Le tre forme di teologia: mitica, fisica e civile

Nel libro VI del De civitate Dei Agostino polemizza con una fra le più autorevoli voci della latinità, Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.) il quale, negli ultimi 16 dei 41 libri di cui sono composte le sue Antiquitates, tratta il fenomeno religioso, difendendo una concezione secondo cui la nozione di “divinità” sarebbe frutto di un’invenzione umana. Agostino contesta questa tesi e si addentra in una riflessione critica sulla tripartizione della teologia –mitica, fisica e civile – proposta da Varrone, secondo cui «la prima teologia è soprattutto adatta al teatro, la seconda al mondo, la terza alla città». Frutto della fantasia umana, ribatte Agostino, sono soltanto gli dei della teologia mitica e di quella civile, nelle quali le divinità vengono ritratte con virtù e vizi tipicamente umani, e in tal modo proposte come oggetto d’adorazione alla religiosità popolare: «non sono altri gli dèi ridicolizzati nei teatri da quelli che sono adorati nei templi e voi offrite spettacoli ai medesimi dèi ai quali immolate vittime». Viceversa, la teologia fisica – o naturale, vale a dire la riflessione su Dio formulata dai filosofi – parla di una divinità che non è prodotto della fantasia umana ma creatrice dell’universo e autrice della vita.

 

La teologia mitica o poetica di Varrone

5.1. Quale significato ha la sua [di M.T. Varrone] affermazione che vi sono tre generi di teologia, cioè del discorso relativo agli dèi, che si definiscono mitico, fisico e civile? Se in latino l'uso lo ammettesse, dovremmo chiamare fabulare il genere che Varrone ha collocato al primo posto, chiamiamolo fabuloso perché mitico deriva etimologicamente da fabulazione; il greco mythos si traduce appunto favola. Ormai l'usuale modo di dire consente che il secondo genere si dica naturale. Varrone stesso ha espresso in latino il terzo col termine di civile. Poi soggiunge: Chiamano mitico il genere creato prevalentemente dai poeti, fisico dai filosofi, civile dagli Stati. Nel primo che ho detto, egli continua, si hanno molti fatti leggendari contro la dignità e la natura degli dèi. Vi si trova infatti che un dio è nato dalla testa, un altro dal femore e un altro da gocce di sangue; vi si trova anche che gli dèi sono stati ladri, adulteri e a servizio di un uomo; inoltre vi si attribuiscono agli dèi tutti quei fatti che possono verificarsi non solo in un uomo qualsiasi ma anche nel più abietto. In questo caso, giacché ebbe possibilità e ardire e ritenne che non fosse colpa, manifestò senza alcun sottinteso l'oltraggio che si recava alla divinità con favole menzognere. Parlava appunto non della teologia naturale o civile ma della fabulosa e ritenne di poter liberamente accusarla.

 

La teologia naturale o dei filosofi...

5.2 Vediamo che cosa pensa della seconda. Il secondo genere di cui ho parlato, egli dice, è quello sul quale i filosofi hanno molti scritti. Vi si ricercano l'essere degli dèi, la sede, la nozione e la proprietà; se gli dèi hanno cominciato ad esistere nel tempo o nell'eternità; se derivano dal fuoco, come pensa Eraclito, o dai numeri, come sostiene Pitagora, o dagli atomi come dice Epicuro. Allo stesso modo vi si espongono altri concetti che è più facile udire fra le pareti di una scuola che in pubblico nel foro. Non rimproverò nulla a questo genere, perché lo chiamano fisico ed è di competenza dei filosofi; si limitò a ricordare le loro polemiche, perché si ebbe una molteplicità di sètte dissidenti. Considerò tuttavia questo genere disadatto alla piazza, cioè alle masse, e lo volle ristretto alle pareti di una scuola. E invece non considerò disadatto ai cittadini l'altro per quanto sconcio nella sua falsità. O religiosi orecchi delle masse e fra di essi anche quelli romani! Non riescono ad accogliere ciò che i filosofi discutono sugli dèi immortali, però non solo accolgono ma ascoltano anche volentieri ciò che i poeti cantano e gli istrioni rappresentano, e sono leggende contrarie alla sublime natura degli immortali, perché possono verificarsi non solo in un uomo qualsiasi ma anche nel più abietto. Non basta ma giudicano che siano gradite agli dèi e che mediante esse si debbano propiziare. […]

 

...quella politica o degli stati.

5.3. Si dirà: "I due generi mitico e fisico, cioè il fabuloso e il naturale, si dovrebbero separare dal civile, di cui ora si viene a trattare, perché anche Varrone li ha separati da esso e vediamo in qual senso propone il civile". Riconosco il motivo per cui si debba separare il fabuloso, perché è falso, sconcio e sconveniente. Ma voler separare il genere naturale dal civile significa soltanto ammettere che anche il civile è scorretto. Perché se esso è naturale, non ha mende per essere escluso. Se poi il genere detto civile non è naturale, non ha meriti per essere accettato. Questo è appunto il motivo per cui ha trattato prima la cultura e poi la religione, cioè perché nella religione non si è conformato alla natura ma agli istituti umani. Ma esaminiamo la teologia civile. Il terzo genere, egli dice, è quello di cui i cittadini e soprattutto i sacerdoti devono conoscere la funzione. Gli spetta stabilire quali dèi si devono adorare pubblicamente, i riti e i sacrifici che si devono compiere secondo le rispettive competenze. Consideriamo la frase seguente: La prima teologia, egli dice, è soprattutto adatta al teatro, la seconda al mondo, la terza alla città. Chi non vede a quale ha accordato la preferenza? Certo alla seconda che, come precedentemente ha detto, è dei filosofi. Egli dichiara infatti che essa appartiene al mondo che, secondo il pensiero dei pagani, è l'aspetto più nobile della realtà. Ha poi unito oppure separato la teologia prima e terza, cioè quella del teatro e quella della città? Infatti non necessariamente ciò che è proprio della città può appartenere anche al mondo, sebbene le città, come è evidente, sono nel mondo. Può avvenire appunto che nella città, secondo determinati pregiudizi, si adorino e si ammettano esseri, la cui natura non esiste in alcun luogo né nel mondo né fuori del mondo. Il teatro al contrario si trova soltanto nella città ed è stata la città ad istituirlo e lo ha istituito per gli spettacoli teatrali. E gli spettacoli teatrali appartengono alla religione sulla quale con tanta diligenza sono scritti i libri citati.

 

La contraddizione di Varrone

6.1. O Marco Varrone, sei l'uomo più intelligente e indubbiamente il più colto, ma sei comunque un uomo e non Dio e non sei stato elevato dallo Spirito di Dio nella verità che ci libera per contemplare e diffondere valori religiosi. Scorgi però che i significati religiosi si devono distinguere dalle vuote fandonie umane, ma temi di offendere le depravate ubbie popolari e le usanze del superstizioso culto pubblico. Eppure, nell'analizzarle a fondo, senti, e ti fa eco tutta la vostra letteratura, che esse ripugnano alla natura degli dèi, perfino di quelli che la debolezza dell'animo umano suppone di scorgere negli elementi di questo mondo. Che cosa fa a questo punto un ingegno umano per quanto altissimo? In che cosa ti aiuta la cultura umana, per quanto multiforme e straordinaria? Desideri onorare gli dèi di una religione naturale e sei costretto a onorare quelli dello Stato. Ne hai trovati altri leggendari, contro cui sfogare il tuo risentimento ma, volere o no, coinvolgi anche quelli dello Stato. Affermi che gli dèi della teologia mitologica sono commisurati al teatro, quelli della naturale al mondo e quelli della civile alla città. Eppure il mondo è creazione divina mentre le città e i teatri sono degli uomini; inoltre non sono altri gli dèi ridicolizzati nei teatri da quelli che sono adorati nei templi e voi offrite spettacoli ai medesimi dèi ai quali immolate vittime. Avresti distinto con maggiore indipendenza e senso critico se avessi detto che si danno dèi naturali e dèi inventati dagli uomini e che di quest'ultimi parlano diversamente la tradizione dei poeti e quella dei sacerdoti e che entrambe tuttavia sono così amiche fra di loro per comunanza col falso, da essere egualmente gradite ai demoni cui è propria la dottrina nemica del vero.

   

da: La città di Dio, VI, 5-6, tr. it. di D. Gentili, testo dell’Opera Omnia, edizione minima, Città Nuova, Roma 2000, pp. 281-284.