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Il problema di Dio e la scienza moderna

Luigi Fantappié
1947

da Conferenze scelte

Docente di Alta Analisi nell’Istituto Nazionale di Alta Matematica dell’Università di Roma, fondato e diretto da Francesco Severi, Luigi Fantappiè si occupò di filosofia della matematica e si dedicò con interesse allo sviluppo di modelli di unità del sapere. In questa conferenza, tenuta a Roma nel 1947, Fantappiè, di cui questo Portale ospita una scheda biografica ripercorre la storia della scienza moderna e contemporanea, mostrando l’interno superamento del modello neo-positivista e l’apertura della matematica verso la percezione del problema dei fondamenti del conoscere. Ne deriva la possibilità di un discorso su Dio che non interferisca con il metodo scientifico, e che lo scienziato intravede come significativo e non contraddittorio.

1. Il positivismo del secolo scorso

Invitato a parlare sul “Problema di Dio e la Scienza moderna” credo utile iniziare anzitutto con un cenno sommario sulla evoluzione che, secondo me, hanno subito le scienze dal secolo scorso ad oggi.

Ritengo infatti che questo problema fondamentale – che qualche volta, per un certo tempo, è stato quasi tenuto in sordina, o non è stato affatto considerato dagli scienziati – venga alla ribalta fatalmente proprio in seguito alla svolta ed all’evoluzione, per non dire forse rivoluzione, che ha subìto la scienza negli ultimi tempi, ritornando a quella che è la sua posizione naturale.

Ricordo a questo proposito la conferenza del prof. Reverberi – che credo sia in questo ciclo l’unica conferenza oltre alla mia riguardante la relazione tra il nostro problema e la scienza – dove si vede quel che è avvenuto nel secolo scorso nel modo di pensare degli scienziati. Soprattutto con l’avvento del positivismo si è formata una mentalità tipica; ricordiamo che in fondo la posizione essenziale del positivismo è stata questa: l’unico criterio di verità è il dato di fatto, il dato sensibile, si crede cioè solo ciò che si può vedere, toccare, sentire.

Indubbiamente questa è una posizione che ha chiarito e semplificato molti problemi, ha eliminato una quantità di false questioni, ma posta così è troppo esclusivista. Il positivismo non dice solo: guardiamo ai dati di fatto, il che è più che giusto, ma nella sua posizione più tipica pretende di respingere quelli che sono gli sviluppi razionali come degli “accidenti”, degli elementi estranei introdotti dall’uomo, che non sono dati dalla natura stessa e quindi da considerarsi come più o meno arbitrari, e perciò possibili origini di errore.

Come fatto storico ricordo a questo proposito quello che è avvenuto in Francia con Berthelot, positivista nel campo della chimica: in realtà la stessa teoria atomica non era allora data dai fatti, e quindi dal punto di vista strettamente positivistico di Berthelot, la teoria atomica in chimica era da considerarsi come un’ipotesi, un linguaggio, un altro modo forse più comodo di esprimere le proprietà manifestate con le leggi degli equivalenti, che erano l’unico vero dato di fatto, ma nulla più. Ma ricordino che è proprio questa posizione così strettamente legata ai soli fatti, senza nessuno spiraglio verso le ipotesi più ampie, quella che ha relegato la chimica francese in una posizione molto più arretrata rispetto alla chimica tedesca, poiché la prima, a differenza della seconda, si rifiutava di considerare le “formule di struttura” delle molecole chimiche, e quindi non aveva la possibilità di distinguere i vari composti “isomeri”, dato che la percentuale di elementi che entravano in queste sostanze era la stessa ed esse non si potevano differenziare tra loro sul piano dei soli equivalenti.

Tutta la teoria degli isomeri, in altri termini, fecondissima del resto anche nella pratica delle industrie, si poteva costruire solo se, oltre ai dati di fatto forniti dalle leggi degli equivalenti, si concedeva diritto di cittadinanza nella scienza anche alla teoria atomica, che non era, è vero, un puro dato di fatto, bensì una creazione razionale abbastanza adeguata ai fatti stessi. Oggi di ciò non si parla più perché gli atomi e le molecole si può dire quasi che si vedono e si toccano (camera di Wilson, ecc.); la teoria atomica ha anticipato di un secolo quella che poi si è constatato essere la realtà.

2. Posizione del problema di Dio nella mentalità positivista

Durante tutto il periodo in cui imperava nella scienza il positivismo è evidente che sul problema di Dio si presentavano possibili solo due atteggiamenti fondamentali: in tutti e due il problema di Dio veniva praticamente escluso dalla scienza.

In base alla prima posizione si negava addirittura Dio perché non rilevabile attraverso i sensi, posizione questa dei positivisti integrali: positivisti in laboratorio, in quanto scienziati e, in quanto uomini, anche nella vita, che si conduceva al di fuori del laboratorio scientifico.

La seconda posizione, più attenuata, era quest’altra: invece di negare radicalmente Dio, si concedeva che Dio potesse esistere; ad ogni modo, dato che non si ammetteva altro criterio di verità che il dato sensibile, la conclusione di questi positivisti era che il problema di Dio esulava dai confini della scienza, e quindi poteva porsi solo in altra istanza. Questa è la posizione del positivista attenuato, della persona positivista in laboratorio e non strettamente positivista nella vita. Di tale tipo di scienziati ne abbiamo avuti parecchi: uomini fatti di due pezzi staccati; come scienziati si comportano in una certa maniera, come uomini in un’altra. È una posizione meno netta, meno chiara della precedente; corrisponde un po’ a quello che si diceva in altri tempi il criterio della doppia verità. È chiaro però che non può soddisfare, perché la verità è una, in qualunque modo la si voglia guardare.

3. Positivismo e matematica

Voi sapete però che, oramai, la posizione positivista è largamente oltrepassata, anche se ancora oggi molti scienziati non se ne rendono conto. Io credo sia utile perciò che si metta in evidenza la rivoluzione scientifica che è avvenuta, e di cui non si è preso ancora coscienza.

Intanto, ritengo di dover far osservare che già nel secolo scorso, quando vigeva il più esasperato positivismo, c’era fra le altre scienze, e gli stessi positivisti lo ammettevano, una scienza che in realtà faceva scandalo dal unto di vista positivista: questa scienza era la nostra, la scienza matematica. E infatti in matematica non si poteva ammettere come unico criterio di verità il criterio dell’esperienza sensibile: evidentemente nel nostro campo il criterio della verità è un altro: è il ragionamento logico. In realtà, gli stessi positivisti, che avevano dovuto ammettere la matematica per il suo carattere di certezza superiore anche alla certezza che si può avere dai “dati di fatto”, la consideravano un po’ superata e in margine alle scienze positive, tanto che secondo Augusto Comte, l’esponente maggiore del positivismo, la matematica era esaurita: ormai quel che c’era da fare era fatto; era un corredo di alcune nozioni e di alcuni segni, su cui non v’era più niente da dire.

Per obiettività è da rilevare che qualche tentativo per fondare anche la matematica su basi sperimentali, sui “dati di fatto”, c’era stato, ma si pretendeva in sostanza di ridurre all’esperimento sensibile ciò che per la sua stessa natura non è sperimentabile e quindi questi tentativi erano falliti. Del resto una ragione fondamentale di questi fallimenti è da riscontrare nel fatto che in matematica l’infinito ha un ruolo essenziale e quando si comincia a parlare di infinito, non ci può essere esperienza concreta da cui l’infinito possa venire fuori. In altri termini, l’infinito è solo un ente di ragione e ogni tentativo di fondare la matematica sperimentalmente va fatalmente a urtarsi contro questa impossibilità di far nascere dall’esperienza sensibile tutto quello che si collega con l’infinito in matematica, che è la massima parte della matematica moderna.

4. Rivoluzione antipositivista della matematica

Era quindi naturale che il grande movimento culturale, cui abbiamo già accennato, che oggi è giunto a mettere completamente di lato la mentalità positivistica nella scienza, dovesse nascere proprio dalla matematica. Questa rivoluzione, che ha portato a respingere come criterio esclusivo di verità il solo dato sensibile ( sempre accettato, anche oggi, nelle scienze della natura, se congiunto all’elemento razionale) è un po’ una specie di terremoto che ha avuto il suo epicentro nelle scienze matematiche, e si è poi propagato, per necessità di cose, alle scienze della natura, in primo luogo alla fisica, che alla matematica era più strettamente legata.

E questo movimento, che constatiamo in matematica nel secolo scorso, ha due fasi o aspetti fondamentali, e cioè:

  • una fase critica, dovuta forse all’influenza generale esercitata da Kant su tutto il pensiero moderno;
  • una fase creatrice di estrema ricchezza, con caratteristiche totalmente diverse, anzi addirittura opposte a quelle presentate da tutte le precedenti fasi di grande creazione.

Effettivamente già nella prima metà del secolo scorso ci si comincia  ad accorgere che alcune proposizioni matematiche, ritenute senz’altro evidenti sulla base dell’intuizione sensibile (come per esempio la proposizione che ogni funzione continua avesse sempre derivata, il che è falso, o che ogni equazione algebrica avesse tante radici quant’è il suo grado, il che è vero, ma ha bisogno di dimostrazione) o cadevano in difetto, e quindi risultavano erronee in alcuni casi speciali meno accessibili all’intuizione (come le funzioni continue senza derivata), o richiedevano una dimostrazione accurata, se si voleva essere veramente sicuri di poter contare sul ragionamento matematico, senza correre pericolo di imbattersi prima o poi proprio in qualcuno di quei casi non previsti dall’intuizione, cioè in un errore, la cui gravità veniva aumentata dalla fiducia assoluta che l’uomo ha sempre avuto nel ragionamento matematico.

Si inizia così tutta quella colossale opera di revisione critica del patrimonio matematico già accumulato nei secoli precedenti, che fa capo a una schiera numerosa di matematici, di cui ci limitiamo a ricordare Cauchy in Francia, Dini e Peano in Italia, Dedekind, Weierstrass, Cantor e più tardi Hilbert in Germania, Russell in Inghilterra.

Senza insistere sui dettagli tecnici, che non hanno importanza per le nostre considerazioni, è però da mettere in rilievo che, come risultato di questo grande lavoro altamente meritorio per la Scienza, anche se faticoso e meno attraente dell’attività più squisitamente creatrice, si è giunti non solo a una precisazione che si può dire oramai assoluta di tutti gli enunciati e dimostrazioni delle verità matematiche, ma anche, di necessità, a un riesame radicale di tutti i concetti e postulati fondamentali, da cui si prendeva le mosse per edificare tutte le varie costruzioni matematiche, riuscendo così ad assicurare definitivamente la nostra Scienza su basi incrollabili.

Ciò si raggiunge soprattutto con la scoperta di importanza decisiva, anche se oggi non è valutata appieno nemmeno nel campo stesso degli scienziati, in base alla quale anche i concetti e i postulati fondamentali, che sono all’origine della matematica, potevano introdursi senza fare appello all’intuizione sensibile, prescindendo cioè in modo completo dai dati dei sensi, che possono essere sempre erronei, in modo puramente razionale, e cioè sulla base della sola logica.

In sostanza, i concetti fondamentali (punto, retta, piano, numero, ecc.) non si basano più sull’intuizione sensibile, sia pure più o meno raffinata (l’idea di punto da quella di un granellino estremamente piccolo, l’idea di retta da quella di un filo teso o di un raggio di luce ecc.), come le proposizioni iniziali o “postulati”, che venivano poi aggiunti in un secondo tempo senza dimostrazione. I concetti fondamentali vengono definiti attraverso le sole loro proprietà logiche (e non “sensibili”) dai postulati stessi, che quindi formano un tutto inscindibile coi primi. In altri termini, per esempio in geometria proiettiva, “punto”, “retta”, “piano”, sono dei puri “enti di ragione”, (senza alcun riferimento a dati sensibili), definiti, per tutto ciò che effettivamente serve in questo ramo della matematica, dalle ben note proprietà che: due punti individuano sempre una retta “passante” per essi, o su cui essi “giacciono”; tre punti non in linea retta individuano sempre un piano, ecc.

Accanto dunque al tipo tradizionale di definizione degli enti concreti, noto già fin dalla logica aristotelica, si viene così ad inserire nella scienza un nuovo tipo di definizione “intrinseca” o meglio di “individuazione” degli enti, attraverso le loro proprietà logiche, attraverso cioè i collegamenti che essi presentano con altri enti precedentemente conosciuti (causa, o effetto di questi, ecc.), o anche soltanto attraverso la struttura logica dei collegamenti che un certo complesso di nuovi enti presentano fra loro, indipendentemente da tutti gli altri. Ed è in realtà questo tipo di definizione o individuazione, che potremmo dire implicita, che è ormai generalmente usato per la fondazione del tutto autonoma della matematica su basi esclusivamente logiche, con assoluta indipendenza da ogni dato dei sensi. È ciò che nei tempi più moderni si sta ormai facendo in tutti i campi della matematica con i cosiddetti metodi assiomatici, che in sostanza possono però ridursi ad un unico complesso di assiomi o postulati, che definiscono i numeri naturali (i cinque postulati di Peano, ridotti recentemente a tre da Vacca). Da questi si può poi ricavare con sole deduzioni logiche e definizioni nominali tutto l’intero edificio della matematica con i suoi svariatissimi rami, sia dell’analisi che della geometria.

Per quanto riguarda la seconda fase creatrice di questo movimento di rinnovamento che si svolge nelle scienze matematiche, è poi da rilevare che tale fase si inizia in realtà ben presto, subito dopo l’inizio con Cauchy della fase critica di cui abbiamo precedentemente parlato. Questa seconda fase, o meglio, questo secondo aspetto dello sviluppo della matematica, è particolarmente interessante non solo per la grande ricchezza e fecondità, ma per le caratteristiche del tutto opposte che si presentano nella creazione di nuove teorie matematiche, rispetto a quelle dei tempi precedenti. Mentre infatti fino ad allora, come per esempio con la nascita della geometria analitica (Cartesio) e con la creazione del calcolo infinitesimale (Newton e Leibniz), era stata l’intuizione sensibile a suggerire le prime idee delle nuove teorie matematiche, ora che questa viene messa in mora, come abbiamo visto, per il pericolo sempre incombente di possibili errori, e quindi si inaridisce come fonte o scaturigine di nuovi concetti e di nuove teorie matematiche, accade un fatto veramente sorprendente e del tutto imprevedibile.

Una volta resasi indipendente dall’intuizione sensibile, con la critica rigorosa che abbiamo ricordato, la matematica infatti, invece di isterilirsi in una fredda architettura logica incapace di nuovi sviluppi, prende, al contrario, lo slancio verso indirizzi del tutto nuovi, arrivando così alla creazione di intere teorie meravigliosamente ricche e del tutto insospettate, che proprio il distacco dai sensi rende possibili.

Ci limitiamo a ricordare, per esempio, l’intera teoria degli “iperspazi”, o spazi a un numero qualunque di dimensioni, con le meravigliose nuove figure, atteggiantesi nei modi più impensati, mai viste prima da occhio umano nella realtà concreta del piano o dello spazio ordinario (spazi a due o tre dimensioni soltanto), e ora viste e contemplate in tutte le loro proprietà non con l’occhio materiale, bensì con l’unico occhio possibile in questo campo, molto più potente, del puro intelletto. In altri termini si verifica in matematica il fatto interessantissimo che la ragione umana, liberatasi con la fase critica dai legami coi sensi, invece di risultare indebolita nella sua attività creatrice, acquista nuove ali, che la sollevano ad orizzonti a cui mai sarebbe potuta prima arrivare.

Oltre alla teoria degli iperspazi ricordiamo così altre teorie nuove che nascono in matematica dalla pura astrazione, come la teoria generale degli insiemi, i numeri infiniti dei vari tipi cardinali ordinali, la teoria dei gruppi astratti, la teoria degli operatori funzionali, la cosiddetta algebra moderna, le nuove logiche plurivalenti, ecc. Nell’immenso mare di risultati ottenuti mi limito a ricordare soltanto un teorema di logica matematica, dovuto a Gödel (scuola di Hilbert), che non mi pare sia stato valutato appieno in tutta la sua importanza, nemmeno dagli specialisti, forse appunto per il suo significato che va molto al di là dei confini di un ramo particolare.

Esso ci assicura che già nella sola teoria dei numeri non potrà mai scoprirsi un sistema di un numero finito di proposizioni “chiuso in sé”, cioè tale che partendo da esse si ricada sempre in altre proposizioni già note. Ciò significa che già la sola teoria dei numeri, e quindi a più forte ragione l’intera matematica, costituiscono un sistema infinito di verità, nel senso più vero e profondo della parola infinito, e cioè nel senso che ad esso nessuna mente umana, sempre limitata, potrà mai dar fondo e possederlo interamente.

È questo un teorema, e quindi una verità indiscutibile, che ci costringe a pensare e a riflettere sulla nostra necessaria umiltà, finora forse troppo spesso dimenticata nell’ebbrezza dei successi raggiunti in campi particolari. È un teorema anche interessante per il fatto che, parlando appunto con un filosofo di ciò che Dio “non è”, questi obiettava che, togliendo una quantità di proprietà da un concetto, non restava quasi niente, altro che il solo principio logico di non contraddizione. Ora vediamo al contrario che il complesso di tutte le verità matematiche, costruite appunto sulla base di questo solo principio logico, è un complesso tanto ricco, da essere addirittura infinito. E qui il mistero ci si presenta non come un muro che si oppone al nostro sforzo di penetrazione, bensì come un immenso oceano accogliente, che pure procurandoci gioie sovrumane quanto più ci si immerga in esso col nostro intelletto, non può essere da noi afferrato per intero, almeno coi mezzi attuali, non per una sua resistenza o ostilità, ma per la sua stessa natura infinita, di troppo superiore alle nostre possibilità.

È da osservare infine che, col distacco totale dai dati sensibili operatosi in matematica, sia per quanto riguarda l’aspetto critico di rigore logico, sia per quanto riguarda la molto maggiore fecondità dimostrata nella sua nuova fase creatrice, la matematica oggi non si può più considerare come una scienza della natura, quanto piuttosto come una vera e propria scienza metafisica.

Si tratta di una vera e propria “ontologia” moderna, in quanto essa non si occupa più di proprietà, sia pure generali, ma astratte dai copi concreti, come la “forma” o le “dimensioni” di questi corpi, bensì studia invece puri “enti di ragione” (come la superficie di Veronese e tante altre meravigliose figure degli spazi a più di tre dimensioni, figure che non possono essere quindi astratte da nessun corpo concreto, visibile coi nostri occhi materiali), e in sostanza tutti quegli enti che sono logicamente possibili, nel senso che possono considerarsi insieme, nelle loro mutue relazioni, senza contraddizione. Poiché tutti gli enti effettivamente esistenti sono evidentemente possibili, è chiaro che essi rientrano quindi tutti nel dominio logico della matematica, che anzi si presenta come una scienza non solo dell’”essere”, bensì come una scienza, ancor più generale, di ciò che “può essere”. Ed è da ritenere che è appunto per questa sua qualità di adeguata ontologia, che sono da ascriversi alla matematica le più meravigliose scoperte avvenute negli ultimi tempi nel campo della stessa realtà fisica, come vedremo meglio di seguito.

5. Rivoluzione filosofica nelle scienze della natura

Dopo quanto abbiamo detto è ben comprensibile come una rivoluzione così profonda nel campo delle scienze matematiche non potesse restare senza effetti nel campo delle scienze della natura, e soprattutto nella fisica, che era sempre stata molto legata a quelle.

È vero che il nuovo indirizzo della matematica, di totale astrazione dall’ intuizione sensibile, sembrava dovesse distaccare in modo definitivo la matematica dal mondo della natura per portarla in una sfera trascendente di puri “enti di ragione”, ma è estremamente interessante osservare come gli influssi di questo cambiamento della matematica sulla fisica non sono tanto dovuti a interventi diretti della prima sulla seconda, quanto a un’evoluzione spontanea della stessa fisica, che si è vista costretta dalle circostanze a dover chiedere aiuti, di carattere molto diverso da quelli sempre avuti anche prima, proprio ai nuovi rami più astratti della matematica.

È da osservare infatti che, se già fin dai tempi di Galilei fisica e matematica erano andate tradizionalmente insieme, pure la fisica, fino al 1900 circa, aveva preso i suoi schemi logici, i suoi modelli fondamentali, dell’intuizione comune, si era cioè servita, per concepire i fatti da studiare, delle categorie, della filosofia tradizionale ( idea di “sostanza”, principio di “causalità”, ecc.). È così che nella spiegazione dei vari fenomeni si introducevano vari “fluidi”, come il “calorico”, l’”elettrico” e infine l’”etere”, che si pensava sede delle onde luminose.

Tutte le varie ipotesi formulate per spiegare le diverse categorie di fenomeni potevano quindi esprimersi a chiunque, almeno nella loro struttura qualitativa, in termini accessibili all’intuizione comune, in quanto suscitavano nozioni sempre rappresentabili più o meno sensibilmente alla nostra intuizione. La matematica interveniva sempre, è vero, ma in un secondo tempo, solo per la precisazione quantitativa dei fenomeni stessi, e aveva quindi una funzione importante  per la descrizione e la spiegazione totale dei fenomeni, ma accessoria dal punto di vista dei principi, in quanto non era affatto necessaria, almeno per pensare qualitativamente i fatti considerati.

Con l’inizio del nostro secolo le cose vengono a cambiare radicalmente. Infatti, già dagli ultimi decenni dell’800, accanto al fenomeno dell’aberrazione stellare, che provava chiaramente come l’etere fosse assolutamente fermo rispetto alla Terra in moto nella sua orbita, si era venuta a presentare la famosa esperienza di Michelson – Morley, che sembrava provasse esattamente il contrario, e cioè che la Terra trascinava completamente nel suo moto l’etere circostante. All’occhio dei fisici si presentavano cioè due fatti, dunque due di quei dati che secondo il positivismo tradizionale dovevano costituire già di per sé la verità assoluta, e che invece si presentavano come sostanzialmente contraddittori. L’etere infatti, che si concepiva come un fluido sul tipo dell’acqua o dell’aria, sia pure tenuissimo, ma situato nello spazio in modo indipendente dal tempo, non poteva concepirsi insieme come trascinato e non trascinato dalla Terra nel suo moto!

Tutte le ipotesi tentate per conciliare questa contraddizione (contrazione di Fitzgerald, ecc.) nei quadri logici dell’intuizione sensibile e della filosofia tradizionale erano successivamente fallite, finché a un certo punto ci si accorse, con Lorentz, che la conciliazione logica delle equazioni matematiche rappresentanti i due fatti era effettivamente possibile con le famose trasformazioni che portano il suo nome, ma al di fuori di ogni rappresentazione intuitiva per i nostri sensi.

Infine Einstein (1905) chiariva in modo definitivo l’intricata questione, creando quella sua teoria della “relatività ristretta”, oggi definitivamente affermata, con la quale, senza muovere un dito in laboratorio, e anche senza scrivere nessuna nuova formula, almeno all’inizio delle sue considerazioni, mostrava quale fosse il più profondo significato delle espressioni matematiche date dalle trasformazioni di Lorentz. Consisteva in questo: che i due fenomeni dell’aberrazione stellare e dell’esperienza di Michelson, che si presentavano come assolutamente contraddittori alla nostra intuizione sensibile, che se li raffigurava, come tutti gli altri oggetti dell’esperienza comune, in uno “spazio” e in un “tempo” essenzialmente distinti, dovevano invece essere pensati, finn dall’inizio, in un nuovo ambiente quadridimensionale, lo “spazio – tempo” o “cronotopo” a quattro dimensioni, poi studiato estesamente da Minkowski, la cui idea non poteva certo prendersi con una astrazione dall’intuizione di cose sensibili, bensì soltanto proprio da quel nuovo mondo matematico di enti di pura ragione, fabbricati dal nostro intelletto nel più assoluto distacco dalla realtà concreta, a cui abbiamo accennato nel numero precedente.

In altri termini, ci si accorge che, già per poter pensare senza contraddizioni i due fatti di cui sopra, dobbiamo ricorrere a dei mezzi concettuali di tutt’altra natura di quelli usati fino allora. Quindi non più alle categorie filosofiche tradizionali di “spazio” e “tempo” , bensì a una teoria matematica, nata indipendentemente dai sensi e cioè alla teoria degli iperspazi, più precisamente alla teoria degli spazi a quattro dimensioni, che viene ora usata come unica struttura logica appropriata per pensare i fatti stessi, e cioè come una vera e propria nuova categoria filosofica.

Essa però non è più fornita dai filosofi tradizionali, bensì, a loro insaputa, dai matematici, e non per un capriccio degli scienziati di complicare inutilmente le cose, come qualche volta si crede a proposito della teoria della relatività (necessariamente incomprensibile all’intuizione dei sensi, perché non raffigurabile a questi ma solo all’intelletto), ma per una necessità inderogabile di eliminare l’apparente contraddizione, necessità a cui essi stessi si sono rassegnati, dopo decenni di tentativi nell’indirizzo tradizionale, restati però infruttuosi.

Un secondo esempio importantissimo di cambiamento radicale nelle teorie della fisica moderna lo riscontriamo poi nella cosiddetta “meccanica ondulatoria”, conclusivo sviluppo della “teoria dei quanti”, nata con Plance nel 1901, che soltanto nel 1925-26 trova una sua prima sistemazione logica, usando fin dall’inizio, per poter pensare i fatti della fisica atomica senza contraddizione, intere teorie matematiche, come la teoria degli “operatori funzionali” (Dirac), la teoria delle “matrici infinite” (Heisenberg, Jordan, ecc.) o la teoria delle “equazioni di Schrödinger”, rivelatesi logicamente equivalenti.

Anche in questo campo del microcosmo, e cioè nel mondo degli elettroni, fotoni, neutroni e di tutti gli altri minimi corpuscoli con cui è fatto l’universo fisico, si riscontra infatti che il principio di causalità (meccanica), categoria fondamentale della filosofia tradizionale, con cui si era fino allora costruita tutta la scienza, si presenta inadeguato. Esso deve quindi sostituirsi, per ottenere una rappresentazione razionale di questa parte dell’universo,  con schemi logici che non sono più tratti  dall’intuizione comune o dall’ordinaria filosofia, bensì da quel mondo matematico di cui abbiamo parlato precedentemente, e cioè usando una nuova categoria di pensiero, veramente più adeguata ed efficiente, la teoria degli operatori funzionali o un’altra delle teorie ad essa equivalenti. Con ciò, più che una negazione del principio di causalità, come spesso si afferma erroneamente, ha luogo in realtà un suo sviluppo e perfezionamento, operato dai matematici con queste nuove teorie.

Riassumendo, vediamo dunque che in fisica, dall’inizio del nostro secolo, si verifica questo fatto importantissimo, che in due teorie centrali di tutta la fisica moderna, quali sono la teoria della relatività, teoria fondamentale del macrocosmo, e la meccanica ondulatoria, teoria fondamentale del microcosmo, la matematica non entra più soltanto in un secondo tempo per la sola precisazione quantitativa delle teorie stesse. Essa entra invece fin dall’inizio, fornendo addirittura le nuove categorie filosofiche, i nuovi sistemi concettuali, assolutamente necessari per poter pensare senza contraddizione i fatti stessi che ne sono oggetto di studio.

È chiaro che senza quella precedente rivoluzione antipositivista, nell’indirizzo puramente razionale della matematica, i dati di fatto, ritenuti dal positivismo tradizionale unica fonte e unico criterio di verità, sarebbero restati muti all’occhio dello scienziato, perché addirittura inconcepibili, addirittura contraddittori per la sua mente.

6. Positivismo e neopositivismo nell’epoca moderna

Dopo quanto abbiamo detto può forse sembrare inspiegabile che ancora oggi si parli nella scienza di positivismo e “neopositivismo”, sia da parte di alcuni teorici del positivismo stesso, aggruppati principalmente attorno al cosiddetto “Circolo di Vienna”, sia da parte di alcuni scienziati di alta fama, che si proclamano positivisti o neopositivisti.

Riguardo al Circolo di Vienna è da notare che questo movimento raccoglie, è vero, uomini provenienti un po’ da tutte le scienze (matematica, fisica, ecc.), ma non si può dire che tali uomini abbiano veramente creato grandi cose nelle scienze di provenienza, che abbiano cioè costruito in esse parti originali di importanza decisiva. Si deve piuttosto rilevare che questi scienziati si sono più specialmente dedicati alla filosofia della scienza, portando dalle varie scienze di provenienza solo la mentalità, la tecnica, i metodi. Ora tutto ciò è certo importante in ogni singola scienza particolare, ma è ben lontano dal costituire l’essenza stessa.

Tutto ciò rientra nei “mezzi” di cui una data scienza si serve per raggiungere i suoi obiettivi; mezzi che variano al variare dei tempi e soprattutto per l’intervento dei grandi creatori di scienza, che appunto in tanto sono grandi, in quanto riescono a scuotersi di dosso la mentalità e la “routine” imperanti prima di loro in una data scienza, e riescono così ad aprire nuove vie,  nuovi orizzonti alla scienza stessa.

Pretendere, come fa il Circolo di Vienna, di codificare come definitiva essenza della scienza ciò che è soltanto tecnica, metodi contingenti della scienza stessa, e pretendere di conseguenza di escludere dalla scienza tutto ciò che non rientra nei metodi, nei modi di pensare dominanti in una certa epoca, è più che errato, vano!

Così, per esempio, pretendere di svalutare l’elemento razionale nella scienza, e quindi tutta la matematica, a una “grammatica”, o “sintassi” del linguaggio scientifico, più o meno convenzionale, poteva forse corrispondere alla realtà della mentalità scientifica di oltre un secolo fa, quando la matematica entrava solo, nella fisica e nelle altre scienze della natura, come un ausiliare non essenziale per la comprensione della struttura di un fenomeno nelle sue grandi linee, non certo alla realtà di oggi, in cui invece la matematica costituisce una premessa essenziale della fisica, assolutamente insostituibile, come abbiamo visto, già per poter pensare soltanto, senza contraddizione, i fatti da esaminare.

Ma v’è di più. Tutte le maggiori scoperte di nuove realtà proprio nel campo di quei fatti, che il positivismo pone come unico oggetto e unico criterio di verità della scienza, sono state fatte nella scienza, da quasi un secolo a questa parte, prima dell’intelletto ( principalmente dal calcolo matematico) e soltanto in un secondo tempo verificate in esperienze sensibili, che precisamente dal calcolo matematico dovevano però ricavare i dati essenziali per poter riuscire. Mi limiterò a ricordare, fra le più importanti, soltanto le seguenti:

  • Scoperta del pianeta Nettuno, prevista col calcolo a Leverrier e poi effettuata col telescopio da Galle, a Berlino, in base ai dati fornitigli dal primo.
  • Scoperta delle onde elettromagnetiche o onde hertziane (la cui importanza nei tempi moderni è inutile sottolineare) fatta prima da Maxwell, che scoperse l’equazione di queste onde come conseguenza logica delle equazioni dell’elettromagnetismo, e poi da Hertz, che poté metterle in evidenza sperimentalmente, solo perché la teoria di Maxwell gli permise di disporre l’esperienza in modo opportuno.
  • Scoperta di nuovi elementi chimici , effettuata prima da Mendelejeff col suo “sistema periodico” degli elementi (che non è certo una scoperta sperimentale, ma razionale, ottenuta ordinando con l’intelletto dati sperimentali già prima posseduti), e poi riscontrata nella realtà.
  • Scoperta dell’ elettrone positivo in questi ultimi anni, effettuata prima teoricamente da Dirac, con le sue famose equazioni dell’elettrone, e poi verificata nella realtà da Anderson, Blacket e Occhialini.
  • Scoperta della diffrazione dei raggi catodici, fatta prima teoricamente con la meccanica ondulatoria, e poi riscontrata effettivamente nella realtà con la famosa esperienza di Davison e Germer.

Dopo tutto ciò, seguitare a sostenere che è l’elemento sensibile, il dato di fatto che conta nella scienza, più che l’elemento razionale, quando invece è proprio questo che ha effettuato le scoperte, anche nel campo dei fatti, significa non rendersi conto della realtà della scienza di un secolo fa.

In verità, infatti, la scienza di oggi considera la realtà, oggetto del suo studio, come sensibile e razionale insieme, e non può certo svalutare l’elemento razionale della realtà a una pura “grammatica” del linguaggio scientifico, poiché non sono certo la “grammatica” o la “sintassi”, che possono mai effettuare scoperte della portata di quelle sopra ricordate.

Si ritorna dunque, con la scienza moderna, anche se da parte di alcuni scienziati non se ne ha chiara coscienza, alla posizione del buon senso, che è in fondo quella di Galilei (della “sensata” esperienza, dell’esperienza come domanda alla natura, preparata e concepita dall’intelletto in un certo quadro logico, nel quale soltanto l’esperienza stessa può acquistare un senso preciso).

Ed è questa, in fondo, anche a posizione di quegli scienziati di oggi che, pur proclamandosi positivisti o neopositivisti, intendono in sostanza con ciò che nelle scienze della natura si debba sempre mantenere il contatto con l’esperienza sensibile, il che è più che giusto (ad evitare possibili fantasticherie del nostro intelletto, abbandonato a se stesso senza controllo), ma senza per questo rinunziare all’uso di complessissime attrezzature matematiche, come per esempio fanno Heisenberg, Jordan e altri creatori della meccanica quantica, che, più che sperimentatori, sono in realtà creatori di concetti e di sviluppi matematici razionali adeguati ai fatti (è di Heisenerg, Born, Jordan, la teoria delle matrici infinite, di cui si è già parlato nel numero precedente).

7. Conoscenza di Dio e conoscenza della realtà

Dopo quanto abbiamo esposto, risulterà ora chiaro come il problema della conoscenza di Dio sia intimamente collegato con il problema fondamentale  della scienza, che è quello della conoscenza della realtà, e come sia in verità un vero e proprio errore scientifico, dovuto a un errore in questa conoscenza della realtà (oggetto della scienza) o addirittura nella stessa nozione di realtà, quello che solo può portare a escludere la nozione di Dio dalla scienza e dalla realtà.

Infatti Dio è escluso (ateismo) dalla realtà, se questa si considera solo come avviene col positivismo radicale, e quindi materialista, di cui abbiamo trattato al numero 2.

Ma Dio è anche escluso dalla realtà (ateismo) o si confonde col tutto (panteismo) o col nostro “io”, quando si commette l’errore opposto, considerando la realtà come soltanto razionale, come fa l’idealismo.Identificando razionale e reale, “tutto ciò che è reale è razionale”, e questo è vero, ma anche viceversa “tutto ciò che è razionale è reale”, il che non è altrettanto vero, poiché non tutto l’universo razionale, in particolare non tutto l’universo matematico, che è infinito, e nemmeno quel suo minimo capitolo che è a noi oggi conosciuto, vediamo realizzato concretamente nella natura.

Dio invece ritorna oggi a essere necessariamente conosciuto dalla scienza, e ritorna anzi come sostegno e perno centrale della scienza stessa, oltre che della realtà, non appena la scienza, con l’evoluzione subita dal secolo scorso a oggi, soprattutto nella matematica e nella fisica, è in sostanza tornata a riconoscere la realtà per quello che è, e cioè come sensibile e razionale insieme.

È questo un riconoscimento di fatto, perché proprio tutte le più meravigliose conquiste della scienza moderna sono dovute alla felice armonizzazione di questi due indirizzi nella ricerca della verità, rivalutando giustamente l’elemento razionale di fronte a quello sensibile, come abbiamo visto precedentemente, e passando quindi da una posizione nettamente materialista ad una posizione che potremmo dire “spiritualista”, nella considerazione della realtà. E ciò resta vero, perché è nei fatti, anche se sono pochi gli scienziati che se ne rendono conto (Eddington, Jeans, Planck, ecc.), essendo molti di essi ancora nella scia del secolo passato, quando dalle particolari tecniche, dai particolari metodi del positivismo, ancora oggi in uso, non hanno trovato il tempo o la voglia per sollevarsi a una considerazione più generale di tutta la scienza, al disopra del proprio ristretto campo di specializzazione.

Ciò premesso, passiamo ora a esporre i necessari legami fra conoscenza della realtà e conoscenza di Dio, entro la stessa scienza.

8. La dimostrazione logica dell’esistenza di Dio, e critica della critica infondata

Cominciamo anzitutto con lo sbarazzare il terreno da alcuni luoghi comuni, che si ripetono spesso su questi argomenti, primo fra tutti quello che “la dimostrazione dell’esistenza di Dio non si può dare con la sola logica”, poiché tale esistenza sarebbe già implicita nei punti di partenza.

A questo riguardo si può osservare che per ogni dimostrazione logica occorrono sempre delle premesse da cui partire, premesse, naturalmente, che possano essere accettate, o perché già riconosciute come verità, o perché costituiscono le definizioni stesse degli enti in questione, come avviene nelle dimostrazioni matematiche.

Altrimenti, anche del teorema di Pitagora si dovrebbe dire  che “non si può dimostrare con la sola logica”perché si parte da certe premesse, in cui esso è già implicitamente contenuto; il che è manifestamente ridicolo poiché è a tutti noto che scopo di ogni dimostrazione logica è appunto questo: rendere esplicito alla nostra coscienza ciò che nelle premesse è contenuto in modo solo implicito, e che quindi resterebbe per noi sconosciuto, anche se, sul piano della realtà, esso in sostanza precede ciò che è a noi noto (come una “causa” sconosciuta di un “effetto” a noi noto; da questo noi possiamo risalire, con la logica, fino alla conoscenza di quella causa, che è quindi un punto di arrivo per la nostra logica e per la nostra conoscenza, anche se è un punto di partenza nella realtà).

Ora noi assumiamo come premesse di una dimostrazione logica dell’esistenza di Dio appunto queste, che la realtà sia sensibile e razionale insieme. Si tratta di premesse che, come abbiamo visto precedentemente, sono poi le stesse premesse di tutta la scienza moderna, che proprio partendo da queste ha ottenuto i suoi maggiori successi nella stessa conoscenza della realtà, con la scoperta di una quantità di nuovi enti effettivi, concreti, prima insospettati.

Qui ci si oppone spesso una critica:”siete sicuri di queste premesse?” o anche, qualche volta, “siete sicuri che questa non sia la posizione del realismo ingenuo, già da tempo superata in filosofia?” Per quanto riguarda questa seconda critica, ce ne sbarazziamo subito rispondendo che chi cerca sinceramente la verità, e non la vanità del successo di fronte agli altri uomini, non può certo perdere il tempo con discorsi simili di “ingenuità” o di “superamenti”, poiché ci sono sicuramente tante verità che, anche se possono apparire “ingenue”, non per questo cessano, né mai cesseranno di essere vere.

Anche “due più due fa quattro” potrebbe dirsi una proposizione “ingenua”, essendo riconosciuta dal bambino più ingenuo, ma non per questo cesserebbe dall’esser vera, né si potrebbe considerare molto “furbo” l’affermare che due più due fa cinque.

È invece ben più seria, almeno in linea generale, la prima critica, che del resto si può e si deve sempre opporre a ogni ragionamento. È infatti evidente che questo cade nel nulla, se le premesse non sono sicure, e quindi è assolutamente necessario accertarsi della validità delle premesse stesse.

Nel nostro caso, a chi ci oppone la domanda:”Chi ve lo dice che la realtà sia proprio sensibile e razionale insieme, come voi affermate? Non potrebbe essere altrimenti?” risponderemo per assurdo. Vediamo un po’, infatti, quali conseguenza seguono dal negare tali premesse!

Supponiamo, per esempio, che la realtà non sia necessariamente razionale, ma solo sensibile, sia reale cioè tutto e solo ciò che ci è dato dai sensi (riconosciamo subito in questa posizione proprio la posizione positivista del secolo scorso). Allora si deve opporre che dovrebbero considerarsi reali anche tutte le cose che ci sono presentate dai sensi nello stato di sogno, spesso con una vivezza anche superiore a quella con cui i nostri sensi ci fanno conoscere le cose reali nello stato di veglia. E ciò non corrisponde più alla comune accezione della parola “realtà”, nella quale in generale non siamo affatto disposti a far rientrare anche i sogni, che vengono riconosciuti come tali e quindi esclusi dalla realtà, proprio per la loro mancanza di coordinazione logica, razionale, e non certo perché siano meno sensibili delle cose reali.

Supponiamo, al contrario, che la realtà sia solo razionale, sia reale cioè tutto e solo ciò che è razionale (posizione questa dell’idealismo assoluto). Ma allora dovremmo considerare “reali” anche tutte le creazioni della nostra ragione,né riuscirebbe più comprensibile la realtà del dolore, che non si vede come possa farsi saltar fuori dalle sole necessità razionali della nostra mente. In ogni caso non è certo la pura razionalità, che comunemente s’intende con la parola “reale”, poiché, quando parliamo di una “cosa reale”, pensiamo sempre in sostanza a qualche cosa che, oltre agli altri requisiti di razionalità, che la collegano con tutto il resto della realtà, presenta anche quello di ricollegarsi sempre in qualche modo con la nostra esperienza sensibile, o direttamente, se ci è data senz’altro dai sensi, o indirettamente, se dai sensi ci è data soltanto qualche altra cosa, che alla prima necessariamente si riconduce, o implica. È solo così, infatti, in base al criterio dell’esperienza sensibile, che noi effettivamente distinguiamo fra le chimere della nostra immaginazione e ciò che chiamiamo realtà!

Vediamo dunque, in conclusione, che l’ammettere come possibile che non si verifichi l’una o l’altra delle due premesse, da noi assunte come vere nel loro complesso, che la realtà cioè sia insieme sensibile e razionale, porterebbe semplicemente a questo: che noi intenderemmo effettivamente con la parola “realtà” qualche cosa che ben poco ha a che vedere con ciò che comunemente s’intende con la parola stessa. Dovremmo infatti considerare come “reali” i nostri sogni, o le più fantastiche chimere che costruiamo da svegli, e allora ci accorgiamo che le premesse stesse, più che postulati da accettare senza discussione, sono in sostanza una vera e propria definizione precisa della realtà stessa, (sul tipo delle definizioni dei concetti fondamentali della matematica, effettuate nella matematica moderna proprio mediante quelle proposizioni che prima si chiamavano “postulati”, e di cui non si poteva dare una spiegazione logica soddisfacente, perché non ci si era resi conto del loro più vero significato).

Negare l’una o l’altra premessa, o peggio tutt’e due, non sarebbe più dunque fare una critica sensata e utile, bensì una critica senza fondamento, una critica per la critica, che porterebbe all’unico risultato di contribuire efficacemente a quella confusione generale del linguaggio, a quello svisamento generale dei termini e dei concetti (nel nostro caso poi si tratta di un termine e di un concetto veramente fondamentale, quello di “realtà”), che è forse la caratteristica più paurosa della nostra epoca, simile davvero alla “torre di Babele”, ma il cui antidoto è immediato e alla portata di chiunque ami sinceramente la verità.

Basta infatti affrontare tutte le questioni proprio con quella semplicità, diremmo forse con quella “ingenuità”, con cui si dice pane al pane e vino al vino, senza nessun rispetto umano per nomi più o meno grandi, senza nessuna preoccupazione di sembrare “ingenui” o “sorpassati”, per vedere immediatamente chiarite, in luce solare, tutte le questioni, almeno nei loro punti di partenza!

Concludendo, possiamo affermare che, se è giusta e necessaria una critica che porti ad assicurare la verità di certe premesse e a precisare esattamente il valore di certi termini, come del resto si è sempre fatto in tutte le scienze e nella stessa filosofia, non è invece ammissibile una critica che, oltrepassando i suoi scopi di sicurezza della verità, porti al contrario, negando o ponendo in dubbio le proprietà essenziali di certi enti, a travisare radicalmente il significato delle parole, e quindi a confondere, invece che a chiarire, i problemi in questione.

9. Necessità del trascendente nelle scienze della natura

Una volta sbarazzato il terreno dalle questioni pregiudiziali che abbiamo visto, ed essendoci ormai assicurati che la realtà è effettivamente sensibile e razionale insieme, sia perché questo in fondo è il vero senso che noi tutti diamo alla parola “realtà”, sia perché tali sono ormai le premesse effettive della scienza di oggi, anche se molti scienziati non ne hanno ancora perfetta coscienza, veniamo ora al punto culminante della mia relazione.

 È allora chiaro che, già entro le stesse scienze della natura, (intendiamo con “natura” il complesso di tutti quegli enti che esistono nello spazio – tempo, conformemente all’accezione comune di questo termine nell’ambiente scientifico), si deve arrivare necessariamente alla conclusione che la realtà non si può esaurire, nella sua totalità, nella natura stessa, e cioè che sicuramente esistono altri enti, al di fuori  o al disopra dell’universo naturale.

E infatti una constatazione che colpisce qualunque scienziato è questa: tutte le leggi che reggono questo universo naturale costituiscono solo una infima parte di tutta l’infinita razionalità possibile, e anche di quella a noi nota (la legge della gravitazione universale, e anche quelle dell’attrazione elettrica e magnetica ci dicono, per esempio, che le forze sono sempre inversamente proporzionali al quadrato della distanza e non al cubo, o a una qualunque altra delle infinite potenze della distanza, che si possono concepire in matematica, nel mondo della pura razionalità). Anzi, come abbiamo già visto al numero 7, a proposito della mia “teoria unitaria”, tutte le leggi dell’universo naturale sono in fondo date da un solo tipo di equazioni a derivate parziali.

Allora, una volta ammessa la razionalità del reale, dovrà ben esserci una ragione di questo fatto, e cioè dovrà esserci una ragione che fa esistere concretamente questa sola parte, e non un’altra, dell’infinita razionalità possibile.

Orbene questa “ragione”, che sceglie in questo campo più ampio e determina all’esistenza concreta dell’universo naturale solo una certa parte dell’universo matematico, non può evidentemente trovarsi nella natura stessa, perché questa è da essa determinata, e dovrà quindi consistere in un’altra realtà, che è al di fuori della natura.

Vediamo così che dalle sicure premesse che la realtà sia sensibile e razionale insieme, premesse scientifiche, come abbiamo visto, discende necessariamente che questa realtà non può esaurirsi nella sola natura, ma deve estendersi anche ad altri enti, al di fuori di questa, dunque “trascendenti” la natura stessa, necessari per spiegarla, se si vuole, come abbiamo ammesso, che la realtà resti razionale.

È da osservare che questo ragionamento vale non solo per la natura, nel senso sopra specificato, ma anche per qualunque universo reale, più ampio della natura, in cui però si verifichi lo stesso fatto, e cioè si realizzi solo una parte, sia pure più ampia, dell’infinita razionalità possibile.

La razionalità del reale porta allora necessariamente a concludere che questo universo non può ancora esaurire tutta la realtà, poiché anche in esso mancherebbe la “ragione” che fa esistere concretamente solo quella parte, e non il resto dell’infinita razionalità possibile; ci sarebbero dunque sempre altri enti, altre realtà al di fuori di quell’universo, trascendenti cioè l’universo stesso.

La necessità di risalire in questa catena di universi sempre più ampi cessa invece sicuramente allora e allora soltanto che s’incontra infine un Essere, in cui si realizza tutta l’infinta razionalità possibile, che possa spiegare quindi tutti gli universi minori, senza che esso necessiti a sua volta di spiegazione.

Se dunque la scienza è, come vuol essere, conoscenza della realtà, essa non può fare a meno di riconoscere, proprio in questa scienza, la realtà del trascendente.

10. Dio come conclusione permanente della scienza

Consideriamo ora tutta la realtà, in tutta la sua estensione, cioè il complesso di tutti gli enti naturali, e di tutti quegli altri enti trascendenti, la cui esistenza effettiva nella realtà abbiamo riconosciuto precedentemente, perché in sostanza implicati necessariamente dalla stessa natura, e quindi sempre, direttamente o indirettamente, collegati con la nostra esperienza sensibile.

Allora, se tutto deve avere una ragione, anche il fatto che non esista soltanto un universo di puri enti di ragione, ma un universo totale di cose effettive, concrete, “reali”, che direttamente o indirettamente possono colpire i nostri sensi, entrando così nella sfera della nostra esperienza sensibile (e qui è il contributo di verità del positivismo alla scienza) deve pure avere una ragione.

In altri termini, dal fatto sicuro che la realtà deve essere nel suo complesso razionale discende necessariamente la conclusione che in questa realtà deve pure esserci un qualche cosa, una Ragione che fa esistere effettivamente ciò che altrimenti esisterebbe solo razionalmente, solo come un universo di puri e freddi “enti di ragione”.

Ora questo Ente, questa Ragione o Causa suprema dell’esistenza del tutto, è appunto ciò che comunemente si è sempre chiamato Dio, nel suo aspetto fondamentale di Dio Creatore.

Esso è dunque la conclusione permanente della scienza, indipendentemente dalla ricchezza maggiore o minore delle sue conquiste, se essa vuole essere, come dice, conoscenza della realtà e quindi, prima di tutto, consapevolezza di ciò che la realtà è, poiché è da questa consapevolezza della realtà, come sensibile e razionale insieme, che discende la conclusione stessa, più che dalle singole scoperte scientifiche. Tali scoperte, se mai, possono aiutare a far recuperare questa consapevolezza, persa per la strada, come è appunto avvenuto prima con il positivismo, poi con la nuova impostazione scientifica verificatasi nell’epoca moderna.

È da osservare, infine, che in base a quanto abbiamo esposto precedentemente, segue anche immediatamente dalle nostre conclusioni che Dio, facendo esistere in particolare anche la natura, è necessariamente un Ente trascendente la natura stessa.

Inoltre, essendo L’Ente ragione di tutto, e quindi non necessita esso stesso di altra spiegazione, in esso deve necessariamente realizzarsi, come abbiamo visto al numero precedente, tutta l’infinita razionalità possibile. Dunque Dio è infinitamente intelligente e si presenta così a noi in un suo altro attributo essenziale, cioè Dio come Verità, come Verbo (nel senso greco di “logos”, da cui “logica”), che parla alla nostra intelligenza limitata.

Infine, nel fatto che Dio si effonde fuori di sé, facendo esistere anche tutto il resto della realtà, di cui non necessita, vediamo l’altro attributo essenziale di Dio, Dio come Amore, che parla al nostro cuore.

11. Dio come principio motore della scienza

Nel paragrafo precedente abbiamo visto come Dio, invece di stare al di fuori della scienza, come concedeva, bontà sua, un certo positivismo del secolo scorso, è invece al centro della scienza stessa, come sua conclusione permanente, non appena questa conservi chiara la nozione di quella realtà, che è poi l’oggetto del suo studio. Egli è al centro della scienza stessa non solo come conclusione, bensì come animatore continuo di questa attività umana fondamentale.

Se si riflette sul fatto che la scienza nasce dal bisogno innato nell’uomo di conoscere razionalmente la realtà, cioè secondo la sua essenza di essere razionale e non solo con i sensi come le bestie, è evidente che essa è dovuta proprio a questa attrazione irresistibile dell’uomo verso la Verità, che si manifesta dai primi “perché” del bambino, e poi per tutta la sua vita, fino all’ultimo “perché”, la cui risposta è Dio.

La scienza è dovuta cioè proprio a quella naturale gravitazione dell’uomo, come essere razionale sia pure limitato, verso Dio, quale suprema Ragione del tutto, e razionalità infinita, e deve quindi a lui le sue stesse scaturigini prime.

Ma v’è di più. Nello sviluppo concreto della scienza, che ricerca sempre le spiegazioni di più leggi particolari in un’unica legge più generale, ad esse superiore (come per esempio la spiegazione delle tre leggi di Keplero sul moto dei pianeti nell’unica legge di Newton della gravitazione universale, che spiega quelle e innumerevoli altre cose), si riscontra sempre, ed è fatale, un cammino costante, anche se spesso inconscio, verso l’unità del sapere, nel quale non si può non riconoscere la mano di quel principio unificatore che è Dio, il quale opera dunque nella scienza, fornendole quelle leggi di unità e quelle direttive costanti che effettivamente la reggono.

12. Progresso scientifico e sviluppo teologico dell’umanità

Dopo quanto si è detto risulta chiaro a chiunque si renda conto di ciò che la scienza realmente è, che il progresso scientifico dell’umanità non può considerarsi come distaccato da tutto il resto dell’universo, come un incidente casuale, più o meno felice, presentandosi a un certo momento nella storia dell’umanità, ma del quale essa avrebbe anche potuto fare a meno in circostanze diverse.

È infatti evidente che il continuo progresso scientifico dell’epoca moderna, e cioè l’allargamento sempre più rapido e meraviglioso della nostra conoscenza della realtà, mentre esprime il manifestarsi di quella naturale gravitazione dell’uomo, in quanto essere razionale finito verso la suprema razionalità infinita di Dio (già considerata nel paragrafo precedente), rappresenta anche un continuo incremento della verità nella coscienza umana.

Per ogni nuova realtà scoperta dalla scienza, per ogni nuova formula o ogni nuovo teorema che la scienza porta alla conoscenza universale dell’umanità, si ha in sostanza un incremento di quel regno interiore della Verità che coincide col Regno stesso di Dio (“Regno di Verità e di Giustizia”); sì che il progresso della scienza è fondamentalmente da considerarsi anzitutto come un vero e proprio sviluppo teologico dell’umanità, in cui sempre più si concreta quell’avvento del Regno di Dio, promesso dalla fede.

Né vale obiettare che la scienza ha anche portato male e dolore all’umanità (basta ricordare la bomba atomica!). Ogni medaglia ha il suo rovescio. Anche la libertà dell’anima umana, supremo bene, è quella che rende possibile il male morale, ma non per questo si può dire che il libero arbitrio sia un male. E così è per la scienza! Che essa da taluni sia usata a fin di male non prova per nulla che la scienza, di per se stessa, sia un male; ed è poi da tener presente che il male, per la sua stessa natura, è sempre evidente, mentre il bene è, per sua natura, intimo e nascosto, ed è quindi certissimo che c’è nel mondo enormemente più bene nascosto che male, anche se questo è potente e sembra grandissimo.

13. Conclusione

Con quanto precede credo d’aver risposto, per quanto sta in me, alle domande ansiose di quei giovani volenterosi, che hanno organizzato questo ciclo di conferenze su “Dio”. Essi ci hanno chiesto: voi professori ci parlate sempre di tante verità parziali, ma non si riesce mai a sapere che cosa pensiate poi su questo tema centrale, sulla conoscenza della verità, che è Dio!

È proprio nella mia qualità di professore, di uomo che si è dedicato alla scienza, che ho ritenuto mio preciso dovere parlare chiaro, esprimendo sinceramente ciò che penso, poiché credo che il problema di Dio sia assolutamente centrale nella scienza e che di ciò si deve avere perfetta consapevolezza, specialmente nella nostra Università, qui a Roma, che è al centro non solo dell’Italia, ma anche, di conseguenza, di tutto il mondo dello spirito.

Tutto questo se non vogliamo tradire, in questo nostro secondo Risorgimento dell’anima nazionale, quella che è stata sempre la naturale missione e la naturale funzione dell’Italia, di essere l’iniziatrice di tutti i grandi movimenti di cultura dell’umanità.

Per il bene nostro e di tutti, è infatti da tener sempre presente che solo se si riduce la scienza a una tecnica, solo se si abbandonano i veri fini della scienza (conoscenza razionale della realtà), sostituendo questi fini con i “mezzi” occasionali di una certa epoca (metodo, tecnica) elevati a fine ultimo da ricercatori miopi, si può nella scienza mettere da parte l’idea di Dio; altrimenti Dio è naturalmente al centro della scienza, essendone il motore e il fine, come è provato dagli stessi grandi scienziati di tutte le epoche, da Galilei e Newton a Planck e a Picard, da Linneo a Darwin e a Pasteur, nonostante le opposte opinioni dei più meschini loro seguaci.

Luigi Fantappiè, Conferenze scelte, Di Renzo Editore, Roma 1993, pp. 13-33.