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L’uomo, fine dello sviluppo e del generare di tutto l’universo

Tommaso d´Aquino
1269-1273

Contra Gentiles, Libro III, cap. 22

Prendendo spunto dal reciproco ordinamento dei vari elementi all’interno del cosmo cristiano, sebbene nella cornice della fisica e della biologia del suo tempo (che riconosceva ai corpi celesti, al sole in particolare, l’energia necessaria per la generazione dei viventi), san Tommaso ci offre una pagina di grande interesse mostrando che il fine di tutte le cose, il loro lento sviluppo materiale, ma anche il loro reciproco ordinamento generativo e nutrizionale, pare risiedere nella persona umana, apice spirituale e corporale della creazione visibile.

Ciascun essere, nella misura in cui partecipa una somiglianza della bontà divina, oggetto della volontà di Dio, partecipa anche una somiglianza della volontà divina, la quale produce e conserva le creature. Ma gli esseri superiori partecipano la somiglianza della bontà divina in maniera più semplice e più estesa; quelli inferiori invece ne partecipano in una maniera più ristretta e parziale. Perciò tra i corpi celesti e quelli inferiori non si riscontra una somiglianza del medesimo grado, come tra gli individui di una medesima specie: bensì come può esserci tra una causa agente universale ed un effetto particolare. Quindi come tra le realtà terrestri l’intenzione di una causa agente particolare si restringe al bene di questa o di quella specie, così l’intenzione di un corpo celeste mira al bene universale di una sostanza corporea, la quale con la generazione viene conservata, moltiplicata ed accresciuta.

L’intenzione poi o tendenza di tutte le cose esistenti in potenza bisogna che consista nel tendere all’atto mediante il moto; perché tutto ciò che si muove, in quanto si muove, tende, come abbiamo detto, a una somiglianza con Dio cercando la propria perfezione; e d’altra parte ciascuna cosa diviene perfetta in quanto passa all’atto.

Perciò più un atto è posteriore e perfetto, tanto maggiormente si porterà verso di esso la tendenza della materia. Dunque è necessario che la tendenza della materia verso la forma tenda come a ultimo fine della generazione all’atto più remoto e più perfetto che la materia può conseguire. – Ora, tra gli atti delle forme [sostanziali] si riscontrano dei gradi. Poiché la materia prima è anzitutto in potenza alla forma degli elementi. Ma mentre è attuata dalla forma di un elemento essa è in potenza alla forma di un corpo misto: ecco perché gli elementi sono materia dei corpi misti. E mentre è attuata dalla forma di un corpo misto la materia è in potenza all’anima vegetativa; poiché codesta anima è atto di quel determinato corpo. A sua volta l’anima vegetativa è in potenza a quella sensitiva; e quella sensitiva all’intellettiva. Il che si rileva dalle fasi della generazione: infatti nella generazione per primo il feto vive la vita della pianta, poi vive la vita dell’animale e finalmente la vita dell’uomo. Dopo quest’ultima forma non si riscontra negli esseri generabili e corruttibili una forma ulteriore e più nobile. Perciò l’ultimo fine di tutto il generare è l’anima umana, e a questa la materia tende come all’ultima sua forma. Quindi gli elementi sono per i corpi misti; questi sono per i viventi; e tra i viventi le piante sono per gli animali, e gli animali per l’uomo. Dunque l’uomo è il fine di tutto il generare.

Ma poiché i mezzi con cui le cose vengono conservate sono gli stessi che servono a generarle, l’ordine suddetto, presente nella generazione delle cose, si riscontra anche nella loro conservazione. Vediamo infatti che i corpi misti sono sostentati dalle adeguate qualità degli elementi; le piante si nutrono dei corpi misti; gli animali sono nutriti dalle piante; e certi animali più perfetti e più forti si nutrono di quelli più imperfetti e più deboli. L’uomo poi si serve di ogni genere di cose a proprio vantaggio. Di alcune se ne serve per mangiare, di altre per vestirsi: egli infatti da natura è stato formato nudo perché capace di prepararsi il vestito ricorrendo ad altri esseri; parimente la natura non gli preparò nessun alimento adeguato all’infuori del latte, perché ricavasse il proprio cibo da molte cose. Di altre cose l’uomo si serve per il trasporto: poiché quanto alla celerità del moto e quanto a forza nel sopportare la fatica, egli è più debole di molti altri animali, che sono stati come preparati per aiutarlo. Inoltre egli si serve di tutti gli esseri sensibili per raggiungere la perfezione delle conoscenza intellettiva. Ecco perché il Salmista, parlando dell’uomo, così si rivolge a Dio: «Tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Salmo, VIII, 8). E Aristotele afferma (Politica I, c. 2, n. 12) che l’uomo ha un dominio naturale su tutti gli animali.

Perciò se il moto stesso dei cieli è ordinato alla generazione, e la generazione per intero è ordinata all’uomo come all’ultimo termine o fine di questo genere di cose, è evidente che il fine dei moti celesti è ordinato all’uomo come all’ultimo fine delle cose soggette alla generazione e al moto.

Somma contro i gentili, Libro III, cap. XXII, tr. it. di Tito S. Centi, Utet, Torino 1997, pp. 593-595.