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Il libro riassume l'esistenza

Romano Guardini
1948

da Elogio del libro, IV-V

Che cos'è un libro? Come oggetto e come possibile chiamata dell'uomo? Partendo da questi interrogativi, Guardini traccia una vera e propria esperienza del libro: da come esso è nella sua esteriorità - la grafica, la rilegatura, la copertina - a come è in sé: ciò che in esso ci interpella. Il libro non è infatti il luogo della memoria, delle tensioni e delle speranze in cui ne va dell'esperienza stessa? 
L'elogio di Guardini, rovesciando le credenze comuni, ci conduce a questa esperienza: «Il libro è… veramente quintessenza e simbolo della vita umana».

Ma non è forse ancora una volta meraviglioso di che cosa sia capace il libro? Questa possibilità, sempre aperta, che la parola un tempo parlata torni nuovamente in vita? 

Si obietterà comunque che esistono due diversi modi di scrivere, e quindi pure due diversi tipi di libro; e questo e vero. Ci sono i libri autenticamente parlati. Spesso sono semplicemente nati da un discorso; vere e proprie conferenze o conversazioni messe per iscritto, che sono poi state rielaborate. 0 per lo meno lo scrittore, mentre scriveva, ha parlato interiormente a qualcuno: a uomini determinati, che egli sentiva come destinatari della sua parola, ma anche a un pubblico indeterminato di ascoltatori, «ai giovani», o «agli spiriti in ricerca», o a persone che si occupavano degli stessi argomenti dell'autore. Simili libri si riconoscono subito: dalla loro inflessione, dalla struttura delle loro frasi, dal modo in cui si sviluppano i pensieri. In essi carta e scrittura sono solo dei surrogati: divengono veramente vivi solo quando vengono letti ad alta voce.

Altri invece sono «scritti» in un senso particolare. Le loro frasi hanno un rapporto essenziale col foglio e con la penna. Per essi la lingua è un materiale che modella e con cui si costruisce. Ciò che è scritto si trova nello stesso spazio in cui si trova un'opera d'arte, in attesa che ivi lo si visiti. Anche questo tipo di libro è buono. In questo modo sono forse sorti addirittura gli scritti maggiori; quelli che sono autenticamente «opere». Intorno ad essi, la solitudine sembra regnare e circondare lo scrittore insieme con la sua opera. Ma ciò nonostante anche queste opere sono parlate, solo che lo sono in un altro modo e a un altro ascoltare. Chi parla qui, parla a se stesso; all'esistenza; o, in un senso estremo, a Dio. È sempre comunque discorso, e autentica lettura significa renderlo sonoro; solamente che il suono è un altro.

Da quanto è stato detto risulta chiara un'altra relazione del libro: quella con la memoria; con quella misteriosa capacità, propria dell'uomo, di risollevare dal passato al presente quanto è successo precedentemente, e pur tuttavia - e questo è essenziale, poiché altrimenti il ricordo perderebbe la propria dimensione spazio-temporale e si trasformerebbe in follia - senza dimenticare che è passato. Anzi, propriamente l'assolutamente caduco non esiste. Ogni avvenimento prosegue negli effetti che ha provocato; ogni mutamento di uno stato prosegue nei nuovi stati da esso suscitati. Il mondo stesso è dunque, per così dire, la grande memoria, nella quale tutto ciò che è stato esiste ancora. Ma si tratta di una memoria che non conosce se stessa; è la forza conservativa dell'essere.

Solo nell'uomo si rivela l'autentica memoria, quella della coscienza. Le immagini di ciò che mi è successo, di ciò che ha avuto luogo intorno a me, rimangono in me e si ordinano dentro la mia vita interiore, così che ivi se ne raccoglie una quantità incalcolabile. Conservati nella loro forma più perfetta: non accumulati caoticamente, bensì ordinati in maniera vitale; sempre conchiusi e mai assolutamente chiusi;  non in movimento e pure afferrabili in ogni  istante.

Nel decimo libro delle sue Confessioni, Agostino ha scritto su questo argomento qualcosa di imperituro. Percepiamo la sua commozione, quando dice: «Grande è il potere della memoria, un qualcosa che fa rabbrividire, non so di quale genere, o mio Dio, una molteplicità profonda e  infinita. E questo è lo spirito, e questo sono io stesso.  Che cosa sono io allora, mio Dio? Che tipo di essere? Una vita complessa, dalle forme molteplici e così assolutamente incommensurabile. Vedi, nei campi e negli antri e sotto le volte della mia memoria, innumerevoli e pieni in quantità innumerevole di innumerevoli generi di cose; disponibili attraverso immagini, come tutti quanti i corpi, o attraverso presenza immediata, come le entità spirituali, o attraverso non so quali concetti e denominazioni, come gli affetti dello spirito... Attraverso tutto ciò io accorro, e volo qua e là; mi spingo pure, per quanto posso, nel profondo, e una fine non c'è mai. Tanto grande è il potere della memoria, tanto grande è il potere della vita nell'uomo, che è mortale» (17,26).

Ora, nel contesto di quello che si chiama «memoria» si inserisce anche il libro. Ciò che è scritto e per così dire memoria oggettiva. È a mia disposizione, e posso servirmene in ogni istante. Allora comincia a parlare, e ciò che fu un tempo, diviene presente...

Del resto non dobbiamo nascondere che la scrittura è anche distruggitrice della memoria. Prima che storia, saggezza e poesia fossero scritte e lette, esse venivano trasmesse, attraverso una viva tradizione, di generazione in generazione. La ricerca ha riconosciuto quanto fosse affidabile tale tradizione. Chi ha avuto occasione di constatare quanta ampia fosse la memoria di analfabeti dotati di talento, sa che anche quel progresso, costituito dalla possibilità di scrivere e di leggere, dovette essere pagato con una perdita.

Se tutto ciò è così - e ci sarebbe ancora molto da dire, in quanto l'argomento è inesauribile -, allora il libro non è forse veramente quintessenza e simbolo della vita umana? […]

V

E ora i nostri pensieri dovrebbero fare un altro passo: dovremmo chiederci che cosa significhi il libro nel contesto della vita umana. Devo dire subito che non ne abbiamo la possibilità, poiché finiremmo per essere coinvolti nella ricchezza e nella complessità della storia. Solo alcuni cenni concluderanno le nostre considerazioni.

Bisognerebbe parlare per esempio di quel libro in cui si racconta la storia di un popolo. E non intendo questo racconto solo come ricordo di un singolo, o come opera della ricerca storica, ma in un senso che fa esso stesso la storia, che ha in sé qualcosa che fonda, forma e conserva.

Pensiamo per esempio alla scena che incontriamo nell'Antico Testamento, nel libro di Ester: «Dato che la notte seguente il re non potè dormire, si fece portare il libro delle memorie, la cronica del regno; da questo libro si lesse ad alta voce davanti a lui. Vi si trovò scritto» che Mardocheo, padre adottivo di Ester, aveva salvato la vita al re, ma che per questo non aveva ricevuto alcuna ricompensa, e da quel momento muta la storia sua e di tutto il suo popolo (6, 1 ss.). Qui il libro conserva dunque la memoria di ciò che, secondo il narratore, è significativo per la vita del regno. Per i posteri, per il sovrano come per il popolo, esso diviene una fonte di saggezza e di guida al retto comportamento.

Oppure pensiamo a quel libro che raccoglie l'ordinamento legale vigente, il codice. Non significa solo la raccolta delle leggi in vigore, bensì rappresenta l'ordine stesso.

Sopra di esso si trova - provocando una certa ripercussione ancora sul nostro tempo di realismo scettico - un po' di quel potere di domare il caos delle passioni umane, proprio della legge che i fondatori dello Stato avevano ricevuto dalla saggezza divina.

Pensiamo anche al significato di quei libri che contengono i classici. Per la cultura occidentale essi hanno un senso particolare - senso che, con un accento diverso, ma forse ancora più forte, si trova anche nella cultura cinese. Non rappresentano semplicemente dei testi scritti bene, bensì sono nati con un particolare favore della storia.

Non pochi elementi devono concorrere, affinché sorga il fenomeno della classicità. Quanto viene detto deve essere forte nel contenuto e chiaro nella forma. Deve trovarsi a un alto livello di cultura personale e oggettiva - d'altra parte non deve eccedere ancora in raffinatezza, ma ricevere dalla semplicità di quei tempi un soffio di freschezza, un che di non consunto e di originariamente essenziale.

Ultima cosa da non dimenticare: il modo in cui queste opere nascono non è ancora diventato, a causa della scrittura, qualcosa di scontato. C'è in tutto ciò ancora una certa misura di eccezione e di rarità, di vocazione e di grazia, così che l'opera può spiccare e ha tempo per radicarsi come modello nella coscienza della comunità. Per questo motivo i classici hanno un che di intangibile e di normative. In maniera sempre nuova penetrano nella vita delle generazioni successive e determinano la loro formazione spirituale. Un volume che contenga l'Odissea o la Divina Commedia, il Fedone di Platone o il Tao-te-king, ha un valore esemplare nella sua concreta corporeità: seme e monumento, nutrimento e giudizio al tempo stesso.

Poi ci sono quei libri che vengono utilizzati nel culto e che contengono le prescrizioni per un comportamento ispirato alla santità, le agende, i testi per le formule sacre, la lettura e la preghiera. Quando un libro del genere viene sollevato con gesto solenne, posto sull'altare o sul leggio, si percepisce con grande intensità l'unita di figura tangibile e contenuto spirituale, di intendimento concreto e stimolo onnicomprensivo, di ciò che è divenuto storia e ciò che è permanentemente valido.

Finché non arriviamo finalmente al «libro» per eccellenza, la Bibbia. Essa è la raccolta delle Scritture sacre, biblia; è il disegno dal quale, in maniera sempre nuova, la rivelazione parla all'uomo come parola di Dio. Parla a ogni uomo, poiché, anche se è stata scritta in epoche determinate, essa viene tuttavia dall'eternità e perciò è sempre contemporanea.

Riguardo al significato che questo libro può avere nella vita dell'uomo; non solo nei suoi singoli contenuti, bensì come insieme, come canone delle parole sacre; come volume che si tiene in casa e si porta con sé, che si prende in mano e si apre - o meglio, che si ha presso di sé, corporeamente presente e misteriosamente elevato al tempo stesso; che parla, con la propria ininterrotta presenza, alla vita dell'uomo, se questa è disposta ad accogliere le sue parole - riguardo a ciò ci sarebbe molto da dire. Vorrei solamente raccontare un avvenimento di cui a suo tempo ho fatto esperienza. In una delle grandi battaglie dell'ultima guerra, un reparto si trovava in una situazione disperata. II cappellano militare era presente e, sentendo che non aveva da dire nulla di accettabile in quell'ora, tolse di tasca il proprio Nuovo Testamento, ne strappò le pagine e ne diede una a ogni uomo.

II libro sta davanti a noi come una figura originaria. In esso si riassume l'esistenza*.

 

* Questo discorso fu pronunciato dall'Autore nell'anno 1948 come conferenza al Leibniz-Kolleg dell'Università di Tubinga.

Romano Guardini, Elogio del libro, tr. it. di Giuseppe Scandiani, Morcelliana, Brescia 1993, pp. 36-47.