Stupore e conoscenza in Dante

Patrick Boyde

Generalmente non si pensa affatto alla Commedia come ad un racconto di fantasmi, ma in realtà è proprio così. Nel folto complesso di attori che vi compare, Dante protagonista e personaggio è la sola creatura in carne ed ossa: tutte le altre sono «ombre», «anime» o «spiriti». Sono insomma spettri di morti viventi.

La netta distinzione fra realtà e finzione ha condotto la cultura moderna a un curioso paradosso. Relativamente poche persone colte credono nell'esistenza di esseri disincarnati e ancor meno sarebbero pronti a sostenere pubblicamente di averne visto uno, tanto la filosofia della scienza ci ha reso scettici. Ma questo scetticismo non ci impedisce di guardare film dell'orrore o di leggere racconti del mistero, per cui la maggioranza fra noi saprebbe prevedere le proprie sensazioni davanti alla improvvisa comparsa di uno spettro. Ci aspetteremo in primo luogo violenta emozione e paura che si manifestano fisicamente con sudore freddo, batticuore e la momentanea paralisi delle membra. Poi una ridda di altre emozioni che vanno dalla sorpresa e dall'attonimento allo sconcerto, al timore e all'ansia fino alla meraviglia e allo stupore o allo sgomento, a seconda delle circostanze e di quello che il fantasma sembra intenzionato a fare. Per indicare tale complesso di reazioni fisiche e psichiche il linguaggio dantesco usa due parole: maraviglia e stupore.

I morti viventi della Commedia provocano nel lettore diverse emozioni fra cui può ben trovarsi lo stupore, ma non per il fatto che si tratta di fantasmi: sarebbe l'esatto opposto delle intenzioni di Dante. Nell'oltretomba, l'unica condizione di esistenza è quella delle ombre ed è lampante che ciò che è familiare e normale non suscita più meraviglia. É il Dante pellegrino ad essere lo straniero in quel mondo. E così, per quella inversione delle attese che è una delle principali risorse degli scrittori che collocano le loro finzioni in un mondo immaginario per ottenere una diversa visione di quello quotidiano, Dante non è né sorpreso né sgomento davanti ai fantasmi in quanto fantasmi. Sono invece gli spiriti che rispondono con lo stuporenon appena si accorgono che Dante si trova in carne ed ossa davanti a loro.

Questa inversione del motivo dello stupore è scarsamente utilizzata nell'Inferno, in parte a causa della scarsa visibilità del mondo sotterraneo ma soprattutto per altre e più importanti ragioni. Essa risalta invece soltanto quando Dante e Virgilio risalgono dal centro della terra fino alla soleggiata montagna dell'isola del Purgatorio, nelle sconosciute acque dell'emisfero australe. Durante il primo dei tre giorni che i poeti passano sull'isola – trascorso sulla spiaggia e sulle pendici più basse della montagna – il motivo è così insistente che si può dire ne costituisca il tema dominante.

Dante e Virgilio emergono dalla loro lunga salita poco prima dell'alba della domenica di Pasqua, quando il cielo è ancora abbastanza scuro da lasciar scorgere il pianeta Venere e una costellazione formata da quattro stelle luminose. Quasi immediatamente i due pellegrini vengono affrontati da Catone, l'eroe stoico guardiano delle pendici più basse della montagna il quale non riesce a distinguere Dante – che è vivo – da Virgilio – che invece è morto –, e li crede entrambi anime dannate che tentano di fuggire dall'Inferno. Da parte di Catone non vi è dunque percezione del vero essere dei due poeti, e non vi è quindi stupore. Quando il sole raggiunge l'orizzonte, appare un prodigioso vascello guidato a velocità altissima da un angelo che trasporta un prezioso carico di anime morte da poco. Scesi dalla barca i nuovi arrivati, incerti sulla direzione da prendere, chiedono informazioni a Dante e Virgilio. II sole ora è ben alto sull'orizzonte e mentre Virgilio spiega che sono anch'essi pellegrini, le anime riescono a vedere che Dante respira e quindi è ancora vivo, e impallidiscono dallo stupore.

 

L'anime che si fuor di me accorte,
per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,
maravigliando diventaro smorte.

(Purgatorio, II, 67-69)

 

 Si tratta della più semplice enunciazione del tema nella sua forma invertita, seguita immediatamente da una versione più complessa in quella che sarebbe stata normalmente la sua forma regolare. In altre parole, Dante stesso fa esperienza della maraviglia, e lo mostra sul viso quando cerca invano per tre volte di abbracciare l'ombra incorporea dell'amico Casella:

 

Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!
tre volte dietro a lei le mani avvinsi,
e tante mi tornai con esse al petto.
Di maraviglia, credo, mi dipinsi.

(Purgatorio, II, 79-82)

 

Nel canto che segue si impara qualcosa di più su queste ombre incorporee e cogliamo Dante in preda a un turbamento passeggero perché non ha capito subito che la luce riesce ad attraversare questi spettri senza gettare alcuna ombra. Mentre i due poeti si affrettano verso la montagna, con il sole oramai alto alle loro spalle, Dante si accorge all'improvviso che sul suolo davanti a lui c’è soltanto un'ombra. Si gira, temendo di essere stato abbandonato dalla sua guida e, per questa mancanza di fiducia dovuta al panico, si merita da Virgilio affettuose parole di conforto, di rimprovero e di accorata rassegnazione che costituiscono un documento importantissimo per penetrate la concezione dantesca della natura umana. Per ora, tuttavia, ci limiteremo a rilevare che le poche spiegazioni date da Virgilio sulle qualità dei corpi delle ombre preparano il lettore al ripresentarsi del motivo dello stupore nella sua forma invertita – e cioè la maraviglia delle anime al vedere una persona vivente.

Virgilio e Dante si avvicinano alla montagna, mentre il sole splende sulla sinistra alle loro spalle. In alto sulle rocce Dante scorge uno stuolo di anime che avanzano lentamente e si arrestano al sopraggiungere dei poeti. Virgilio si rivolge loro chiedendo indicazioni per l'ascesa e così quelle che precedono il gruppo riprendono il loro lento cammino seguite timidamente dalle altre, paragonate qui a un gregge di pecore che esce dal recinto imitando il movimento di quelle davanti, e così fermandosi ed avanzando senza conoscerne la ragione. Appena le anime che formano la testa della schiera si avvedono dell'ombra di Dante si fermano e si ritraggono piene di stupore, finche Virgilio non le rassicura con le parole non vi maravigliate. In un caso come questo, dunque, lo stupore non viene espresso né con le parole né con il pallore, ma con l'arrestarsi del movimento, e Dante sottolinea due volte il fatto che le anime non sanno il «perché» delle loro azioni. Più oltre vedremo che la maraviglia è sempre frutto di ignoranza.

 Dopo una faticosa salita i due pellegrini si soffermano su un balzo che corre attorno alla montagna, e qui Virgilio coglie l'occasione per spiegare perché il sole, che ora è salito di cinquanta gradi nel suo corso giornaliero, compie il suo  corso a settentrione. Il discorso viene interrotto da una voce che esce da un gruppo di anime rimaste inosservate all'ombra di un grosso macigno. Chi parla è un vecchio amico fiorentino di Dante, di nome Belacqua. Proprio perché si trovano tutti nell'ombra del macigno, Belacqua non si accorge, che Dante è ancora in vita e così l'incontro avviene in una atmosfera di affettuoso motteggio più che di maraviglia. Ma quando Dante si sposta alla luce del sole, uno del gruppo nota l'ombra e lo chiama alle spalle. Dante allora si volta a guardarlo:

 

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ‘l lume ch'era rotto.

(Purgatorio, V, 7-9)

 

 Questa volta lo stupore e reso dall'uso che fa il narratore della metafora, sottolineata dalla rima e dalla semplice ma inattesa ripetizione dei monosillabi pur me, pur me.
Dante non si è ancora riavuto da un aspro rimprovero di Virgilio, quand'ecco un altro gruppo avanza cantando o meglio salmodiando il Miserere. Anche queste anime si accorgono che il corpo di Dante non lascia passare i raggi del sole e interrompono la melodia con un roco oh di meraviglia:

 

Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i' raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr' a noi 'e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».

(Purgatorio, V, 25-30)

 

Qui per la prima volta Dante non nomina l'emozione nel descriverne il manifestarsi, ma con l'interiezione oh usata, secondo quanto aveva già detto il grammatico Donato, per esprimere le passioni dell'animo, si è prossimi alla espressione verbale dello stupore.

 È invece il poeta Sordello che erompe nelle parole a singhiozzo di chi è tuttora in preda alla meraviglia in una scena di genere diverso, nel canto VII. Sordello ha salutato Virgilio con impetuoso calore interrompendolo solo perché gli ha sentito dire che è mantovano; quando infine Virgilio rivela la sua identità, muta immediatamente atteggiamento:

 

Qual è colui che cosa innanzi sé
subita vede ond' e' si maraviglia,
che crede e non, dicendo «Ella è ... non è ... »,
tal parve quelli ...

(Purgatorio, VII, 10-13)

 

 Sordello è così sopraffatto dall'emozione di trovarsi davanti al più grande poeta di Roma che ignora completamente Dante (si rivolge infatti a Virgilio col pronome singolare) e soltanto più tardi comprende che Dante è vivo e in carne ed ossa.

 Il sole getta ora lunghe ombre declinando nel cielo, e Sardella spiega che l'ascesa non potrà proseguire una volta che il sole sarà sceso sotto l'orizzonte e conduce i due poeti in una valletta scavata sul fianco della montagna, dove nella poca luce rimasta indica ai pellegrini le anime di alcuni famosi sovrani europei. Il sole tramonta del tutto e i tre poeti scendono fra le anime oramai nel buio. Fra le altre, una anima fissa intensamente Dante. I due si accostano l'uno all'altro. E un moto di sollievo investe ancora Dante poeta che ricorda la scena, e interrompe la narrazione per esclamare la sua sorpresa:

 

Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:
giudice Nin' gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra' rei!

(Purgatorio, VII, 52-54)

 

Per usare una famosa definizione della poesia formulata da William Wordsworth, qui abbiamo una «meraviglia ricordata nella tranquillità». Nell'ombra, il giudice Nino non può vedere che Dante è vivo; egli pensa che sia giunto dopo un lungo viaggio sul vascello guidato dall'angelo, descritto nel canto II. È Dante a rivelargli di essere ancora in prima vita e una volta di più l'improvviso stordimento viene reso dal ritrarsi di Nino e di Sardella nell'udire la risposta di Dante. Il giorno si conclude con un'ultima variazione sul tema dello stupore, mentre Dante mostra come le anime cristiane, cui è assicurata la salvezza, provano l'emozione della meraviglia. Non c'è traccia di allarme o terrore nelle parole di Nino:

 

E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di subito smarrita.
L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea lì, gridando: « Su Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse ».

(Purgatorio, VII, 61-66)

 


P. Boyde, L’uomo nel cosmo, Il Mulino, Bologna 1984, pp. 85-91