L’origine dell’uomo

The Descent of Man, and Selection in Relation to Sex, John Murray, London 1871.
L’origine dell’uomo, trad. it. di Mario Migliucci e Paola Fiorentini, revisione scientifica di Mirella Di Castro e Elena Grassi, introduzione di Giuseppe Montalenti, Newton Compton, Roma 1995.


 

Il contesto dell’opera e il suo contenuto

All’indomani della pubblicazione dell’Origine delle specie (1859) le implicazioni del darwinismo per quanto riguardava il genere umano non avevano tardato a essere individuate, nei loro aspetti disorientanti o addirittura inquietanti. Risale già all’anno successivo il famoso episodio di Oxford tra Samuel Wilberforce e Thomas Huxley, in cui la disputa tra il naturalista e il vescovo anglicano assunse caratteri quasi grotteschi.

Erano questi sviluppi che partivano da spunti pressoché impliciti nel capolavoro di Darwin, che l’autore stesso aveva voluto lasciare tali, a quanto pare con motivazioni almeno in parte cautelative, salvo che per un famoso accenno quasi in conclusione del testo. Forse proprio il carattere solo alluso della questione, che permetteva a qualunque posizione di affermarsi come fondata sull’autorità darwiniana o almeno non esclusa da essa, dovette contribuire a determinare un’ondata di polemiche spesso virulente (a cui non fece eccezione l’Italia, ove la dottrina darwiniana fu importata molto rapidamente). Qualche anno dopo il grande naturalista ritenne di dovere chiarire ed approfondire le sue idee sul tema. Così si esprime Darwin nell’autobiografia: «Quando vidi che molti naturalisti accettavano completamente la dottrina dell’evoluzione delle specie, mi sembrò opportuno sviluppare i miei appunti e pubblicare un trattato a sé sull’origine dell’uomo. Fui contentissimo di eseguire questo lavoro, perché mi dette l’occasione di poter trattare in modo completo l’argomento della selezione sessuale».[1]

All’interno dell’opera le argomentazioni addotte da Darwin per affermare che anche all’uomo si applica il principio generale dell’evoluzione, sono sostanzialmente di due tipi: anzitutto una regola generale di analogia, per cui non può esservi eccezione a tale principio generale una volta che esso sia ammesso; inoltre un’analisi più specifica delle corrispondenze morfologiche nonché genericamente “psicologiche” o comportamentali tra l’uomo e gli animali, in particolare le scimmie antropomorfe. L’ambito in seguito più divulgato in relazione alla parentela tra l’uomo e le scimmie, vale a dire la documentazione paleontologica, è assente, per il semplice motivo che fu solo nell’ultima parte del secolo e poi nel corso del Novecento che si assistette, in un’atmosfera ancora più infiammata e spesso addirittura fervente, all’abbondante rinvenimento di tali reperti, con episodi anche controversi.[2] Come si sa, le Darwin wars[3] non sono un dato solo recente.

La seconda parte dell’opera, in realtà quella principale per dimensioni e tutto sommato anche per importanza propriamente scientifica, riguarda il tema, cruciale all’interno dell’evoluzionismo, della selezione sessuale. La questione traeva il suo punto di partenza, per Darwin, dall’esigenza di spiegare la presenza in molte specie animali di caratteri sessuali secondari spesso assai vistosi o comunque contrastanti con l’esigenza selettiva al mimetismo. La selezione sessuale, ossia la competizione per la riproduzione tra individui dello stesso sesso, permette di integrare questi fenomeni all’interno del quadro darwiniano. Si apre così d’altra parte la questione generale, dal significato epistemologicamente fondamentale, sulle modalità del rapporto tra queste due forme di selezione. Essa può venire riassunta così: se la selezione naturale è certamente il nucleo del darwinismo, in quale rapporto con essa si colloca la selezione sessuale? In questo senso è Darwin stesso il primo ad arricchire il nudo quadro adattazionista con una nozione più complessa di evoluzione.

 

Alcune implicazioni del paradigma evolutivo

L’inserimento del tema riproduttivo all’interno dello studio dedicato all’uomo può essere giustificato dal fatto che una forma di selezione sessuale ha luogo, senza alcun dubbio e in maniera antropologicamente rilevante, all’interno della specie umana: i matrimoni non avvengono a caso, e più esattamente qualunque forma di riproduzione umana è caratterizzata da una serie di fattori determinanti che escludono la pura causalità. Ma proprio questa “origine” umana del tema lasciava spazio, nei confronti della teoria, ad accuse di antropomorfismo che sono rimaste particolarmente pungenti per parecchio tempo.

E tuttavia l’accusa di antropomorfismo può, paradossalmente, essere rovesciata in sede di consuntivo. Il fatto è che Darwin sceglie di insistere sulla gradualità e continuità del passaggio tra animale e uomo, con una esemplificazione che non esita a prendere in considerazione le facoltà più tipicamente associate all’uomo, dalla ragione al linguaggio, dal senso del bello all’autocoscienza, nonché alla moralità, che pure viene affermata nel suo carattere relativamente peculiare. In questo senso, Darwin afferma che il proprio scopo è di «dimostrare che non vi è alcuna differenza fondamentale tra l’uomo e i mammiferi superiori per quanto concerne le loro facoltà mentali» (p. 92); e ritiene che tale obiettivo sia stato da lui raggiunto: «La differenza mentale tra l’uomo e gli animali superiori, per quanto sia grande, è certamente di grado e non di genere» (p. 151, e 105). Questo è certamente uno degli snodi cruciali del libro: in sostanza si tratta di negare, pur nel riconoscimento ripetuto di una notevole differenza quantitativa, una dimensione qualitativa all’emergere dell’umano. Si tratta dunque, più che di antropomorfismo o almeno in pari misura e con un movimento antitetico, di leggere l’umano sullo sfondo offerto dall’animale e anzi in relazione ad esso.

La gradualità, inoltre, implica un’attenzione insistita nei confronti delle popolazioni umane selvagge, africane o di altra origine, messe in relazione di continuità con esemplificazioni attinte dalle grandi scimmie (cfr. a titolo di mero esempio: pp. 92, 103, 113, 120, 152). Il punto fa il paio, quanto ai temi relativamente imbarazzanti presenti nell’opera, con alcuni noti cenni simpatetici all’eugenetica avant la lettre, spesso ripresi anche in tempi recenti dai critici di Darwin. Cfr. soprattutto: «Nessuno di quelli che si sono dedicati all’allevamento degli animali domestici — afferma Darwin — dubiterà che questo può essere altamente pericoloso per la razza umana […] eccettuando il caso dell’uomo, è raro che qualcuno sia così ignorante da permettere che i propri peggiori animali si riproducano […] dobbiamo sopportare l’effetto, indubbiamente cattivo, del fatto che i deboli sopravvivano e propaghino il proprio genere, ma si dovrebbe almeno arrestarne l’azione costante, impedendo ai membri più deboli ed inferiori di sposarsi liberamente come i sani» (p. 160; cfr. anche p. 57). «Entrambi i sessi — leggiamo in un'altra pagina —dovrebbero astenersi dal matrimonio se sono deboli nel corpo e nella mente in modo accentuato […] tutti coloro che non possono evitare la povertà per i propri figli dovrebbero evitare il matrimonio […] Galton ha osservato che, se il prudente evita il matrimonio, mentre l’incauto si sposa, i membri inferiori tendono a soppiantare i membri migliori della società» (p. 650).[4] Analoghi giudizi vengono svolti nei confronti di differenze nette che sarebbero presenti nei poteri mentali di uomini e donne.[5] È escluso che tali differenze dipendano dall’educazione, anche se Darwin ammette che se “per molte generazioni” le donne si trasmettessero pratiche di energia e perseveranza ed esercizi di ragione ed immaginazione, allora potrebbero raggiungere in questi ambiti decisivi lo stesso livello maschile (cfr. p. 598). Ciò obbedisce coerentemente allo sviluppo dei tratti a partire dalla selezione naturale, secondo la maniera in cui qualunque specie vivente, non solo la donna all’interno della specie umana, evolve le proprie caratteristiche.

Ma non si tratta certo di fare le pulci a Darwin, anche se tali sfortunati giudizi andavano menzionati per amore di completezza e non potrebbero essere omessi da una qualunque analisi del testo. Tali “pulci”, se così posso esprimermi, sono certamente il frutto del ben noto assetto culturale-ideologico dell’epoca, tra imperialismo e positivismo (e non senza un lato umanitario-paternalista che solo in apparenza contraddice quello eugenista), di cui non può non risentire anche il genio di Darwin; ma certamente permettono di comprendere in maniera chiara come le letture fornite dal darwinismo sociale non siano incomprensibili ovvero totalmente estrinseche rispetto a tali asserti.

 

La continuità sostanziale fra animale ed essere umano come elemento caratteristico del darwinismo

Il punto ai nostri occhi davvero cruciale è piuttosto quanto accennato sopra sul gradualismo. L’approccio darwiniano, come s’è detto, insiste con una ricchissima e davvero notevole esemplificazione sul rapporto scalare tra la dimensione animale e quella umana. Si noti che l’evoluzione umana era già stata analizzata da autori come Thomas Huxley (Man's Place in Nature, 1863), Charles Lyell (Geological Evidences of the Antiquity of Man, 1863), Alfred Russel Wallace in alcuni articoli scritti nel 1864 e 1870, e soprattutto Ernst Haeckel nella celebre Natürliche Schöpfungsgeschichte (1868): come accennato all’inizio, le discussioni sul rapporto uomo-animale a partire dal darwinismo furono molto precoci. Ma questi autori restarono timidi sulle implicazioni del rapporto (Huxley) ovvero scelsero di leggerlo piuttosto all’insegna di una certa discontinuità (Lyell, Wallace). Fu solo Haeckel, come ben noto, a proporre una lettura fortemente riduzionistica e materialistico-monistica della questione; e tuttavia, a causa dell’indubbia complessità della sua figura intellettuale, pur nell’adesione al darwinismo non si può affermare che egli avesse elaborato la sua proposta rigorosamente in relazione alla teoria del naturalista inglese.[6] In questo senso l’elaborazione di Darwin, anche se successiva, ha un carattere esemplare e cruciale da non sottovalutare. E in effetti è in questa luce ovvero in rapporto alla continuità sostanziale tra uomini e animali, al di là delle questioni di fatto sulla genealogia dell’ordine dei primati o della refutazione della comprensione letterale del racconto biblico, che è da intendere, in ultima analisi, l’insoddisfazione di chi a partire da orientamenti non materialisti si confrontava con Darwin. Detto altrimenti, mentre è possibile contenere con relativa semplicità la narrazione darwiniana sulle origini dell’uomo all’interno di un quadro esegetico che ammetta una interpretazione non letterale della Bibbia (il che è tipico soprattutto della tradizione cattolica), è assai più arduo ammettere in tale quadro un resoconto che non riconosca alcuna differenza qualitativa, ma solo di grado, tra uomo e animale. Tuttavia, ed è questa circostanza decisiva, interpretare le differenze in senso continuista o discontinuista è in ultima analisi una questione non strettamente scientifico-fattuale ma legata a chiavi di lettura e a scelte di interpretazione epistemologicamente fondate: si tratta, detto diversamente, di un problema filosofico, non scientifico-naturalistico.[7]

Va ribadito che l’esemplarità dell’Origine dell’uomo sta anche nella consapevole integrazione ed estensione, da parte di Darwin, dell’analisi puramente biologica od anatomica dell’uomo con un’interpretazione naturalistica delle origini dell’etica, della società, delle facoltà intellettuali, etc. Mentre questi sviluppi, pur anch’essi saltuariamente presenti nei contemporanei, solo in Darwin vengono approfonditi in maniera pionieristica come un tutt’uno, essi rappresentano l’anticipazione di tendenze che in seguito si sono puntualmente ripresentate. Le analisi neodarwiniane dell’etica, della mente, della società, così diffuse in certa letteratura divulgativa e nella filosofia contemporanea di ispirazione naturalistica e riduzionistica, hanno il proprio indubbio antecedente nello sforzo di Darwin stesso. Il caso dell’ “etica evoluzionistica” contemporanea (evolutionary ethics) è particolarmente interessante.[] È significativo che la questione del rapporto tra universalità etica e naturalismo dell’origine resta analogo in Darwin e in coloro che ne proseguono oggi l’impostazione. Lo stesso Moore dei Principia Ethica (1903) muove da un’attitudine critica nei confronti delle analoghe speculazioni morali di Spencer. Ciò potrebbe ricordarci che anche la storia della filosofia, come quella generale, è condannata a ripetersi, se non la si conosce a sufficienza. Ma a questa genealogia dell’etica del positivismo messa a confronto col naturalismo contemporaneo occorrerebbe una ricostruzione e un approfondimento ben più ampi, che rischierebbero di portarci troppo lontano.
Anche da questo lato si riafferma l’importanza di Darwin. Come è ben noto fu Freud ad osservare nella teoria darwiniana una ferita al narcisismo umano, prima ancora di quella che egli stesso gli avrebbe inferto. È proprio nell’Origine dell’uomo che tale antropologicamente cruciale ferita diventa evidente: che essa si sforzi di ricondurre alcune prerogative umane allo sfondo fornito dal mondo animale non può che essere coerente. Con questa sfida occorre misurarsi, nella prospettiva di un’antropologia che accetti il dato biologico ma che non tema di interpretarlo in maniera filosoficamente differenziata.


[1] Ch. Darwin, Autobiografia, trad. it., Einaudi, Torino 1962, p. 113.

[2] Mi riferisco al noto caso del cosiddetto “uomo di Piltdown”, il reperto artefatto che mostra il clima di opposte fazioni che la teoria dell’evoluzione stava ormai causando.

[3] Utilizzo in un senso più generale (perché il suo argomento è ristretto alla nota disputa tra Gould e Dawkins) l’espressivo titolo del libro di A. Brown, The Darwin Wars: The Scientific Battle for the Soul of Man, Simon & Schuster, London 2001. Similmente vedi anche (più orientato in senso filosofico e più completo) M. Ruse, The Evolution Wars: A Guide to the Debates, Rutgers University Press, New Brunswick 2001.

[4] Solo leggermente meno sconcertanti, e molto significative di una certa mentalità britannica, due citazioni approvative da Greg: «L’irlandese imprevidente, squallido, senza ambizioni, si moltiplica come i conigli; lo scozzese frugale, previdente […], austero nella sua moralità […] genera pochi figli» (p. 164); e da Zincke «Tutte le altre serie di eventi – come della civiltà spirituale della Grecia, o quella dell’Impero romano – sembrano avere un significato ed un valore solo se pensate in connessione, o piuttosto come sussidiarie alla grande fiumana dell’emigrazione anglo-sassone in occidente» (p. 167).

[5] «La distinzione principale nei poteri mentali dei due sessi è costituita dal fatto che l’uomo giunge più avanti della donna, qualunque azione intraprenda, sia che essa richieda un pensiero profondo, o ragione, immaginazione, o semplicemente l’uso delle mani e dei sensi. Se vi fossero due elenchi di uomini e donne che eccelsero […] non ci potrebbe essere confronto. Possiamo anche concludere con la legge della deviazione della media […] che se gli uomini sono in molte discipline decisamente superiori alle donne, il potere mentale medio dell’uomo è superiore a quello di queste ultime» (p. 596; cfr. pp. 629 e 637).

[6] Di Haeckel cfr. anche la celebre Anthropogenie oder Entwicklungsgeschichte des Menschen (Engelmann, Leipzig 1874). Non c’è dubbio che la sua opera, immensamente popolare alla fine del secolo XIX, abbia giocato un ruolo fondamentale nella stilizzazione del conflitto tra “darwinismo” e tradizioni religiose.

[7] Sulla questione dell’antropogenesi e in generale per una lettura “complessa” dell’evoluzionismo, cfr. la documentazione raccolta su questo Portale in occasione del II° centenario darwiniano.

[8] Per delle presentazioni si possono vedere i recenti volumi omonimi di A. Attanasio, Darwinismo morale. Da Darwin alle neuroscienze, UTET, Torino 2010; L. Calabi, Darwinismo morale. Aspetti della riflessione contemporanea, ETS, Pisa 2010. La letteratura angloamericana sul tema, sia simpatetica che critica e con gradi diversi di tecnicità, è vastissima.

 
Antonio Allegra
dottore di ricerca in filosofia Università di Perugia