La religione entro i limiti della sola ragione

Kant’s gesammelte Schriften, a cura dell’Accademia delle Scienze di Berlino, 29 in 37 voll., W. de Gruyter, Berlin 1910-1983, Die Religion innerhalb der Grenzen der blossen Vernunftt, Band VI, pp. 1-202.

La religione entro i limiti della sola ragione, a cura di M. Olivetti, Laterza, Roma-Bari 2004.


 

Il posizionamente dell'opera nella produzione kantiana

In una lettera del 4 maggio del 1793 inviata a Carl Friedrich Staudlin, professore di teologia a Gottinga, Immanuel Kant scriveva: «Il progetto che mi incombeva, e che avevo formulato già da molto tempo, era di elaborare il campo della filosofia pura. Esso mirava alla soluzione dei tre problemi seguenti: 1) Che cosa posso sapere? (metafisica); 2) Che cosa debbo fare? (morale); 3) Che cosa mi è lecito sperare? (religione). Alla loro soluzione doveva infine seguire il quarto: Che cosa è l'uomo? (antropologia, sulla quale ormai da più di vent'anni faccio annualmente un corso). Con lo scritto allegato ( La religione entro i limiti. ) ho cercato di portare a compimento la terza parte del mio progetto. In questo lavoro la coscienziosità scrupolosa ed un vero rispetto per la religione cristiana, nonché il principio di [attenermi ad] un'acconcia franchezza, mi hanno condotto a non celare nulla, ma ad esporre apertamente il modo in cui credo di intendere la possibilità dell'unione della religione cristiana con la più pura ragione pratica» (I. Kant, Epistolario filosofico 1761-1800 , a cura di O. Meo, Il melangolo, Genova 1990, pp. 319-320). Le parole di Kant ci forniscono un'importante indicazione relativa al suo celebre lavoro La religione entro i limiti della sola ragione , alla cui prima edizione della primavera del 1793 ne seguirà l'anno successivo una seconda, arricchita di una nuova prefazione e di numerose note assai importanti: tali parole ci dicono infatti che quest'opera era considerata dall'autore strettamente collegata alle più celebri Critiche e facente parte, con esse, del nocciolo stesso della sua speculazione filosofica. Questo nocciolo può essere identificato proprio nella ricerca e nella evidenziazione dei limiti che caratterizzano la condizione umana in qualunque ambito: quello della conoscenza (la Critica della ragion pura risale al 1781), quello dell'etica (la Critica della ragion pratica è del 1788) e, infine, quello della religione, al quale Kant dedica appunto lo scritto del 1793, nel cui titolo la parola limiti ( grenzen ) fa la sua esplicita comparsa, usata per esprimere una concezione ben precisa della religione, ovvero quel razionalismo religioso che secondo vari interpreti rappresenta il più rilevante contributo apportato dal pensatore di Koenigsberg alla filosofia della religione.

Tale razionalismo religioso ha il suo fulcro in una "fede razionale" figlia delle esigenze morali scaturenti dall'esercizio della ragione pratica; e sarà dunque pur sempre il metro della razionalità a giudicare la religione e, segnatamente, il cristianesimo, che Kant ritiene comunque la più perfetta delle credenze, la più pura e la più vicina al modello di religione ideale della ragione. Nel pensiero kantiano è la morale a fondare la religione e non viceversa, e ciò riconduce inevitabilmente la dimensione religiosa entro i confini di quella pura razionalità etica da Kant chiaramente descritta nella Critica della ragion pratica , ove le grandi verità della fede religiosa - esistenza di Dio e immortalità dell'anima, innanzitutto - vengono postulate per soddisfare le legittime attese dell'uomo rispettoso della legge morale.

Dunque, a giudizio di Kant, la religione deve rimanere entro i limiti della razionalità; ma è stato pure notato che al di là di questi limiti il pensatore tedesco sembra lasciare aperto uno spazio per una positiva valutazione della dimensione storica della religione e del cristianesimo in particolare: Kant avrebbe perciò segnalato i limiti della ragione per affermarne il diritto a vagliare la religione, scartandone i contenuti irrazionali connessi alla sua pretesa storicità, ma anche per indicarne l'incapacità a rendere pienamente conto di un aspetto fondamentale della realtà umana, come ha sostenuto Giovanni Ferretti: «La ricostruzione a priori della figura ideale di Cristo, sia come "Maestro dell'Evangelo" che come "modello morale", sembra così conchiudere a tutto vantaggio dell' "idea di Cristo", da sempre insita nella ragione, con la completa marginalizzazione del "Cristo storico", la cui importanza viene relegata in una funzione del tutto contingente e secondaria. E tuttavia il discorso di Kant su Cristo non finisce qui, perché la struttura a priori della ragione etica viene messa in scacco proprio da un evento che la storia ci attesta e che solo nella storia sembra poter trovare soluzione: l'evento tragicamente imponente del male, indeducibile dalla ragione, e la connessa urgenza di redenzione dal male, nei cui confronti la ragione si mostra impotente. E saranno proprio le riflessioni fatte a partire dall'esperienza storica del "male radicale" a condurre Kant alla necessità di riaprire il discorso sul "Cristo storico"» (G. Ferretti, Immanuel Kant. Dal Cristo "ideale" della perfetta moralità al ritorno del Cristo della fede ai "confini" della ragione, in S. Zucal (a cura di), Cristo nella filosofia contemporanea. I Da Kant a Nietzsche , San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2000, pp. 64-65).

 

Il problema del male

Il primo capitolo de La religione entro i limiti della sola ragione è dedicato proprio all'importante questione del male radicale, ovvero Della coesistenza del principio cattivo accanto a quello buono nella natura umana : secondo Kant vi è nell'uomo una tendenza innata e naturale verso il male, una sorta di corruzione che spinge l'essere umano ad agire non soltanto in ossequio alla legge morale, ma cercando di soddisfare i propri impulsi sensibili e i propri desideri egoistici. Questo male radicale, che si presenta come la trascrizione filosofica del biblico peccato originale e che - afferma Kant - la gente comune si raffigura con i tratti del diavolo, è ineliminabile e l'uomo non ha certo la possibilità di cancellarlo con le proprie forze, cosicché la sua estirpazione ha richiesto l'intervento diretto di Dio, intervento che si è realizzato nell'Incarnazione e nella venuta sulla terra di Gesù Cristo. Siamo così giunti ai limiti stessi della ragione, che, come non è in grado di spiegare l'origine ultima del male radicale, non è neppure capace di comprendere un evento, quale è quello dell'esistenza del Cristo storico, che la oltrepassa completamente. Scrive Kant: «La ragione, nella consapevolezza della sua impotenza a soddisfare alle sue esigenze morali, si estende fino a idee trascendenti, che potrebbero compensare quella deficienza, senza che la ragione se le attribuisca come un suo più esteso possesso. Essa non contesta né la possibilità, né la realtà degli oggetti di queste idee, ma solamente non può assumerle nelle sue massime del pensare e dell'agire. Anzi essa calcola che, se, nell'insondabile campo del soprannaturale, v'è tuttavia, oltre ciò che essa può rendere comprensibile, ancora qualcosa, che sarebbe necessario per supplire all'impotenza morale; questo qualcosa, anche se sconosciuto, tornerà pertanto di grande aiuto alla sua buona volontà mediante una fede, che (riguardo alla sua possibilità) si potrebbe chiamare riflettente , poiché la fede dogmatica , che si spaccia per una scienza , apparisce alla ragione insincera o presuntuosa» (pp. 56-57).

La questione del male radicale viene legata da Kant a quella della possibilità della sua soluzione: eloquente, a questo proposito, è il titolo del secondo capitolo dell'opera, che suona Della lotta del principio buono con il cattivo per la signoria sull'uomo . Kant è sicuro che l'uomo può e deve essere in grado di superare lo scacco del male radicale, pena il venir meno della stessa attuabilità dell'imperativo morale: infatti, se non fosse possibile per l'uomo vincere la propria malvagità, non si darebbe vita etica. Comunque, anche nel caso dell'affrancamento dal male, Kant ribadisce l'incompetenza della pura ragione a renderne completamente conto. Certo è che a ciascuno si impone l'obbligo di impegnarsi con tutte le sue forze per far trionfare in sé la pura moralità; e tale impegno non potrà mai essere sostituito da alcuna pratica cultuale, anche se l'uomo è autorizzato a «sperare che ciò che non è in suo potere sarà completato da una cooperazione superiore». L'unico vero culto resta per Kant la retta condotta morale: tutte le altre espressioni tipiche di una religiosità esteriore sono da lui considerate forme di superstizione, o di fantasticheria o, ancora, di follia religiosa. Come abbiamo già accennato, dinanzi alla figura di Cristo Kant manifesta un atteggiamento oscillante, e questo atteggiamento rimane tale anche al momento di valutarne l'azione redentrice. Infatti, il filosofo è preoccupato del fatto che l'uomo possa attenuare il proprio impegno etico confidando nell'opera salvifica del Figlio di Dio, ma nello stesso tempo non esclude che in Gesù Cristo Dio abbia voluto offrire all'umanità un sostegno soprannaturale nella lotta contro il male.

 

La Chiesa come comunità etica

Ben due delle quattro parti in cui è suddiviso lo scritto kantiano sono dedicate al tema della Chiesa, inserito nel contesto di una più generale riflessione sui mezzi che la religione cristiana offre agli uomini per liberarsi dal male. La discussione kantiana prende le mosse dall'asserzione secondo la quale, come la corruzione morale avviene all'interno e a causa della vita associata, così, per sconfiggere tale corruzione, si rende necessaria la realizzazione di un'autentica comunità etica. Questa comunità è, nella sua forma più alta, la Chiesa invisibile, dinanzi alla cui esistenza Kant rivela ancora una volta una difficoltà epistemologica, consistente nel fatto di non potere né volere escludere la necessità di un intervento divino che la fondi, ma nello stesso tempo di trovarsi nell'impossibilità di comprendere razionalmente un simile intervento. Per quanto riguarda poi la Chiesa visibile, Kant non esprime una condanna inappellabile, anche se il giudizio che egli dà di essa e delle pratiche che ne caratterizzano la vita è estremamente critico e severo. Anche in questo caso il filosofo di Koenigsberg si dimostra incerto nella valutazione dell'elemento storico all'interno della dimensione religiosa: da una parte sembra avvertirne l'esigenza e il fascino, dall'altra lo respinge, considerandolo estraneo a quella valutazione puramente etico-razionale che, sola, gli sta a cuore.

La religione entro i limiti della sola ragione si presenta come un'opera percorsa da una tensione non del tutto risolta tra l'adesione ai dettami di un razionalismo religioso di stampo illuministico e il riconoscimento del valore del Cristianesimo quale religione storica. Ciò è dimostrato anche dal fatto che, dinanzi a essa, i lettori hanno avuto reazioni contrastanti. E se, per un verso, molti hanno visto in essa il manifesto di una religiosità che potremmo definire laico-razionalista, non si può dimenticare che Goethe vi ravvisò un ben diverso tentativo, come si evince dalle seguenti parole di una sua lettera datata 7 giugno 1793 e inviata a Herder: «Kant, dopo aver avuto bisogno di una lunga vita umana per ripulire il suo mantello filosofico dai numerosi pregiudizi che lo insudiciavano, lo ha ignominiosamente imbrattato con la macchia vergognosa del male radicale, affinché anche i cristiani siano allettati a baciarne il lembo».

Maurizio Schoepflin
docente di filosofia, saggista