Tu sei qui

Misericordia e lavoro intellettuale: alla scoperta di un legame (ancora) inedito

Gennaio 2016
Giuseppe Tanzella-Nitti
Direttore della Scuola SISRI

Qualche settimana fa, l’8 dicembre 2015 per l’esattezza, la Chiesa cattolica ha inaugurato un anno giubilare della misericordia. In prima istanza, gli eventi della cristianità sembrerebbero interessare solo chi condivide questa specifica prospettiva di fede. Per qualcuno di tali eventi, come accadde in occasione dell’Anno della fede, proclamato da Benedetto XVI l’11 ottobre del 2012 per i 50 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II, è stato possibile offrire in questo Portale delle riflessioni indirizzate ad un pubblico più ampio. Esse sono testimoniate dai nostri “speciali” attorno a quei mesi. Si parlò, in quell’occasione, del rapporto fra fede e cultura nei documenti del Vaticano II, del messaggio del Concilio agli scienziati, della fede degli uomini di scienza e perfino delle preghiere da loro composte. Accingendoci a vivere un Anno della Misericordia, tali collegamenti con il mondo delle scienze — o con il lavoro intellettuale in genere — sembrerebbero in apparenza più difficili, forse assenti. Eppure, a ben vedere, non è così. Una riflessione su cosa sia la misericordia e quali siano le opere che la caratterizzano, ritengo possa interessare davvero tutti, credenti e non credenti, anche chi opera fra le mura delle nostre università e dei nostri laboratori.

Lo spunto per un simile convincimento me lo fornisce la tradizionale dottrina cattolica sulle opere di misericordia, come diffusa nei catechismi rivolti ai cristiani. Le “opere di misericordia”, appunto, vengono divise in due ambiti, quelle di misericordia corporale e quelle di misericordia spirituale. L’enumerazione è ben definita e particolareggiata nei catechismi anteriori al Concilio Vaticano II; sobria, ma ugualmente chiara, nel Catechismo del Vaticano II (cfr. n. 2447). Anche nell’enumerazione di quest’ultima fonte, le opere di ambito spirituale vengono elencate prima di quelle di ambito corporale, sebbene siano queste ultime ad essere più facilmente ricordate e diffuse. Così, tutti sappiamo che la misericordia si esercita nel dar da mangiare agli affamati, vestire gli ignudi, accogliere i pellegrini, visitare i carcerati e i malati, seppellire i morti…

Meno noto forse ai più, invece, che la Chiesa cattolica individua anche 7 opere di misericordia spirituale, fornendone un’opportuna declinazione. Sono tali: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare con pazienza le persone moleste, ammonire i peccatori, pregare Dio per i vivi e per i morti. Riflettendoci un po’, le prime 5 opere sono disponibili ad un preciso aggancio con il lavoro di chi opera nell’insegnamento e nella ricerca, con chi ha un’attività intellettuale ed è abituato a lavorare in équipe. Sono opere proprie di chi studia, di chi insegna, di chi si muove responsabilmente in un ambito culturale. Ognuno può provare un momento a pensare cosa vorrebbe dire oggi, in un Dipartimento universitario o in un Centro di ricerca, nella classe di un liceo e nel rapporto con i propri studenti, atteggiamenti ed opere come le seguenti. Consigliare coloro che dubitano, perché disorientati da ciò che accade e mancanti di punti di riferimento, alla ricerca di Maestri latitanti o non più tali. Insegnare a chi è preda della superficialità, del sentito dire, degli inganni della propaganda consumista, ma anche a chi ha sete di cultura, di professionalità e di qualificazione nei Paesi in via di sviluppo e nelle giovani società emergenti.

Quando parliamo di afflitti da consolare, come non pensare ai nostri giovani, che gli scarsi investimenti nella cultura costringono ad una competitività che spesso esaurisce ed obbliga ad emigrare nei laboratori e nelle università estere; giovani che hanno bisogno (quelli che restano e quelli che partono) di essere consolati, sostenuti, incoraggiati, perché dalla loro magra borsa di studio dovranno sfamare una famiglia appena formata, non di rado lontano da quei parenti che avrebbero potuto aiutarli con le loro risorse e il loro tempo. È nell’ambiente intellettuale e in chi lavora in équipe che siamo chiamati a perdonare con sincerità le offese, giunte da chi giudica in modo impersonale e burocratico, da chi fa favoritismi clientelari e non premia il merito e il lavoro svolto, o da chi per competitività ed egoismo scavalca, mente, umilia. È misericordia sopportare con pazienza le persone che importunano, lo studente che per la decima volta chiede ciò che avrebbe dovuto già sapere, il collega chiacchierone che fa perdere tempo, ma in realtà ha bisogno di qualcuno che lo stia ad ascoltare, per sopravvivere e riequilibrarsi psicologicamente; è misericordia la pazienza che sercitiamo con chi non lavora come lavoreremmo noi e non rispetta gli standard culturali o di professionalità con cui ci si muoverebbe di solito in certi ambienti, ma lo fa solo perché non ha avuto accanto qualcuno che abbia potuto insegnargli diversamente.

Non resterebbero fuori da questa rapida carrellata neanche le ultime due opere di misericordia spirituale che, opportunamente tradotte, coinvolgerebbero tutti, anche chi Gesù Cristo non l’ha ancora incontrato. Qualunque significato si attribuisca infatti alla parola “peccato”, quando avvertiamo chi sta sbagliando in qualcosa e gli segnaliamo in modo corretto e fraterno ciò che deve migliorare, senza giudicarlo o criticarlo, allora stiamo rendendo più vivibile un luogo di lavoro, più unito un gruppo dove si studia o insieme si fa ricerca. Pregare per tutti, infine, non è solo un esercizio cristiano: per tutti si traduce nel pensare agli altri considerando un dono averli incontrati, apprezzandoli, accompagnandoli con il nostro pensiero e il nostro ricordo, sempre, perché sono uomini e donne che incrociano la nostra strada.

Quanto abbiamo rapidamente schizzato è stato indicato dalla cultura cristiana, nel tempo, con l’espressione “carità intellettuale”. Tommaso d’Aquino era convinto che la carità nelle cose dello spirito fosse più importante di quella nei confronti del corpo, che pure non deve mancare ma, da sola, sarebbe semplice filantropia. Un autore come Antonio Rosmini la collocava alla sommità della sua antropologia. Il magistero della Chiesa cattolica vi si è indirettamente riferito tutte le volte che, specie a partire da Paolo VI, ha voluto chiarire che, per la Chiesa, il concetto di “progresso umano” non si esaurisce mai nella crescita economica o sociale, ma deve sempre e necessariamente includere anche l’educazione, la formazione, quanto attiene alla dignità spirituale della persona umana. Per un docente, un insegnante o un ricercatore cristiano, esercitare la carità intellettuale è uno dei modi privilegiati di vivere la misericordia spirituale, con tutti, cominciando da chi egli ha accanto. E, come sempre, si tradurrà in piccoli gesti quotidiani.

Così, prima di scrivere un articolo o di preparare una lezione, è bene chiedersi cosa sarà davvero utile a chi ascolterà o leggerà, e come facilitare il loro apprendimento, preparando, anche con sforzo se necessario, il materiale didattico adeguato e risultando chiari nello scrivere o nell’esporre; si condivideranno volentieri le proprie risorse e i propri strumenti, inviando ad esempio a qualcuno un articolo che sappiamo potrà essergli utile, o facilitandogli un’informazione che sappiamo potrà apprezzare; ci si impegnerà a chiarire e correggere con delicatezza e carità errori palesi ascoltati nei ragionamenti, nei giudizi, in cose che non sono opinabili, ma attengono alla realtà delle cose nei vari campi del sapere, in particolare se riguardano la verità dell’uomo, i suoi diritti e i suoi doveri, ma anche la verità della storia e l’onore dei suoi protagonisti. Alta manifestazione di carità intellettuale, poi, per ogni studioso cristiano, sarà allargare gli orizzonti di amici, colleghi, conoscenti, adoperandosi per far amar loro la verità, suscitando in loro il desiderio di cercarla con tutto il cuore e, una volta trovata, di abbracciarla.

A ben vedere, non è un programma di poco rilievo. Un Anno della Misericordia ci interessa. A ciascuno sta saperlo declinare e tradurre, senza rifugiarsi in luoghi comuni o atteggiamenti stereotipati. E interessa a tutti, credenti e non credenti, perché la vita di tutti è fatta di relazioni umane, di ricerca della verità, di condivisione. Ci auguriamo tutti, chi legge e il sottoscritto, di pensarci, in questo anno, un po’ di più.