Le Système du Monde: Histoire des doctrines cosmologiques de Platon à Copernic

Le Système du Monde: Histoire des doctrines cosmologiques de Platon à Copernic, 10 voll., Hermann, Paris 1913-1959

Medieval cosmology. Theories of infinity, place, time, void, and the plurality of worlds (tr. ing. parziale), a cura di R. Ariew, University of Chicago Press, Chicago - London 1987


Origini e tesi dell’opera

Si tratta dell’opera storica più importante di Pierre Duhem (1816-1916), un autore conosciuto per i suoi lavori di chimica e di termodinamica, che deve però essere ricordato come uno fra i maggiori storici della scienza di ogni tempo. Il suo contributo a questa disciplina è stato fondamentale, viste l’enorme mole della sua ricerca e le grandi novità da essa scaturite. L’opera, in dieci volumi, copre un arco molto ampio di storia del pensiero cosmologico e include la trattazione approfondita delle tematiche proprie dell’antica cosmologia greca, della patristica, del pensiero islamico e della scolastica, fino alle soglie della Rivoluzione Scientifica. Gli argomenti spaziano dai temi più specificamente astronomici a quelli di ambito fisico. Duhem, in questo modo, considera la cosmologia nel suo significato più ampio e riesce, pur con l’ovvia difficoltà di dover organizzare una gran mole di nozioni, ad illustrare le ragioni del progressivo declino del modello aristotelico nella cultura cristiana e della graduale affermazione della nuova visione della natura. Grazie a questo suo studio, l’autore ha posto per primo le basi di una storia della scienza medievale come un settore del tutto nuovo per la ricerca. Nonostante qualche sua tesi sia stata rivista da autori successivi, le argomentazioni da lui espresse hanno aperto orizzonti del tutto nuovi ed hanno stabilito un risultato che prima di quest'opera sembrava impensabile, ovvero la dimostrazione di una sostanziale continuità tra scienza medievale e scienza moderna. Le tesi dello storico francese sono state “così ricche che lo studio successivo della meccanica medievale non ha fatto in gran parte che estendere o confutare l'opera di Duhem” (M. Clagett, La scienza della meccanica nel medioevo, Feltrinelli, Milano 1972, p. 9).

La Rivoluzione Scientifica, dunque, ha avuto dei predecessori nel Medioevo. L'opera di Galileo Galilei (1564-1642), pertanto, giustamente considerato il padre della moderna scienza della natura, sarebbe così il punto di arrivo di concezioni e metodi di ricerca iniziati dai filosofi medievali. Duhem non ha negato le innovazioni della Rivoluzione Scientifica, ma ha visto nelle sue istanze una sostanziale continuità con il percorso iniziato nel XIV secolo, individuando nel lavoro svolto da autori come Buridano e Oresme un momento decisivo verso la moderna indagine sulla natura. Duhem “in tal modo colmò lo iato esistente fra la scienza greca e araba, da un lato, e gli inizi della scienza moderna nell'Europa del secolo XVII dall'altro” (E. Grant, Le origini medievali della scienza moderna, Einaudi, Torino 2001, p. 4).

La pubblicazione de Le Système du Monde iniziò nel 1913 ed i piani dell'autore prevedevano l'edizione di un volume ogni anno. Ma la morte improvvisa, avvenuta nel settembre 1916, non gli consentì di portare a termine il progetto. Al momento del decesso, infatti, doveva ancora essere stampato il quinto volume. I tomi dal sesto in avanti sono stati pubblicati a partire dal 1954 a partire dal materiale lasciato inedito dall’autore.

La stretta correlazione esistente nel pensiero di Duhem tra scienza e filosofia caratterizza tutta la redazione del lavoro, che si propone di mostrare come tutte le conoscenze scientifiche siano inquadrate entro specifiche visioni del mondo. Significativo è il motto adottato dall’autore, ripreso dagli scritti di Ruggero Bacone, che riflette l'impostazione essenzialmente convenzionalista di Duhem: “Numquam in aliqua aetate inventa fuit aliqua scientia, sed a principio mundi paulatim crevit sapientia, et adhuc non est completa in hac vita – Mai nessuna scienza è stata inventata in un particolare momento, ma dall'inizio del mondo la conoscenza è cresciuta lentamente e ancora non è completa nella nostra era)” (vol. I).

Il contenuto dei dieci volumi de Le Système du Monde

Nel primo volume, dopo l'esposizione a scopo introduttivo della cosmologia pitagorica, l'Autore passa in rassegna la cosmologia di Platone e dei suoi seguaci, affine al pitagorismo. Successivamente all’analisi della fisica aristotelica, negli ultimi quattro degli otto capitoli che compongono questo volume iniziale, Duhem si occupa delle teorie dello spazio e del tempo dopo Aristotele (384-322 a.C.), per poi affrontare l'argomento relativo alle astronomie eliocentriche. Conclude, infine, con i modelli astronomici eccentrici ed epiciclici che sono culminati nell'opera di Tolomeo.

La volontà di inquadrare i contenuti della scienza in quelli della filosofia distingue anche gli argomenti del volume secondo. Una prova di quanto viene qui asserito risiede nella grande importanza data dall'autore al fenomeno delle maree, che rimanda alla concezione astrologica e animista che ha caratterizzato tutte le cosmologie greche. Tipica della visione animista greca, inoltre, è la concezione ciclica del Grande Anno. Duhem conclude questo argomento affermando che a tale visione hanno contribuito tutti i seguaci del pensiero ellenistico: Peripatetici, Stoici, Neoplatonici. Abu Masar (+ 886) ha dato il suo apporto come filosofo arabo e, per i rappresentanti del pensiero ebraico, vanno citati diversi personaggi, a partire da Filone di Alessandria fino a Maimonide (1135-1204). Sebbene la Bibbia ebraica già contenesse gli elementi per una visione lineare e non ciclica del tempo, per un suo superamento si dovrà attendere l’avvento dell’era cristiana, a partire soprattutto da Agostino, che la relegherà al contesto delle superstizioni pagane. Alla fine del secondo volume, Duhem sottolinea l'importanza della critica che i Padri della Chiesa operarono nei confronti delle cosmologie pagane, rigettando concezioni quali l'eternità della materia, l'influsso dei moti planetari sulle vicende terrestri (astrologia) o la stessa idea di un Grande Anno del mondo. Si tratta di critiche le quali, pur non essendo scientifiche nel senso moderno del termine, posero per Duhem le basi della scienza moderna. L'avvento della teologia cristiana sarebbe stato pertanto necessario allo scopo di togliere di mezzo l'idea secondo la quale i cieli, o qualsiasi altra componente di ordine naturale dell'universo, fossero qualcosa di divino, e dovessero dunque rispondere solo ad una conoscenza aurea e deduttiva.

Il terzo volume inizia con la trattazione delle teorie astronomiche nell'alto Medioevo e continua con quella degli esiti medievali della teoria di Eraclide Pontico (390-310 a.C. ca). Introducendo il volume con le significative parole “il desiderio di imparare era intenso tra i giovani popoli che avevano invaso l'Impero Romano”, Duhem sembra voler sfatare il preconcetto di una sorta di immobilismo culturale che avrebbe paralizzato l'Europa nell'era immediatamente successiva alla caduta dell'impero di Roma. Il terzo volume prosegue con l'esposizione degli sviluppi dell'astronomia all'interno della Chiesa del XIII secolo, sia fra i secolari sia fra vari ordini religiosi, domenicani e francescani in particolare. In quest'ampia sezione vengono analizzati alcuni fondamentali contributi offerti alla storia del pensiero scientifico. Tra i francescani si cita Ruggero Bacone (1214-1294), noto per la sua sintesi dei modelli omocentrico e tolemaico. Tra i personaggi analizzati nella sezione dedicata ai secolari ricorda Giovanni Sacrobosco (ca 1195 - 1256) e Campano da Novara (1220-1296 ca), autori rispettivamente di quei compendi noti come Sfera e Teorica Planetarum, che hanno costituito il fondamento dei corsi di astronomia nelle università medievali. Tra i domenicani, infine, Duhem ricorda Alberto Magno (1206-1280) il cui appellativo doctor universalis testimonia la vastità della sua produzione anche in campo scientifico.

Nel volume quarto viene trattata l'astronomia parigina nel XIV secolo, attraverso l'analisi dei contributi di autori quali Giovanni Buridano (1290-1358 ca), Nicola di Oresme (1232-1382), Marsilio di Inghen (XIV sec.), e altri ancora. Duhem passa poi a descrivere il contributo dei più importanti astronomi italiani del tempo, soffermandosi particolarmente sull'opera di Pietro d'Abano (1250-1315 ca). La parte restante del volume è dedicata allo studio del neoplatonismo arabo e della teologia islamica. La ragione di questa scelta consiste nel fatto che gli arabi sono stati importanti interpreti del pensiero di Aristotele e, più specificamente, della cosmologia aristotelico-tolemaica. L'averroismo, in particolare, ha avuto delle profonde conseguenze nel contesto occidentale e indurrà la Chiesa cattolica a prendere ufficialmente una posizione in merito alle sue tesi.

Particolarmente ricco è il quinto volume, che comincia con l’esposizione del pensiero di Avicebron e del suo confronto con la cosmologia di Scoto Eriugena (810 - 870 ca). Dopo i capitoli dedicati alla Cabala e a Mosè Maimonide (1135-1204), Duhem affronta le “prime infiltrazioni dell'aristotelismo nella scolastica latina”. Tornato a discutere le posizioni filosofiche di autori come Ruggero Bacone, Alberto Magno e Tommaso D'Aquino (1225-1274), nonché il loro rapporto con l'aristotelismo, egli chiude questo volume con l'esposizione del pensiero di Sigieri di Brabante (+ 1282), responsabile di aver introdotto la dottrina di doppia verità, una scientifica e una di indole religiosa. Proprio illustrando la filosofia di Sigieri, Duhem sottolinea come la Chiesa Cattolica ebbe un ruolo determinante nel prendere le distanze dall’idea di una doppia verità, una dottrina che eliminando in radice il confronto con il pensiero scientifico avrebbe certamente evitato la possibilità di ogni conflitto, ma avrebbe anche finito col relegare la fede nel mondo delle opinioni, prive di ogni collegamento con il mondo reale.

La trattazione del volume successivo, il sesto, riprende gli argomenti esposti in quello precedente, occupandosi in modo diretto degli esiti della condanna delle tesi aristoteliche operata nel 1277 dal vescovo di Parigi, Etienne Tempier. Si tratta di un evento al quale Duhem attribuisce una rilevanza essenziale per l’imbocco di una svolta verso una concezione moderna delle scienze della natura. Segue una lunga disamina del pensiero di molti autori della tarda scolastica. Duhem conclude questo volume de Le Système du Monde affermando che la fede cristiana e la scienza sperimentale hanno sconfitto sia il dogmatismo aristotelico sia il pirronismo occamista: fede e scienza, in questo modo, avrebbero dato origine a quello che Duhem definisce il “positivismo cristiano”, i cui primi rappresentanti furono proprio insigni personaggi come Giovanni Buridano ed i suoi allievi della scuola parigina.

L’attività dei cosidetti “fisici parigini” apre la trattazione del settimo volume, nel quale Duhem precisa che il percorso verso la fisica moderna non sarà certo immediato. Le evoluzioni del pensiero scientifico da un autore all'altro furono assai graduali. Eppure, gli scienziati del XVI secolo ebbero l'errata impressione di aver operato un cambiamento repentino nello stato della scienza. L'analisi di tutti i concetti tipici della fisica medievale induce l’autore ad avanzare la tesi che gli studiosi della fine del XVI secolo, ai quali si attribuisce la fondazione della vera scienza, in realtà non fecero altro che continuare l'opera dei medievali. Verranno qui approfonditi i concetti di infinitamente piccolo e infinitamente grande, i concetti di luogo, moto e tempo, sottolineando il fondamentale contributo di Nicole Oresme alla descrizione della teoria del movimento prima dell'avvento del calcolo moderno. Le questioni sul movimento, come il moto nel vuoto, il moto dei proiettili, il moto in caduta dei corpi, occupano anche il volume ottavo, che comprenderà fra l’altro un'esposizione della cosiddetta “astrologia cristiana” spiegandone l’opposizione storica all'astrologia divinatrice, o astrologia tradizionalmente intesa. In questo medesimo volume troviamo un'affermazione del filosofo francese che torna a sancire la sua convinzione circa le origini medievali della scienza, a proposito del momento in cui Buridano indica nell'impetus un principio comune al moto nei cieli e sulla terra: “Buridano – afferma Duhem – ha l'incredibile audacia di dire: i movimenti dei cieli sono soggetti alle stesse leggi dei corpi sulla terra [...] c'è una sola meccanica con la quale sono regolate tutte le cose create; […] forse non c'è mai stata nell'intero dominio della scienza fisica una rivoluzione così profonda e fruttuosa. Un giorno Newton scriverà nell'ultima pagina dei suoi Principia: ‘con la forza di gravità ho dato una descrizione di tutti i fenomeni che i cieli offrono e che i nostri mari presentano’. In quel giorno Newton annuncerà il pieno sbocciare di un fiore del quale Buridano ha gettato il seme. Il giorno nel quale quel seme è stato seminato è, per così dire, il giorno in cui è nata la scienza moderna” (vol. VIII, p. 340).

Nella parte iniziale del volume nono sono riportate le teorie sul moto della Terra e sulle maree, seguite dalla trattazione di quella sezione del commento al De Coelo di Aristotele nella quale Nicola di Oresme discute la possibilità del movimento terrestre. Secondo Duhem, Oresme e gli altri che affrontarono il problema hanno rifiutato tale soluzione essenzialmente per le difficoltà che tale moto creava nella spiegazione del moto dei corpi. Anche in questo caso è possibile rilevare una sorta di anticipazione delle tematiche della scienza moderna da parte degli studiosi medievali. Basti dire, a tal proposito, che le prime reazioni alla pubblicazione del De Revolutionibus Orbium Coelestium di Copernico (1473-1543) confermavano sostanzialmente la posizione di Oresme e degli altri ricercatori del Medioevo circa il rifiuto di tale possibilità, a motivo del fatto che il movimento della Terra avrebbe dovuto provocare sensibili influenze in alcuni movimenti, come quelli dei corpi in caduta libera. Fu questa, infatti, una delle principali ragioni che condussero i primi astronomi che esaminarono la teoria copernicana a limitarsi ad accettarla quale migliore ipotesi di calcolo, rispetto a quella aristotelico-tolemaica, respingendola invece come descrizione fedele della realtà.

Il decimo ed ultimo volume è dedicato per lo più alla condizione della ricerca scientifica nelle università nel XV secolo. Duhem mette in evidenza come in quel periodo si registri l'assenza di un progresso rispetto all'evoluzione della scienza ottenuta nel secolo precedente. Una vera evoluzione scientifica riprenderà a partire dal XVI secolo in poi. La ragione di ciò risiede, secondo il pensatore francese, nella mancanza di nuove acquisizioni sia nella conoscenza matematica sia nei metodi e negli strumenti dell'attività sperimentale: “Perchè si veda fiorire e fruttificare le dottrine, i cui semi erano stati gettati da Buridano e Oresme, sarà necessario, per prima cosa, che la conoscenza degli Elementi di Euclide venga ampliata con i metodi più avanzati escogitati da Archimede. Sarà l'opera del XVI secolo a riscoprirli e a trovare di nuovo la loro utilità. Sarà allora necessario che i fisici acquisiscano l'arte di effettuare, con l'aiuto degli strumenti, esatte e rifinite misurazioni. Il secolo di Galileo rivelerà loro quest’arte. Fino a quando questi due progressi non saranno stati ottenuti, la fisica della scuola non potrà superare quei limiti che i Parigini del XIV secolo le consentirono di raggiungere” (vol. X, p. 45).

Osservazioni conclusive

Sono diversi gli elementi che consentono di valutare Le Système du Monde come una pietra miliare nel campo della storia della scienza e delle idee che ne derivano per la comprensione dell’impresa scientifica in genere. Il fatto che Duhem sia riuscito a delineare efficacemente lo stretto rapporto esistente tra nozioni scientifiche e concezioni filosofiche in quella che è stato il primo esempio di un’opera di questo genere, è già un indizio sufficiente del suo valore. L'importanza dell’Autore, tuttavia, deve essere riconosciuta anche da un altro punto di vista. Duhem, infatti, ha agito, per così dire, “contro corrente”, in quanto con la sua meticolosa ricerca egli finisce con l’annullare quella visione di matrice positivista, dominante nell'epoca durante la quale visse, secondo la quale il cristianesimo avrebbe rappresentato un forte ostacolo alla nascita e allo sviluppo del pensiero scientifico. Proprio la scolastica, secondo il pensatore francese, fu invece il periodo nel quale furono gettate le basi per la scienza moderna. La tesi della continuità tra la scienza medievale e quella moderna, e la tesi della centralità delle istituzioni cristiane, delle sue concezioni filosofico-teologiche in particolare, per lo sviluppo del sapere scientifico — si pensi alla differenza fra Dio e la natura e alla conseguente rivalutazione del principio di induzione, fondamentale per la ricerca, o alla convinzione circa la razionalità del cosmo e delle sue leggi — si pongono in netta antitesi con numerose impostazioni fino a quel momento assai influenti. Esse si oppongono sostanzialmente alle visioni di matrice illuminista, positivista e naturalista presenti nella Francia di Duhem e nell’Europa in genere, anticipando una risposta alla successiva critica della storiografia marxista o a quella dello scientismo materialista contemporaneo. Tutti questi orientamenti filosofici e storiografici, seppur in modo peculiare a ciascuno, hanno infatti affermato un netto distacco tra la razionalità scientifica e la cultura religiosa, nonché il ruolo negativo di quest’ultima rispetto al sorgere della prima.

Come già anticipato, qualche concezione del pensatore francese ha suscitato alcune perplessità da parte di autori successivi. L'accostamento duhemiano tra l'impetus e il moderno principio di inerzia, per esempio, non è stato da tutti condiviso. Altri ricercatori, pur riconoscendo il contributo della cultura cristiana per il progresso della scienza, non hanno assegnato la stessa importanza ad un episodio come la condanna del 1277. In definitiva, tuttavia, ritengo che tra le varie posizioni possano essere stabiliti dei punti in comune. La fisica medievale, maturata nel contesto cristiano, rappresenta l'anello di congiunzione tra la fisica aristotelica e quella moderna. Questo passaggio è avvenuto in un contesto cristiano, sia per quanto concerne la cultura in generale che per le istituzioni del sapere. A Pierre Duhem vanno riconosciuti due risultati strettamente correlati: l'aver scoperto questo collegamento, fino ad allora considerato inesistente, e, di conseguenza, aver seriamente confutato il pregiudizio che vedeva nella cultura cristiana un fattore ostile al progresso delle scienze.

Alessandro Giostra
Fondazione Stanley Jaki, Città del Vaticano