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Il rapporto fra filosofia e teologia in un programma di insegnamento

Jacques Maritain
1943

da L'educazione al bivio

L’insegnamento della filosofia è necessario per fornire agli studenti uno strumento di unificazione del sapere. Ma il docente sa che anche l’insegnamento della teologia è necessario: pensiero filosofico e pensiero teologico sono infatti così intrecciati nella cultura umana da non potersi comprendere l’uno senza riferirsi anche all’altro.

Resta un'ultima osservazione, che riguarda il più alto scopo dell'educazione liberale, quello di dare al giovane il possesso delle basi della sapienza. A questo proposito, non ho bisogno di insistere a lungo nel difendere la causa della filosofia. Basta ripetere qui un'osservazione che vien fatta assai spesso, cioè che nessuno può fare a meno della filosofia e che, dopo tutto, l'unico modo per evitare i danni provocati da una cieca fede in una filosofia senza forma e che carica lo spirito di prevenzioni, è di sviluppare consapevolmente in sé una filosofia, dopo averla esaminata in tutta lucidità e serietà. Di più: la metafisica è la sola conoscenza umana che rivendica il diritto di essere una sapienza e di avere sufficiente profondità e universalità per poter veramente portare il regno delle scienze all'unità, alla cooperazione e all'armonia; e se qualcuno desidera onestamente contestare la validità di questa rivendicazione, deve per forza cominciare questa metafisica che mette in dubbio. Infine, l'educazione ha per supremo interesse le grandi conquiste dello spirito umano, e se noi ignoriamo la filosofia e l'opera compiuta dai grandi pensatori, ci è certamente impossibile comprendere checchessia nello sviluppo dell'umanità, della civiltà, della cultura e della scienza.

E qui sorge una vera difficoltà. Una buona filosofia deve essere una filosofia vera. Ora i professori di filosofia si trovano naturalmente impegnati in posizioni filosofiche che molto differiscono. E se una di queste posizioni si basa su principi veri, ciò non sembra vero delle altre. La soluzione a questo problema può assumere due forme. Prima: c'è una comune, sebbene non formulata, eredità di sapienza filosofica che passa attraverso qualsiasi vero insegnamento della filosofia, qualunque possa essere il sistema dell'insegnante. Leggere Platone è sempre un bene, anche se voi non siete d'accordo con i principi del platonismo. Seconda: gli insegnanti di filosofia non insegnano per essere creduti, ma per destare la ragione, e gli studenti di filosofia devono essere riconoscenti al maestro di insegnar loro a liberarsi di lui.

C'è poi un terzo punto che vale solo per i filosofi incalliti come me: essi possono sempre sperare che, proprio in virtù della verità che la caratterizza, la filosofia che essi credono vera, come lo è per me la filosofia aristotelica e tomista, acquisterà forza tra gli uomini, almeno nella generazione futura.

Si può porre un'ultima questione riguardante i metodi per insegnare filosofia. La difficoltà qui consiste nel fatto che la filosofia ha come punto di partenza l'esperienza e che nei giovani non c'è alcuna esperienza della scienza o della vita capace di fornire questo punto di partenza, o, se c'è, è molto scarsa. A parer mio, il rimedio consiste nel cominciare col dare chiarimenti storici riguardo ai grandi problemi filosofici: una tale descrizione storica, che miri più a far prendere coscienza della logica interna e dello sviluppo progressivo dell'attenzione umana verso questi problemi che a rendere eruditi in storia, costituisce una specie di sostituto della esperienza personale.

A questo punto, coloro che condividono il credo cristiano, sanno che un'altra sapienza razionale, radicata, radicata nella fede e non nella sola ragione, è superiore alla sapienza puramente umana della metafisica. In realtà, i problemi e le controversie teologiche hanno permeato l'intero sviluppo della cultura e della civiltà occidentale e sono ancora operanti nella sua profondità, tanto che, chi volesse ignorarli, sarebbe radicalmente incapace di comprendere il proprio tempo e il significato dei suoi interni conflitti. Così sprovveduto, egli sarebbe come un fanciullo barbaro e disarmato errante tra l'incomprensibile bizzarria degli alberi, delle fontane, delle statue, dei giardini, delle rovine e degli edifici ancora in costruzione del vecchio parco della civiltà. La storia politica e intellettuale del XVI, XVII e XVIII secolo, la Riforma e la Controriforma , lo stato interno della società britannica dopo la rivoluzione inglese, l'opera dei «Pilgrim Fathers», la proclamazione dei diritti dell'uomo e i successivi avvenimenti della storia mondiale, hanno il loro punto di partenza nelle grandi dispute sulla natura e la grazia della nostra età classica. Né Dante, né Cervantes, né Rabelais, né Shakespeare, né John Donne, né William Blake, e neanche Oscar Wilde o D. H. Lawrence, né Giotto, né Michelangelo, né El Greco, né Zurbaran, né Pascal, né Rousseau, né Madison, né Jefferson, né Edgar Pöe, né Baudelaire, né Goethe, né Nietzsche e neanche Karl Marx, né Tolstoj, né Dostojewskij, potrebbero essere veramente compresi senza un serio sfondo teologico. La stessa filosofia moderna, da Cartesio ad Hegel, rimane enigmatica, perché di fatto la filosofia si è addossata, durante l'epoca moderna, problemi ed inquietudini di cui essa ha spossessato la teologia, in modo che l'avvento culturale di una filosofia puramente filosofica è cosa che ancora si aspetta.

Nella vita culturale del Medioevo la filosofia era a servizio della teologia, o piuttosto era compresa in essa; nella via culturale dei tempi moderni non è stata altro che una teologia laicizzata. Così quelle considerazioni che io ho fatto per la filosofia si verificano ancor più nei confronti della teologia. Nessuno può fare a meno della teologia, o almeno di una teologia inconscia e larvata; quindi il modo migliore per evitare gli inconvenienti di una teologia furtivamente inoculata è di addentrarsi in una teologia che abbia chiara coscienza di sé. E l'educazione liberale non può condurre a termine il suo compito senza la conoscenza del campo specifico e delle preoccupazioni proprie della sapienza teologica.

Ne segue che un corso di teologia dovrebbe trovar posto negli ultimi due o tre anni delle scuole medie, un corso che, per la sua natura spiccatamente intellettuale e speculativa, sarebbe del tutto diverso dall'insegnamento religioso che i giovani ricevono da altra parte.

Jacques Maritain, L'educazione al bivio, La Scuola , Brescia 1963, tr. it. a cura di Aldo Agazzi, pp. 104-108.