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Ingegneria Genetica

Anno di redazione: 
2002
Angelo Serra

I. Introduzione - II. La “nuova genetica” - III. La “rivoluzione genomica” - IV. Verso una “nuova medicina”? - V. Ingegneria genetica ed etica.

I. Introduzione

Il termine «ingegneria genetica» fu introdotto nella letteratura biologica da R.D. Hotchkiss, precisamente nel titolo di un suo scritto pubblicato nel 1965, Portents for a genetic engineering (“Journal of Heredity” 56 (1965), p. 197). Con una certa preoccupazione, dopo aver richiamata l’attenzione sulle possibili conseguenze di interventi sulla informazione genetica, ai quali si stava incominciando a pensare, egli concludeva, quasi esortando: «Coloro che hanno la responsabilità d’insegnare e di scrivere di scienza, compiranno il loro storico dovere aiutando il nostro pubblico a riconoscere e valutare queste possibilità, per evitarne gli abusi. Poiché certamente quelle cose si stanno facendo».

In realtà, stava allora nascendo, una “nuova tecnologia”, nella quale convergevano differenti discipline e figure: dai genetisti, biologi molecolari e biologi cellulari ai biochimici, medici, veterinari, esperti nelle scienze dell’agricoltura e ingegneri. Ad essa venne attribuito proprio quel nome: ingegneria genetica. Più recentemente, W.S. Reznikoff, introducendo il primo Simposio su Progress in Recombinant DNA Technology and Applications, dopo averne indicato l’origine nella esplosione della genetica nelle precedenti decadi, affermava apertamente: «Le scoperte ci hanno dato le linee-guida che noi come “ingegneri” possiamo usare per pianificare in modo specifico la modificazione di organismi selezionati. Per esempio se noi desideriamo avere un organismo che produca una particolare proteina, ora noi sappiamo quale dovrebbe essere la struttura del gene e quali segnali sono necessari per controllarne la sintesi» (W.S. Reznikoff, Prospectives and challenges in genetic engineering, “Annals of the New York Academy of Sciences”, 646 (1991), 1- 4, p. 1).

Negli ultimi 25 anni del secolo XX si è così assistito allo spettacolo di una scienza e una tecnologia protese a scoprire finalmente il “codice genetico” degli esseri viventi, dal più piccolo procariote all’uomo. Gli obiettivi erano e sono chiari: conoscenza sempre più profonda e vasta dei meccanismi e dei processi vitali sottesi dal codice genetico; e prospettive di una più facile e sicura manipolazione dello stesso in vista del benessere dell’umanità. Ovviamente, non sarà possibile neppure delineare tutto quanto è avvenuto in questo campo in pieno sviluppo; si cercherà perciò di dare una veduta d’insieme delle linee principali di lavoro e di alcune fondamentali conquiste e applicazioni, e di sottolineare i problemi  aperti secondo il richiamo di R. D. Hotchkiss.

II. La “nuova genetica”

Intorno al 1975 le conoscenze sulla “informazione genetica” e sul “gene” avevano superato ogni previsione. Attraverso lo studio del DNA di alcuni virus, costituito da un numero relativamente piccolo di nucleotidi dell’ordine di poche migliaia, si era iniziata l’analisi dell’organizzazione dei geni nei cromosomi e del come essi si esprimono e sono regolati. Nel frattempo erano intervenute due altre scoperte.

La prima fu quella delle «endonucleasi di restrizione», enzimi nucleari capaci di riconoscere e tagliare il DNA in siti specifici, caratterizzati da una ben determinata breve sequenza di nucleotidi. Dal 1969, quando fu isolato il primo di questi enzimi dal batterio Haemophilus influentiae, se ne sono trovati varie centinaia, e sono oggi prodotti anche industrialmente. D. Nathans, che fu tra i primi a utilizzarli per l’analisi genetica del DNA di un virus della scimmia (SV40), nell’esporre i risultati ottenuti aveva previsto  — ed ebbe ragione — che «essi sarebbero serviti all’analisi del genoma di ogni organismo e avrebbero reso possibile la comprensione dei complessi programmi genetici che governano la crescita, lo sviluppo e le funzioni specializzate degli organismi più elevati compreso l’uomo» (D. Nathans, Restriction endonucleases, Simian virus 40 and the new genetics, “Science” 206 (1979), pp. 909-913). Questa scoperta, in realtà, metteva nelle mani dei biologi molecolari preziosi e appropriati bisturì chimici, preparati dalle cellule stesse, per analizzare il materiale genetico.

La seconda scoperta fu quella del «DNA ricombinante», che meritò il Premio Nobel a P. Berg. In un anno sabbatico 1967-68, passato presso i laboratori di Renato Dulbecco, egli si era convinto che il modello dei virus tumorigeni, quale il Simian virus 40 (SV40) costituito da 5243 paia di nucleotidi, avrebbe potuto servire a rivelare aspetti interessanti della chimica genetica dei mammiferi. Mediante l’uso di endonucleasi di restrizione era riuscito a stabilire la localizzazione dei 5 geni contenuti nel micro-cromosoma del virus stesso, e a definire la successione temporale della loro espressione dopo che il virus aveva raggiunto il nucleo delle cellule infettate e durante il suo ciclo moltiplicativo. Aveva poi stabilito la capacità del DNA virale di “integrarsi”, tutto o in parte, con il DNA di cellule ospiti di roditori, trasformandole in cellule neoplastiche. Ebbe allora l’idea geniale di tentare di legare il DNA del SV40 con geni specifici non virali, inserire poi il frammento ricombinato (DNA ricombinante) in cellule di mammiferi e studiare la espressione di questi geni non virali nel nuovo ambiente in cui erano transdotti. Sintetizzò allora il primo «DNA ibrido» (DNA ricombinante) fra il DNA del SV40 e frammenti di DNA di un plasmide di Escherichia coli. Iniziava così la via alla produzione di “vettori” di frammenti di DNA. Ne seguì una esplosione — dopo un voluto moratorium per esaminarne i rischi — di ricerche che favorirono lo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate, ma anche rapide, per preparare, sintetizzare, analizzare e ibridare segmenti specifici di DNA, e di metodi sempre più sicuri e innocui per trasferirli in opportuni ospiti, per clonarli, ossia farli replicare in numero illimitato di copie, per selezionarli, ottenendone frammenti corrispondenti a geni desiderati, e per associarli fino a costruire cromosomi artificiali.

Da quel momento fu un susseguirsi incalzante di nuove tecnologie e ricerche, con cui si sviluppò  la “nuova genetica”. Non erano più i prodotti controllati dai geni o gli effetti terminali della loro azione l’oggetto della maggior attenzione. Questa doveva essere rivolta ai geni stessi: scoprirli, localizzarli, studiarne l’attività, le alterazioni, le conseguenze patologiche; conoscerne tutta la rete, le interconnessioni, le interazioni con altri geni e con l’ambiente; averli infine nelle proprie mani per poterne disporre in modo creativo. È il campo dell’ingegneria genetica, il braccio forte della “nuova genetica”.

III. La rivoluzione genomica

A partire da questo momento ebbe inizio una rivoluzione più turbolenta rispetto a quella genetica, ma anche più affascinante: la “rivoluzione genomica”. Erano ora emersi due ordini di necessità: occorreva entrare nei cromosomi, cioè i volumi da leggere, e decifrarli pagina per pagina; poi, trovare i geni, analizzarne il testo e studiarne l’attività. Occorrevano, innanzitutto, tecniche nuove.

1. Le tecniche. La loro complessità e il continuo sforzo per migliorarle e renderle più efficienti e più rapide obbligano a tracciarne soltanto le linee principali di sviluppo. Questa conoscenza è, tuttavia, indispensabile per una valutazione del grande cammino percorso nel tentativo di conoscere i segreti nascosti nelle pagine della vita.

a) Isolamento dei frammenti del DNA. Era, prima di tutto necessario tagliare il DNA, cioè i lunghi filamenti dei singoli cromosomi in frammenti capaci di contenere da 200-500 a 1-2 milioni di paia di basi. Sono stati perciò elaborati delicati procedimenti di preparazione del DNA, che comprendono: la sua estrazione dalle cellule di un dato tessuto (linfociti, amniociti, fibroblasti, ecc.), oppure da una quantità sufficiente di singoli cromosomi separati con metodi di citofotometria di flusso, e la sua purificazione; trattamento con endonucleasi di restrizione a seconda delle dimensioni desiderate dei frammenti; utilizzo immediato di questi a scopi diagnostici, oppure loro incorporazione in “vettori” (fagi, virus, plasmidi, BAC cioè cromosomi artificiali di batteri o YAC cioè cromosomi artificiali di lievito) ottenendone “costrutti ibridi” o “inserti” conservati a -80°C per futuro impiego. È il «DNA genomico» di un dato soggetto o cromosoma.

b) Amplificazione dei frammenti di DNA. Nei frammenti di DNA presenti in quegli inserti sono contenute “sequenze” di DNA di lunghezza variabile tra circa 200 e 2 milioni di paia di basi. Queste potranno includere: alcune, geni interi o parte di geni; altre, sequenze “anonime” a funzione apparentemente non codificante ma, in parte almeno, di importanza strategica per l’analisi strutturale dei singoli cromosomi, e dette perciò “marcatori”. Gli ulteriori passi esigevano quantità notevoli dei singoli frammenti. Era quindi indispensabile replicarli: operazione detta “amplificazione”.

Per una amplificazione massiva si ricorre alla «clonazione»: gli inserti aggiunti, in adatte condizioni, a sospensioni di cellule in rapida crescita — per lo più batteri, in generale l’Escherichia coli — vi penetrano  e, con il moltiplicarsi delle cellule e dei vettori, si moltiplica anche il frammento di DNA incluso, fino a raggiungere anche un milione e più di copie per cellula. Queste cellule si seminano allora su piastre per coltura e, in ognuna di esse, si formano colonie nelle quali è contenuta una determinata “sequenza” di DNA, che potrà essere ancora ulteriormente amplificata ripetendo lo stesso procedimento.

Per amplificazioni di sequenze note (target sequences) dal 1987 è disponibile un metodo enzimatico in vitro detto «reazione polimerasica a catena» (PCR). La sintesi della sequenza desiderata è cioè ottenuta attraverso la replicazione simultanea delle due catene complementari della sequenza originale, mediante una polimerasi del DNA termostabile, partendo da punti ben definiti detti “primers”; replicazione che viene ripetuta in una serie automaticamente controllata di cicli successivi, durante i quali si susseguono regolari variazioni di temperatura per le diverse fasi di denaturazione, di inanellamento, e di replicazione attraverso le quali si formano le copie del desiderato segmento di DNA. Il prodotto di ogni amplificazione potrà essere etichettato con una sua propria sigla e conservato a -80°C. Il loro insieme costituisce le “biblioteche genomiche”.

c) Mappatura fisica del DNA. Ha il compito di stabilire l’ordine in cui si succedono nei diversi cromosomi le sequenze ottenute, cioè come in essi queste “mappano”. Tra le tecniche utilizzate, la più importante è stata, ed è ancora, quella del “mappaggio di restrizione”. Applicando metodi ormai computerizzati vengono definiti i punti di congiunzione dei diversi frammenti e successivamente costruiti i cosiddetti contigs, che danno la successione ordinata o “mappa” delle sequenze precedentemente ottenute.

d) Mappatura genica. In vista delle applicazioni, soprattutto in campo medico, era urgente conoscere la localizzazione delle “sequenze codificanti”, corrispondenti cioè a geni specifici, in particolare a quelli alterati, causa di malattie. Un primo passo in questa direzione doveva essere lo studio dell’associazione (linkage) di una data malattia con frammenti di DNA polimorfici (i “marcatori”) sicuramente localizzati in un ben determinato cromosoma. A questo primo passo, sempre indispensabile, se ne aggiunsero, e se ne stanno aggiungendo, ancora altri, favoriti soprattutto dalla mappatura fisica dei cromosomi sempre più dettagliata e dal conseguente raccorciamento delle distanze tra i marcatori, che permettono di giungere alla localizzazione più rapida e più precisa del gene interessato.

e) Sequenziazione del DNA. Ottenuti i frammenti — codificanti o no — del DNA nelle mani, non poteva non esserne analizzata la struttura molecolare. Questa doveva permettere di arrivare alla conoscenza della reale alterazione nei casi di geni patogeni e dei meccanismi sottostanti alla patologia. Sottoponendo i frammenti di DNA isolati e clonati a procedimenti chimici che permettono di romperli specificamente a ciascuna delle quattro basi (A,T,C,G), divenne possibile dal 1977, con metodiche di separazione elettroforetica, determinare la posizione di ciascuna di esse nel frammento in esame e ricostruire la struttura molecolare di interi geni. Il confronto, poi, della sequenza con il prodotto controllato dal gene, quando è noto — un mRNA o una proteina — permette di stabilire la sequenza esatta delle triplette che dà il significato preciso a quel determinato gene.

f) Transfezione dei geni. Era diventata evidente la necessità di analizzare e conoscere i meccanismi di espressione dei geni. La via più immediata apparve quella dell’inserimento dei geni in studio in adatte cellule («transfezione»). Molti metodi sono stati sviluppati per la transfezione di sequenze di DNA in cellule di mammiferi, tra cui: la elettroporazione, i vettori virali, la microinoculazione. Nonostante i suoi limiti, la «transfezione genica» lascia intravedere applicazioni utili non soltanto nel campo della ricerca, ma anche per lo sviluppo di importanti tecnologie tanto nei campi vegetale e animale che in quello umano, in particolare — per quest’ultimo — quello terapeutico.

Questi accenni alle tecnologie della ingegneria genetica — tecnologie che stanno continuamente arricchendosi di nuove e sempre più rapide metodologie fino alla robotizzazione di tanti processi, soprattutto quello della sequenziazione — danno una pallida idea della inarrestabile spinta alla conquista del codice genetico degli esseri viventi e verso applicazioni di notevole portata per la società umana. La descriveva recentemente con espressioni efficaci E. Pennisi, portando l’attenzione sui «sequenziatori del DNA»: «Essi stanno rivoluzionando la biologia cambiando non la sostanza ma la cultura della scienza. In questo nuovo mondo della genetica, macchinari e robots fanno la massima parte del lavoro di laboratorio e i dati si accumulano più rapidamente di quanto la mente possa assorbire. [...] Abili tecnici, macchinari sequenziatori di alta capacità e computers occupano ora il massimo spazio dei laboratori. Il progresso è ora misurato non in articoli su riviste ma nell’accumulo giornaliero di nuovo DNA sequenziato» (DNA sequencers’ trial by fire, “Science” 280 (1998), p. 814). Erano stati dunque preparati gli strumenti per le attese nuove conquiste.

2. Le conquiste. È impossibile raccoglierle in una breve sintesi. Si cercherà, perciò, di indicarne alcune principali, ottenute su diversi fronti, soffermando l’attenzione in modo particolare sul fronte «Uomo».

a) Procarioti. Un intenso lavoro di sequenziazione del genoma di batteriofagi, virus e batteri ha già permesso di raccogliere in grandi archivi (data bases) i genomi completi di oltre 200 di essi, di cui il primo fu quello dell’Haemophilus influentiae di 1.800.000 paia di basi, pubblicato nel 1995 (TIGR Microbial Database - http://www.tigr.org).

b) Vegetali. Sono da sottolineare le grandi opportunità offerte dalle tecniche di transfezione genica che hanno permesso di aumentare la resistenza di vegetali alimentari agli erbicidi, alle malattie, agli insetti e al gelo; di aumentarne il prodotto; di migliorarne la qualità; di farne industrie viventi per la produzione di oli industriali e commestibili e, perfino, di prodotti farmaceutici, tra cui anticorpi umani molto simili ai monoclonali, capaci di agire come potenti vaccini contro serie malattie. Sono espressive le affermazioni di un editoriale della famosa rivista Science: «Il mondo otterrà la maggior parte del cibo, dei carburanti, delle fibre, dei prodotti nutritivi chimici e dei prodotti farmaceutici da vegetali e piante geneticamente modificate.[...] Le maggiori compagnie stanno spendendo annualmente miliardi di dollari nella ingegneria genetica. [...] Semi geneticamente modificati si stanno producendo su scala sempre più ampia.[...] I raccolti sono stati ripetutamente esaminati ed è stata stabilita la loro innocuità per gli uomini e gli animali domestici.[...] L’enfasi e lo sviluppo della ricerca genomica industriale sta ora passando ad altre aree, tra cui il miglioramento dei valori nutritivi delle proteine vegetali e la natura e il contenuto dei carboidrati» (P.H. Abelson, A third technological revolution, “Science” 279 (1998), p. 2019). A dimostrazione degli sviluppi di questa rivoluzione sia sufficiente ricordare che nei soli Stati Uniti l’estensione di terreno dove si coltivano questi nuovi prodotti è salita da 8 milioni di ettari nel 1997 a 20 milioni nel 1998, ed è tuttora in continuo aumento.

c) Animali. Si ricordano soltanto: la crescente produzione di animali «transgenici» e «clonati», con caratteristiche particolari di resistenza alle malattie e di proprietà nutritive quantitativamente e qualitativamente superiori; gli straordinari successi della sperimentazione di “transfezione germinale” trans-specifica, che rivelò vaste possibilità di applicazioni, tra cui quella non di poco conto di costruire modelli animali di patologie umane: modelli che hanno già reso molti servizi nello studio della patogenesi e della terapia di varie malattie, tra cui la distrofia muscolare di Duchenne e la fibrosi cistica.

d) Farmacologia. Non può non essere sottolineato il vasto contributo dato dalla ingegneria genetica allo sviluppo delle biotecnologie nel campo farmaceutico, che hanno portato alla commercializzazione di un numero sempre crescente di prodotti con essa ottenuti. Si ricordano soltanto ad esempio: l’insulina umana (Humulin della Lilly), l’ormone della crescita umano (Humatrope della Lilly e Protropin della Genetech), i fattori della coagulazione e l’interferone umani, vari vaccini di alta potenza, tra cui quello della antiepatite B, anticorpi monoclonali e antigeni specifici, capaci di evidenziare la presenza di anticorpi di difficile rivelazione. Tra questi ultimi è da ricordare il polipeptide Env60 di 60 aminoacidi, sintetizzato partendo da un gene sintetico di 180 paia di basi omologo a quello che codifica la porzione della proteina che rappresenta la regione immunoattiva del virus dell’AIDS, HIV-2 (Human Immunodeficiency Virus-2). Questo polipeptide sintetico, capace di reagire molto elettivamente con gli anticorpi presenti nel siero di soggetti infetti, ne permette l’identificazione sicura.

e) Uomo. Dal 1973 al 1989 si puntò alla mappatura genica, cioè a precisare l’esatta posizione dei singoli geni nei diversi cromosomi, applicando metodi di ibridazione cellulare e soprattutto del cosiddetto «clonaggio di posizione». I risultati di questi anni di ricerca sono testimoniati dagli undici volumi degli International Workshops on Human Gene Mapping. All’agosto del 1989 erano circa 3750 i frammenti di DNA — di cui 1677 codificanti, cioè «geni» — localizzati nel genoma umano: piccolo numero, in realtà, ma passo notevole, date le incertezze e difficoltà degli inizi di vie sperimentali nuove. H. Ruddle e K. Kidd mentre annunciavano nel decimo volume la formalizzazione del Progetto Genoma Umano, che aumentava la speranza «di vedere la mappa genetica umana nella forma completa fra pochi anni» (The human gene mapping workshops in transition, Human Gene Mapping 10, “Cytogenetics Cell Genetics” 51 (1989), pp. 1-2) non potevano non esprimere soddisfazione per il progresso già fatto attraverso la “piccola scienza” nella scoperta e nell’analisi della informazione genetica umana. Gli undici volumi degli International Workshops on Human Genome Mapping ne erano la testimonianza.

Tutti questi progressi apparvero però troppo lenti. Dopo anni di incertezze e discussioni tra opinioni contrastanti si giunse, infine, alla elaborazione di un gigantesco piano di ricerca, denominato “Progetto Genoma Umano” (Human Genome Project, HGP). Scopo essenziale era la “sequenziazione del genoma umano”, cioè la lettura e la trascrizione nella esatta successione naturale delle circa 3500 milioni paia di basi che costituiscono il genoma umano aploide. Lavoro immane e di elevatissimo impegno finanziario, ma che si riteneva avrebbe poi — oltre il resto — reso più facile e definitivo il lavoro di mappatura dei singoli geni. Il Progetto entrò ufficialmente in fase di attuazione l’8 settembre 1988 sotto la direzione della Human Genome Organization (HUGO) il cui Consiglio, costituito da 42 specialisti di 13 nazioni, aveva tenuto la sua prima riunione il 6 e 7 settembre a Montraux in Svizzera. Era prevista la sequenziazione completa per il 2005. Negli Stati Uniti, che portarono il contributo massimo all’impresa, la guida fu presa dal National Institute of Health (NIH) e dal Department of Energy (DOE) che nel 1988 avevano raggiunto un accordo sulla loro collaborazione e comune responsabilità nella conduzione del grande e non facile cammino verso la meta più prestigiosa del «Progetto Genoma Umano»: la sequenziazione dell’intero genoma umano. Centinaia di laboratori, soprattutto negli Stati Uniti, nell’Europa e in Giappone, furono associati in questo gigantesco piano, con l’impegno particolare del DOE per un continuo miglioramento delle nuove indispensabili tecnologie, comprensive di nuove strategie di bioinformatica. Da allora ad oggi il lavoro, anche se monotono e quasi esclusivamente tecnico, è proseguito. Il primo vantaggio lo risentirono tutti i progetti minori impegnati nella “mappatura dei geni”.

Nel 1994 erano già disponibili le “mappe fisiche” dei cromosomi umani con 15.000 marcatori distanti fra loro di pochi milioni di basi, ed erano in preparazione “mappe di alta risoluzione”, le quali possedendo marcatori ogni 100.000 basi avrebbero permesso di velocizzare la mappatura genica. Erano, di fatto, già stati mappati 4000 geni codificanti di cui 700 patogeni, responsabili di gravi malattie, e 70 oncogeni, tra i quali parecchi interessati nel cancro ereditario poliposico e non poliposico del colon, altri coinvolti nel cancro ereditario della mammella, altri nel melanoma familiare e nel gliobastoma, altri nelle leucemie.

Al gennaio 1995 erano disponibili le sequenze di 5100 geni umani. Subentrarono allora nuove strategie. J. C. Venter si distaccò dal gruppo pubblico NIH-DOE per fondare un gruppo privato — che prenderà in seguito il nome di Celera Genomics — convinto della possibilità di uno sviluppo più rapido dello stesso Progetto. Egli e i suoi numerosi collaboratori utilizzarono 174.472 brevi sequenze di DNA, dette Expressed Sequence Tags (ESTs), ricavate da biblioteche di cDNA costruite partendo da mRNA di organi diversi, il cui impiego si era dimostrato una strategia efficiente per “identificare” nuovi geni. Al settembre dello stesso anno, essi pubblicano il ritrovamento di 87.983 sequenze distinte, rappresentative di altrettanti “geni codificanti” che attendevano, ovviamente, di essere mappati. Gli autori, pur ammettendo una possibile ridondanza, ritenevano tuttavia di avere la chiave di almeno la metà dei geni codificanti umani e concludevano: «la mappatura di questi nuovi geni sarà di enorme valore sia per la genetica medica sia per la comprensione fondamentale della struttura e funzione del genoma umano» (M.D. Adams et al., Initial assessment of human gene diversity and expression patterns based upon 83 million nucleotides of cDNA sequence, “Nature” 377 (1995), Suppl. 3, pp. 1-15).

A questa nuova strategia per la identificazione dei geni seguì presto una nuova strategia per la mappatura dei numerosi geni già identificati, e identificabili sempre più rapidamente con la tecnica sopra delineata, che è stata elaborata ed applicata da un Consorzio di gruppi nordamericani, europei e giapponesi. Essi utilizzarono 20.104 brevi sequenze uniche di cDNA dette Sequence Tagged Sites (STSs) — che rappresentano piccoli pezzi di geni sicuramente codificanati essendo preparati dalle regioni non tradotte di mRNA (3’UTRs) — e tre differenti mappe fisiche di riferimento. Riuscirono a localizzarne definitivamente 16.354, con minimi margini di discordanza non superiori al 2% fra i diversi gruppi. In 18 mesi erano riusciti a quadruplicare quanto era stato raggiunto in molti anni, e proponevano: «Con un continuo sforzo, nei seguenti anni la caccia ai geni “patogeni” dovrebbe essere trasformata in una interrogazione sistematica di quelli “sospetti”, con conseguenze rivoluzionarie per il nostro avvio alla comprensione della suscettibilià genetica alla malattia» (G.D. Schuler et al., A gene map of the human genome, “Science” 274 (1996), p. 545). Si era ormai entrati nella fase cruciale del Progetto Genoma Umano.

Nel settembre 1998 i gruppi NIH e DOE stabilivano le mete per il completamento del Progetto nei successivi 5 anni — con due anni in anticipo rispetto al previsto — ma con la decisione di rendere pubblica una prima stesura (working draft) dell’intero genoma umano entro il 2001 (cfr. F.S. Collins et al., New goals for the U.S. Human Genome Project: 1998-2003, “Science” 282 (1998), pp. 682-689). Nel marzo del 1999 due nuovi laboratori accademici fondati dall’NIH, altri Istituti scientifici in Inghilterra (Sanger Centre), Francia (Genoscope), Germania (Jena, Braunschweig, Berlin) e Giappone (Tokyo) e la Genome Therapeutics Corporation venivano coordinati, con molti altri già operativi, in uno sforzo comune. Il 1° dicembre 1999 era completata e pubblicata la sequenziazione del cromosoma  22 di 33.4 milioni di paia di basi. Il 14 marzo 2000, F. Collins, direttore del National Human Genome Research Institute presso il NIH, in una intervista a Science, annunciava che nella entrante primavera sarebbe stata resa nota la prima stesura del 90-95% del genoma umano, di cui il primo miliardo di basi era stato letto in 4 anni, il secondo miliardo in 4 mesi e, il terzo miliardo — allora già in corso avanzato di lettura — avrebbe richiesto ancora meno tempo. Ai primi di aprile veniva annunciato dalla stampa che la Celera Genomics, la quale aveva pubblicato il 24 marzo il genoma della Drosophila melanogaster di 180 milioni di paia di basi, aveva completato — utilizzando lo stesso procedimento — anche il sequenziamento del genoma umano. Nello corso dello stesso mese, il DOE rendeva quindi pubblica la prima stesura della porzione del genoma contenuta nei cromosomi 5, 16 e 19; e nel maggio il Consorzio di 62 ricercatori del Giappone, Francia, Svizzera, Inghilterra e Stati Uniti annunciava il completamento di quella del cromosoma 21 di circa 33 milioni di paia di basi. Finalmente, il 26 giugno veniva pubblicamente annunciato, da parte del consorzio pubblico NIH-DOE, il completamento della “prima stesura” del genoma umano comprensivo del 90-95% del DNA. Tuttavia, ad ambedue i gruppi — pubblico e privato, che hanno lavorato in competizione indubbiamente costruttiva — rimane ancora la necessità di rivedere, correggere, completare questa prima stesura, al fine di dare quella definitiva, prevista dal Consorzio NIH-DOE per il 2003. Ad ogni modo, già così come è oggi, questa prima stesura rappresenta certamente una grande conquista. A causa delle diverse opinioni dei due gruppi di ricerca, privato e pubblico, sulla disponibilità dei dati acquisiti aperta a tutti, e dopo lunghe trattative con le due grandi riviste scientifiche “Science” e “Nature”, fu deciso di pubblicare i risultati del progetto privato, diretto da J. Craig Venter, in “Science” (The Human Genome, 291 (2001), n. 5507, 16.2.2001, pp. 1145-1434), e quelli del progetto pubblico diretto da F. Collins in “Nature” (The Genome International Sequencing Consortium, Initial sequencing and analysis of the human genome, 409 (2001), 15.2.2001, pp. 860-921.

3. Il “dopo Genoma”. A questa prima grande conquista ne seguiranno molte altre. Sta iniziando il “dopo Genoma” che avrà dei compiti ancora più ardui. Il primo sarà proprio quello di “annotare” il genoma, assegnare cioè ai diversi cromosomi i singoli geni. Al 18 febbraio 2001, il Genome Data Base (GDB) ne dava: come mappati 9747; come certi ma ancora non assegnati 1473, un totale quindi di 11.220, di cui 1911 associati a malattie. A questi dovrebbero essere aggiunti 38.798 geni “putativi” finora noti, la cui esistenza è cioè indicata dai trascritti ESTs (Expressed sequence Tags) ma attendono ancora di essere mappati (GDB, Human Genome Database, Count of Mapped genes by chromosome, 18.02.2001, URL http://www.gdb.org./). Sono stati fatti vari tentativi per un calcolo approssimativo del numero totale dei geni nell’uomo. Il Genome International Sequencing Consortium stima a circa 32.000 lo Integrated Gene Index (IGI). J. Craig Venter, nella presentazione dell’immane lavoro fatto dal suo gruppo di 275 collaboratori (The Sequence of the Human Genome, “Science” 291 (2001), pp. 1304-1351) stima a «circa 40.000, 27.000 e 24.000 i potenziali geni nel genoma umano in dipendenza del rigore delle prove considerate» (p. 1320), notando: «Tutte le predizioni e descrizioni dei geni e le prove associate che presentiamo sono il prodotto di procedimenti esclusivamente di calcolo» (p. 1321). Numero, osserva J.-M. Claverie (What if there are only 30.000 human genes?, “Science” 291 (2001), pp. 1255-1257) che potrebbe essere meraviglia — se si considera il numero dei geni di un vermiciattolo di circa 900 cellule, il Caenorhabditis elegans, che ne ha circa 20.000 e della Drosophila che ne ha circa 14.000 — per l’apparente sproporzione rispetto alla complessità dell’organismo umano. Ma, ricordando che i geni non sono espressi indipendentemente tra loro, indica come «un semplice modello matematico può illustrare come un relativamente piccolo numero di geni può essere sufficiente a generare una elevata complessità biologica» (p. 1256). La verifica di questi calcoli è da attendere al termine dell’operazione di “annotazione”, che richiederà verosimilmente qualche anno.

Il secondo compito, ampiamente facilitato dalla sequenziazione già eseguita, sarà la individuazione della specifica mutazione a cui è associata una determinata patologia: studio che ha già rivelato che una stessa manifestazione clinica può essere associata sia a un numero notevole di “mutazioni” di uno stesso gene — oltre 300, ad esempio, nel caso della fibrosi cistica —, sia a mutazioni di geni diversi — ad esempio, la retinite pigmentosa e il tumore della mammella.

Inoltre, con l’ampliarsi di queste nuove conoscenze di genomica strutturale e i loro ulteriori sviluppi, si prospettano già straordinari filoni di ricerca capaci di dare fondamentali risposte a interrogativi finora senza risposta. In particolare: a) la «proteomica», che permetterà di giungere a una rapida conoscenza delle migliaia di proteine prodotte dall’organismo umano e di che cosa esse fanno nella complessa realtà dei circa 250 tipi di cellule in esso presenti e operanti, facilitando così la comprensione della patologia nel caso di una loro assenza o di una loro alterazione; b) la «genomica funzionale» che, facilitata da originali strumenti bioinformatici — i microarrays — capaci di raccogliere in un minimo spazio l’assetto completo dei geni umani, permetterà di conoscere non più soltanto il gioco dei singoli geni, ma il risultato del loro gioco globale, responsabile del controllo dello sviluppo dallo zigote in poi, dei processi fisiologici nelle diverse cellule, e nei diversi tessuti ed organi. Sarà così resa più facile la comprensione di tante patologie, specialmente delle più complesse — dette poligeniche o polifattoriali — e trovarne le vie per un superamento. Osservava giustamente E.S. Lander, uno dei costruttori della Genomica: «Siamo in un periodo di transizione stupefacente nelle scienze biologiche. La genetica molecolare ha seminato una nuova rivoluzione ogni decade, e ci ha condotto ora sulla soglia di una visione globale della vita» (The new genomics: global views of biology, “Science” 274 (1996), pp. 536-539).

IV. Verso una “nuova medicina”?

Come accade per ogni avanzamento nella ricerca scientifica, anche il rapido sviluppo della «genomica» — termine comprensivo, ma più esteso di «ingegneria genetica» — ha aperto la via ad applicazioni di grande significato. Si è già accennato a ciò che sta avvenendo, non senza controversie talvolta con fondati motivi, nel campo vegetale e animale. Qui si sottolineano soltanto quattro vaste applicazioni che stanno sviluppandosi nell’area medica.

1. Identificazione dei portatori di geni patogeni. È oggi possibile, in modo relativamente facile, formulare una diagnosi certa sia di soggetto “portatore sano” di un dato gene patogeno o di un “soggetto affetto” da una determinata malattia genetica che potrà manifestarsi in tempi più o meno prossimi, se non si è ancora manifestata. Il numero delle malattie genetiche per cui la diagnosi diventerà possibile — non solo dopo, ma anche prima della nascita e anche prima dell’impianto — sta aumentando di giorno in giorno con l’aumentare del numero dei geni interessati mappati e sequenziati. Basteranno pochi ml di sangue, in caso di “diagnosi postnatale”, pochi ml di liquido amniotico o di sangue del cordone ombelicale o pochi mg di villi coriali in caso di “diagnosi prenatale”, una o due cellule prelevate da un embrione precoce di 8-16 cellule in caso di “diagnosi pre-impianto”, e se ne potrà estrarre il DNA. Poi, con metodi oggi per lo più diretti — tra i quali le tecniche di «amplificazione enzimatica» primer-mediata (PCR) delle sequenze specifiche in analisi, o quella della «ibridazione in situ» (FISH) — che permettono di rivelare l’esistenza del gene mutato attraverso la rilevazione delle mutazioni presenti, si potrà porre una diagnosi sicura e, talvolta, anche una prognosi.

2. La terapia genica per via somatica. È tutta tesa a sviluppare nuovi processi terapeutici per le malattie genetiche. Auspicata da W. F. Anderson nel 1984 (cfr. Prospects of human gene therapy, “Science” 226 (1984), pp. 401-409), venne presa presto in seria considerazione. In realtà, accurati studi avevano dimostrato che geni normali potevano essere trasferiti (transfezione) in cellule malate — cellule staminali del midollo osseo, linfociti, fibroblasti — e lì funzionare sufficientemente bene fino a guarirle, almeno parzialmente. Ulteriori ricerche per rendere la transfezione più regolare e ridurre al minimo le “mutazioni da inserzione”, permisero di iniziare le prime sperimentazioni di terapia genica per via somatica nell’uomo nel 1991, dopo una minuziosa e rigorosa scelta e approvazione dei protocolli sperimentali. Terapia dei tumori, terapia dell’AIDS e terapia di malattie genetiche furono i campi preferibilmente scelti.

Il lavoro fu intenso. L’ottimismo iniziale, come era da attendersi, si trasformò in un coraggioso impegno accompagnato da avvertimenti di prudenza. In un Rapporto sui risultati di tutti i 107 esperimenti clinici condotti negli Stati Uniti su 507 soggetti in cinque anni fino al giugno 1995 si sottolineava: «È troppo presto per affermare l’efficacia terapeutica della gene-terapia, o anche predire le sue promesse. Molti studi hanno riportato la capacità di espressione del DNA ricombinante in vivo, ma pochi hanno riferito efficacia clinica. La geneterapia è ancora ai primi passi e quasi tutti gli studi riguardano la prima fase, cioè stabilire la “innocuità” piuttosto che la “efficacia” del procedimento. […] I dati presentati sottolineano che anche dopo 5 anni di lavoro clinico c’è ancora la necessità di migliorare la tecnologia di base» (G. Ross et al., Gene therapy in the United States: A five-years status report, “Human Gene Therapy” 7 (1996), pp. 1781-1790). E a questi obiettivi si sta ora lavorando. Da una parte, l’ingegnerizzazione di nuovi vettori, soprattutto gli adenovirus e i lentivirus, sta promettendo un grande miglioramento dell’efficienza della transfezione dei geni in vivo e simultaneamente la riduzione della loro immunogenicità; e, dall’altra, gli sviluppi della genomica — e della genomica funzionale in particolare — faciliteranno la via al successo. Giustamente, T. Friedman, uno dei fondatori della moderna gene-terapia, nell’introdurre un ampio volume in cui sono raccolti stimolanti lavori che illustrano i maggiori sviluppi nell’evoluzione di questo nuovo campo della medicina, poteva scrivere: «Il successo del concetto di gene-terapia è stato fenomenale e rappresenta una nuova direzione veramente epocale per la medicina», anche se è doveroso «sottolineare la natura ancora immatura del campo» (Friedman, 1999, pp. XII-XIII).

3. La terapia genica per via germinale. Il raffinamento delle metodologie del trasferimento dei geni, fino alla microiniezione diretta nel nucleo cellulare, e i progressi dell’embriologia hanno dimostrato che: il DNA può essere microiniettato nei pronuclei dell’uovo fertilizzato; i geni così acquisiti sono trasmessi anche nella linea germinale del nuovo essere che si sviluppa; che la loro espressione quantitativa e tessuto specifica appare controllabile; e che i tentativi di terapia genica per via germinale già attuati in animali da laboratorio hanno dato esiti positivi. È perciò da attendersi che la spinta a tentare questo nuovo metodo di terapia genica per via germinale anche nell’uomo si farà sempre più forte, quantunque i notevoli ostacoli ancora da superare per garantire una eventuale sperimentazione clinica eticamente accettabile la rendano oggi improponibile.

4. La clonazione terapeutica. Nel 1986 S.M. Willadsen annunciava la riuscita clonazione dei primi mammiferi: 3 agnelli e 3 vitelli, ottenuti da «embrioni ricostituiti» mediante trapianto di blastomeri di «embrioni donatori» in centinaia di uova enucleate. Nel 1996 K.H. Campbell, utilizzando embrioni ricostituiti, prodotti trapiantando in uova enucleate nuclei prelevati da cellule ottenute dalla coltura di quelle embrionali, era riuscito ad ottenere 5 agnelle-cloni. E, prevedeva, dati gli sviluppi in atto della ingegneria genetica, che «da una parte, la modificazione delle popolazioni cellulari prima della ricostituzione dell’embrione mediante inserimento mirato di geni e la loro selezione, e, dall’altra, l’origine clonale di animali con esse ottenuti, avrebbero offerto un metodo per la rapida diffusione di miglioramenti genetici e per la modificazione di intere popolazioni» (cfr. K.H. Campbell et al., Sheep cloned by nuclear transfer from a cultured cell line, “Nature” 380 (1996), pp. 64-66, qui p. 66). Il 5 luglio 1996, seguendo la stessa tecnica, ma utilizzando nuclei di cellule derivate da colture di cellule “adulte” nasceva l’agnella Dolly, clone unico superstite di 277 embrioni ricostituiti aventi l’identica informazione genetica.

La clonazione era diventata possibile. Si intravide così una minaccia per l’Uomo. Si scatenò la burrasca: intervennero Comitati etici, furono proposte moratorie, emanate risoluzioni a livelli governativi. Ma non fu raggiunta una posizione definitiva. Anche l’espressione più rigorosa usata dal Parlamento Europeo nella sua Risoluzione del 12 marzo 1997, che leggeva: «La clonazione, per qualunque scopo, di esseri umani deve essere vietata nell’Unione Europea» (Parlamento Europeo, Documento B4-209/97, punto I), lasciava delle porte aperte.

Nell’ultimo trentennio la medicina aveva compiuto grandi progressi nello studio e nella utilizzazione di «cellule staminali pluripotenti», presenti in vari tessuti umani adulti e capaci di dare origine a più tipi di cellule, in maggioranza ematiche, muscolari e nervose. Si era visto come riconoscerle, come selezionarle, come sostenerle nello sviluppo e come condurle a formare diversi tipi di cellule mature mediante fattori di crescita e altre proteine regolatrici. Anzi un notevole cammino è già stato percorso in campo sperimentale, applicando anche i più avanzati metodi di ingegneria genetica e biologia molecolare per l’analisi del programma genetico che opera nelle cellule staminali, e per la transduzione di geni desiderati in cellule staminali o progenitrici che, impiantate, sono capaci di restituire le funzioni specifiche a tessuti sofferenti. Tutti questi progressi ed i risultati già raggiunti nel campo delle «cellule staminali dell’adulto» (ASC) lasciano, dunque, intravedere non soltanto la loro grande plasticità, ma anche la loro ampia possibilità di prestazioni. D.L. Clarke e J. Frisén confermavano: «Questi studi suggeriscono che le cellule staminali nei differenti tessuti adulti possono essere molto più simili di quanto finora pensato alle cellule embrionali umane, fino ad averne in alcuni casi un repertorio molto simile» e «dimostrano che cellule nervose adulte hanno un’ampia capacità di sviluppo, e sono potenzialmente atte ad essere usate per produrre una varietà di tipi cellulari per trapianto in malattie diverse» (D.L. Clarke et al., Generalized potential of adult neural stem cells, “Science” 288 (2000), pp. 1660-1663).

Ma, il 6 novembre 1998 J.A. Thomson e i suoi collaboratori dimostravano la possibilità, partendo dalle cellule della massa interna o «embrioblasto» di embrioni umani, di ottenere cellule staminali embrionali multi- e totipotenti e poi, da queste, cellule progenitrici e differenziate. Ovviamente gli embrioni, circa al quarto-quinto giorno del loro sviluppo, andavano distrutti. Seguirono due anni di tensioni tra operatori privati e pubblici e a livello legislativo. Emerse, contemporaneamente, anche una spinta alla «clonazione terapeutica» (cfr. D. Solter, J. Gearhart, Putting stem cells to work, “Science” 283 (1999), pp. 1468- 1470), a preparare cioè embrioni umani con una ben definita informazione genetica, da utilizzare per la produzione di cellule differenziate e immunologicamente compatibili per particolari trattamenti terapeutici. E in Inghilterra, sotto la pressione dei biologi, la Human Genetics Advisory Commission (HGAC) e la Human Fertilization and Embryology Authority (HFEA) chiesero al governo una nuova legge che «bandisse la clonazione riproduttiva, ma ammettesse la clonazione terapeutica» e, in vista di questa, concedesse di derivare da embrioni umani cellule staminali embrionali (ES) fino al 14.mo giorno dalla fecondazione e di sperimentare su di esse per lo sviluppo di trattamenti di particolari malattie. Sulla base di questa proposta, l’Ufficio dei Brevetti Inglese concesse alla Geron Company di Menlo Park in California, che aveva finanziato i lavori di J.A. Thomson e aveva comprato nel frattempo la Roslin Biomed di Edimburgh, «il diritto esclusivo a embrioni animali ricostituiti trasferendo il nucleo di una cellula quiescente diploide in un’adatta cellula recettrice» fino allo stadio di blastociste incluso. Brevetto che, secondo il vicepresidente della proprietà intellettuale della Geron, include anche l’embrione umano, perché consistente con la raccomandazione dei due Comitati inglesi che avevano richiesto la nuova legge (cfr. G. Vogel, Company gets rights to cloned human embryos, “Science” 287 (2000), p. 559).

V. Ingegneria Genetica ed Etica

L’esigenza di definire delle “linee etiche fondanti”, da tener presenti in tutti gli inarrestabili sviluppi che sta avendo e continuerà ad avere la «genomica», è stata, ed è tuttora, fortemente sentita. I fondatori stessi del grande Progetto Genoma Umano fin dall’inizio avevano deciso di investire dal 3% al 5% del finanziamento annuale per lo studio delle implicazioni etiche, legali e sociali (ELSI) di quel gigantesco progetto. Il Comitato Genoma Umano della American Society of Human Genetics il 28 dicembre 1990 inviava una lettera al direttore del Centro Nazionale per la Ricerca sul Genoma Umano nella quale venivano fatte precise osservazioni e particolareggiate richieste in merito. Vi si leggeva: «L’acquisizione di nuove informazioni non ne garantisce l’uso a favore dell’umanità, nel rispetto delle concezioni prevalenti della società e della dignità dell’individuo.[…]. Sono necessari accurate ricerche per definire in anticipo l’esatta natura dei problemi, e programmi  formativi per preparare esperti per decisioni etiche e legali nel campo della genetica medica» (ASHG Human Genome Committee Report, The Human Genome Project: Implications for Human Genetics, “American Journal of Human Genetics” 49 (1991), p. 689).

1. I problemi. I problemi essenziali — limitandoci al campo umano — che richiedono una particolare riflessione etica possono essere ricondotti a tre classi: a) problemi connessi con la ricerca di base; b) problemi connessi con le applicazioni diagnostiche; e c) problemi connessi con le applicazioni terapeutiche. La loro soluzione non può essere data che in una prospettiva etica alla cui base sia posto un riferimento fondamentale a un giudizio da premettere ad ogni decisione che voglia essere moralmente corretta. Giudizio che si sintetizza nella risposta alla seguente domanda: questa data ricerca, o questa data applicazione diagnostica, o questa applicazione terapeutica — in se stessa e/o per le circostanze — è “bene” o è “male”?

2. I princìpi. Nel campo in esame una prospettiva etica coerente con questa norma deve tener conto dei seguenti princìpi.

a) Primo principio. La “scienza”, nel nostro caso la conoscenza sempre più ampia e profonda della struttura e delle funzioni del genoma umano, è, in se stessa, un bene inestimabile. Infatti, essa come tale, cioè come complesso di conoscenze su strutture, funzioni e leggi dell’universo in cui siamo immersi, è un preziosissimo valore in sé che soddisfa la tensione innata dell’uomo di sapere. È una esperienza meravigliosa, esclusiva dell’uomo.

b) Secondo principio. Il “fare scienza” deve sottostare a criteri di comportamento fondati su una riflessione etica nel senso più rigoroso del termine. La “costruzione della scienza” esige le attività di osservare, analizzare, ipotizzare, sperimentare, verificare o falsificare; implica, cioè, l’apporto del ricercatore, il quale acquisisce dati, conferma, nega, interpreta e segna infine — talvolta almeno — un nuovo passo, acquisisce una nuova conoscenza. Il “fare scienza”, dunque, l’acquisire cioè parte anche minima di quell’immenso valore in continuo aumento che è la scienza, implica un apporto personale. Poiché, allora, ogni azione della persona deve essere una “azione responsabile”, essa non può essere indipendente da una “norma di agire”. Norma che deve promanare dalla “interiorità” dello scienziato stesso il quale, analizzando quella data azione, giudica se in se stessa e in quelle determinate situazioni sia da considerare “buona”, cioè conforme al criterio oggettivo di “bene”, o non invece un cedimento a una scelta soggettiva contraria a tale criterio. Questo lo ricordava molto recentemente, con autorevolezza e particolare veemenza, sir J. Roblat, professore emerito di fisica all’Università di Londra e Premio Nobel 1995 per la pace. Rivolgendosi agli uomini di scienza in un editoriale della rivista Science del dicembre 1999 affermava: «Gli scienziati non possono più pretendere che il loro lavoro non abbia nulla a che fare con il benessere individuale e sociale. […] Essi dicono che obbligo dello scienziato è rendere pubblici i risultati della propria ricerca. Ciò che il pubblico ne fa, è un suo affare, non dello scienziato». E seguiva immediatamente il suo giudizio: «Questa attitudine amorale è, a mio parere, realmente immorale, poiché nega la responsabilità personale per le probabili conseguenze delle proprie azioni» (A hippocratic oath for scientists, “Science” 286 (1999), p. 1475).

c) Terzo principio. La tecnologia, cioè l’applicazione delle conoscenze acquisite dalla scienza, è un grande potere dell’uomo. Gli deriva dal “diritto” che egli ha di utilizzare i risultati della ricerca scientifica e dal “dovere” di tradurli a vantaggio dell’uomo stesso e della società. Anche l’esercizio del potere, però, ancor più che il fare ricerca, esige una norma promanante dalla “interiorità” di chi lo esercita, la quale indica se ciò che si intende fare è bene o male, giusto o ingiusto. Se la scelta non sarà il “bene” e il “giusto”, non potranno seguirne che dispotismo o, forse peggio, spietato affarismo.

d) Quarto principio. La persona umana con la sua natura e la conseguente sua dignità, cioè il soggetto umano nella sua realtà integrale, è capace di far emergere dalla sua propria interiorità la norma del suo agire. È questa “interiorità”, che fa una cosa sola con il suo “biologico”, ma lo trascende, a indicargli — da lui stesso consultata e interrogata — ciò che è “bene” o “male”, “giusto” o “ingiusto”.

3. Le difficoltà. Non ci si possono nascondere, tuttavia, le difficoltà di questa interrogazione e della risposta. È vero che è l’uomo nella sua realtà integrale a dettare, dalla sua interiorità stessa, la norma del suo agire, base di ogni comportamento responsabile. Si richiede, è evidente, l’impegno a leggere questa norma e la volontà di non rifiutarla: disposizioni che possono mancare. Ma, anche in presenza di questo impegno e di questa volontà, un altro fattore può interferire nella qualità della scelta responsabile: è la differenza del “retroterra culturale” sul quale ciascun individuo o i vari gruppi sociali — tra cui scienziati, tecnologi, medici, giuristi, filosofi, eticisti e teologi — elaborano i princìpi etici del comportamento della persona umana. Retroterra culturale che, qualunque ne sia l’origine, costituisce per ogni soggetto un patrimonio mentale ed emotivo che ha un “significato” e un “valore”, difficile quindi da rimuovere e, spesso, anche da scalfire. È precisamente questa situazione che, in definitiva, dando luogo a un pluralità di scelte — ritenute tutte buone — non può non costituire un fattore di tensione e, peggio, condurre purtroppo quasi necessariamente, a soluzioni immorali. Lo prevedeva già nel 1980 uno dei più noti e profondi analisti etici della biomedicina, D. Callahan: «Sebbene il pluralismo deve essere rispettato, un gran numero di progressi biomedici ha indicato che è necessario che siano elaborate soluzioni generali e norme, che impegnano dati gruppi, di carattere più che solo consensuale o procedurale. [...] Se la moralità personale si abbassa a non più che all’esercizio di libera scelta, senza alcun principio disponibile per un giudizio morale sulla qualità di quelle scelte, allora la legge sarà inevitabilmente usata per riempire il risultante vuoto morale» (Shattuck Lectur - Contemporary biomedical ethics, “New England Journal of Medicine” 302 (1980), pp. 1233), o meglio, per riempire in qualche modo il “vuoto morale” — che tale comunque rimane — con ingannevoli e non innocui accomodamenti o compromessi legislativi, ai quali inevitabilmente conduce la politica.

4. Le conseguenze. È questa la realtà attuale gravida di problemi e rischi. Si accennerà qui appena a qualcuno dei più preoccupanti.

In questo stato di tensione etica, l’embrione umano è stato ridotto a un “oggetto a-etico”. Le ragioni portate da chi sostiene la necessità di sperimentare sull’embrione umano per il bene che potrà derivarne per l’uomo, fino a considerarla una nuova esigenza e un dovere della scienza e della medicina, sono comprensibili soltanto nella logica di una scienza e di una tecnologia che negano ogni valore e significato “umano” all’embrione e, quindi, ogni diritto. Soltanto questa logica può rendere comprensibile la già avvenuta brevettazione di embrioni umani.

In questo stato di tensione etica, il “non-nato geneticamente sbagliato”non ha diritto a vedere rispettata la sua vita. La “soppressione selettiva” di carattere evidentemente eugenistico è dichiarata un “bene”. In questo medesimo clima, lo stesso “portatore sano”, sta diventando di fatto oggetto di discriminazione, fino al punto di vedere sottolineata da varie aree di osservazione l’urgenza di evitare il formarsi di «una nuova sottoclasse sociale basata sulla discriminazione genetica» (P.R. Billings et al., Discrimination as a consequence of genetic testing, “American Journal of Human Genetics” 50 (1992), pp. 476-482, qui p. 476).

Questi brevi accenni, affatto esaustivi della problematica etica che accompagna i progressi della nuova genetica favoriti e promossi dal Progetto Genoma Umano, hanno voluto mettere in risalto soltanto alcune delle più gravi posizioni — purtroppo ormai generalizzate — che contraddicono ai princìpi di una “etica umana” che non può approvare ciò che è “male”. Sotto il crescente senso di capacità e di potenza per l’accumularsi delle conquiste, si è affievolito il “senso dei limiti” fino alla confusione su ciò che è bene o male, giusto o ingiusto, e al conseguente smarrimento del “senso di responsabilità”.

Non si può non riconoscere, da parte di chi ha vissuto questo straordinario periodo dal suo interno, che col crescere delle conoscenze delle più nascoste e preziose strutture “informative” e dei più fini meccanismi da esse attivati e controllati nel complesso organismo umano, l’immagine “totale”, e perciò “vera”, dell’uomo — per un molteplice concorso di cause — si è andata velando, fino al punto di non lasciarci più vedere ciò che in realtà egli è, né ciò che del progresso può rivolgersi contro se stesso, con tutte le conseguenze dolorose e dannose che necessariamente seguono a livello sociale. È auspicabile, perciò, il ritorno a un “giusto equilibrio”, dove la scienza potrà continuare ad essere pienamente “libera scienza” senza distruggere il soggetto della sua instancabile ricerca, e la tecnologia potrà continuare inarrestabilmente a riparare e costruire senza smantellare. L’attuazione di questo auspicio esige il ritorno alla conoscenza piena e vera dell’uomo. Compito che non è più né della sola scienza né della tecnologia, ma richiede dall’una e dall’altra il passaggio a un livello più alto di analisi.

A questo passaggio richiamava Giovanni Paolo II nel discorso rivolto agli scienziati della Pontificia Accademia delle Scienze il 28 ottobre 1994, quando affermava: «Non bisogna lasciarsi affascinare dal mito del progresso, come se la possibilità di realizzare una ricerca o di mettere in opera una tecnica permettesse di qualificarle immediatamente di moralmente buone. La bontà morale di ogni progresso si misura dal bene autentico che procura all’uomo considerato secondo la duplice dimensione corporale e spirituale. Quando l’uomo è in causa, i problemi superano il quadro della scienza, la quale non può rendere conto della trascendenza del soggetto, né evitare le leggi morali che derivano dalla posizione centrale e dalla dignità primordiale del soggetto nell’universo» (Insegnamenti, XVII,2 (1994), p. 566).

Se lo scienziato e il tecnologo riusciranno a compiere questo approfondimento, a cui aspira la mente umana, basato su una antropologia capace di dire la verità integrale sull’Uomo, ne seguirà necessariamente un allentamento della tensione etica che pervade il campo della “nuova genetica”, un reale progresso verso il “vero bene” di ogni singola persona umana e il “vero benessere” di tutta la società.

Documenti della Chiesa Cattolica correlati:
Giovanni Paolo II: Discorso ai partecipanti ad un Convegno della Pontificia Accademia delle Scienze sulla sperimentazione in biologia, 23.10.1982, Insegnamenti V,3 (1982), pp. 889-898; Discorso all’Associazione Medica Mondiale, 29.10.1983, Insegnamenti VI,2 (1983), pp. 917-923; Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 28.10.1994, Insegnamenti XVII,2 (1994), pp. 562-569; Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, 24.2.1998, Insegnamenti XXI,1 (1998), pp. 418-422. Pontificia Accademia per la Vita, Riflessioni sulla clonazione, 24.6.1997, EV 16, 587-605. Donum vitae, EV 10, 1194-1196.

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