli spilli o disposti in generi, famiglie, ordini. Ma di quanti conoscono poi i costumi, le industrie, la storia? Quella delle api e dello formiche ha già riempiti molti volumi: il che vuoi dire che la sola entomologia darebbe materia da impinguarne da sola tutte le biblioteche del mondo. Ma la storia dei molluschi, dei rettili, dei pesci, degli uccelli, dei mammiferi è forse scritta altrimenti che a brani separati da vastissime lacune ? E quella degli infinitamente piccoli, per cui e un regno ogni stilla, un impero ogni organismo putrescente, che a mille a mille si mangiano e si bevono, si respirano ?..... Basta un microscopio ad occupare mille uomini, mille generazioni, e per dare, a ciascuno ed a ciascuna, messe copiosa di sapere e di gloria. — Ma basta. Capisco che, volendo dir qualche cosa, dove il dir troppo è sempre un dir nulla, ho dovuto ricorrere, come si suol dire, ai luoghi comuni. Come salvarmene ? Se avessi pensato anche soltanto ad enumerare le ricerche o le esperienze, affatto nuove, affatto intentate, di cui può occuparsi un ecclesiastico anche isolatissimo, anche sprovvisto di mezzi, con vantaggio infinito della scienza; avrei dovuto scrivere un volume senza numerarle tutte.

9. Non si pensi però che, mentre insisto nel raccomandare agli ecclesiastici lo studio in genere e quello in ispecie delle scienze naturali, dimentichi affatto come di preti studiosi ce ne sia in Italia, ce ne sia in tutte le parti del mondo: che ce ne sia di quelli nominatamente, i quali hanno acquistato o vanno acquistando un posto distinto nel regno delle scienze fisiche e naturali. Mi pare d’aver detto abbastanza ch' io son ben lontano dal volermi far un vanto d'aver sentito il bisogno che il Clero sia dotto non solo nelle divine, ma anche nelle umane scienze, ed espressa l'idea che sia questa, in ordine alla religione, pei tempi nostri una suprema necessità. La mia voce non è che una debole eco di tante ben più autorevoli, che partono da luoghi ben più elevati, e a cui già tanti insigniti della dignità sacerdotale hanno cordialmente risposto colla parola e coll' opera. Richiamando tempi, luoghi e persone, quanti nomi mi suonano all'orecchio di egregi ministri dell'altare, i quali non solo dalle cattedre, ma anche dai modesti presbiteri spargono vivi splendori di scienza!: Vi ha egli congresso di dotti in tutta la civile Europa dove manchino i preti? Di preti dotti, di preti naturalisti, per poco o per molto, ne ho trovati dappertutto ne' miei viaggi, anche dove me li sarei meno aspettali, e n' ebbi osservazioni e notizie importantissime. Ma è a desiderarsi, ripeto, che ciò che può dirsi; d'alcuni, di molti anche, se si vuole, possa dirsi nelle giuste proporzioni di tutti. È a desiderarsi che diventi regola ciò che è sempre eccezione; che le idee, non da me, ma dai più grandi luminari della Chiesa e dallo stesso Sommo Pontefice emesse, entrino nello spirito, nelle convinzioni di tutto il Clero, massimamente di quelli che seggono al governo delle Diocesi. È desiderabile, insomma, che si possa dire non solo che vi sono dei preti dotti, ma che il Clero è dotto, e rappresenta, com’e suo dovere, l'unione della scienza umana colla divina, cioè la verità, tutta la verità: Vos estis lux mundi... Non accendunt lucernam, et pontunt eam sub modio, sed super candelabrum, ut luceat omnibus qui in domo sunt.

10. Ma a che pro tutto questo per un ecclesiastico? — Per chi non l' ha inteso, è inutile ripeterlo. Anzi, non vorrei che, avendo toccato dell'opportunità degli studi naturali per riguardo a certe morali esigenze del Clero, come avrei potuto toccare di altri infiniti vantaggi, si fosse dimenticato l'argomento che ci occupa e ci ha mossi a raccomandarli al Clero, essere quello unicamente dell'apologia cattolica. Tornerò dunque a dire, concludendo, che la cultura del Clero, specialmente nei rami da cui gl'increduli traggono i loro argomenti contro la fede, è da considerarsi come fondamento pratico dell'apologia cattolica, per la quale il Clero ha una missione speciale. Ciò vuol dire che la cultura del Clero è conditio sine qua non del potervi adempire. Un Clero ignorante non può essere un Clero apologista.

Il dogma e le scienze positive, ossia la missione apologetica del clero nel moderno conflitto fra la ragione e la fede, Fratelli Dumolard Editori, Milano 1884, Parte Terza, cap. II, nn. 1-3 e nn. 6-10, pp. 207-210 e pp. 213-218