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Università e vocazione universitaria: perché abbiamo bisogno dell'università

Giuseppe Tanzella-Nitti
1998

da Passione per la verità e responabilità del sapere

Nei suoi numerosi discorsi alle comunità accademiche di tutto il mondo, Giovanni Paolo II ha delineato una "idea di Università", centrata sull'amore alla verità, sulla sensibilità per il lavoro interdisciplinare e per l'unità del sapere, sul servizio alla società e al territorio. Negli ultimi decenni del XX secolo, gli spunti contenuti in questo ricco magistero hanno offerto un importante contributo al dibattito sulla natura e sui fini dell'Università. Il volume Passione per la verità e responsabilità del sapere (Piemme, 1998) di G. Tanzella-Nitti ne raccoglie i tratti più importanti, ponendoli in dialogo con la crisi di identità che attraversa oggi l'istituzione universitaria, allo scopo di segnalarne diagnosi e vie di uscita. Riproponiamo la lettura dell'Epilogo finale del volume. Il lettore interessato potrà trovare nella pagina di questo Portale dedicata al magistero di Giovanni Paolo II una selezione dei più importanti discorsi tenuti presso le Università di tutto il mondo.

Nel proporci di riconsiderare la natura e la missione dell'università avevamo accettato l'ipotesi di lavoro che le sue necessità e le sue carenze non dipendessero da problemi di carattere strutturale, ma da una scarsa chiarezza circa i suoi fini. Esaminare i discorsi di Giovanni Paolo II alle comunità accademiche, intendere più da vicino le speranze che egli ripone nelle persone che vi lavorano, non poteva avere come scopo conoscere quali strutture andassero cambiate, ma far luce, appunto, su quali fossero quei fini, dove poggiassero quelle fondamenta dimenticate sulle quali oggi non si costruisce più. Ci è stato chiesto di gettare nuovamente lo sguardo su un'università che sia luogo della ricerca della verità e della trasmissione disinteressata del sapere, una verità libera dalle ideologie e da atteggiamenti scettici o rinunziatari, un luogo di dialogo e di apertura interdisciplinare, dove la persona umana sia posta al centro dell'impresa educativa ed il sapere divenga servizio, fonte di responsabilità personale e sociale. Un simile programma suscita senza dubbio reazioni contrastanti, la più scontata delle quali è forse una certa disillusione di fronte alla sua inattuabilità. Per altri, non vi sarebbe motivo di sostenere un simile ideale di università in quanto l'istituzione universitaria sta cambiando nella sua essenza, anzi è già sostanzialmente mutata, perché orientata irreversibilmente verso la fisionomia di una grande scuola professionale legata alle necessità del mercato, qualcosa che di fatto non è più, né potrebbe tornare ad essere una universitas.

La posizione di coloro vedono con disillusione la possibilità di tornare a costruire sulle fondamenta che furono, per essere coerente, dovrebbe chiarire a chi ascrivere l'inattuabilità di cui si parla, se alle strutture, forse una volta valide, ma oggi troppo pesanti da rialzare, o alla mancanza di uomini capaci di comprendere ed incarnare uno spirito universitario; se il motivo è quest'ultimo, si termina allora con lo spostare nuovamente il problema sui fini, i fini di chi nell'università ci vive e ci lavora. Chi invece, in modo ancor più radicale, fosse disposto a rinunciare per sempre ad una «università» in favore di luoghi e modelli alternativi, dovrebbe riflettere assai bene su quello che tale rinuncia comporterebbe. Perderemmo forse per sempre la possibilità di avere una coscienza intellettuale libera, che non si rassegna a rispecchiare in modo conformista le culture dominanti in una società, le mode dei suoi opinion makers e le logiche di potere che la reggono, ma resti capace di riflettere in modo critico e competente sulla società e sulla cultura in cui vive, per studiarla, vagliarla, giudicarla se necessario, alla luce di una verità che non può scendere a patti con niente e con nessuno. Rinunciare all'università sarebbe rinunciare a formare uomini che pensino.

Siamo dell'idea che il senso degli interventi di Giovanni Paolo II sulla missione dell'università sorpassi la precedente alternativa fra disillusione e rinuncia. La visione di cui vogliamo qui farci interpreti è un'altra. Ci pare assai più significativo notare che gli spunti presenti negli insegnamenti del Pontefice riguardano nella loro massima parte qualcosa che coinvolge ogni docente ed ogni studente in modo personale, indipendentemente dalla situazione esterna in cui si debba operare, per quanto difficile e complessa essa appaia. Proprio perché finalizzate non ad un giudizio strutturale, ma etico, le riflessioni di Giovanni Paolo II si rivolgono alla coscienza di ciascuno. Le difficoltà materiali od organizzative, la massificazione o le carenze, non impediscono di metterle in pratica o, almeno, di prenderle sul serio. È dalla crescita di questa consapevolezza e responsabilità personali che nasceranno poi decisioni ed interventi capaci di incidere anche sulla struttura pubblica e visibile dell'istituzione universitaria.

Il primo terreno in cui tutto ciò prende forma è il rapporto fra docente e studente. Varrebbe la pena riflettere sul fatto che proprio questo elemento della vita universitaria, troppo spesso visto unicamente nei suoi aspetti problematici o conflittuali, quando non in termini di mera sopportazione, rappresenti oggi una chiave di volta di tutta la questione universitaria. «Si può pensare legittimamente che il futuro dell'umanità — affermava pochi anni or sono la Gaudium et spes — sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza»[1]. Non v'è dubbio che l'università rappresenti uno dei luoghi decisivi per capire se queste ragioni di speranza esistono e come esse vengano trasmesse. Un docente che abbia passione per la verità e comprenda le responsabilità associate al suo lavoro intellettuale, a cominciare da quella di «educare al sapere» coloro che ha di fronte, sarà un protagonista privilegiato di tale trasmissione generazionale. Quando il rapporto personale non viene trascurato — e ciò è sempre possibile quando lo si coglie nel suo aspetto virtuoso prima che numerico — l'università può ospitare una cultura di massa che sia allo stesso tempo una cultura di persone, perché gli uomini e le donne che vi lavorano renderanno possibile «una promozione di massa della persona umana»[2]. Il gaudium de veritate di cui parlava Agostino non può essere che diffusivo. Anzi, le sue risonanze più intime sono spesso quelle di una paternità spirituale che si esprime nella gioia e nel sacrificio di trasmettere ai discepoli la propria esperienza intellettuale e che un santo dei nostri giorni, buon conoscitore del mondo universitario, riassumeva così: «Professore: abbi l'ideale di far comprendere agli alunni, in poco tempo, quello che a te è costato ore di studio vedere chiaro»[3].

Se vogliamo che il futuro dell'università non sia quello di una progressiva deriva favorita dal comodo vento della disillusione, né la sua scomparsa rassegnata in favore di altre forme alternative di istruzione, è necessario dunque che ogni docente abbia una chiara visione, in prima persona, di cosa debba essere l'università e di quali dovrebbero essere i suoi fini. Una visione inconfusa che egli potrà trasmettere attraverso le innumerevoli occasioni del proprio lavoro quotidiano, con un'applicazione personale che diviene il migliore antidoto contro l'immobilismo e gli ostacoli strutturali esterni. In termini più impegnativi dovremmo riconoscere che, in fondo, l'essere universitario risponde ad una vocazione. Esiste una «vocazione universitaria» i cui tratti principali sono l'amore alla verità, il desiderio di accostarsi al mistero del mondo e dell'uomo con gli strumenti delle scienze, del sapere filosofico e religioso, la consapevolezza che ogni conoscenza reca con sé responsabilità e servizio, l'attenzione al progresso materiale e morale di ogni essere umano. Una vocazione che caratterizza sia i docenti che sostano nell'università, sia coloro che da studenti vi hanno «imparato a conoscere e a pensare», per dedicarsi poi al servizio del bene comune nelle professioni più diverse del tessuto sociale.

A ciò che abbiamo chiamato vocazione universitaria, dovremmo affiancarvi il riconoscimento di uno spirito universitario, un abito della mente e della volontà che dovrebbe accompagnare in modo perenne tutti quelli che ne attraversano le mura con sufficiente cognizione di causa. Avere un simile spirito universitario vuol dire possedere una capacità di riflessione critica e di ascolto, rigore intellettuale, umiltà nella ricerca della verità e volontà sincera di collaborazione, apertura all'integrazione dei saperi, sensibilità per l'uomo e la sua promozione, respiro universale nella comprensione dei problemi e nel prospettarne le soluzioni; ma in modo particolare spirito universitario vuol dire possedere «un rapporto creativo con la verità» cioè una singolare creatività nel porre il proprio specifico sapere di fronte a situazioni ed emergenze sempre nuove, testimonianza della irriducibile trascendenza della cultura sulla natura e sulle cose.

«Prima di tutto – affermava in un’occasione Giovanni Paolo II – desidero spiegarvi come vedo personalmente il significato degli studi universitari dal punto di vista di un giovane. La loro importanza non si limita unicamente alla cultura, ossia all'acquisizione di nozioni necessarie a svolgere una determinata funzione sociale. Alla base degli studi accademici c'è qualcosa di più profondo, ed è il rapporto creativo con la verità. Tutta la realtà è stata affidata, quale compito, all'intelletto e alla capacità conoscitiva dell'uomo nella prospettiva della verità, che deve essere cercata ed esaminata fino ad apparire in tutta la sua complessità e semplicità insieme. Perciò questo rapporto creativo con la verità in un settore scelto della conoscenza e della scienza costituisce propriamente la sostanza degli studi a livello universitario»[4].

Le grandi trasformazioni ambientali, scientifiche e tecnologiche che conformano in modo sempre nuovo la superficie del pianeta, il nostro modo di vivere e di comunicare, così come le progressive trasformazioni sociali dei popoli, l'interazione fra le loro etnie e tradizioni, sono tutti fattori che non alterano le caratteristiche dell'autentico «spirito universitario», ma rappresentano piuttosto tutte realtà che devono entrare nell'università proprio con quello spirito, l'unico che può garantire la dignità della persona, l'amore alla sua verità integrale, il sereno confronto delle conoscenze e delle culture realizzato con rigore intellettuale, ma sempre nel rispetto di tutti e nella pace.

Perché questo spirito non si perda e la vocazione universitaria incontri sempre animi disposti ad incarnarla, occorrono veri maestri. Come quelli che ciascuno di noi ricorda volentieri perché hanno lasciato un'impronta significativa nella nostra formazione ed un esempio che spinge, anche a distanza di molti anni, a seguirne le orme: «Hai avuto la grande fortuna di incontrare veri maestri, amici autentici che ti hanno insegnato senza riserve tutto ciò che hai voluto sapere; non hai avuto bisogno di trappole per “rubare” la loro scienza, perché ti hanno indicato la via più facile, anche se a loro è costato duro lavoro e sofferenza scoprirla... Ora tocca a te fare altrettanto, con questo, con quell'altro, con tutti!»[5].


[1] Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, n. 31.

[2] Cfr. P. Rodríguez, Sul ruolo della cultura e dell'università nella società odierna, «Rivista Teologica di Lugano» 2 (1997) 7-26.

[3] Josemaría Escrivá, Solco, Ares, Milano 1986, n. 229.

[4] Giovanni Paolo II, Lettera agli universitari del Messico e dell'America Latina, 15.2.1979, in AAS 71 (1979/1) 252-255, n. 1.

[5] Josemaría Escrivá, Solco, o.c., n. 733.

     

G. Tanzella-Nitti, Passione per la verità e responsabilità del sapere. Un'idea di università nel magistero di Giovanni Paolo II, Piemme, Casale Monferrato 1998, pp. 253-257