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Importanza della curiosità, del giuoco, dell'immaginazione e dell'intuizione nella ricerca scientifica

Louis De Broglie
1958

da Sur les sentiers de la science

Louis De Broglie, fondatore della meccanica ondulatoria e premio Nobel per la fisica nel 1929, spiega in questo testo come “la ricerca scientifica, benché quasi costantemente guidata dal ragionamento, è pur sempre un’avventura”. Infatti lo scienziato è spinto dalla curiosità e dallo stupore, guidato dalla sua intuizione e abilità e dal suo forte desiderio di conoscere e scoprire la verità. Pertanto, accanto alla ragione e alla razionalità che ne definiscono l’ambito e il metodo, la scienza si basa sulla libera immaginazione, sulla passione con cui il ricercatore si dedica ad essa, in sintesi l’esprit de finesse; sono in realtà tali caratteristiche che rendono possibili le scoperte e determinano la possibilità continua di aprire nuovi orizzonti di ricerca, e fanno sì che lo scienziato non possa essere sostituto da macchine, seppur ‘intelligenti’.

Il fanciullo è curioso. Quanto nel mondo lo circonda, lo sorprende e lo stupisce. Egli vorrebbe conoscere e, non appena è in grado di esprimersi, pone un mucchio di domande. Questo ardente desiderio di sapere, di comprendere, perdura in una forma che diventa a poco a poco più meditata e più profonda durante l’adolescenza, che perciò è l’età dei primi studi superiori. Più tardi, nella maggior parte degli uomini, tale curiosità universale diminuisce o per lo meno si attenua e si restringe a determinati campi: questa diminuzione si opera insieme con una limitazione delle strade che si aprono davanti a noi a mano a mano che ci allontaniamo dalla giovinezza.

L’umanità nel corso della sua evoluzione ha seguito, nelle sue linee generali, una via analoga a quella che seguono i singoli uomini nel corso della loro esistenza. Dapprima essa osservò con curiosità, attenzione e talvolta inquietudine la natura che la circondava: tentò di scoprire le cause e le leggi che regolano i fenomeni che veniva a mano a mano constatando. Ma non vi erano, all’origine, né genitori, né maestri per istruirla, e perciò essa credette di trovare in miti, spesso poetici, ma sempre fallaci, un’interpretazione senza valore reale dei fatti che cercava di comprendere. In seguito, trascorso qualche secolo, essa raggiunse l’adolescenza e si liberò dai suoi primi errori. Poiché la sua curiosità poteva ormai valersi di una ragione più salda e di uno spirito critico più acuto, essa poté proseguire lo studio dei fenomeni servendosi di metodi di investigazione più sicuri e più rigorosi.

È nata così la scienza moderna, figlia dello stupore e della curiosità: queste due molle segrete le assicurano sempre progressi incessanti. Ogni nuova scoperta ci apre nuovi orizzonti e contemplandoli noi siamo presi da nuovi stupori e da una rinnovata curiosità. E, poiché l’ignoto si estende sempre all’infinito davanti a noi, nulla sembra poter interrompere questa successione continua di progressi che appagano la nostra curiosità e che nello stesso tempo suscitano immediatamente nuove curiosità, originando così ulteriori scoperte.

Tuttavia è possibile che l’umanità, coll’avanzare dei secoli, s’impoverisca, analogamente a quanto succede nel periodo di maturità di un individuo. Già ora, come per l’uomo che diventa adulto, vi è la necessità di una sempre maggior specializzazione, e ciò è causa di molti inconvenienti che, certo meno gravi per l’umanità intera che per un individuo singolo, sono tuttavia reali; infatti la specializzazione restringe gli orizzonti, rende più difficili i confronti e le analogie feconde e finirà per pesare come una minaccia sull’avvenire dello spirito. Ma, per quanto si può giudicare, l’umanità è ancora nel suo periodo di sviluppo, e se riesce a evitare i pericoli in cui può incorrere a causa della sua potenza d’azione sul mondo fisico, è senza dubbio ancora lontana dalla sclerosi e dalla decrepitezza.

Il fanciullo dei “perché” è avido di conoscere, ma gli piace anche giocare. Non bisogna credere che ciò sia per lui un’occupazione inutile, poiché il giuoco insegna a riflettere, a vedere e poi superare le difficoltà, qualche volta persino a divertirsi con esse. Non vi è giuoco, per quanto spontaneo, che non possieda una sua tattica e una sua strategia. Perciò il gusto per il giuoco non è esclusivo dell’infanzia o della prima giovinezza: non esiste uomo maturo, per quanto serio possa essere, che non ne conservi un poco in fondo all’animo. E non esistono forse alcuni giuochi (quello degli scacchi ne è un esempio), che esigono molta riflessione e persino ragionamento? Svelare un enigma, trovare la soluzione di una sciarada, non significa forse cercare di scoprire qualcosa di nascosto e non è questo una specie di sforzo analogo alla ricerca scientifica? Inoltre credo si possa affermare che il gusto per il giuoco, che è come la curiosità una tendenza naturale nel fanciullo, ma che non è però infantile nel senso peggiorativo della parola, abbia anch’esso contribuito al progresso della scienza.

Per quanta mi riguarda, io sono stato spesso colpito dalla somiglianza dei problemi che la natura impone al ricercatore scientifico, con quelli che bisogna risolvere nel giuoco delle “parole incrociate”. Di fronte alle caselle ancora vuote, sappiamo che un’altra mente come la nostra ha posto nelle varie caselle, seguendo certe regole, alcune parole che s’incrociano, e aiutandoci con certe indicazioni che essa ci ha fornito, cerchiamo di ritrovare quelle parole. Quando lo scienziato cerca di comprendere certi fenomeni naturali, egli comincia con l’ammettere che questi fenomeni obbediscano a determinate leggi, che possiamo valutare in quanto comprensibili al nostro intelletto. Questo — notiamolo bene — non è un postulato evidente e senza importanza: esso infatti porta ad ammettere la razionalità del mondo fisico, a riconoscere che vi è qualcosa in comune tra la struttura materiale dell’universo e le leggi che regolano il nostro spirito. Ammessa questa ipotesi, che riteniamo naturale e la cui arditezza non ci curiamo mai di esaminare, noi cerchiamo di ritrovare i rapporti razionali che, secondo essa, devono esistere tra le apparenze sensibili. In tal modo lo scienziato cerca di riempire le caselle vuote del cruciverba della natura, in modo da formare parole che abbiano un senso per la ragion. Non discutiamo a questo proposito quale possa essere il significato dell’accordo almeno parziale tra la ragione e le cose, posto in evidenza, con un’immagine, dal paragone tra la ricerca scientifica e la soluzione dei cruciverba, ma occorre notare che questo paragone mostra chiaramente l’analogia esistente tra la ricerca scientifica e il giuoco in generale: in tutti e due i casi vi è dapprima la curiosità per l’enigma posto, per la difficoltà da superare, seguita, almeno talvolta, dalla gioia della scoperta, dall’inebriante sensazione dell’ostacolo superato. Il giuoco delle parole incrociate è certamente un giuoco intellettuale, ma si può sostenere che tutti i giuochi, anche i più semplici, hanno, nei problemi che pongono alla nostra attenzione, certi elementi in comune con l’attività dello scienziato nelle sue ricerche. E, dato che gli uomini in ogni periodo della loro vita sono attratti dal giuoco, dalle sue peripezie, dai suoi rischi e dalle sue vittorie, alcuni di essi si sono dedicati esclusivamente alla ricerca scientifica e hanno trovato nella dura lotta che devono affrontare una sorgente di gioia e di entusiasmo. Dunque il gusto per il giuoco ha una certa importanza nello sviluppo della scienza.

Si è molto parlato in questi ultimi anni di “cervelli elettronici”, di “macchine pensanti” e, più generalmente, di dispositivi, a un tempo meccanici ed elettrici, che col loro funzionamento eguagliano e persino superano tutte le risorse del cervello umano. Forse siffatti dispositivi non riescono a svolgere in modo estremamente esatto e in pochissimi secondi difficili calcoli che un uomo anche esercitato svolgerebbe in moltissime ore e con una molto maggiore probabilità di errori? Non possiedono “memorie” più fedeli e più sicure della nostra? Non hanno forse una potenza logica, un inflessibile e rigoroso ragionamento che il nostro povero cervello, spesso vacillante, non può che invidiare loro? Ma se si pensa all’attività del nostro spirito in tutta la sua vastità, attività che comprende ben altri aspetti che l’esecuzione dei calcoli, lo sviluppo dei sillogismi o la capacità di ricordare le conoscenze apprese, si ha — mi sembra — la nettissima impressione che, eccettuate alcune operazioni di carattere automatico, il cervello umano superi di gran lunga la macchina più perfezionata e abbia molte più possibilità. È difficile dare un nome preciso a queste capacità particolari della mente: a seconda dei casi si tratterà di sentimento, di esprit de finesse, di immaginazione o di intuizione. Il termine ha poca importanza, ma una realtà profonda sembra nascondersi sotto queste denominazioni imprecise.

Il progresso scientifico deve molto al sentimento. Se esso è una realtà, ciò è dovuto al fatto che alcuni uomini hanno amato o amano la scienza. Quando il giovane Pasteur espose all’ormai vecchio Biot le sue scoperte sugli isomeri ottici, questi gli disse: “Mio caro giovane, io ho amato talmente la scienza che ciò che tu mi dici mi fa battere il cuore!” Così anche parlando di scienza, si può parlare di amore. Non penso che le macchine elettroniche amino la scienza. Ma non voglio dilungarmi su questo aspetto della questione e vorrei ora accennare alla grande importanza che nel progresso scientifico hanno altri elementi irrazionali.

Chi vive lontano dalla scienza crede molto spesso che essa ci offra sempre certezze assolute: si pensa che il ricercatore basi le sue deduzioni su fatti indiscutibili e su ragionamenti irrefutabili e che quindi debba procedere con passo sicuro, senza alcuna possibilità d’errore e senza mai tornare indietro. Ma la scienza attuale, così come nel passato, ci dimostra il contrario. Non solo ciascun ricercatore ha le sue concezioni personali e il suo modo proprio di esaminare i problemi, ma anche l’importanza dei fatti constatati e più ancora la loro interpretazione sono assai di frequente rimesse in questione: le teorie evolvono e spesse volte cambiano radicalmente e vi sono anche qui, come in molti altri campi, certe “mode” che passano o che riappaiono. Come sarebbe possibile ciò se la scienza si fondasse unicamente su basi razionali? Questa è una prova certa che nel progresso scientifico intervengono altri fattori oltre alle constatazioni irrefutabili o ai sillogismi rigorosi, e che ciò avviene persino in quelle scienze, come la meccanica o la fisica, per cui l’uso di schemi astratti e di ragionamenti matematici, per la loro precisione e per la loro apparente semplicità, sembra particolarmente adatto.

In realtà alla base di tutte le teorie scientifiche che cercano di darci un’immagine o un metodo atti a prevedere fenomeni vi sono certe concezioni o rappresentazioni, a volte concrete e a volte astratte, per le quali il ricercatore prova una simpatia più o meno forte e alle quali egli si adatta più o meno facilmente. Questa osservazione mette bene in evidenza come sia inevitabile l’intervento nella ricerca scientifica di elementi individuali il cui carattere non è unicamente razionale. Se si esamina bene la questione, ci si accorge subito che proprio questi elementi hanno un’importanza fondamentale per il progresso della scienza. Tra essi in particolare bisogna considerare l’immaginazione e l’intuizione, facoltà cosi specificamente individuali e così variabili da una persona all’altra.

L’immagine permette di rappresentarci in tutto il suo insieme un fenomeno naturale, offrendoci un’immagine che rende evidenti certe sue particolarità; l’intuizione ci fa scorgere tutt’a un tratto, con una specie di luce interiore che certo non ha nulla a che fare con il pesante sillogismo, un aspetto profondo della realtà. Sono possibilità peculiari dello spirito umano che hanno avuto e hanno un’importanza essenziale nello sviluppo della scienza. Naturalmente lo scienziato rischierebbe di essere tratto in inganno se egli attribuisse un valore troppo grande all’immaginazione e all’intuizione: egli finirebbe per negare la concezione della razionalità dell’universo che, come abbiamo detto, costituisce il postulato fondamentale della scienza, e sarebbe così costretto a ritornare a poco a poco alle interpretazioni mitiche che caratterizzarono la fase prescientifica dei pensiero umano. Ciò nonostante, l’immaginazione e l’intuizione, considerate nei loro giusti limiti, costituiscono un aiuto indispensabile per lo scienziato che avanza lungo la via dei progresso.

Ammettendo senza restrizioni il postulato della razionalità dell’universo, si sarebbe portati ad affermare che, appoggiandosi su fatti ben certi, con una concatenazione rigorosa di ragionamenti successivi si dovrebbe giungere a una descrizione totale ed esatta dei mondo fisico. Ma questa è soltanto un’utopia: la concatenazione accennata non può effettivamente essere costruita, poiché il mondo fisico è estremamente complesso e difficilissimo da interpretare: noi infatti conosciamo solo una parte minima dei fenomeni fisici e la razionalità dell’universo, se essa è veramente totale, potrebbe essere percepita solo da una mente infinitamente più ampia della nostra. Dobbiamo quindi molto spesso passare da un ragionamento a un altro con un atto d’immaginazione o di intuizione che non e interamente razionale, come un aviatore il quale, partendo da una vetta, accetta il rischio di lanciarsi nello spazio per raggiungere una vetta vicina, poiché sa che la strada che discende nelle valli e che gli permette di fare lo stesso tragitto senza abbandonare la terraferma è troppo lunga e pressoché impraticabile. Ma, poiché gli impulsi dell’immaginazione o dell’intuizione sono cose individuali, i vari ricercatori rischiano allora di non seguire più esattamente la stessa via e questo spiega i contrasti tra gli scienziati, le svolte del pensiero scientifico che talvolta fanno stupire così vivamente coloro che assistono dal di fuori al progresso delta scienza e che, giudicando le cose troppo superficialmente, credevano di trovare in essa templi più sereni.

Non bisogna però sottovalutare il valore insostituibile dell’immaginazione e dell’intuizione nella ricerca scientifica. Superando con salti irrazionali - e non molto tempo fa Meyerson ne sottolineò l’importanza - il rigido cerchio entro il quale siamo costretti dal ragionamento deduttivo, l’induzione che si basa sull’immaginazione e sull’intuizione permette da sola le grandi conquiste del pensiero: essa è all’origine di tutti i veri progressi scientifici. E, proprio perché lo spirito umano ha queste possibilità, esso mi appare superiore a tutte le macchine che sanno calcolare o classificare meglio di lui, ma che non sono dotate né di immaginazione, ne di presentimento.

Cosi, ed è questa una sorprendente contraddizione, la scienza umana, essenzialmente razionale nel suo principio e nei suoi metodi, ottiene le più strepitose conquiste solo con bruschi salti pericolosi dello spirito, in cui intervengono le facoltà dell’immaginazione, dell’intuizione, dell’esprit de finesse, libere dal gravoso vincolo dei ragionamenti rigorosi. Ben presto lo scienziato ritorna all’analisi ragionata e riprende, anello per anello, la catena delle sue deduzioni. Da quel momento in poi segue passo passo la catena fino a quando non se ne allontanerà momentaneamente per servirsi della libertà della sua immaginazione, riconquistata per un istante, che gli permetterà di scorgere nuovi orizzonti.

Qualsiasi sforzo di immaginazione o di intuizione, proprio perché è il solo veramente creatore, comporta però alcuni rischi: liberato dall’impaccio della deduzione rigorosa, esso non conosce mai la meta verso cui tende e può trarre in inganno lo scienziato o portarlo in un vicolo cieco. Per tale ragione la ricerca scientifica, benché quasi costantemente guidata dal ragionamento, è pur sempre un’avventura.

Louis De Broglie, Sui sentieri della Scienza, tr. it. di R. Gallino, Boringhieri, Torino 1962, pp. 298-304.