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Il senso della formazione universitaria

John Henry Newman
1852

da L’idea di Università, discorso VII

Pur dovendo impartire un sapere specializzato, il fine dell’università resta, per il pensatore di Oxford, quello di offrire una formazione critica globale, capace di cogliere il valore della propria disciplina entro il contesto di tutte le altre. L’educazione alle virtù proprie del lavoro intellettuale, alla collaborazione e all’ascolto, insegnare a riflettere e ad esporre il proprio pensiero con rigore ed umiltà, l’equilibrio nei giudizi e la capacità di smascherare i sofismi, sono fra le caratteristiche più importanti che un universitario dovrebbe acquisire nel suo curriculum di studi. Si tratta di virtù che potrebbero a prima vista sembrare di minor rilievo di fronte alla perizia e all’efficienza e di un sapere specializzato, ma esse rappresentano in realtà il miglior investimento che una società possa e debba fare, per il suo stesso bene.

Se dunque polemizzo contro la conoscenza Professionale o Scientifica come fine sufficiente di un'Educazione Universitaria, non pensiate, Signori, che voglia mancar di rispetto a studi, o arti, o vocazioni particolari, e a coloro che sono impegnati a essi. Nel dire che la Legge o la Medicina non sono il fine di un'educazione Universitaria, non intendo dire che l'Università non deve insegnare la Legge o la Medicina. Che cosa infatti essa può insegnare, se non insegna qualche cosa di particolare? Essa insegna tutta la conoscenza insegnando tutti i suoi settori, e in nessun altro modo. Io dico soltanto che vi sarà questa distinzione per quel che riguarda un Professore di Legge, o di Medicina, o di Geologia, o di Economia Politica, in un'Università e fuori di essa, che fuori di un'Università egli corre il pericolo di essere assorbito e circoscritto dalla sua specializzazione e di fare lezioni che sono nulla più che le Lezioni di un giurista, di un medico, di un geologo, o di un economista politico; mentre in un'Università egli sa dove collocare se stesso e la propria scienza, a cui giunge, per così dire, da una sommità, dopo aver avuto una visione globale di tutto il sapere, è trattenuto dalla stravaganza dalla stessa competizione di altri studi, trae da essi un'illuminazione speciale e un'ampiezza mentale e un senso di libertà e il possesso di sé, e tratta di conseguenza il suo proprio settore con una filosofia ed una ricchezza di risorse, che non appartengono allo studio in se stesso, ma alla sua educazione liberale.

Ecco dunque come risolverei il sofisma, poiché lo devo chiamare così, con cui Locke e i suoi discepoli ci vorrebbero distogliere con la paura dal coltivare l’intelletto, basandosi sulla nozione che nessuna forma di educazione la quale non ci insegni qualche professione temporale, o qualche arte meccanica, o qualche segreto fisico, è del tutto inutile. Io dico che un intelletto coltivato, poiché è un bene in se stesso, porta con sé una forza e una grazia per ogni opera e occupazione che intraprende, e ci rende capaci di essere più utili, e a un numero maggiore di persone. Abbiamo un dovere verso la società umana in quanto tale, verso la condizione cui apparteniamo, verso la sfera in cui ci muoviamo, verso gli individui a cui siamo in vario modo legati, e che incontriamo in periodi successivi della nostra vita; e quell’educazione filosofica e liberale, come l’ho chiamata, che è la funzione specifica di una Università, se nega il posto più eminente agli interessi professionali, non fa altro che posporli alla formazione del cittadino e, mentre serve i più alti interessi della filantropia, prepara anche alla felice attuazione di quegli scopi puramente personali, che a prima vista sembra screditare.

[...] Oggi mi son limitato a dire che quell’educazione dell’intelletto, che è ottima per l’individuo stesso, lo rende capace nella maniera migliore di compiere i suoi doveri verso la società. Il Filosofo, invero, e l’uomo di mondo differiscono nella loro stessa idea, ma i metodi, da cui sono rispettivamente formati, sono quasi totalmente gli stessi. Il Filosofo ha lo stesso dominio su questioni speculative, che il vero cittadino e gentiluomo ha su questioni di commercio e di condotta. Se dunque si deve assegnare un fine pratico a un corso Universitario, dico che è quello di educare buoni membri della società. La sua arte è l’arte della vita sociale, e il suo fine la convenienza al mondo. Esso da un lato non confina le sue opinioni a professioni particolari, né dall’altro crea eroi o ispira genî. le opere di genio non cadono sotto la competenza di alcuna arte; le menti eroiche non sono sottoposte ad alcuna regola; una Università non è un luogo di nascita di poeti o di autori immortali, di fondatori di scuole, di capi di colonie, o di conquistatori di nazioni. Essa non promette una generazione di Aristoteli o di Newton, di Napoleoni o di Washington, di Raffaelli o di Shakespeare, per quanto prima d’ora essa abbia ospitato tra le sue mura tali miracoli di natura. Né d’altra parte si accontenta di formare il critico o il fisico sperimentale, l’economista o l’ingegnere, sebbene includa anche questi nel suo campo d’azione. Ma l’Educazione universitaria è il grande mezzo ordinario per raggiungere un fine grande ma ordinario; essa di propone di elevare il tono intellettuale della società, di coltivare la mente del pubblico, di purificare il gusto nazionale, di fornire principii autentici all’entusiasmo popolare e scopi stabili alle aspirazioni popolari, di dare ampiezza e sobrietà alle idee dell’epoca, di facilitare l’esercizio del potere politico, e di rendere più raffinati i rapporti della vita privata. È l’educazione che fornisce all’uomo una chiara consapevole visione delle sue stesse opinioni e dei suoi stessi giudizi, un’autenticità nello svilupparli, un’eloquenza nell’esprimerli, e una forza nell’imporli. Essa gli insegna a vedere le cose come sono, ad andare diritto al nocciolo, a sbrogliare pensieri confusi, a scoprire quel che è sofistico, e ad eliminare quello che è privo di rilievo. Lo prepara a ricoprire un posto con onore, e a dominare ogni argomento con facilità. Gli mostra come adattarsi agli altri, come mettersi nella loro condizione mentale, come presentare ad essi la propria, come influenzarli, come intendersi con loro, come sopportarli. Egli si trova a suo agio in qualsiasi società, e su un terreno comune con ogni classe; sa quando bisogna parlare e quando bisogna tacere; è capace di conversare, è capace di ascoltare; può porre in maniera pertinente un problema, e apprendere opportunamente una lezione, quando egli stesso non ha nulla da insegnare; è sempre pronto, e tuttavia non è mai di ostacolo; è un piacevole compagno, e un collega su cui si può fare assegnamento; sa quando essere serio e quando scherzare, ha un tatto sicuro che gli permette di scherzare con grazia e di essere serio con efficacia. Ha la tranquillità di una mente che vive in se stessa, mentre vive nel mondo, e che ha delle risorse per la sua felicità interiore quando non può uscire da se stessa. Egli possiede un dono che gli è utile in pubblico, e che lo sostiene nella solitudine, un dono senza di cui la buona fortuna è soltanto volgare, e con il quale l’insuccesso e la delusione hanno una loro attrattiva. L’arte che si propone di fare di un uomo tutto questo, è nello scopo che ricerca tanto utile quanto l’arte della ricchezza e l’arte della salute, sebbene sia meno suscettibile di metodo, e meno tangibile, meno certa, meno completa nei suoi risultati.

         

John Henry Newman, L’idea di Università, tr. it. a cura di L. Obertello, Vita e Pensiero, Milano 1976, pp. 201-203 e pp. 211-213.