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Il vero Dio e i falsi dèi alla luce della ragione e del contesto cosmologico

Quinto Settimio Fiorente Tertulliano
197
Apologeticum, X-XII

Impiegando come riferimento le domande della ragione e il contesto cosmologico della natura sotto gli occhi di tutti, Tetulliano argomenta la falsità degli dèi del politeismo e la verità dell’unico Dio creatore del cielo e della terra.

Cap. X. 1. Voi dite: «Non adorate gli dei e non offrite sacrifici per gli imperatori». È naturale. Noi non sacrifichiamo per gli altri per la stessa ragione per cui non sacrifichiamo per noi stessi, dal momento che noi non prestiamo culto agli dei. Ed ecco che voi ci perseguitate come colpevoli di sacrilegio e di lesa maestà. È questa l'accusa più grave, anzi è tutta qui l'accusa contro di noi, e varrebbe certo la pena di esaminarla minutamente, se la vostra prevenzione nei nostri confronti non vi facesse disperare della verità, e la vostra mancanza di equità non vi inducesse a ripudiarla dopo averla conosciuta.

2. Noi abbiamo cessato di prestare culto ai vostri dei da quando abbiamo riconosciuto che essi non esistono. Questo dunque dovete esigere da noi: che vi dimostriamo che essi non sono dei e che perciò non sono degni di venerazione, perché solo allora sarebbe giusto venerarli, se realmente fossero dei. E solo allora i cristiani meriterebbero una punizione, se si dimostrasse che essi sono veramente dei, e noi non li onorassimo non ritenendoli degni di essere onorati. 3. «Ma per noi sono dei», voi dite. Ebbene, noi protestiamo e contro di voi facciamo appello alla vostra coscienza. Essa ci giudichi, essa ci condanni, se potrà negare che questi vostri dei furono in origine degli uomini. 4. E se anche negherà, sarà confutata da quegli stessi monumenti dell'antichità, da cui apprese a conoscerli, offrendocene fino ai nostri giorni valida testimonianza le città in cui essi nacquero, e le regioni in cui lasciarono traccia delle loro imprese e si conservano anche le loro tombe.

5. Dovrò dunque passare in rassegna ad una ad una le vostre divinità, così numerose e diverse tra loro, vecchie e nuove, barbare e greche, romane e straniere, prigioniere e adottate, private e pubbliche, maschili e femminili, rustiche e urbane, marittime e militari? 6. Sarebbe ozioso ricordarne anche solo i nomi. Ne tratterò perciò brevemente, e non perché voi abbiate a conoscerle, ma perché abbiate a ricordarvene, dal momento che sembra ve ne siate dimenticati. Prima di Saturno dunque, per quanto ci è dato sapere, non vi fu presso di voi altro dio: e poiché a lui risale l'origine di ogni divinità più venerata e più nota, ciò che si constaterà come proprio del capostipite, si potrà applicare a tutta la sua discendenza. 7. Ebbene, se vogliamo attenerci alla tradizione letteraria, troviamo che né il greco Diodoro, né Tallo, né Cassio Severo, né Cornelio Nepote o altro commentatore di antichità religiose, ricordano mai Saturno altrimenti che come uomo. Se poi dai racconti degli scrittori mi riporto alla più sicura testimonianza dei fatti storici, trovo che appunto in Italia, dove si stabilì dopo varie spedizioni ed un soggiorno in Attica, Saturno fu accolto da Giano o, come vogliono i Salii, da Giane. 8. Da lui fu detto Saturno il monte dove dimorò; da lui prese, e tuttora conserva, il nome di Saturnia la città di cui aveva tracciato il recinto: e del resto l'Italia intera, oltre il nome di Enotria, fu anch'essa chiamata Saturnia. A lui risalgono le tavolette cerate e la moneta con l'insegna: ed è per questo che egli presiede al tesoro pubblico.

9. E dunque, se Saturno è un uomo, è evidente che sia nato da un uomo; e se è così, non è certamente nato dal cielo e dalla terra. Ma poiché non se ne conoscevano i genitori, sembrò naturale ritenerlo nato da coloro di cui tutti possiamo dirci figli. E chi infatti, per rispetto e in ossequio al cielo e alla terra, non si rivolge ad essi col nome di padre e di madre, secondo quella consuetudine generale per cui uomini sconosciuti o comparsi all'improvviso si dicono scesi dal cielo? 10. Non per altro motivo anche Saturno, che compariva ovunque all'improvviso, ebbe la ventura di essere chiamato figlio del cielo, come il popolo chiama anche figli della terra coloro di cui non si conosce l'origine. Non c'è poi bisogno di dire che gli uomini conducevano a quel tempo una vita così primitiva e selvaggia che sbigottivano e si turbavano di fronte a qualsiasi uomo comparso loro innanzi all'improvviso, come dinanzi ad una apparizione divina. Del resto anche oggi, ormai giunti ad un alto grado di civiltà, elevano agli onori divini uomini di cui pochi giorni prima hanno appreso la morte e che hanno sepolto in mezzo al pubblico lutto.

11. Ma di Saturno basti quel poco che ho detto. Dimostreremo che anche Giove è uomo e figlio di uomo, e che umana e mortale come il suo capostipite è stata tutta la schiera dei suoi discendenti.

Cap. XI. 1. Ma poiché, non osando voi negare che furono uomini, affermate che essi divennero dei dopo la morte, consideriamo le cause che hanno determinato questa apoteosi. 2. Innanzi tutto è necessario per voi ammettere l'esistenza di un dio supremo, quasi un proprietario della divinità, il quale ha potuto mutare gli uomini in dei. Né questi infatti avrebbero potuto essi stessi attribuirsi una divinità che non possedevano, né alcun altro avrebbe potuto elargirne a chi non l'aveva, se non l'avesse posseduta in proprio. 3 Al contrario, se nessuno è in grado di concedere la divinità, invano presumete che degli uomini siano stati fatti dei, togliendo di mezzo l'unico che avesse la possibilità di compiere tale trasformazione. Certamente, se da soli avessero potuto attribuirsi la divinità, non sarebbero stati dei semplici mortali, avendo in sé la capacità di eleggersi una condizione superiore.

4. Ammettiamo dunque che esista chi può innalzare alla dignità divina. Ma se io torno ad esaminare le cause che possono avere indotto a trasformare uomini in dei, non ne trovo altra se non che quel grande dio desiderò avere aiuto e collaborazione nell'adempimento dei suoi doveri divini. Ma, innanzi tutto, trovo che sia indegno di un dio ricorrere per aiuto all'opera di qualcuno, e per di più di un morto, quando sarebbe stato molto più decoroso per lui creare fin dall'inizio un dio, ben sapendo che sarebbe venuto il momento in cui avrebbe avuto bisogno dell'aiuto di un morto. 5. Ma io non vedo neppure la necessità di tale aiuto. Tutta questa macchina dell'universo, sia essa innata ed eterna secondo Pitagora, sia invece nata e creata secondo Platone, una volta per tutte e fin dalla sua stessa origine si è rivelata perfetta nella sua struttura, armonicamente ordinata e governata da una legge razionale. E come può essere imperfetto ciò che ha saputo realizzare in modo perfetto tutte le cose? 6. Non aveva certo ragione di aspettare l'opera di Saturno e dei suoi discendenti. Ben stolti sarebbero gli uomini se non fossero certi che fin dalle origini la pioggia cadde dal cielo, le stelle brillarono, il sole e la luna portarono la luce, i tuoni rimbombarono e Giove stesso ebbe timore di quei fulmini che voi ponete nelle sue mani; davvero sciocchi, se non ritenessero che tutti i frutti germogliarono dalla terra prima di Libero, di Cerere e di Minerva, prima anzi dello stesso primo uomo, poiché nulla di quanto era stato destinato alla conservazione e al sostentamento dell'uomo può essere apparso dopo di lui. 7. Si dice infatti che gli dei trovarono, non inventarono, il necessario alla vita. Preesisteva dunque ciò che si è ritrovato, e se già esisteva, non potrà essere attribuito a chi l'ha scoperto, ma a chi l'ha creato: poiché preesisteva al ritrovamento. 8. Che se voi fate di Libero un dio, per avere egli fatto conoscere agli uomini la vite, siete stati ingiusti con Lucullo, che per primo portò dal Ponto il ciliegio e lo fece conoscere in Italia. Perché non è stato anch'egli consacrato dio, quale inventore di un frutto nuovo, dal momento che l'aveva fatto conoscere? 9. Pertanto, se fin dalle origini l'universo è stato costituito in maniera perfetta e già disposto secondo leggi prestabilite all'esercizio delle sue funzioni, non esiste sotto questo aspetto alcun motivo per ammettere degli uomini tra gli dei, perché quegli uffici e quei poteri che avete ad essi assegnato furono già fin dall'inizio, come sarebbero stati, anche se voi non aveste creato tali dei.

10. Ma voi, ricorrendo ad altro motivo, rispondete che l'assunzione in cielo fu ricompensa ai meriti. Venite quindi ad ammettere, mi sembra, che quel dio, dispensatore di divinità, eccelleva per senso di giustizia, in quanto non assegnava così gran premio né a caso, né immeritatamente, né senza misura. 11. Voglio perciò esaminare questi meriti, per vedere se siano tali da potere elevare al cielo o non piuttosto da far relegare nelle profondità del Tartaro, dove voi collocate il carcere dei supplizi infernali. 12. Là infatti si è soliti relegare i colpevoli di empietà verso i genitori, di incesto con le sorelle, di adulterio con donne sposate; là sono i rapitori di vergini, i corruttori di fanciulli, i violenti e gli omicidi, i ladri, i fraudolenti e tutti coloro che assomigliano a qualcuno dei vostri dei, nessuno dei quali potrete dimostrare esente da vizi e da delitti, se non negandone la natura umana. 13. Ma, come non potete negare che i vostri dei furono uomini, altri caratteri non vi permettono neppure di credere che siano stati degni di una apoteosi divina. Ed infatti, se voi presiedete tribunali per giudicare individui simili a costoro, se i migliori tra voi evitano qualsiasi contatto, qualsiasi rapporto con tali malfattori, e d'altra parte credete che gente simile a questa il vostro dio associ alla sua maestà, perché mai li condannate, quando poi ne adorate i colleghi? 14. La vostra giustizia è un insulto al cielo. Divinizzate piuttosto i vostri peggiori delinquenti, per compiacere i vostri dei. La consacrazione dei loro simili sarà un onore per essi!

15. Ma lasciamo da parte tali indegnità, e supponiamo che siano stati onesti, integri e buoni! Quanti migliori tuttavia ne avete lasciato negli inferi! Per la sapienza v'è un Socrate, per la giustizia un Aristide, per il valore un Temistocle, per la magnanimità un Alessandro, come un Policrate per la sua buona fortuna, un Creso per la sua ricchezza, e un Demostene per la sua eloquenza! 16. Chi mai tra i vostri dei è più saggio e più austero di Catone, più giusto e più esperto condottiero di Scipione? Chi più nobile di Pompeo, più felice di Silla, più ricco di Grasso, più eloquente di Tullio? Quanto sarebbe stato meglio che quel dio supremo, che certamente conosceva chi erano i migliori, avesse aspettato che questi fossero innalzati agli onori divini! Mi pare che abbia avuto fretta a chiudere una volta per sempre le porte del cielo: ed ora certo si vergogna dei mormorii dei migliori che sono giù negli inferi.

Cap. XII. 1. Ma basta di tutto ciò. Quando avrò dimostrato quello che siano i vostri dei, vi avrò anche fatto comprendere alla prova dell'evidenza quello che essi non sono.

I vostri dei! Non odo altro che nomi di antichi defunti, non altro che miti, in cui ritrovo l'origine dei loro culti. 2. In quanto poi ai simulacri, non vedo altro se non la rozza materia di cui sono modellati anche i vasi e gli oggetti di uso comune o, anche, una materia da quel vasellame e da quella suppellettile derivata che a causa della sua consacrazione abbia quasi mutato destino. La lavorazione cui essa è sottoposta, in virtù di un'arte che la trasforma liberamente, è di per se stessa oltraggiosa e sacrilega: così che noi, che a causa di quegli stessi dei siamo perseguitati, troviamo motivo di conforto alle nostre sofferenze nel fatto che essi, per avere i loro simulacri, hanno dovuto subire i nostri medesimi patimenti. 3. Voi affiggete i cristiani a croci e a tronchi: e quale simulacro non è plasmato con argilla sovrapposta a una croce e ad un tronco? Il corpo di una vostra divinità si consacra per la prima volta su un patibolo. 4. Voi lacerate i fianchi dei cristiani con unghioni di ferro: ma sulle membra dei vostri dei, rappresentati da simulacri, si applicano con maggiore energia le asce, le roncole e le lime. Noi porgiamo le nostre teste alla lama del carnefice: eppure, prima che si faccia uso del piombo, della colla e dei chiodi, anche i vostri dei sono senza testa. Siamo gettati alle belve: è vero, sono le stesse belve che voi aggiogate al carro di Libero, di Cibele e di Celeste. 5. Siamo dati alle fiamme: anche i vostri dei, prima di uscire dalla primitiva, massa informe, erano avvolti dalle fiamme. Siamo condannati alle miniere: è di là che si trae il materiale per i loro simulacri. Siamo condannati alla relegazione nelle isole: ma qualcuno dei vostri dei è nato o è morto in un'isola. Se attraverso ciò si coglie un qualche carattere divino, i perseguitati meriteranno allora di essere divinizzati, e giustamente si dovrà dare al supplizio il nome di consacrazione.

6. Ma le vostre divinità non sono evidentemente sensibili all'oltraggio implicito nel modo stesso della loro fabbricazione, così come non s'avvedono di essere oggetto di culto. O parole empie e sacrileghe! Certamente voi rabbrividite e fremete di sdegno! Ma non siete sempre voi che ammirate un Seneca, quando con parole ben più amare discute a lungo sulla vostra superstizione? 7. Se dunque non adoriamo le statue e le fredde immagini, del tutto simili ai vostri morti e ben note ai gufi, ai topi e ai ragni, non meritava piuttosto lode anzi che pena il ripudio di ciò che si rivela errore? Chi potrà dire che offendiamo esseri divini, quando siamo certi che non esistono? Ciò che infatti non è, in quanto appunto non è, non può patire alcun oltraggio.

da Apologeticum, capp. X-XII, tr, it. a cura di A. Resta Barrile, Mondadori, Milano 1994, pp. 43-55.