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La posizione dell’uomo nel cosmo fra panteismo e pensiero metafisico

Claude Tresmontant
1959

da L’intelligenza di fronte a Dio

Partendo da una breve analisi fenomenologica dell’essere umano, in particolare la sua autoriflessione, l’Autore mette in luce l’emergenza dell’uomo sulla natura chiedendosi se la sua dimensione spirituale è essenzialmente parte di un Assoluto ultimamente panteista o se, al contrario, l’uomo è in grado di rivelare un Assoluto altro-da-sé.

Con l'uomo noi tocchiamo quella parte dell’universo dove l’esistenza è conosciuta dall'interno, attraverso la riflessione. Se una riflessione su un atomo, sulla genesi e la struttura di un atomo, è sufficiente a fondare una riflessione metafisica, che conduce al riconoscimento di un Essere creatore, certamente una riflessione su questo essere materiale e vivente, cosciente e creatore che è l'uomo, apporta elementi in più per elaborare una metafisica che ci conduca al termine della nostra ricerca. A mano a mano che l'universo diventa più complesso, si differenzia; a mano a mano che il suo sviluppo avanza nel tempo, la riflessione metafisica trova materia in più per delucidare il senso e la chiave dell'essere. Per il metafisico c'e più di che fornire la propria riflessione nella materia vivente che nella materia previvente, più nell'organismo cosciente e pensante che nell'organismo solamente vegetativo, più in un organismo cosciente, riflessivo, personale, nell'uomo che nell’animale. C'è più al termine dell'universo che al suo inizio. La riflessione metafisica certamente ha interesse a riflettere sull'inizio o piuttosto sugli inizi, del mondo ma i primi tempi della realtà fisica, empirica sono meno ricchi dei tempi successivi e gli inizi di oggi, che si chiamano nascite, sono più ricchi di sostanza metafisica che quei primi inizi dell'universo solamente fisico. Una riflessione metafisica sull'uomo ci condurrà ben oltre la semplice riflessione sull'universo fisico e sul mondo animale. Intorno all'uomo la nostra riflessione può essere duplice. Possiamo intraprendere una riflessione sul fenomeno umano dall'esterno, considerando l'uomo come un essere tra gli esseri empirici, dati nella nostra esperienza. Possiamo anche considerare l’uomo dall'interno, perché noi siamo questo essere che vogliamo esaminare. Entrambe le vie sono feconde e necessarie. La seconda ci condurrà più lontano. Essa ci farà superare l’ordine della natura.
L'uomo, l'essere che noi siamo, è caratterizzato da certi attributi tradizionalmente chiamati l'interiorità, la riflessione, l'azione riflessa e mediata, il linguaggio riflesso, il pensiero concettuale, ecc.

Il molteplice, dicevamo, è incapace di rendere ragione delle sintesi nelle quali è integrato. Il molteplice è incapace per sé solo di rendere ragione delle strutture materiali. Le strutture materiali sono incapaci: di rendere conto da sé sole delle sintesi organiche viventi nelle quali    le strutture molecolari sono integrate. Le organizzazioni viventi sono incapaci di rendere ragione da sé sole della riflessione della coscienza, dell’esistenza personale, della libertà dell'agire e del pensare. Come notava Augusto Comte, l'inferiore non può spiegare il superiore. L'esistenza personale, propriamente umana, non può essere spiegata da nessuna delle strutture che la preparano e la costituiscono. È un paralogismo, è rinunciare all'esercizio della ragione, voler spiegare la materia costituita, strutturata, attraverso il molteplice, la materia vivente attraverso la materia solamente fisica, la coscienza e la riflessione attraverso l’ordine biologico. Significherebbe dire che il meno produce il più, che c'è in esso la possibilità di produrre il più. È, strettamente parlando, è una assurdità, una irrazionalità.
Di fatto, le filosofie che sostengono questa proposizione, in apparenza contraria a ogni esigenza razionale, si rifugiano in una ipotesi che permette loro di sfuggire alla assurdità della proposizione, quale si presenta in maniera ovvia.

La materia produce, in virtù delle proprie risorse naturali, la vita e la coscienza — dicono — perché la materia ne ha il potere. Essa ha non solamente il potere di generarsi da sé, è provvista non solamente dei predicati classici dell'assoluto: la aseità, L’eternità, l'infinità, la sufficienza ontologica. Ma dall'assoluto essa ha anche il predicato del potere creatore. Essa può creare la vita e la coscienza. In altri termini la materia è l’Assoluto, l’Assoluto increato, eterno, sufficiente e creatore. Questo materialismo è un panteismo. Giunge a divinizzare la materia. Abbiamo dunque, una volta di più, la scelta fra una filosofia che si appoggia su una riflessione obiettiva, positiva, su una analisi empirica del reale materiale, e una filosofia che aggiunge a questa analisi obiettiva, scientifica una asserzione che è mitica, cioè l’assolutizzazione, la divinazione della materia. Come fanno osservare alcuni teorici del marxismo, si ha la scelta tra due metafisiche e bisogna optare per l'una o l’altra. Nulla ci obbliga, assolutamente parlando, nulla ci costringe, da un punto di vista strettamente razionale, ad affermare la sufficienza ontologica, la eternità e la aseità della materia e del movimento. Niente ci obbliga, razionalmente parlando, ad ammettere che la materia sia l'Assoluto. È una opzione metafisica che non riposa su un motivo metafisico, ma su una motivazione di un altro ordine, umano, politico.

Prenderemo atto di questa constatazione e concluderemo che dallo stretto punto di vista filosofico e razionale, in cui noi troviamo, nulla in effetti ci porta ad affermare che la materia sia l'Assoluto, che essa sia increata e che abbia i poteri necessari per produrre la vita, la coscienza, l'agire e il pensare. Quel panteismo «laicizzato» che abbiamo incontrato non è la sola forma di panteismo che si trova sulla via della filosofia, alla ricerca di una soluzione ragionevole riguardo il mondo. Il panteismo più primitivo, più diffuso forse, ammetterà in effetti che una forza opera nella materia, la trasforma, la costituisce in materia vivente, poi la fa sbocciare in vita e in pensiero. Ammetterà che il molteplice non è sufficiente a giustificare resistenza delle strutture materiali informate, organiche, viventi. Riconoscerà che un principio formale è necessario per comprendere la natura della sostanza materiale. Ma questo panteismo non vede la necessità di andare oltre l'idea secondo cui il principio formale, organizzatore, l’intelligenza che opera manifestante nel mondo, sarebbe immanente al cosmo. È questo il punto di vista dei panteismi antichi. Il principio formale organizzatore è puramente immanente alla materia informata, all'universo. È, per esempio, il punto di vista dell’antico stoicismo, è quello di Aristotele. L'universo secondo l’uno e l'altro, è un dio, un animale divino. Lo stesso Platone, lo abbiamo visto, chiamava il cosmo un Dio sensibile.
Una forma più sottile di questo panteismo, la sua forma evoluta, consisterà nel dire che l’intelligenza immanente al mondo, l’Assoluto che opera in esso, si fa facendo il mondo. Diventa ciò che realizza. La cosmogonia è una teogonia. Lo sviluppo della natura è lo sviluppo stesso di Dio. Il divino prende coscienza di se stesso e si realizza, realizzando il mondo. Esso cresce. La forza naturale che opera nella materia minerale, nella linfa vegetale, nella animalità, diventa coscienza. L'Assoluto sarebbe quindi incompiuto all'inizio, si inventerebbe esso stesso progressivamente. Non sarebbe ancora coscienza di sé a livello della materia pura, non ancora vita, non lo diventerebbe che inventando l’umanità.

Ci troviamo, qui ancora, in presenza di una opzione da compiere fra due forme di pensiero: l’una che si appoggia sulla realtà oggettiva e si sforza di trame le implicazioni, l'altra che si arroga il diritto di fare delle affermazioni metafisiche inverificabili, di tipo mitico.
Una cosa è certa, che l'intelligenza immanente che opera nella natura, la forma organizzatrice che porta la materia fino alla materia organizzata e pensante è almeno uguale al risultato massimo che ottiene; cioè che è almeno personale, cosciente, riflessa come l'uomo, poiché ha generato l'uomo. Questo non significa che essa sia solamente riflessa, personale, e pensante come l'uomo. Questo significa che bisogna concedere, o concederle, almeno ciò che è la caratteristica dell'uomo, la personalità e la riflessione.

Questo dal panteismo, che abbiamo visto, viene concesso. Oggi l'Assoluto, il divino non è che una forza oscura, vegetativa, ciò che i tedeschi hanno chiamato Naturkraft. L'Assoluto è coscienza, riflessione. Il problema è di sapere se è sempre stato, e se non è divenuto ciò che è oggi, dopo non essere stato che forza organica. Il problema, in altri termini, è di sapere se l'intelligenza che opera nell’universo, nella natura, nell'evoluzione cosmica e biologica, prima di manifestarsi nell'uomo che riflette la natura, il problema è di sapere — dicevamo— se questa intelligenza è puramente immanente al mondo e alla natura, oppure se è trascendente. Significa cioè domandarsi di nuovo se l'Assoluto è già pienamente, prima dell'invenzione e della genesi del mondo, della vita, dell'uomo oppure no. O ancora, se la relazione tra il mondo, la natura e l'Assoluto, è una relazione che non altera l'identità tra l'Assoluto e la natura oppure se l'Assoluto è radicalmente altro dalla natura; cioè, in questo caso, la relazione tra l'Assoluto e la natura sarebbe una relazione di creazione.

È concepibile porre l'Assoluto come essere meno prima di ora; come non essente in pieno possesso della propria pienezza, se non quando l’universo è compiuto? L'uomo è rivelatore dell'Assoluto? L'Assoluto non si costituisce che nella genesi del mondo, della natura e dell'uomo? Se poniamo l'Assoluto come non essente ancora all'inizio ciò che è oggi, ritroviamo l'idea che abbiamo ricordato sopra: la materia primitiva avrebbe in sé il potere di inventare la vita e la coscienza. Prima quest'idea era espressa sul piano materialista. Ora in chiave panteista idealista. Ma è di fatto la stessa idea che presenta, dal punto di vista razionale, lo stesso paralogismo di fondo: affermare che il meno contiene il più...
Si può accettare certo il modo di pensare mitico che non ha paura di rifiutare l'esigenza razionale. Ma allora non siamo più sul piano della riflessione razionale e filosofica. Bisogna scegliere. E qui che gioca l’opzione.

Claude Tresmontant, L’intelligenza di fronte a Dio, tr. it. di Giandomenico Rusconi, Jaca Book, Milano 1981, pp. 57-61