La terza Cultura. Oltre la rivoluzione scientifica

The Third Culture, Simon & Schuster, New York 1995


Il volume

La terza cultura, volume curato da John Brockman, pubblicato e tradotto in italiano nel 1995, è depositario di una proposta andatasi gradatamente affermando ed oggi sostenuta da più autori e a diverso titolo, fino ad esercitare sulla cultura scientifica e non un’influenza che impone un’attenta riflessione. Il volume può sembrare a prima vista un libro di divulgazione scientifica, ma in realtà contiene una proposta di largo respiro: l’opera mira a coinvolgere gli scienziati in prima persona e si rivolge al grande pubblico, recando profonde implicazioni sul piano filosofico, religioso e culturale, che di conseguenza si estendono anche al piano sociale, economico e politico. L’Autore, John Brockman, noto agente letterario americano di molti illustri scienziati (tra cui alcuni premi Nobel), è presidente della Edge Foundation (www.edge.org), sorta per promuovere il “Progetto della terza cultura”, ideato da Brockman stesso e di cui questo libro costituisce l’avvio. Negli anni Sessanta Brockman aveva collaborato con Robert Rauschenberg, Claes Oldenburg e Andy Warhol; nel 1981 ha fondato il Reality Club, che organizza periodicamente incontri tra artisti, scienziati, politici e uomini d'affari. È autore di una ventina di libri (alcuni tradotti in italiano), tra cui: By the Late John Brockman (1969), Einstein, Gertrude Stein. Wittgenstein & Frankenstein (Garzanti, 1988), Digerati (Garzanti, 1997) Le più grandi invenzioni degli ultimi due millenni (Garzanti, 2000) e I nuovi umanisti (Garzanti, 2005).

Il libro, sorta di “manifesto” della terza cultura e “nuova” proposta di visione unitaria del sapere, è una raccolta di brevi saggi, scritti da noti scienziati americani [1] (fisici, biologi, psicologi, informatici e un filosofo), per la maggioranza clienti dell’agenzia letteraria di Brockman. Secondo l’autore sono infatti gli stessi scienziati i rappresentanti, autori e promotori di questa nuova “terza cultura”, da lui stesso proposta e definita nell’introduzione. Nel libro ogni autore di saggio presenta il proprio ambito di ricerca e le sue scoperte, spiegando il ruolo che occupa il campo in cui opera, come esso incida nella scienza contemporanea e, infine, in quale modo i suoi possibili sviluppi siano rilevanti per il futuro scenario globale, che ormai vede scienza e società strettamente legate. Al termine di ogni saggio, vi sono brevi commenti degli altri autori “colleghi” – quasi una sorta di tavola rotonda – in cui normalmente si riafferma l’importanza delle ricerche e dei risultati del collega. I contenuti dei contributi ruotano attorno a due temi principali: la complessità e l’evoluzione. Secondo Brockman sono infatti questi i temi centrali su cui si fonda, e in un certo senso a causa dei quali s’impone, la nascita e l’affermazione della terza cultura.

Struttura

Oltre all’introduzione, il volume è suddiviso in cinque parti così articolate:

1° sezione: “L’idea evoluzionistica”, con contributi di G. Williams, “Un pacchetto d’informazioni”; S. J. Gould, “Il modello della storia della vita”; R. Dawkins, “Una macchina per la sopravvivenza”; B. Goodwin “La biologia non è altro che una danza”; S. Jones, “Perché esiste tanta diversità genetica”; N. Elderedge, “Una battaglia di parole”; L. Margulis, “Gaia è un osso duro”.

2° sezione: “La mente è un bricolage” comprende saggi di M. Minski, “Macchine intelligenti”; R. Shank, “L’informazione uguale sorpresa”; D. Dennett, “Le pompe dell’intuizione”; N. Humphrey, “Il movimento denso”; F. Varela “Il se emergente”; S. Pinker, “Il linguaggio è un istinto umano non computabile”; R. Penrose, “La coscienza è fatta d’ingredienti non computabili”.

3° sezione: “Il problema delle origini”, con gli articoli di M. Rees, “Un insieme di universi”; A. Guth, “Un universo nel cortile”; L. Smolin, “Una teoria generale dell’universo”; P. Davies, “La via sintetica”.

4° sezione: “L’algoritmo di Darwin”, comprendente i saggi di M. Gell-Mann, “Plectis2”; S. Kauffman, “L’ordine gratuito”; C.G. Langton, “Un modello dinamico”; J. Doyne Farmer, “La seconda legge sull’organizzazione”.

5° sezione: “Qualcosa che va al di là di noi stessi”, che presenta soltanto l’articolo di W.D. Hillis, “Vicini alla singolarità”.

Completa il volume la bibliografia, suddivisa in cinque parti corrispondenti alle cinque sezioni in cui è organizzato il libro, i ringraziamenti e l’indice analitico (nell’edizione italiana non è presente un indice generale).

Che cos’è la “terza cultura”?

La definizione che Brockman dà nelle prime righe dell’introduzione è che «per terza cultura s'intende l’attività di quegli scienziati che sanno dire cose nuove e interessanti sul mondo e su noi stessi: che le sanno raccontare a un pubblico vasto, diffondendo la conoscenza oltre i confini angusti dell’accademia» (p. 7). Poche pagine dopo l’Autore offre una nuova definizione, diversa e ben più impegnativa, che aiuta a comprendere meglio la prospettiva sostenuta: «la terza cultura si configura come l’abbozzo di una nuova filosofia naturale, incardinata sui concetti di complessità ed evoluzione. Sistemi altamente complessi – come gli organismi, il cervello, la biosfera o l’universo – non rispondono al piano di una mente superiore; sono piuttosto il frutto di una lunga evoluzione» (p. 11). Poche righe dopo Brockman precisa ancora meglio quale sia il contenuto della terza cultura: «le idee che presento sono di un genere speculativo: esse rappresentano le conoscenze di frontiera dei campi della biologia evoluzionistica, della genetica, dell’informatica, della neurofisiologia, della psicologia e della fisica. Queste discipline cercano di rispondere a domande basilari del tipo: Da dove viene l’Universo? Qual è l’origine della vita? Come nasce la mente?»

Secondo Brockman, la “terza cultura” è un progetto già in corso d’opera grazie ad alcuni grandi scienziati che hanno imparato a parlare al pubblico e a divulgare le loro grandi scoperte, sapendo spiegare a tutti le continue rivoluzioni scientifiche. La scienza può cambiare la vita di ciascuno quasi da un giorno all’altro e proprio per questo motivo essa cattura l’interesse diretto e pressoché completo del lettore medio, che vuole comprendere cosa stia succedendo e cosa succederà nel mondo che lo circonda. Attraverso i campi di ricerca più all’avanguardia, la scienza può adesso – secondo Brockman – spiegare molti misteri ancora irrisolti e tentare di rispondere agli interrogativi che da sempre l’uomo si pone. Per questo è necessario che gli scienziati diventino sempre più dei “pensatori pubblici” della terza cultura e, in modo diretto, o grazie alla mediazione dei giornalisti, spieghino al pubblico quello che stanno facendo, quale sia la realtà che la scienza sta scoprendo e in cui l’umanità vive. Si tratta dunque di un “passaggio epocale di consegne” da un gruppo di pensatori, i cosiddetti letterati, a un nuovo gruppo, gli scienziati in quanto «artefici della terza cultura» (p. 10).

Per una migliore comprensione della tesi di Brockman bisogna rifarsi a quanto lo scienziato e romanziere inglese Charles Percy Snow aveva scritto nel 1959, ovvero un saggio intitolato Le due Culture e la rivoluzione scientifica, in cui si segnalava la separazione fra due culture, quella letterario-umanistica e quella scientifico-tecnologica, considerando tale cesura come un grave motivo della crisi della nostra civiltà. L'indifferenza, a volte lo scontro tra i due campi di ricerca era dovuto, secondo Snow, alla diffidenza da parte degli umanisti nei confronti delle rivoluzioni scientifiche e tecniche, passate e presenti, per via della loro scarsa propensione a capire le ragioni e le novità di tali rivoluzioni e, di contro, ad una costante esaltazione della cultura tradizionale, accompagnata dalla denigrazione del progresso odierno come se il futuro non esistesse. Gli scienziati, dal canto loro, propugnano un ottimismo eccessivo e ingenuo, e faticano a comprendere ciò che anima la ricerca degli umanisti. Snow denunciava a questo proposito un suo timore, suggerendo tuttavia come risolvere questa frattura: «Sono convinto che la vita intellettuale, nella società occidentale, si va sempre più spaccando in due gruppi contrapposti. [...] Nella storia dell'attività mentale è qui che si sono prodotte alcune fratture. Le occasioni ora ci sono. Ma sono, per così dire, sospese nel vuoto, per il fatto che i membri delle due culture non riescono a parlarsi […]. Questa frattura culturale non è solo un fenomeno inglese: si estende a tutto il mondo occidentale. C'è una sola via per uscire da questa situazione: e naturalmente passa attraverso un ripensamento del nostro sistema educativo» (Le due culture, Feltrinelli, Milano 1964, pp. 5-7; 10-18). L’intenzione di Snow era di trovare una soluzione che potesse permettere di superare questa difficile situazione culturale, senza però togliere nulla né al campo umanista né a quello scientifico: anzi, lo scienziato inglese suggeriva di ripensare alcuni concetti chiave quali il significato della cultura e della scienza, la funzione delle ricerche specialistiche e il nesso esistente tra il sapere scientifico e il sapere in generale. La finalità concreta di tale riflessione era quella di riformare i programmi scolastici e quelli universitari destinati a formare i futuri scienziati e umanisti, con particolare riguardo ad un’educazione “ampia” in cui le discipline tecnico-scientifiche dialoghino costantemente con quelle umanistiche e viceversa, in un prospettiva di lavoro fertile e vitale. Dopo più di mezzo secolo, Brockman affronta lo stesso problema, ma la sua “soluzione” alla frattura fra i due saperi ha preso altre direzioni.

La critica alle scienze umane e la “colpa” della filosofia: l’abbandono della metafisica

L’idea della terza cultura nasce come reazione e denuncia dell’atteggiamento della cultura umanista verso la scienza e gli scienziati, sviluppatosi nell’ '800 e ancora oggi presente tra letterati, filosofi e teologi. Gli umanisti, i filosofi in particolare, non avrebbero secondo Brockman dimostrato un adeguato interesse per la scienza e la tecnica, avendo preferito tenersene distanti, quasi disprezzandole e non prestando loro attenzione perché ritenute attività di minor pregio e di bassa utilità, senza valore o rilevanza. La filosofia viene accusata di non essersi occupata della scienza, e quindi, di aver ignorato una parte fondamentale del mondo attuale. La filosofia sembrerebbe essersi persa dentro sé stessa... La filosofia analitica, ad esempio, viene biasimata per essersi progressivamente concentrata in analisi linguistiche e logiche, che l’avrebbero portata molto lontana dalla scienza, dalla quale essa ebbe in certo modo origine. Anche l’epistemologia contemporanea, intesa come teoria della conoscenza, è un tipo d'indagine che si avvicinerebbe oggi sempre più alle scienze cognitive, allontanandosi così dalla riflessione sulla scienza odierna e le sue implicazioni.

Nei secoli XIX e XX la filosofia ha certamente attraversato, e tuttora può ancora attraversare, una certa crisi d’identità dovuta anche alle difficoltà incontrate nel comprendere il ruolo e l’impatto della scienza e della tecnica, mancando pertanto nel proporre visioni d’insieme che potessero offrire ad esse uno spazio adeguato. Come la scienza, anche la filosofia si è frammentata in diversi ambiti di ricerca e specializzazioni, perdendo il suo orizzonte sapienziale, la sua tensione unificante verso la ricerca della verità, del senso globale. Probabilmente, la colpa della filosofia del '900 è stata piuttosto quella di aver progressivamente abbandonato, o molto ridotto, la portata della riflessione metafisica e ontologica, perdendo così ciò che le conferiva autorità per dialogare con la scienza, rispondere alle sue esigenze e alle sue domande. Tale situazione ha causato negli scienziati un senso di incomprensione, provocando un loro allontanamento dalla filosofia, per arrivare in certi casi a un completo rifiuto.

Il punto in questione è che Brockman ha percepito questa difficoltà e la sua proposta incarna pertanto una reazione degli scienziati, abbandonati dalla filosofia o allontanatisi da essa. L’accusa dell’Autore è evidente: «una formazione su Freud e Marx non è più sufficiente negli anni Novanta. In un certo senso, gli intellettuali americani sono sempre più reazionari […], non amano la scienza e in genere tutto ciò che è empirico e verificabile; usano un loro gergo e s’inventano dispute che solo loro sono in grado di apprezzare. Scrivono libri che hanno per oggetto altri libri e così via, in una spirale di commenti senza fine, fino a che della realtà in carne ed ossa non resta che una vaga traccia» (p. 7). Doyle Farmer, uno degli autori di un saggio, afferma e testimonia il rigetto nei confronti della filosofia da parte degli scienziati, giustificandolo, dal momento che la filosofia in questo secolo è diventata una «roba deprimente» (p. 19). Nel contempo, e probabilmente in parte anche per la crisi della filosofia, le discipline scientifiche hanno incontrato difficoltà nel valutare i propri risultati e nel misurare l’impatto e le conseguenze che le nuove scoperte e la tecnologia potevano avere sulla società. Per tale ragione, in certi ambienti scientifici si sono progressivamente affermati il razionalismo, lo scientismo, ma anche il relativismo e il nichilismo, che hanno portato la scienza ad assumere posizioni piuttosto chiuse, contrarie al dialogo con la parte umanista, autosufficienti nella propria affermazione di superiorità, quasi di supremazia.

La diagnosi di Brockman e colleghi ha un fondo di verità, ma la soluzione per riaccostare la filosofia alle scienze (e viceversa), non è delegittimare la cultura umanistica sostituendola con una terza cultura, bensì rendere più umili gli uni e gli altri.

La terza cultura come nuova filosofia naturale

Ad una più attenta riflessione la terza cultura non si presenta soltanto come una sintesi o una nuova proposta per conciliare o unificare le due culture, umanistica e scientifica, ma rappresenta piuttosto una forte riproposizione della cultura scientifica, innalzata a nuova (e vera) filosofia naturale, la sola degna di essere considerata e di essere divulgata al “pubblico”. In tal senso ha ragione Gargantini quando afferma che «è lecito domandarsi se si tratta di una posizione veramente nuova e super partes o se non sia piuttosto una riedizione aggiornata e ben confezionata di una delle due culture precedenti, quella scientifica, che tende ad assumere il ruolo di “prima cultura”» [2]. Di conseguenza è la scienza a diventare “la cultura” e gli scienziati diventano gli “intellettuali”, i nuovi filosofi o sacerdoti, capaci non solo di divulgare e di “modellare il modo di ragionare della propria generazione”, ma anche di rispondere, come già ricordato, a domande universali e non solo meramente pragmatiche, che l’uomo si pone da sempre, quali “Da dove viene l’Universo? Qual è l’origine della vita? Come nasce la mente?”.

Nel volume di Brockman, in particolare nell’introduzione da lui firmata, la cultura umanista e tutta la storia del pensiero occidentale sembrano non avere più alcun peso, alcun ruolo o alcuna relazione con la scienza. La cultura umanista è ormai qualcosa di obsoleto e non più in grado, se mai lo è stata, di soddisfare le esigenze e di rispondere alle domande del “pubblico”, che ormai si deve rivolgere, secondo l’autore, soltanto alla scienza e agli scienziati, perché gli unici ad avere una concreta possibilità di risolvere ogni dubbio. L’affermazione della “terza cultura” ricorda in realtà molto da vicino le tesi originali del neopositivismo degli anni ’20 –’30, un movimento di pensiero che riteneva possibile e affidabile soltanto la conoscenza scientifica, perchè lei solo offriva garanzie di verificabilità (sperimentale) o di verità logica, e negava ogni pretesa di verità e di “serietà” ad altri tipi di conoscenza (filosofica, religiosa, artistica, ecc.) considerati “privi di significato” e dunque di “senso”. La proposta di Brockman appare da più punti di vista paradossale: dopo aver portato l’attenzione sulla scienza contemporanea e le esigenze della società attuale, pare trascurare o ignorare la crisi della scienza neopositivista realizzatasi negli ultimi decenni; proporre la scienza come la nuova cultura non introduce nulla di nuovo – se non forse nel metodo comunicativo basato sui mass media – ma anzi, isola e cancella del tutto il ruolo della comunità “umanista”, così come questa, a detta sua, aveva fatto nell’'800 e tutt’ora farebbe nei confronti della ricerca.

È ormai riconosciuto dagli stessi scienziati che la scienza ha i suoi confini, che non devono essere visti necessariamente come “limiti”, posti al suo progresso da altre discipline, ma, piuttosto, come le caratteristiche e i termini che la definiscono e ne identificano i suoi oggetti di studio e ambiti d’indagine. Anzi, proprio il suo essere definita come scienza, la garantisce e la distingue come “scienza” e non altro; una disciplina infatti non perde nulla, se si occupa (e bene) del proprio oggetto, anzi in questo modo potrà produrre i risultati migliori, che, nel caso della scienza, non mancheranno di far riflettere filosofi, sociologi e teologi. Pensare che la cultura scientifica possa diventare una nuova filosofia naturale vuol dire stravolgere la natura della scienza e attribuire agli scienziati un compito e una responsabilità non propri. A conferma delle difficoltà della tesi di Brockman, i suoi autori scienziati – tutti di altissimo livello e massimi esperti mondiali nel proprio campo – non riescono ad esprimersi su un tema così ambizioso e impegnativo come quello di una nuova cultura. La lettura dei singoli saggi non risulta, in generale, di particolare interesse e non presenta particolari novità rispetto a quanto già noto riguardo tali ambiti di ricerca; i contributi appaiono in realtà slegati fra loro e, in qualche caso, senza nemmeno precisi riferimenti diretti alla terza cultura, né tantomeno alle risposte alle domande fondamentali dell’uomo, cui la terza cultura e i suoi autori dovrebbe appunto saper rispondere. Il lettore non esperto difficilmente può farsi un’idea chiara e precisa dei campi di ricerca presentati, mentre per l’esperto i contenuti sono solo abbozzati e con uno stile a tratti anche quasi colloquiale, tale da non soddisfare interessi più profondi. Inoltre, il fatto che, come sottolinea Gargantini, gli esponenti della terza cultura provengano tutti dallo stesso ambiente nord-americano e siano già stabilmente riconosciuti come divulgatori, rischia di far sì che la nuova cultura rispecchi in realtà la visione e gli interessi di un gruppo elitario, che vuole mantenere un certo dominio e controllo sulle idee diffuse al pubblico. Quello che rischia di mancare nella terza cultura è dunque una visione realmente pluralista e un concreto dibattito tra gli scienziati.

Controtendenze: la nascita e lo sviluppo della ricerca interdisciplinare e il dialogo fra scienza e fede

È importante ricordare, a questo proposito, che gli ultimi decenni hanno visto la nascita e lo sviluppo di un vasto “movimento interdisciplinare o transdisciplinare” sorto appunto per illuminare e comprendere meglio la scienza, la rilevanza dei suoi risultati e il ruolo dell’uomo. Anzi, proprio accanto alla diffusione della divulgazione scientifica, tanto favorita e applaudita da Brockman, è sempre più forte la richiesta di una maggiore integrazione e collaborazione tra campi di studio prima considerati distanti tra loro e quasi incomunicabili. Numerosi scienziati hanno riconosciuto, come conseguenza del proprio lavoro scientifico, la necessità di una riflessione ulteriore e meta-scientifica che rispondesse ad alcune domande che la scienza non aveva saputo soddisfare ma che, in alcuni casi, aveva contribuito in maniera determinante a suscitare. È il caso recente di Francis S. Collins, direttore del National Human Genome Research Institute [3], o quello dell’astrofisico Paul Davies, che Brockman vuole annoverare tra i “pensatori della terza cultura”, ma che pare riconoscere, al di là delle descrizioni e delle dimostrazioni scientifiche, la necessità di una riflessione più profonda sui temi offerti dalla scienza e sulla tecnologia da essa prodotta, non fermandosi solo alla loro comprensione e descrizione scientifica. Pochi anni dopo la pubblicazione del volume diretto da Brockman, lo stesso Davies scriverà che «al nostro ingresso in un nuovo secolo probabilmente destinato ad essere dominato da formidabili progressi scientifici e tecnologici, il bisogno di una guida spirituale sarà più forte che mai. La scienza da sola non può provvedere adeguatamente ai nostri bisogni spirituali, ma qualsiasi religione che rifiuti di abbracciare la scoperta scientifica difficilmente sopravviverà nel XXII secolo» [4] (Scienza e Religione nel XXI secolo, 2000). Il dialogo e l’interazione tra “scienza e religione”, o comunque tra scienza e umanesimo, è ormai auspicato da più parti e si giova di riflessioni oggi sufficientemente mature.

Conclusioni: una cultura rinnovata

Il libro di Brockman, accolto anche in Italia con interesse e con un certo plauso, può forse esaminarsi in questa prospettiva: è un altro segnale che vi è la necessità, la richiesta forte di una riflessione sulla scienza, che proviene anche dagli scienziati, portati naturalmente a sollevare quesiti che ritengono importanti non solo per loro stessi, ma per tutta l’umanità (che, tra l’altro, non può essere ridotta a mero “pubblico” ma che è, insieme, autore e attore protagonista della scienza stessa, e non suo semplice “spettatore”). Possiamo prendere come esempio della necessità di una seria e profonda riflessione sulla scienza quanto afferma Hillis proprio nell’ultimo saggio del libro, quasi alla sua conclusione: «siamo come amebe che non capiscono in cosa diavolo si stanno trasformando. […] se cerco d’immaginare quale direzione prenderà la tecnologia nei primi anni del prossimo secolo, vedo che avrà luogo qualcosa d’incomprensibile […] forse lo sviluppo delle tecnologie ci fonderà in un organismo globale. Lo so, queste previsioni hanno il sapore di un misticismo, e invece mi sembrano del tutto ragionevoli. Da qui a cinquant’anni avverrà qualcosa di imprevedibile e ciò mi riempie di sgomento. E di curiosità» (p. 348). La lettura del volume, ha, dal canto suo, il pregio di far riflettere sulla necessità di elaborare una “nuova” cultura che realmente sia in grado di soddisfare le necessità integrali dell’essere umano, certamente immerso nel mondo scientifico, ma che porta con sé e in sé anche altre esigenze e altre aspirazioni, che non possono trovare le loro risposte nel metodo e nella prassi delle scienze.

Prima di concludere non è superfluo riflettere ancora brevemente sul concetto stesso di “cultura” [5], così tante volte utilizzato. Steven Jones accenna in un breve paragrafo: «la vera questione da porsi è se c’è un insieme di conoscenze che ogni persona colta dovrebbe possedere. E oggi chi non è in grado di parlare almeno in termini generali di argomenti scientifici e umanistici non può dirsi uomo di cultura» (p. 15). Questione che però, come abbiamo visto, non viene sviluppata in questi termini da Brockman. L’Autore parla di cultura come di un prodotto che deve essere trasmesso ad arte da “pensatori pubblici” e divulgato al pubblico; ma la cultura non è riducibile a “prodotto” per il pubblico, perché è formata da un’insieme di approcci e di diverse tradizioni, scientifiche, letterarie, religiose, artistiche e sociali di un popolo, dell’umanità intera, ed ha la sua radice etimologica, non va dimenticato, nel verbo colere, che non vuol dire produrre ma “coltivare”. È certamente vero che la cultura deve essere trasmessa da chi la possiede, ma non può essere vista come un insieme di informazioni corrette e ben articolate, per di più relative ad una sola dimensione dell’attività umana, la scienza, pronto per essere venduto al pubblico in modo più o meno spettacolare. Ogni cultura dovrebbe invece essere coltivata dal singolo, basata sì sull’acquisizione delle conoscenze, ma allo stesso tempo in continua formazione, e non soltanto "ricevuta" passivamente come qualcosa di preconfezionato.

In quest’ottica, appare di fondamentale importanza la educazione dei futuri studiosi di ambedue i “versanti” della cultura, come già Snow aveva sostenuto ormai mezzo secolo fa; senza un percorso educativo interdisciplinare che conduca a penetrare l’importanza e la profondità del sapere e ad acquisire una visione più ampia e aperta dell’uomo, sia nel campo scientifico che umanistico, sarà molto difficile che le stesse domande che animano la terza cultura possano trovare lo spazio adeguato per una loro maggiore comprensione e discussione.


[1] L’autore sostiene che nella lista che compone questa nuova “comunità intellettuale” andrebbero inseriti molti altri nomi importanti, fra cui anche sociologici, antropologi e scienziati del comportamento e ne cita in proposito una trentina.

[2] M. Gargantini, Divulgazione, in Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, a cura di G. Tanzella-Nitti e A. Strumia, Urbaniana University Press - Città Nuova, Roma 2002, p. 427.

[3] Nel presentare il suo libro, The Language of God (2006), Collins aveva dichiarato al Sunday Times  che la ricerca scientifica non solo non crea conflitti con la fede ma al contrario, porta l'uomo più vicino a Dio, tanto che nel suo caso scoprire il genoma umano gli ha permesso di “dare un'occhiata alle opere di Dio”.

[4] P. Davies, Scienza e Religione nel XXI secolo, in Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, p. 2286.

[5] Un discorso più approfondito sulle “due culture” e l’inflazione del termine “cultura”, si può trovare nell’articolo pubblicato da Rémi Brague, Scienziati e letterati, due culture in guerra, “Vita e Pensiero”, n. 3/2007, pp. 86-93.

Valeria Ascheri
Ricercatrice di Filosofia della Scienza Pontificia Università della Santa Croce