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L’apertura del sapere scientifico alla filosofia e al problema della verità

Karl Jaspers
1946

da L’idea di Università

La scienza non può essere definita soltanto in termini di utilità pratica, né come qualcosa di “fine a se stesso”. La scienza nasce dal desiderio incontenibile dell'uomo di conoscere. Per essere tale, la scienza fa assunzioni generali, ma necessita di ricevere una direzione, altrimenti rischia di perdere il suo significato. È la fede nell'unicità della realtà che anima la volontà di conoscere e fa emergere la trascendenza sovrastante la ricerca; conseguentemente, l'atteggiamento scientifico presuppone la veridicità e richiede l'accettazione della critica. Così, la scienza rispetta il campo di ricerca della filosofia e n'è pervasa nella sua attività; la filosofia, a sua volta, riconosce la scienza indispensabile e garante anch’essa di veridicità.

La scienza utilitaristica versus la scienza concepita come un fine già in se stessa

Fin dai tempi di Bacone e Cartesio si è cercato si giustificare la scienza provando la sua utilità. Cartesio considerò ciò che segue come ragioni decisive a favore della scienza: la sua utilizzazione per congegni che fanno risparmiare lavoro e fatica, per un migliore soddisfacimento dei bisogni umani, per il miglioramento della salute, per un miglioramento dell'efficienza a livello politico e comune, infine persino per l'"invenzione" di una "moralità scientifica". Uno sguardo più approfondito ci mostrerebbe anzitutto che tutte le applicazioni tecniche hanno i propri limiti; la tecnologia è solo un campo nel vasto regno della possibilità umana. In secondo luogo, le grandi scoperte fondamentali non sono manifestamente state dovute partendo da considerazioni di utilità pratica. Tali scoperte furono fatte senza alcun pensiero circa la loro applicabilità. Sono scaturite da strati della mente avida di sapere che noi non possiamo controllare o predire. Un'applicazione fruttuosa in una schiera di invenzioni particolari è possibile solo una volta che il piano di lavoro teoretico sia stato posto. Lo spirito della ricerca e lo spirito pragmatico dell'invenzione differiscono in modo essenziale. Sarebbe assurdo, senza dubbio, contestare o l'utilità della scienza o il suo diritto di essere a servizio dei fini pratici della vita. Questi danno significato ad alcune branche della scienza. Ma l'utilità pratica non può essere l'intero o il solo significato della scienza. Questo è perché il bisogno di alcune invenzioni non diede vita alla scienza (i grandi scopritori nel complesso non erano inventori). L'invenzione da sola non potrebbe mantenere in vita la ricerca scientifica in modo stabile.

Alcuni si sono opposti alla subordinazione della scienza alla tecnologia e al miglioramento delle condizioni di vita dichiarando solennemente che la scienza è già un fine in se stessa.

Invero, la scienza è un fine al punto tale che essa esprime la sete fondamentale e primaria dell'uomo per il sapere. Questa sete per la conoscenza essenzialmente precede tutte le considerazioni di utilità. In effetti, la conoscenza ridotta a fattori pragmatici non è tutta la conoscenza. La ricerca fondamentale dell'uomo non si regge o non crolla in dipendenza di un certo ideale educativo che possiamo avere della storia. Qui la conoscenza è valutata esclusivamente dal punto di vista di principi e modelli comuni e per la sua capacità di formare l'intera persona secondo l'ideale accettato. La mera curiosità, il desiderio ingenuo di vedere l'insolito e lo sconosciuto e di apprenderli di seconda mano sotto forma di esperienza e di risultati, riescono quasi a preservare la primaria freschezza della ricerca di conoscenza da parte dell'uomo. Ma la curiosità tocca le cose soltanto, non le afferra. L'interesse rapidamente sorto rapidamente è perduto. Prima che essa possa diventare un elemento di conoscenza, la curiosità deve innanzi tutto essere trasformata.

Così trasformata non richiede più giustificazioni di qualsiasi tipo ed è allo stesso tempo meno capace di contare su se stessa. L'uomo soltanto, tra tutti gli esseri, considera se stesso umano finché è coinvolto nel processo della conoscenza. Lui soltanto vuole affrontare le conseguenze di questa conoscenza. Egli ne corre il rischio perché, senza considerare le conseguenze sulla sua personale esistenza, la verità è la sua ricompensa. Davvero, noi veniamo a conoscere noi stessi solo nel momento in cui afferriamo il mondo attorno a noi, con i vari livelli e tipi di conoscenza e con la formulazione intellettuale delle possibili linee di pensiero e di azione.

Il desiderio primario dell'uomo di conoscere si scontra con il formalismo autocompiaciuto di un apprendere vuoto che spinge l'uomo nell'illusoria calma della soddisfazione. Esso combatte contro l'intellettualismo vuoto, contro il nichilismo che ha cessato di volere qualsiasi cosa e pertanto ha cessato di volere sapere. Esso combatte contro la mediocrità che non valuta mai se stessa e che confonde la conoscenza con il mero apprendere fatti e "risultati". L'unica soddisfazione che l'uomo trae da un radicale dedizione alla conoscenza è la speranza di portare avanti la frontiera fino ad un punto oltre al quale egli non può avanzare se non trascendendo la conoscenza stessa.

Lo slogan "la scienza è fine in se stessa" fu coniato per esprimere la sete primaria e incondizionata per la conoscenza. Ciò è stato erroneamente inteso come certificazione e giustificazione dell'intrinseco valore di qualsiasi scoperta fattuale, di ogni sua possibile applicazione metodologicamente corretta, dell'estensione della conoscenza e dell'occupazione scientifica. Ne seguì il caos. Ci fu una massa infinita di scoperte fattuali arbitrarie, la diffusione delle scienze in un vasto aggregato non correlato; la compiacenza di specialisti ignoranti delle più grandi implicazioni e ciechi nei confronti delle stesse; il trionfo dell'approccio di apprendimento "linea di produzione", che si perdeva per sempre nello spreco senza fine della mera correttezza fattuale. La scienza, meccanizzata e prosciugata da ogni significato, intrinseco o umano, diventa sospetta per quanto riguarda le sue pretese di avere valore intrinseco.

Il motto "scienza è un fine in se stessa" ha una cattiva reputazione. La tanto invocata crisi della scienza sfociò nel rifiuto di tutto il suo significato. Si dichiarò che la scienza serve prontamente qualsiasi padrone, che è una prostituta; che lascia l'anima vuota, che è una linea di produzione indifferente al cuore umano; che, essenzialmente, trascorre il tempo trasportando detriti avanti e indietro.

Queste accuse si applicano a una pseudo scienza degenerata, ma non alla ricerca primaria della conoscenza da parte dell'uomo. Se per l'uomo medievale la conoscenza culminò nella visione di Dio; se Hegel, in tutta serietà, parlò del pensiero logico come un atto di culto religioso; se persino il positivista logico riconosce l'esistenza di un inconoscibile, allora anche noi possiamo sperimentare la realizzazione umana nella verità. Più radicalmente che mai prima, gli uomini stanno riflettendo su cosa sia la verità. L'uomo moderno rimane fortemente legato all'antica saggezza che nulla eccetto la scoperta di verità dà significato alla nostra vita (sebbene noi manchiamo di una certezza finale riguardo quale ne sia il significato e che cosa implichi); che nulla sia al di fuori dal nostro desiderio di conoscenza; e che, soprattutto, la vita cerchi di basarsi sul pensiero. Questi intuiti antichi, irriducibili alla psicologia e alla sociologia, hanno attestato la più alta origine dell'uomo.

L'unico accesso alle conclusioni è tramite la scienza. Rimane da chiarire la natura della vera scienza concepita in questo modo.

Le assunzioni generali della scienza

Lo slogan "la scienza non presuppone nulla" era intesa come un grido di battaglia contro le restrizioni che sarebbero state imposte all'apprendimento sotto forma di specifici dogmi non discutibili. Questo "grido di battaglia" era sostenuto fino al punto che esso significò il rifiuto della scienza a impegnarsi in conclusioni preconcepite, a limitare lo scopo della sua ricerca, a considerare qualsiasi cosa come un taboo o a lasciare da parte certe conclusioni inevitabili.

Infatti, ad ogni modo, non esiste una cosa quale la scienza senza assunzioni. Quello che è caratteristico della scienza è che essa riconosce e chiarisce queste assunzioni in uno spirito di autocritica. A rigor di termini, la scienza rappresenta un insieme sperimentale di pensiero consapevole di se stesso e consapevole che qualsiasi validità e consistenza che essa ha deriva da certe specifiche assunzioni.

Così, la scienza presuppone la validità delle regole della logica. Laddove il principio di contraddizione è negato pensare e conoscere sono impossibili. Il pensiero riconosce intrinsecamente questo principio. Laddove si permette ai concetti di diventare vaghi ed equivoci, laddove l'autocontraddizione non accetta un'obiezione, il discorso stesso ha cessato di essere comunicazione significativa.

Qualsiasi affermazione che nega certe assunzioni logiche deve rispettarle almeno per la durata di questo stesso diniego. Chiunque non voglia riconoscere queste assunzioni non può discutere e può soltanto essere lasciato solo come la "pianta irrazionale" alla quale, secondo la definizione di Aristotele, egli si è degradato.

Noi sbagliamo, perciò, quando cerchiamo di considerare la conoscenza come assoluta. La conoscenza è possibile solo laddove le leggi della logica sono rispettate. Conseguentemente, ciò che è conosciuto non è l'Essere per se ma quegli aspetti della realtà che si presentano nei termini delle condizioni imposte dal nostro stesso processo di pensiero.

Inoltre la scienza presuppone la sua stessa desiderabilità. È impossibile difendere la scienza su basi esse stesse scientifiche. Nessuna scienza può provare il suo valore a qualcuno che lo neghi. Il desiderio primario dell''uomo per la conoscenza è autonomo. Noi desideriamo fortemente la conoscenza per amore della conoscenza stessa, una passione la cui autoaffermazione rimane la base permanente di ogni scienza.

Un'ulteriore importante assunzione della scienza riguarda la scelta dell'argomento che deve essere investigato. Lo scienziato seleziona il suo problema da un infinito numero di possibilità. Istinti oscuri, amore e odio possono motivare la sua scelta. In ogni caso è la volontà, non il sapere scientifico, che gli fa decidere di affrontare un determinato argomento.

In ultimo, la scienza presuppone che noi ci lasciamo guidare dalle idee. È soltanto attraverso tali "schemi di idee", come Kant le chiamava, che le nostre menti sono guidate dal tutto che ci avvolge, anche se questo tutto che ci avvolge non può diventare esso stesso un oggetto di cognizione e tutti i nostri schemi concettuali hanno soltanto un'importanza ausiliaria e provvisoria. Le idee e le ipotesi sono dunque costrutti ausiliari che devono sparire di nuovo perché sono inevitabilmente finiti e così inevitabilmente falsi. Tuttavia senza tali idee a guidarci non c'è unità di messa a fuoco, non c'è direzione, non c'è distinzione tra l'irrilevante e l'importante, il fondamentale e il superfluo, il significativo e l'insignificante, la completezza e la dispersione. Essi formano il contesto che motiva i nostri interessi speciali, permette lampi di penetrazione e di scoperta e fornisce significato alla pura possibilità. Il numero infinito di linee concettuali che ci guidano, per quanto futili quanto esse siano ciascuna separatamente, sono la nostra unica maniera di correlarci all'infinito, eppure queste idee guida devono prendere vita nello studioso stesso prima che l'apprendimento possa avere un qualsiasi significato.

Tutte le scienze fanno tali assunzioni. A queste possono essere aggiunte le assunzioni specifiche di particolari discipline. Il teologo, per esempio, crede nei miracoli e nella rivelazione. Questi argomenti sono inaccessibili e pertanto non esistenti per la scienza empirica – così come le spiegazioni scientifiche sono concepite. «Siccome la scienza non accetta assunzioni di tipo teologico essa richiede al credente di ammettere non meno ma anche non più di ciò: ammesso per concesso che una certa sequenza di eventi debba essere spiegata senza riferimento ad un intervento soprannaturale, essendo questo inammissibile come causa empirica, allora questa sequenza deve essere spiegata nella maniera tentata dalla scienza» (Max Weber). Qualsiasi credente può ammettere ciò senza tradire la sua fede.

La scienza teologica procede in modo diverso. Assumendo l'esistenza della rivelazione, la teologia chiarisce le implicazioni e le conseguenze di questa fede. Essa sviluppa speciali categorie per esprimere l'inesprimibile.

Ambedue le spiegazioni, la secolare e la teologica, operano con assunzioni. Esse a rigor di termini non si escludono l'un l'altra. Ambedue sono forme di pensiero che lavorano con assunzioni e vedono dove e quanto lontano esse giungeranno impiegandole. Entrambe rimangono scientifiche fino al momento in cui esse si danno riconoscimento reciproco l'una con l'altra e ricordano con spirito autocritico che la possibilità di conoscere altro non è che un modo di Essere dentro l'Essere, mai l'Essere per sé.

Quando noi sottolineiamo che tutta la scienza procede da assunzioni necessarie è ugualmente importante chiarire ciò che, contrariamente ad un credo diffuso, noi non abbiamo bisogno di assumere: che il mondo è interamente conoscibile o che la conoscenza tratta dell'Essere stesso; o che la conoscenza è in qualche modo assoluta nel senso di contenere o fornire conoscenza non ipotetica. L'opposto è evidente nel momento in cui riflettiamo sui limiti del sapere.

La scienza non presuppone una dogmatica Weltanschauung, anzi il contrario. La scienza esiste soltanto fino al momento in cui una tale Weltanschauung non fruisce di assoluta validità o lo fa solo se i suoi risultati possono sopravvivere alla prova di un esame assolutamente obiettivo fino al punto in cui la Weltanschauung rimane una vera ipotesi.

Per decadi si è fortemente negato (nessun studente critico lo ha mai asserito) che la scienza possa fare a meno delle assunzioni. È utile segnalare i pericoli legati a questa enfasi parziale. Troppo facilmente ogni significato è tratto dalle scienze e concentrato sulle sole premesse, rendendo in tal modo le scienze dogmatiche. Persone ben intenzionate, ma semplici "artigiani", non produttivi nelle scienze e non interessati in studi metodici rigettano ciò che non conoscono nemmeno. Al posto della scienze vogliono qualcosa di totalmente diverso: politica, chiesa, propaganda che si infiltra lungo vari rivoli irrazionali. Invece di lavorare sodo e pienamente dedicati ai loro argomenti, e guardare le cose concretamente, essi si permettono di scivolare nella chiacchiera pseudo-filosofica generalmente a proposito del "tutto" e della "visione totale".

La più necessaria di tutte le presupposizioni per la scienza è un senso della direzione. È stato sovente dimenticato che la scienza ha bisogno soprattutto di direzione.

La scienza ha bisogno di direzione

La scienza lasciata a se stessa perde questo senso di direzione. Per un po' può sembrare che avanzi spontaneamente, ma questa è l'inerzia residua di un impulso dovuto a una causa più profonda. Ben presto, ad ogni modo, le contraddizioni diventano apparenti con il rischio di portare al collasso dell'intera struttura. La scienza nell'insieme non è né vera né viva senza la fede sulla quale si basa.

Questo può essere espresso in altro modo. Incapace di provvedere a se stessa la scienza ha bisogno di direzione. Da dove viene questa direzione e quale significato essa impartisca alla scienza è decisivo per l'autorealizzazione della scienza. Né la visione utilitarista, né il il vederla “come un fine in se stessa” possono, come abbiamo visto, costituire il vero impulso per l'attività scientifica. I poteri esterni alla scienza possono sicuramente utilizzarla come un mezzo per fini non scientifici. Ma poi l'intero significato della scienza rimane velato. Se, d'altra parte, la conoscenza scientifica diventa il suo stesso scopo ultimo, allora la scienza è senza significato. La direzione deve venire dall’interno, dalle vere e proprie radici di ogni scienza – dalla volontà incondizionata di conoscere. Nel sottometterci alla linea guida di questa sete primaria per la conoscenza noi in definitiva non siamo guidati da qualche scopo che siamo in grado di conoscere o di definire in anticipo. Siamo guidati da qualcosa che sentiamo crescere sempre più acutamente via via che dominiamo il sapere – cioè attraverso una ragione in empatia. Com'è possibile ciò?

La nostra sete primaria per il sapere non è soltanto un interesse casuale. È una necessità compulsiva che ci spinge in avanti come se la conoscenza tenesse la vera chiave della nostra auto-realizzazione umana. Nessuna conoscenza parziale ci può soddisfare; noi continuiamo a procedere senza stancarci sperando di abbracciare l'intero universo attraverso la conoscenza.

Sospinta com'è dalla nostra sete primaria di conoscenza questa ricerca è guidata dalla nostra visione dell'unicità della realtà. Noi ci sforziamo di conoscere dati particolari non in sé e non per loro stessi. ma come unica strada per raggiungere quell'unicità. Senza riferimento all'insieme dell'essere la scienza perde il suo significato. Con esso, d'altra parte, anche le branche più specialistiche della scienza hanno significato e sono vive.

Quest'unicità o totalità della realtà non la si può trovare in un solo luogo. Tutto quello che io posso conoscere è un esempio particolare tra una varietà infinita di cose. Perciò, quello che determina l'attuale direzione di qualsiasi ricerca è la nostra abilità di continuare costantemente a correlare due elementi del pensiero. Uno è il nostro desiderio di conoscere l'infinita varietà e molteplicità della realtà che sempre ci sfugge. L'altra è la nostra effettiva esperienza dell'unità sottostante questa pluralità. Ancora, quell'esperienza dell'unità che non può essere ottenuta eccetto che nel caso in cui noi affrontiamo il carattere frammentario di tutta la conoscenza umana.

In un senso allora la scienza ci costringe ad affrontare i fatti puri e semplici. Ancora più acutamente noi rendiamo conto che "questo è il modo in cui sono le cose". Noi cominciamo a capire ciò che le apparenze delle cose sembrano dirci.

La scienza ci costringe ad affrontare l'apparenza fattuale delle cose e ad andare oltre una semplificazione prematura e un modo di pensare velleitario. La scienza disincanta, distrugge il mio rapimento di fronte alla bellezza e all'armonia del mondo. Al contrario essa mi riempie di orrore di fronte alla distruzione cacofonica, senza senso e non numerabile delle cose.

In un secondo senso, sperimentando la mia sincera ignoranza io divento consapevole, anche se indirettamente, dell'unità che trascende e che motiva segretamente la mia intera ricerca per il sapere. Solo quest'unità dà vita e significato alla mia ricerca.

Questo significato non può più essere definito razionalmente perché è al di là della conoscenza. Siccome è inconoscibile non può servire come presupposto per la nostra scelta di obiettivi scientifici e di metodi. Solo dopo esserci impegnati nella ricerca della conoscenza, noi possiamo imparare la fonte e il significato della conoscenza.

Se io chiedo a me stesso che meta ha questo sapere, posso rispondere soltanto in termini metaforici. È come se il mondo stesso volesse essere conosciuto; come se fosse parte della nostra glorificazione di Dio in questo mondo, arrivare a conoscere il mondo con tutte le facoltà che Dio ci ha dato, per ripensare come se fossero i pensieri di Dio, anche se noi stessi non possiamo mai afferrarli eccetto che nel modo in cui essi sono riflessi nell'universo che conosciamo.

Fino al punto cui l'apprendimento è guidato dall'impulso originale alla ricerca razionale, un impulso ad un tempo comprensivo ma che tuttavia trascende il mondo intorno a noi, a tal punto soltanto esso ha significato e valore. Sebbene sia la filosofia che ci fornisce questa linea guida non ci si può aspettare di produrre a volontà ciò che deve essere lasciato maturare spontaneamente dentro ogni pensatore per conto suo, da tutto ciò posso concludere che la scienza non è il terreno solido sui cui posso poggiare. Essa è la strada lungo la quale io viaggio cosicché io possa rendermi consapevole della trascendenza che fa linea guida alla mia volontà di conoscere, sete mai paga per la conoscenza che caratterizza la nostra vita nel regno del tempo.

Accettando questa visione della scienza come un modo – e non un fine – noi possiamo capire che molte delle nostre frustrazioni nei confronti della conoscenza sono dovute alla perdita di una guida interiore. Noi riconosciamo quella perdita ogni qual volta che ci permettiamo di andare alla deriva, per vana curiosità o perché la scienza è diventata semplicemente qualcosa per tenerci impegnati. Queste sono strade senza sbocco da cui torniamo indietro per dare retta ad un senso più profondo di direzione che determina il nostro corso di studio e ricerca. Noi abbiamo una cattiva coscienza quando ci rivolgiamo alla mera "attività" per annegare il nostro senso di disperazione. Una tale "attività" non può nascondere la totale inerzia di un lavoro senza senso. Invece noi dovremmo renderci recettivi alle idee che guidano il nostro lavoro. Queste idee nascono dall'interezza trascendente che motiva la nostra ricerca.

Questo concetto di unità che guida la nostra ricerca, tuttavia, non è senza equivoci. Nessuno è in grado di afferrarlo nella sua completezza o di asserire che quello che egli afferra è universalmente vero. Nessuno può dire che ne è il solo possessore. Questa linea guida diventa effettiva solo nel dialogo tra il pensatore e i multiformi aspetti della conoscenza. Essa è realizzata attraverso l'onda continua del sapere che avanza e s'innalza in ogni punto della storia. Ciò comporta dure prove e rischio. Ecco perché la scienza può fornire la forza trainante verso la verità e la veridicità nelle nostre vite quotidiane.

La scienza come presupposizione di veridicità

La scienza smaschera delle illusioni che mi piacerebbe rendessero la vita più sopportabile e attraverso le quali io spero di rimpiazzare la fede o almeno trasformare la fede in conoscenza certa. La scienza sparge delle mezze verità che servono a nascondere delle realtà che sono incapace di fronteggiare. Essa rompre così quelle premature costruzioni che il pensiero acritico sostituisce ai frutti di una ricerca infaticabile. Esso ci impedisce di sprofondare in un compiacimento ingannevole.

La scienza ci fornisce una grande chiarezza riguardo alla condizione dell'uomo in generale e circa la mia stessa persona. La scienza fornisce le condizioni senza le quali io non posso reggere la sfida implicita nella mia capacità congenita alla conoscenza. Avere successo in quest'impresa è il grande destino dell'uomo. Esso lo sfida a mostrare quello che egli può fare di se stesso attraverso la conoscenza.

La scienza sgorga dall'onestà e la produce. Noi non possiamo essere veritieri se non abbiamo assimilato un atteggiamento scientifico e un modello di pensiero scientifico. È caratteristico di un atteggiamento scientifico il fare sempre differenza tra ciò che è conosciuto in modo cogente e quello che non lo è (io voglio conoscere ciò che so e ciò che non so). Questo conoscere include la via che porta alla conoscenza e ai confini entro cui questo modo di conoscere sia valido. L'atteggiamento scientifico è ulteriormente caratterizzato dalla prontezza ad accettare qualsiasi critica delle proprie asserzioni. Per l'uomo che pensa, per lo scienziato e il filosofo, in particolare, la critica è una necessaria condizione di vita. Non ci può mai essere abbastanza del genere di quesiti che lo spinge ad esaminare il suo discernimento. Uno scienziato genuino può trarre profitto persino da una critica ingiustificata. Chi evita di essere criticato essenzialmente non vuole conoscere.

Una volta che la radicale volontà di conoscere, che costituisce la base della ricerca scientifica della sapere, è diventata realtà esistenziale nella vita di un essere umano, nessuna condizione di tempo e spazio può disfare questo fatto. Per chi la scienza è sorta? – non per coloro che si perdono nella infinita diversità dei fatti puri e semplici (che essi accettano senza neppure interrogarsi sul loro significato possibile); né per coloro che faticosamente si sforzano di apprendere una materia per superare esami o per prepararsi a praticare una certa attività di lavoro. La conoscenza diventa viva grazie al vero scienziato. Le sue straordinarie pazienza e fatica s'infiammano d'entusiasmo. La scienza diviene il principio che anima la sua intera vita. Oggi, così come in ogni tempo, la magia della scienza può essere sperimentata dai giovani per cui il mondo è una sfida. E anche oggi (forse persino di più che mai prima d'ora) noi sperimentiamo il peso della scienza; la scienza genera sia la forza naïve in coloro che non ne sono consapevoli, sia le illusioni indispensabili per vivere; ciò che Ibsen chiamava le "illusioni vitali". Ci vuole coraggio per pensare attraverso il domandarsi piuttosto che attraverso il mero apprendimento. È ancora la vecchia massima: sapere aude! (osa conoscere!).

Scienza e Filosofia

Noi siamo ora al punto in cui possiamo fare delle affermazioni coerenti circa la relazione tra scienza e filosofia. Queste due non coincidono. Né la filosofia è semplicemente una sola scienza in mezzo alle altre. Essa è, infatti, essenzialmente diversa nella sua origine, nel suo metodo e significato. Nonostante ciò la scienza e la filosofia sono strettamente connesse.

La scienza si difende contro le confusioni correlate al fatto che essa è collegata alla filosofia. Essa combatte quello che ritiene essere l'inferenza sterile dello sforzo speculativo. In breve, la scienza sviluppa un'ostilità caratteristica nei confronti della filosofia.

Tuttavia la scienza è in grado di riconoscere i suoi propri limiti. Siccome essa non afferra l'interezza della verità, lascia la filosofia libera di coltivare la sua area di ricerca. Essa non sottoscrive né nega il valore delle scoperte filosofiche. Non interferisce finché la filosofia stessa non formula giudizi su argomenti accessibili alla ricerca scientifica. La scienza tiene sotto stretta sorveglianza la filosofia allo scopo di bloccarla dal proporre affermazioni infondate e prove immaginarie. La scienza fa questo per vantaggio di entrambe, suo e della filosofia.

La scienza ha bisogno di una direzione filosofica, ma non nel senso che la filosofia sia usata dalla scienza o fornisca alla scienza gli obiettivi che sono propri della filosofia stessa. Questi sono esattamente le modalità secondo cui scienza e filosofia non devono essere poste in relazione. Piuttosto, la filosofia è efficace nel motivare una sincera volontà di conoscere. La filosofia fornisce altresì quelle idee dalle quali lo scienziato trae la sua visione e che determinano le sue scelte, pervadendo tutta la sua persona dell'importanza essenziale del conoscere. La filosofia pervade la scienza. Essa la guida senza essere accessibile ai metodi scientifici. Così la scienza pervasa dalla filosofia è filosofia che diventa concreta. Al momento in cui le scienze diventano consapevoli delle implicazioni della loro stessa attività, esse, infatti, fanno consapevolmente filosofia. Il tipo di beneficio che lo studioso e lo scienziato traggono dalla filosofia non è di natura pratica. Nello studiare la filosofia, tuttavia, essi diventano ad ogni modo consapevoli del contesto totale del loro lavoro. Inoltre, essi acquisiscono nuove e più profonde motivazioni per la ricerca e una più elevata consapevolezza di quello che l'attività scientifica significa.

La filosofia riconosce che la scienza le è indispensabile. Sebbene consapevole della sua differenza rispetto alla scienza, l’autentica filosofia riconosce il suo legame con le scienze. La filosofia non si permette mai d'ignorare le realtà accessibili alla conoscenza. La filosofia vuole conoscere qualsiasi cosa sia reale e cogente. Essa vuole che ciò che è reale e cogente diventi fruttuoso per la sua crescente auto-consapevolezza. Chiunque fa filosofia è spinto verso le scienza e cerca esperienza nel metodo scientifico.

Poiché l'approccio scientifico garantisce veridicità, la filosofia diventa campione della scienza contro l'anti-scienza. La filosofia considera la preservazione di un modello scientifico di pensiero come indispensabile alla preservazione della dignità umana. La filosofia riconosce la verità della minaccia di Mefistotele: «Disdegna ragione e scienza, il più grande di tutti i poteri umani, e io ti avrò in pugno».

Karl Jaspers, Die Idee der Universität, 1a. ed. Berlin 1928. Nuova ed. aumentata, K. Jaspers, K. Rossmann, Die Idee der Universität, Springer, Heidelberg-Berlin 1961. 

Dal cap. I: “Valore della scienza e della formazione scientifica”, tr. it. di Valeria Ascheri.

Dell’opera di Jaspers esiste una tr. ing. The Idea of a University, P. Owen, London 1965.