Tu sei qui

La creazione non è un moto né una trasformazione, esclude successione e durata

Tommaso d´Aquino
1269-1273

Contra Gentiles, Libro II, capp. 17, 18 e 19

Questi brevi capitoli indirizzano immediatamente il modo corretto di comprendere la creazione: essa non è un moto dalla potenza all’atto, né un cambiamento temporale, ma va intesa come una relazione con Dio. “La creazione infatti non è una mutazione, ma è la dipendenza stessa dell’essere creato in rapporto al principio che lo fa esistere”. Quindi essa non è soggetta a trasformazioni né a moti, ed esclude qualsiasi legame con tempo, durata e cambiamenti. Ciò introduce la nozione di “creazione continua” e chiarisce l’equivoco di coloro che attorno al dibattito su una supposta dimostrazione di un’origine del tempo vogliano vedere una dimostrazione scientifica pro o contro l’esistenza di un Creatore.

cap. XVII: La creazione non è un moto né un mutamento

È evidente che l’azione di Dio, la quale si compie senza materia preesistente e si denomina creazione, non è, propriamente parlando, né un moto né un mutamento. Infatti:

1. Ogni moto o mutamento è «atto di un essere in potenza in quanto esistente in potenza». Ebbene, in tale azione niente preesiste in potenza per ricevere l’azione stessa, come sopra abbiamo spiegato. Essa dunque non è un moto, o una mutazione.

2. I termini estremi di un mutamento appartengono allo stesso ordine di cose: o perché rientrano nel medesimo genere, come contrari, il che è evidente nel moto di crescita, di alterazione o di trasformazione; o perché hanno in comune la potenza della materia, come la privazione e la forma nei processi di generazione e corruzione. Ora, nessuna di queste due cose può dirsi della creazione: poiché qui manca, come abbiamo visto, la potenza, e ogni altro dato dello stesso genere da presupporre alla creazione. Quindi in essa non c’è né moto né mutamento.

3. In ogni mutamento, o moto deve esserci qualcosa che adesso sia diverso da come era prima: ciò è implicito nello stesso termine mutazione. Ma dove si produce tutta la sostanza di una cosa, non può esserci qualcosa che prima sia diverso da dopo: poiché ciò sarebbe non prodotto allora, ma presupposto alla produzione. Dunque la creazione non è un mutamento.

4. Il mutamento deve precedere cronologicamente quanto viene fatto con esso: poiché l’essere fatto è principio della quiete e termine del mutamento. Ecco perché ogni mutamento o è un moto, o termine di un moto che si svolge in fasi successive. E per questo ciò che è in divenire non è: poiché finché dura il moto una cosa diviene e non è; e al termine del moto, quando inizia la quiete una cosa non diviene più, ma è già fatta. Ora, nella creazione questo non può verificarsi; poiché se la creazione si producesse come un moto o mutamento, bisognerebbe trovarle un soggetto, il che è contro il concetto di creazione. Quindi la creazione non è un moto o un mutamento.

 

cap. XVIII: Come si risponde alle obiezioni contro la creazione

Da ciò risulta con chiarezza l’incongruenza di chi ricerca la creazione con argomenti desunti dalla natura del moto, o del mutamento: come se la creazione, al pari delle altre mutazioni, dovesse prodursi in un soggetto; e come se il non essere dovesse trasformarsi nell’essere, alla maniera in cui il fuoco si trasforma in aria.

La creazione infatti non è una mutazione, ma è la dipendenza stessa dell’essere creato in rapporto al principio che lo fa esistere. Quindi è nella categoria di relazione. Cosicché niente impedisce che essa abbia il suo soggetto nelle cose create.

Sembra tuttavia, solo quanto al modo nostro di intendere, che la creazione sia un mutamento: in quanto il nostro intelletto concepisce un’identica cosa prima come non esistente e poi esistente.

Ma se la creazione è una relazione, deve pure essere una certa realtà, e non una realtà increata, e neppure una realtà creata mediante un’altra relazione. Dal momento infatti che un effetto creato dipende realmente dal creatore, ne deriva necessariamente che questa relazione sia una data realtà. - Ma ogni realtà è prodotta da Dio. Dunque essa deve a Dio il proprio essere. - Essa però non è creata mediante un’altra creazione distinta dalla creatura precedente creata con essa. Poiché gli accidenti e le forme, come non sussistono per se stessi, così non sono creati per se stessi, essendo la creazione la produzione di un essere esistente: ma come esistono in un soggetto, così sono creati con esso. Inoltre una relazione non viene riferita mediante un’altra relazione, altrimenti si andrebbe all’indefinito: ma viene riferita per se stessa, essendo essenzialmente relazione. Non c’è quindi bisogno di una seconda creazione per creare la creazione stessa, andando così all’infinito.

 

cap. XIX: La creazione esclude successione e durata

Da quanto abbiamo detto appare anche evidente che ogni creazione esclude successive fasi di sviluppo. Infatti:

1. La successione è propria del moto. Ma la creazione non è un moto, né il termine di un moto, come il mutamento. Dunque in essa va esclusa ogni successione.

2. In ogni mutamento per fasi successive c’è sempre un dato intermedio tra i termini estremi di esso: perché un moto continuo raggiunge prima questo dato e poi il termine ultimo. Ora, tra essere e non essere, che sono come i termini estremi della creazione, non può esserci niente di intermedio. Quindi in essa non c’è nessuna successione.

3. In ogni prodotto del fare in cui c’è successione, il farsi è prima dell’essere fatto, come viene dimostrato nel sesto libro della Fisica. Ma questo non può capitare nella creazione. Perché il farsi che precede l’esser fatto di una creatura avrebbe bisogno di un soggetto. Questo però non potrebbe essere la creatura stessa della cui creazione si parla, perché questa non esiste prima di essere stata fatta: e neppure potrebbe essere nella causa agente, poiché il divenire non è atto del movente, bensì della realtà che diviene. Perciò il farsi dovrebbe avere per soggetto una materia preesistente alla cosa che viene fatta. Il che è contro il concetto di creazione. Quindi è impossibile che nella creazione ci sia successione.

4. Ogni prodotto del fare attuato per fasi successive deve compiersi nel tempo: infatti il prima e il dopo nel moto vengono misurati dal tempo. Ora. il tempo, il moto e il mezzo in cui il moto si produce sono divisibili per reciproca correlazione. Ciò è evidente nel moto locale: poiché regolarmente in metà tempo un corpo mobile percorre metà spazio. Nel campo delle forme la divisione che corrisponde alla divisione del tempo si fa in base all’intensità e all’attenuazione: cosicché se un fuoco scalda tanto in tanto tempo, scalderà meno in un tempo minore. Perciò, in un moto, o in qualsiasi produzione può esserci successione in quanto la realtà secondo cui si compie è divisibile: può esserci secondo la quantità nel moto locale e in quello di crescita; e secondo l’intensità e l’attenuazione nel moto di alterazione. Quest’ultimo caso può verificarsi in due maniere: primo, per il fatto che la forma stessa cui tende il moto è divisibile in vari gradi d’intensità, il che è evidente quando un corpo acquista la bianchezza gradualmente; secondo, per il fatto che la gradazione si riscontra nelle disposizioni verso tale forma. L’infuocarsi, p. es., è un moto successivo per l’alterazione delle disposizioni che preparano a ricevere la forma. Ora, già lo stesso essere sostanziale della creatura non è divisibile in questo modo: poiché «la sostanza non è suscettibile del più e del meno». E d’altra parte della creazione, non essendoci una materia preesistente, non possono precedere delle disposizioni: poiché la disposizione rientra nella causa materiale. Perciò nella creazione non può esserci nessuna successione.

5. Nel prodursi delle cose il succedersi delle varie fasi è dovuto all’imperfezione della materia, che da principio non è disposta a ricevere la forma: cosicché quando è perfettamente disposta, la riceve all’istante. Ecco perché il mezzo diafano, essendo sempre nell’immediata predisposizione alla luce, alla presenza del corpo luminoso diviene illuminato in atto; né da parte del mezzo illuminabile precede un moto qualsiasi, ma precede solo il moto locale da parte del corpo illuminante, che lo rende presente. Nella creazione invece non è prerequisito nulla da parte della materia: né alla causa agente per poter agire manca qualcosa, che poi gli venga da un moto, essendo essa immobile, come abbiamo visto nel Primo Libro. Dunque la creazione non può essere che istantanea. Cosicché quando una cosa viene creata, è creata all’istante; come quando si produce l’illuminazione all’istante si è illuminati.

Ecco perché nella Sacra Scrittura si afferma che la creazione fu compiuta in un istante indivisibile, con quella espressione: «In principio Dio creò il cielo e la terra». Tale principio, secondo S. Basilio, è «l’inizio del tempo»; il quale, come spiega Aristotele, deve essere un istante indivisibile.

Somma contro i Gentili, Libro II, capp. XVII-XIX, tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 1997, pp. 290-294.