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La distinzione delle diverse creature, determinata dalle cause seconde, è dovuta non ad esse, ma all’intenzione della Causa Prima

Tommaso d´Aquino
1269-1273

Contra Gentiles, Libro II, capp. 42 e 45

Riflessione di San Tommaso sulla Causa Prima e sul suo rapporto con le cause seconde, nella quale esalta la semplicità e la unicità di Dio e confuta diverse antiche opinioni a riguardo. Pur nella sua semplicità e unicità, la Causa prima è la vera causa di tutte le molteplici distinzioni e differenze delle creature, molteplicità in sé necessaria per manifestare la perfezione di Dio attraverso diversi gradi e disuguaglianze che, nel loro insieme, si avvicineranno all’immagine di Dio stesso.

cap. LXII: La prima causa della distinzione delle cose non è l’ordine discendente e graduale delle cause seconde

Dalle conclusioni precedenti si può anche dimostrare che la distinzione delle cose non è causata dall’ordine degradante delle cause seconde, come alcuni vollero affermare. Essi partivano dal fatto che Dio, essendo uno e semplice produrrebbe un unico effetto che è la sostanza causata per prima; la quale, non potendo adeguare la semplicità della causa prima, perché non è puro atto, ma implica della potenzialità, avrebbe una certa molteplicità, cosicché da essa potrebbe già derivare una certa molteplicità. E così poiché gli effetti perdono progressivamente di semplicità rispetto alle cause, col moltiplicarsi degli effetti verrebbe a costituirsi la varietà delle cose che costituiscono l’universo.

1. Perciò questa opinione alla varietà delle cose non assegna un’unica causa, bensì solo cause singolari per i determinati effetti: ma ritiene che tutta la varietà e diversità delle cose deriverebbe dal concorso di tutte le cause. Ora, le cose che provengono dal concorso di cause diverse e non da un’unica causa determinata si dice che avvengono per caso. Dunque la distinzione delle cose deriverebbe dal caso.

2. La cosa più perfetta esistente nel creato va riportata come a causa prima alla più perfetta delle cause, poiché gli effetti devono essere proporzionati alle cause. Ora, la cosa più perfetta esistente nel creato è l’ordine dell’universo, che è il bene di esso; come nelle cose umane «il bene della nazione è più divino che il bene del singolo». Dunque l’ordine dell’universo non potrà avere per causa che Dio, il quale, come sopra abbiamo visto, è il sommo bene. Perciò la distinzione delle cose, in cui consiste l’ordine dell’universo, non è causata dalle cause seconde, bensì dall’intenzione della causa prima.

3. È assurdo far risalire ciò che di più perfetto nelle cose si riscontra a una loro deficienza. Ora, la distinzione e l’ordine delle cose è il dato più perfetto che si riscontra in esse, come abbiamo già notato. Quindi è inammissibile che tale distinzione sia causata dal fatto che le cause non raggiungono la semplicità della causa prima.

4. In ogni serie di cause agenti tra loro ordinate, quando si agisce per un fine, bisogna che i fini delle cause seconde siano per il fine della causa prima: il fine, p. es., dell’arte militare, dell’equitazione e del mestiere di chi fabbrica i freni dei cavalli, è subordinato a quello della politica. Ebbene, la derivazione degli esseri dal primo ente avviene mediante un’operazione ordinata al fine: poiché viene compiuta con intelligenza, come abbiamo spiegato, e ogni intelletto agisce per un fine. Se dunque nella produzione delle cose intervengono delle cause seconde, i loro fini e le loro azioni devono essere per il fine della causa prima, che è l’ultimo fine del creato. Ora, questo consiste appunto nella distinzione e nell’ordine delle parti dell’universo, che ne sono come l’ultima forma. Dunque la distinzione e l’ordine si trovano nelle cose non per l’influsso delle cause seconde, ma piuttosto gli influssi delle cause seconde sono ordinati a costituire l’ordine e la distinzione delle cose.

5. Se la distinzione delle varie parti dell’universo e il loro ordine reciproco sono effetto proprio della causa prima, come ultima forma e perfezione di esso, bisogna che la distinzione e l’ordine si trovino nell’intelligenza della causa prima; poiché negli esseri che agiscono con intelligenza la forma da produrre negli effetti deriva dalla forma consimile esistente nell’intelletto: come la casa materiale deriva dalla casa esistente nella mente (dell’artefice). Ora, la forma della distinzione e dell’ordine non può trovarsi nell’intelligenza operante, se in questa non si riscontrano le forme degli esseri distinti e ordinati. Perciò nell’intelletto divino devono trovarsi le forme delle varie cose distinte e ordinate: né questo è incompatibile con la sua semplicità, come sopra abbiamo spiegato. Se quindi, quando si agisce mediante l’intelligenza, dalle forme esistenti nell’intelletto derivano le cose esistenti fuori dell’anima, potranno essere causate immediatamente dalla causa prima cose molteplici e diverse nonostante la semplicità di Dio, a motivo della quale alcuni abbracciarono l’opinione suddetta.

6. L’azione di una causa intelligente ha il suo termine nella forma intesa e non in un’altra, all’infuori di un caso e di qualche accidente. Ora, Dio è una causa intelligente, come abbiamo visto: e la sua operazione non può essere casuale, non ammettendo egli manchevolezze nel suo agire. Quindi bisogna che egli stesso produca gli effetti oggetto del suo intelletto e del suo proposito. Ma con la ragione o idea con la quale intende un effetto Dio può intendere effetti molteplici da se stesso distinti. Dunque egli, senza cause intermedie, può subito causare cose molteplici.

7. La virtù di Dio, come sopra abbiamo spiegato, non è limitata ad un unico effetto, e ciò in accordo con la sua semplicità: poiché quanto più una potenza è unita, tanto più è universale e capace di estendersi a più cose. Che poi da un unico essere non derivi che un’unica cosa non è necessario, se non quando la causa agente è determinata a un unico effetto. Perciò non è necessario affermare, data l’unità e l’assoluta semplicità di Dio, che da lui non possa provenire la molteplicità, se non mediante esseri meno semplici di lui.

8. Sopra noi abbiamo dimostrato che Dio soltanto può creare. Ma tra gli esseri ce ne sono molti che non possono venire all’esistenza se non per creazione: tali sono tutti quelli che non sono composti di una forma e di una materia soggetta alla contrarietà (degli elementi). Infatti questi esseri non sono generabili, poiché ogni generazione deriva da una qualità contraria e dalla materia. Tali sono tutte le sostanze intelligenti, tutti i corpi celesti e la stessa materia prima. Dobbiamo quindi concludere che tutti questi esseri sono derivati immediatamente da Dio.

Di qui le affermazioni della Scrittura: «In principio Dio creò il cielo e la terra»; «Tu forse insieme a lui fabbricasti i cieli, i quali sono saldissimi come fossero forgiati in bronzo?».

Viene così confutata l’opinione di Avicenna, il quale afferma che Dio intendendo se stesso produsse una prima intelligenza, in cui già si riscontrano potenza e atto; e questa, in quanto intende Dio, produrrebbe una seconda intelligenza; mentre in quanto intende se stessa nella sua attualità, produrrebbe l’anima del mondo; e in quanto intende se stessa nel suo aspetto potenziale, produrrebbe la sostanza del primo cielo. E seguitando così egli stabilisce che la diversità delle cose sarebbe causata dalle cause seconde.

Viene inoltre confutata l’opinione di quegli antichi eretici, i quali dicevano che il mondo non sarebbe stato causato da Dio, ma dagli angeli. Di tale errore si dice che il primo inventore sia stato Simon Mago.

 

cap. XLV: Quale sia la vera causa prima della distinzione delle cose

Da quanto abbiamo già detto è possibile dimostrare quale sia la vera causa prima della distinzione delle cose. Infatti:

1. Siccome ogni causa agente tende ad imprimere nell’effetto la propria somiglianza, più l’agente è perfetto più ve la imprime perfettamente: più una cosa è calda, p. es., tanto maggiormente riscalda un oggetto; e quanto più un artigiano è abile, tanto più perfettamente imprime nella materia la forma dell’arte. Ora, Dio è la causa agente perfettissima. Perciò a lui spettava imprimere nel modo più perfetto la sua somiglianza nel creato, nei limiti dovuti agli esseri creati. Ma il creato non è in grado di conseguire la perfetta somiglianza di Dio, con creature di una sola specie: perché, essendo la causa superiore all’effetto, quanto nella causa è semplice e unito negli effetti si riscontra composto e molteplice, se l’effetto non adegua la specie della causa: il che in questo caso non si può affermare, poiché la creatura non può eguagliare Dio. Perciò era necessario che nelle cose create ci fosse molteplicità e varietà, per riscontrare in esse una somiglianza di Dio perfetta secondo la loro capacità.

2. Come le cose producibili dalla materia sono nella potenza passiva della materia, così le cose producibili dalla causa agente devono trovarsi nella potenza attiva dell’agente. Ora, la potenza passiva della materia non verrebbe attuata perfettamente, se dalla materia venisse prodotto uno solo degli esseri ai quali essa è in potenza. Se quindi una causa agente la cui potenza si estende a molti effetti producesse uno solo di essi, la sua potenza non verrebbe così perfettamente attuata come quando ne produce molti. E con l’attuazione della potenza attiva l’effetto acquista appunto la somiglianza della causa agente. Dunque la somiglianza di Dio nell’universo non sarebbe perfetta, se esistesse un grado unico per tutti gli esseri. Perciò la distinzione nelle cose create raggiunge lo scopo di far loro conseguire la somiglianza con Dio più perfettamente mediante la molteplicità che mediante l’unità.

3. Più sono gli aspetti in cui un essere è simile a Dio, più perfettamente si avvicina alla sua somiglianza. Ora, in Dio c’è la bontà e la diffusione della bontà sulle altre cose. Perciò una creatura si avvicina di più alla somiglianza con Dio, se non solo è buona, ma può agire per rendere buone le altre: è più simile al sole, p. es., ciò che riluce e illumina, che quanto riluce soltanto. Ma una creatura non potrebbe influire sulla bontà di un’altra, se nel creato non ci fossero molteplicità e diseguaglianza: poiché l’agente è distinto dal paziente e superiore ad esso. Perciò, affinché nelle creature ci fosse una perfetta imitazione di Dio, era necessario che si trovassero in esse diversi gradi.

4. Beni molteplici valgono di più che un unico bene finito; perché oltre questo hanno qualche cos’altro. Ora, ogni bontà della creatura è finita; poiché non adegua l’infinita bontà di Dio. Perciò l’universo creato è più perfetto se le creature sono molteplici, che se ci fosse un grado unico di esse. Ma al sommo bene si addice di compiere ciò che è meglio. Quindi era conveniente che facesse gradi molteplici di creature.

5. La bontà della specie è superiore alla bontà dell’individuo, come l’elemento formale è superiore a quello materiale. Perciò contribuisce di più al bene dell’universo la molteplicità delle specie, che la molteplicità degli individui di una data specie. Dunque alla perfezione dell’universo non appartiene solo il moltiplicarsi degli individui, ma anche il differenziarsi delle specie; e per conseguenza che ci siano diversi gradi nelle cose.

6. Tutti gli esseri che agiscono con intelligenza imprimono la loro specie intelligibile nelle cose che compiono: è così infatti che un artigiano compie qualche cosa che gli somiglia. Ebbene, Dio fece le creature agendo con intelligenza e non per necessità di natura, come sopra abbiamo spiegato. Perciò nelle creature sono impresse e rappresentate le specie dell’intelletto divino. Ora, un intelletto che intende molte cose non è rappresentato in modo sufficiente da una sola. Poiché dunque l’intelletto divino intende molte cose, come abbiamo dimostrato nel Primo Libro, esso rappresenta più perfettamente se stesso producendo molteplici creature di tutti i gradi, che se ne avesse prodotta una soltanto.

7. Nell’opera compiuta dall’artefice sommamente buono non doveva mancare la suprema perfezione. Ora, il bene dell’ordine tra cose diverse è migliore di ciascuna di esse presa da sola: poiché è l’aspetto formale rispetto ai singolari, come la perfezione del tutto rispetto alle sue parti. Dunque il bene dell’ordine non doveva mancare all’opera di Dio. Ma tale bene non potrebbe esserci, se fosse mancata la disuguaglianza delle creature.

Perciò la diversità e la disuguaglianza nelle cose create proviene non dal caso, non dalla diversità della materia, non dall’intervento di cause particolari, o di meriti precedenti, bensì dall’intenzione diretta di Dio, il quale ha voluto dare alle creature [tutta] quella perfezione che era loro possibile.

Ecco perché nella Genesi si legge: «Dio vide tutte le cose che aveva fatto ed erano molto buone»; mentre delle singole creature aveva detto che sono «buone». Poiché singolarmente nella loro natura sono buone; ma tutte insieme sono «molto buone», per l’ordine dell’universo, che è la loro perfezione ultima e nobilissima.

Somma contro i Gentili, Libro II, cap. XLII e XLV, tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 1997, pp. 353-356 e 363-365.