Asserzioni a favore dell’eliocentrismo

L’opera di Campanella Apologia per Galileo rappresenta probabilmente la migliore esposizione delle ragioni filosofiche e teologiche che avrebbero suggerito di non opporre resistenza al sistema eliocentrico, sebbene in attesa delle definitive conferme scientifiche. Organizzato in 5 libri e redatto per sostenere le tesi dello scienziato pisano all’epoca del primo giudizio del 1616, lo scritto fu inviato al cardinale Bonifacio Caetani, ma pervenne nelle sue mani poco dopo il decreto del 5 marzo dello stesso anno, con cui il Sant’Uffizio disponeva che il sistema copernicano poteva essere insegnato soltanto ex suppositione. L’opera venne pubblicata a Francoforte solo nel 1622. L’interesse della Apologia del filosofo calabro deriva anche dalle preziose intuizioni che vi si contengono circa l’esegesi che dovrebbe regolare il rapporto fra scienza e Scrittura e l’impiego delle scienze naturali come fattore di progresso della riflessione teologica. Protagonista di vicende assai movimentate, che lo videro non di rado in conflitto sia con la Chiesa che con lo stato politico, Campanella morì in comunione con Dio e con l’ordine domenicano cui apparteneva. Il brano che proponiamo presenta la quarta e la quinta asserzione esposte a favore del copernicanesimo e l’inizio della sesta, come raccolte nel libro III.

Dimostrazione della quarta asserzione

Ogni setta o istituzione umana , che vieti ai suoi seguaci l’indagine delle cose naturali, deve ritenersi sospetta di falsità (infatti, poiché la verità non contraddice alla verità, come ritiene il Concilio Lateranense sotto Leone X e altri, né il libro della sapienza di Dio creante contraddice al libro della sapienza di Dio rivelante); chi teme di essere contraddetto dai dati della natura è conscio della propria falsità. Infatti tutti riconosciamo che è questa la ragione per cui ai Maomettani vengono proibite le scienze.

D’altronde, quando i Mori si dedicarono alla indagine filosofica, molti di essi, scoperta la frode, incominciarono a scrivere contro la fede musulmana, come Averroè, Avicenna, Aflarabi, Alì Albengarel, Albumasar e altri filosofi e astronomi, come diciamo nell’Antimachiavellismo (1). Per questa ragione un re dei Mori, come narra Botero, proibì la scienza ai suoi sudditi, e il medesimo divieto conservano i sovrani turchi. Similmente presso i pagani per legge era stabilito che non si approfondisse l’indagine riguardante gli dei. Perciò Platone ammonisce nel Timeo (2) che degli dei si deve parlare così come vogliono i legislatori e gli stessi dei, anche se egli era più propenso a credere a un dio solo. E Crisostomo nel Commento alla Lettera ai Romani (3) condanna Socrate perché pur avendo conosciuta la falsità degli dei, morendo disse: «Dobbiamo un gallo ad Asclepio», come racconta Platone nel Fedone (4). Parimenti gli Ateniesi perseguitarono a morte Anassagora, Socrate e Aristotele e altri filosofi perché ardirono indagare sugli dei, nonostante il divieto della legge. Che questi conoscessero la verità intorno a Dio, è attestato dall’apostolo Paolo, da Cicerone, da Catone secondo Lucano, e da molti altri. Pertanto chi vuole che la religione cristiana vieti la vera scienza, l’indagine delle cose fisiche e di quelle celesti, o possiede una erronea opinione sul cristianesimo oppure è la causa perché altri sospettino del cristianesimo stesso. Inoltre se la religione cristiana è effettivamente ripiena di ogni verità, priva di ogni menzogna, non soltanto non teme nulla dagli studiosi, ma da questi stessi trova conferme. Queste cose sembra dire San Tommaso nel Libro I Contro i Gentili (5) e nell’opuscolo Contro gli avversari degli ordini religiosi (6), controbattendo chi condannava nei monaci lo studio della filosofia e delle altre scienze. La medesima tesi sostiene razionalmente nella Parte I della questione 1 (7), e la conferma mediante l’autorità di Salomone (8), secondo il quale «la sapienza», cioè la teologia, «mandò le sue ancelle», cioè le scienze «ad invitare alla rocca, ecc.», La teologia dunque non bandisce le scienze, ma si serve di esse .per convocare gli uomini nei regno dei cieli, poiché sono sue ancelle e veramente la servono e non la contraddicono. Infatti quelle che si oppongono non sono scienze, ma fantasie di filosofi superficiali, come apprendiamo dal Concilio Lateranense, dal II Concilio Niceno (9), e negli articoli condannati a Parigi (10). Inoltre che la religione cristiana esiga e non proibisca le scienze, è dimostrato anche dal fatto che Cristo è «virtù di Dio e sapienza di Dio» (11). Così si legge ancora nel Siracide: «Ogni sapienza è dal Signore Dio» (12) e, «la radice della sapienza» (13) è il Verbo di Dio. Coloro, dunque, che sono cristiani, sono anche sapienti e razionali. Infatti il Verbo di Dio è ragione suprema, da cui noi ci diciamo razionali per partecipazione (14). E tali Cristo vuole che noi siamo, quanto più simili a lui in opere e verità. Per questo motivo, coloro i quali dicono che non occorre sapere di più, né indagare con argomentazioni razionali se non ciò che abbiamo ricevuto dagli altri uomini, in un certo qual modo non sono cristiani, anzi contraddicono Cristo in quanto annullano la nostra somiglianza con lui. Limitano, infatti, l’opera della sapienza di Dio in un pugno di cervello di un solo uomo e fanno dipendere l’intelligenza dall’ingegno umano e non da Cristo, come vuole Paolo, che invece sottopone tutti i tiranni e i sapienti di questo mondo a Cristo (II Lettera ai Corinti, 10) (15), le cui catene il Siracide pone ai nostri piedi, e il collare al nostro collo (16). Coloro che invece ci racchiudono nei ceppi di Aristotele, di Tolomeo e di qualche altro, come sostengono gli averroisti insieme ad Antonio di Mirandola (17), ritenendo che Dio non possa più creare ingegni superiori ad essi, o che ci legano ai loro detti e distorcono il senso delle Scritture a favore delle loro sentenze non ricavandole dalla natura delle cose, che è il libro di Dio, lungamente più adeguato a spiegare la Scrittura di Dio, costoro veramente non sono cristiani. La sapienza di Dio è infinita, impossibile da racchiudere nell’ingegno di un solo uomo, e quanto più si indaga in essa, tanto più si trova; anzi ci rendiamo conto di non sapere nulla, riconoscendo quante e quanto grandi sono le cose che ignoriamo. Ed è questa la scienza che Salomone scorse nel Siracide (18), l’Apostolo raccomanda (19) e Socrate com­prese dentro di sé. Né, coloro che ritengono di sapere, perché conoscono Aristotele o qualche nuovo fenomeno dell’universo, libro di Dio, come ad esempio Galileo, questi stessi conoscono in che modo è opportuno sapere; sono veramente sapienti soltanto coloro che sanno di ignorare innumerevoli altre cose, e che non si deve desistere dall’indagare, quasi le conoscessimo già, come ammonisce San Leone e i capp. 42 e 43 del Siracide. Ciò che sappiamo, infatti, non è che una scintilla di tutto lo scibile. La sapienza, dunque, si legge in tutto il codice di Dio, che è il mondo, e si scopre sempre di più. E perciò gli scrittori sacri rimandano a quello più che ai libercoli degli uomini. Ci serviamo delle dottrine pagane solo in quanto rendono ragione della prima ragione, cioè Cristo, e sebbene essi non credano nelle realtà soprannaturali, non per questo non sono partecipi in Cristo nelle naturali. Perciò, se dicono qualcosa di buono, bisogna toglierglielo «come da ingiusti possessori» (come dice Sant’Agostino nel libro II de La dottrina cristiana (20)), poiché pur avendo conosciuto la verità, tuttavia non l’hanno rispettata; pertanto non furono degni di ricevere la fede soprannaturale. Tuttavia riconosciamo in essi ciò che è di Cristo, ma preferiamo i nostri autori. Infatti la grazia perfeziona la natura, anche nelle cose naturali, come insegnano i Padri e San Tommaso nella Somma teologica (Ia-IIae) (21) . Dunque i cristiani sono più abili dei pagani nell’indagare la verità, a parità di requisiti. E così offende Cristo chi si sottomette al pagano. «Sotto ogni albero frondoso ti prostituirai come una meretrice», dice il Profeta (22). Questa stessa concezione ebbe Girolamo su chi si prostituisce alla sapienza profana, per cui nella Lettera a Pammachio, secondo un’immagine del Vecchio Testamento, dice: «Se amerai una donna straniera» cioè la scienza profana dei pagani «tagliale i capelli e lavale le unghie, ecc.» (23).

Questo stesso concetto abbiamo imparato dal Concilio Lateranense. E nelle nostre questioni dal titolo, Se convenga fondare una nuova filosofia (24), mostriamo che, proprio in questo tempo, nel quale l’ancella vorrebbe sollevarsi al di sopra della sua signora, la teologia, deve scacciarla come fece Agar. E poiché i figli d’Israele parlano una parte ebraico e «una parte azotico» (25), «bisogna ripu­diare», come ordina Esdra, «le mogli straniere e prenderne tra le figlie di Giuda» (26), cioè dalla dottrina dei santi; bisogna restaurare le scienze che trattano del mondo, codice di Dio, come noi abbiamo fatto e Galileo non smette di fare. Anche San Tommaso nella Parte I, quest. I (27), dice che i pagani vengono citati nelle scuole di teologia come testimoni contro se stessi e non in qualità di giudici o di testimoni contro di noi. E perciò inverosimile (e lo stesso Bembo ne rimane stupito) che questi vengano ritenuti maestri anche dei teologi. Che questo non accada mai!

Pertanto coloro che vietano ai cristiani lo studio della filosofia non comprendono cosa sia essere cristiani e sono simili all’Imperatore Giuliano (28) il quale dopo aver apostatato la fede, interdisse ai cristiani ogni scienza, affinché la teologia, privata delle sue ancelle, non riuscisse a chiamare più gli uomini dentro le mura della città di Dio. E il medesimo concetto illustra San Tommaso nel citato opuscolo (29). Oggi come chiamerebbe egli, coloro che ci proibiscono di ricercare filosoficamente nel libro di Cristo, che è il mondo, se qualifica Giulianisti coloro i quali volevano che fosse vietato ai monaci di leggere i libri dei pagani? Non trovano alcuna giustificazione dalla Sacra Scrittura, giacché i seguenti detti: «Non fatevi più saggi di quel che conviene» (30) e, «Chi si ritiene sapiente, diventi stolto» (31), non sono contro di noi, ma a nostro favore. E infatti, queste affermazioni non vietano l’indagine di chi ricerca filosoficamente, ma la sua interruzione, come se già sapessimo tutto, e vietano alla sapienza di ergersi per proprio arbitrio al di sopra della dottrina rivelata, e di giudicare secondo il suo metro i dogmi divini, come fanno i pagani, gli eretici e tutti quelli che pongono la lucerna della Scrittura sotto il moggio aristotelico. Perciò nel libro di Giobbe (32), molte cose vengono dette contro la prudenza umana, e in Isaia (33) si dicono altrettante cose contro l’astrologia. Si riconosce, invero, che la prudenza è una virtù divinissima, e l’astrologia una scienza molto utile, come insegna Girolamo nel prologo alla Bibbia (34). Dunque, si proibisce la prudenza umana, quando essa machiavellisticamente si eleva al di sopra di quella divina, e quando reputa di poter attingere il soprannaturale con il proprio studio, senza postularlo a Dio. In modo simile si proibisce anche l’astrologia che in Babilonia si innalzava sopra i profeti e presumeva di predire con certezza le contingenze future; non viene condannata invece quell’astrologia che si sottomette alla profezia e sa congetturare con moderazione gli eventi futuri. E lo stesso si dica delle altre scienze.

Appendice. Spetta, a gloria della religione cristiana, l’aver permesso non soltanto lo studio delle scienze nuove e il rinnovamento di quelle antiche, così da non dover «tagliare le unghie e i capelli delle straniere», ma anche l’aver sempre impedito a Machiavelli e Giuliano di insultarci perché, mentre siamo contemplatori di Cristo, sapienza di Dio, tuttavia mendichiamo dai pagani le scienze che abbiamo condannate, reputandoli quasi migliori di noi (35). Questa argomento è stato da me confutato mediante la dottrina di sant’Agostino, e trattato più diffusamente nell’Antimachiavellismo (36), dove ho anche incluso il fatto che l’accettazione del valore della scienza da parte del cristianesimo è, insieme ad altri, uno dei vincoli maggiori che mi trattengono nella Chiesa di Dio. E credo che sia così anche per altri. Perché dovremmo spezzarlo proprio ora?

Dimostrazione della quinta asserzione

Se dunque, come è stato dimostrato, la libertà del filosofare è presente più nel cristianesimo che in qualunque altra religione, chiunque di propria iniziativa prescrivi ai filosofi leggi e limiti, come se derivassero dalla Sacra Scrittura, insegnando che non si deve affermare nient’altro di quello che egli stesso afferma, e coarta la Scrittura ad un unico significato a cui lui stesso o altri filosofi l’hanno sottomessa, costui si comporta non soltanto irra­zionalmente e dannosamente, ma anche in modo empio, poiché espone la Santa Scrittura al sarcasmo dei filosofi e alla derisione dei pagani e degli eretici ai quali preclude l’accesso alla fede. E non chiama gli atei alla rocca della fede, ma gli conduce fuori di essa, recando anche offesa allo Spirito Santo, la cui parola, fecondissima e colma di significati (come ci attesta Sant’Agostino ne La dottrina cristiana (37), Crisostomo nel Commento ai Salmi, Ambrogio e Origene in tutte le loro opere, e Gregorio nel libro XV dei Morali (38)) per questa causa rimane del tutto inefficace. È invece fecondissima non solo in senso mistico, ma anche letterale, come insegna Agostino nel libro I de La Trinità (39), e San Tommaso nella Parte I, q. 1, art. 10 (40), e il Card. Gaetano nel commento a questo passo (41). Ammette, infatti, tutti i sensi e le interpretazioni che non contraddicono direttamente o indirettamente altri passi della Scrittura, come si è detto nella quest. 32, art. 4 (42).

Inoltre di una tale molteplicità di interpretazioni San Tommaso ne rende ragione nell’Opuscolo X, q. 18 (43), come aveva fatto prima Agostino nel libro I del Commento letterale al Genesi, dicendo: «Le parole della Sacra Scrittura sono esposte a molti significati, affinché non siano derise da chi è pregno di scienze profane» (44). E nel libro su La Trinità (45) insegna che così si fa per eludere in vari modi i cavilli degli eretici. Anche San Tommaso nel proemio del medesimo opuscolo (46) scrive: «Dichiaro fin dal principio che molti di questi articoli non con­cernono la dottrina della fede, quanto piuttosto principi filosofici. Del resto nuoce molto sia affermare che negare, come dottrine di fede, verità che non appartengono affatto ad esse. Dice infatti Agostino nel libro V delle Confessioni (47): “Quando [...] sento che un fratello cristiano ignora queste cose” (e cioè ignora quello che i filosofi affermano intorno al cielo, alle stelle e intorno ai movimenti del Sole e della Luna), “e pensa una cosa per un’altra, sopporto pazientemente le sue opinioni; né vedo che gli procurano dei danni se ignora la posizione e la condizione di una creatura corporea, poiché non crede cose indegne di te, Signore e creatore di tutte le cose. Gli recherebbero danno, invece, qua­lora ritenesse che queste opinioni appartengono alla stessa dottrina della fede, e osasse affermare con insistenza quello che non sa”. Che ciò sia manifestamente dannoso - prosegue San Tommaso - lo ritiene anche lo stesso Agostino nel libro I del Commento letterale al Genesi (48), quando dice: “È cosa estremamente turpe, dannosa e completamente da evitare che un qualsiasi infedele ascolti un cristiano delirare su questi argomenti, quasi parlasse secondo le Sacre Lettere, da non poter, come si dice, trattenersi dal ridere se non a stento, nel sentire tali spropositi. E non è tanto spiacevole che venga deriso un uomo che sbaglia, quanto il fatto che si creda, da coloro che sono fuori la Chiesa, che siano stati i nostri autori a pensarli e che li si reputi ignoranti, con irreparabile perdizione di quelli per la cui salvezza ci adoperiamo”. Mi sembra perciò essere più certo ritenere che non si debbano sostenere come dogmi di fede le opinioni diffuse dai filosofi volgari che sono in contrasto con la nostra fede, sebbene talvolta sono introdotte sotto l’autorità dei filosofi, ma neanche devono essere negate in quanto contrarie alla fede, affinché i sapienti di questo mondo non abbiano l’occasione di disprezzare la dottrina della fede». Queste cose sostiene San Tommaso insieme a Sant’Agostino. Da ciò risulta evidente quanto incautamente, e contro i decreti dei Padri, alcuni teologi moderni difendano l’aristotelismo, come se si trattasse di una dottrina di fede, soltanto perché San Tommaso commentò Aristotele, quando egli insegna una dottrina del tutto contraria, come vedremo ampiamente nelle risposte agli argomenti seguenti. Tra costoro si annovera anche Ulisse Albergotti (49), secondo il quale la Luna risplenderebbe di una propria luce, poiché la Scrittura dice: «La Luna non darà la sua luce» (50), forzando il termine sua, che tuttavia può assumere molteplici significati. Ma cosa c’è di strano in questo se lo stesso Agostino e altri Padri caddero nello stesso errore, sbagliando non la proposizione universale che sostennero, ma quella particolare di questo sillogismo? Dapprima Lattanzio Firmiano infatti nel libro III, cap. 24 (51) e, in seguito, Agostino nel libro XVI de La città di Dio (52) sostengono costantemente che gli antipodi non esistono, poiché quegli uomini non discenderebbero da Adamo, cosa che è con­traria alla Scrittura che fa derivare tutto il genere umano da un solo uomo. E aggiungono anche argomentazioni fisiche. Procopio di Gaza nell’anno 500 mise insieme una serie di com­menti alla Sacra Scrittura dei Padri (53), e dimostrò che gli antipodi non esistono. In base alle loro sentenze e all’autorità della Sacra Scrittura, Sant’Efrem pose il paradiso terrestre in tutto l’altro emisfero, scoperto da Colombo. E anzi alcuni Padri ritengono sia eretico chi ammette gli antipodi. Nondimeno la loro affermazione, in seguito alle testimonianze dei navigatori, si rivela contraria alla verità. Pertanto se è veramente contrario alla Sacra Scrittura l’esistere degli antipodi, come essi dissero, o che laggiù vi sia il paradiso terrestre o l’inferno o il purgatorio, come opinarono Dante, Isidoro (54) e altri, ne segue che la verità, già ottenuta mediante Colombo, sia contraria o discordante alla Scrittura di Dio. Inoltre lo stesso Procopio e altri reputavano che la Terra fosse costituita sopra le acque e che vi galleggiasse, cosa che fu una volta sostenuta dal filosofo Senofane (55); e questa opinione viene dimostrata con la Scrittura, in quanto Davide dice nel Salmo 135: «Colui che stabilì la Terra sopra le acque» (56) e nel Salmo 23: «La fondò sui mari» (57). Tuttavia oggi appare sospesa in mezzo al mondo, sostenendo se stessa e le acque, e non è sostenuta da queste, com’essi credevano. E non si dà un al di sotto in natura che non sia centro, a causa della conservazione di ciascun sistema, le cui parti convergono al centro affinché venga garantita l’unità e la conservazione del tutto; perciò anche le parti del Sole convergono verso il centro del Sole, e quelle della Luna verso il centro di. essa. Questo fatto tormentò molto Sant’Ambrogio (58), temendo che il movimento del cielo fosse dovuto alla spinta verso l’alto o verso il basso, per cui insieme a Crisostomo e ad altri Padri, si persuase della sua immobilità. Tuttavia questi argomenti hanno poca importanza per i matematici. Guarda come sia dannoso affermare queste cose come se fossero dottrine di fede. Il vescovo Filastrio (59) sostiene che sono di fede proprio alcune dottrine contrarie alla fede: come, ad esempio, il fatto che l’età del mondo sia quella posta da lui, e che Dio, quando inspirò in Adamo il soffio della vita, non li diede l’anima ma lo Spirito Santo; e, tuttavia, entrambe le asserzioni sono derise sia dai cattolici sia dagli eretici. Più cauto fu Beda (60) nel ritenere che l’idropia sia una malattia derivante da un difetto della vescica, e San Tommaso nell’affermare che sotto l’equatore non abiti nessun uomo, mosso dall’autorità di Aristotele, sebbene Alberto e Avicenna sostenevano il contrario: essi infatti non divulgarono queste cose come se fossero argomenti di fede, anche se San Tommaso poteva includere come ulteriore prova «la spada fiammeggiante» (61). Oggi la geografia e la medicina li redarguisce, ma senza mettere in pericolo la fede. Sbagliò in modo più scriteriato chi insegnò che la parte più torrida sia la spada di fuoco dell’angelo che custodisce la via per il paradiso, visto che è ormai risaputo che quella zona non è di alcun impedimento ai viaggiatori e naviganti. Cosa diranno i pagani e i maomettani quando ascolteranno queste opinioni, come se ci fossero state poste dalla Scrittura? Non potremmo più opporre a Maometto il fatto che egli ponga sotto la Terra altre sette terre, e un bue e un pesce con la testa ad oriente e la coda a occidente per sostenerle. Ma è una minima consolazione svelare gli errori altrui, quando anche noi sbagliamo su tali argomenti.

Per queste ragioni se Galileo vincerà, i nostri teologi avranno causato non poca derisione della fede romana tra gli eretici, in quanto in Germania, Francia, Inghilterra, Polonia, Danimarca, Svezia, ecc., tutti hanno già abbracciato con gioia la sua tesi e il suo telescopio. Se invece risulterà falsa la dottrina galileiana, nessun danno sarà arrecato alla dottrina teologica. Infatti, non tutto quello che risulta falso è contro la fede nella Chiesa militante, come probabilmente risulta invece in quella trionfante. Altrimenti gli errori dei santi nella fisica, una volta scoperti, proverebbero che essi sono eretici. Inoltre se si scoprirà essere falsa, non permarrà a lungo. Pertanto ritengo che questa dottrina filosofica non debba essere vietata; sia perché gli eretici l’abbraccerebbero con più favore e noi saremo derisi (sappiamo quanto gli oltremontani abbiano già disapprovato alcune decisioni prese nel Concilio di Trento: cosa faranno quando sentiranno ribellarci contro i fisici e gli astronomi? Non grideranno subito che noi forziamo la natura nonché la Scrittura? Il card. Bellarmino sa bene queste cose); sia perché Agostino e Tommaso pensano, come è stato dimostrato, che essa debba essere permessa, come è permesso dire che il cielo è costituito di una quinta essenza e chiamare i giorni con il nome del pianeta dominante, come nota San Tommaso nell’Opuscolo X art. 39 (62), analogamente a quanto aveva definito nel proemio.

Dimostrazione della sesta asserzione

La sesta asserzione non ha bisogno di una ulteriore dimostrazione. È infatti chiaro che una falsa opinione non contrasta con la dottrina cattolica a meno che con certezza non vada contro, direttamente o indirettamente, alla sacra Scrittura o ai decreti della Chiesa e, come dissero san Tommaso e sant’Agostino nella quarta asserzione qui inclusa, è chiaro che nella Chiesa è più opportuno non avventarsi in giudizi, che pronunciarli arditamente. Sembra evidente da quanto detto come i maestri di teologia abbiano abbracciato molti errori tratti dalla filosofia dei pagani: ad esempio l’opinione di Senofane che la Terra sia sopra le acque, che gli antipodi non esistano e che il sole durante la note veda nelle regioni settentrionali della Terra, e per questo non sia visibile, come attesta Aristotele nel libro II dei Metereologici (63); e che la zona torrida non sia abitata, che il paradiso terrestre sia nelle isole Fortunate o in Oriente, presso i cinesi, o sulla Luna, o altre cose simili. Tuttavia, anche dopo aver scoperto in queste cose l’errore, costoro non sono considerati eretici. E non si può constatare alcuna falsità in Galileo poiché procede dalla sensata osservazione del libro del mondo e non da opinioni: e non parla di queste cose come se fossero dottrine di fede affinché, una volta smentite, possa essere derisa con lui anche la Scrittura. Ma di questo tratterò nella risposta agli argomenti dove proverò che sono state introdotte opinioni di Aristotele molto più dannose senza che si sia recato disagio alla fede.

Chiunque voglia essere giudice in questa causa deve conoscere questi punti perché su di essi possa poggiare le basi. E poiché la presente controversia verte sulla dottrina fisica della sacra Scrittura, chi desidera essere giudice, deve, come risulta dalle cose dette, essere versato nell’interpretazione mistica e letterale della sacra Scrittura, secondo il commento dei santi Padri e il codice della natura, attraverso l’ausilio di tutte le scienze, e specialmente di quelle fisiche e delle osservazioni matematiche, dal momento che la Scrittura, che è il libro di Dio, non contraddice il sacro libro di Dio, che è la natura. È opportuno che questo sia letto da un uomo molto abile, versato in tutte le scienze, affinché possano essere esaminate, in entrambi i libri, le concordanze apparenti e le discordie latenti (concordantias apparentes et discordias latentes) E non possono essere interpretati secondo le dottrine di Aristotele o di un altro filosofo, ma si devono conoscere tutte le dottrine dei filosofi ed esporre entrambi i libri di Dio secondo le proprie osservazioni sensibili, lo spirito dei Padri e l’intelligenza fecondissima della santa Chiesa (propriis sensibus e Patrum spiritu et Ecclesiae sanctae foecundissimo intellectu), lontani da ogni invidia e passione che possa offuscare e stravolgere il giudizio […].


(1) Atheismus Triumphatus, c. 11, p. 151.

(2) Platone, Timaeus, 27d.

(3) G. Crisostomo, Commentarius in Epistola ad Romanos, hom. 3, n. 3 (PG 60, 414).

(4) Platone, Phaedon, 118a.

(5) Tommaso d’Aquino, Summa contra Gentiles, I, cc. 7-8 (ST 2,2; L 13, 19-22).

(6) Tommaso d’Aquino, Contra impugnantes Dei cultum, et religionem, ps. 3, c. 4 (ST 3, 549; L 41, A 131-34).

(7) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 1 (ST 2, 184-85, L 4, 6-26).

(8) Prv 9, 3.

(9) Cfr. Concilium Nicaenum II, sessione terminale (787).

(10) Cfr. in particolare le proposizioni IV e XII, in H. Denifle, Chartularium Universitatis Parisiensis, Parisiis 1899 (ed. anastatica in Cultura et Civilisation, Paris 1964, pp. 543-555).

(11) 1Cor 1, 24: «Christum Dei virtutem et Dei sapientiam».

(12) Sir 1, 1.

(13) Sir 1, 25: «Radix sapientiae est timere Dominum».

(14) Per questo argomento, cfr. “Partecipazione” in Parole Chiave.

(15) 2Cor 10, 5.

(16) Sir 6, 25.

(17) Antonio Berardi da Mirandola (1503-1565) docente di logica all’Università di Bologna dal 1533, è noto per aver scritto una In logicam universam institutio (Basilea 1545). Campanella tuttavia sembra riferirsi ad un’altra opera, gli Eversionis singularis certaminis, Libri XL (Basilea 1562), nella quale il Mirandolano difendeva la teoria aristotelica dei moti violenti degli astri, negando però che fossero tra loro contrari. Cfr. W. Risse, Die Logik der Neuzeit, F. Frommann Verlag, Stuttgart 1964, p. 265.

(18) Ecl 8, 17.

(19) Rm 11, 33.

(20) Agostino, De doctrina Christiana, II, 40, n. 60 (PL 34, 63).

(21) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, IIa-IIae, q. 109, aa. 2-3 (ST 2, 512; L 9, 417-419); q. 110, a. 1 (ST 2, 514; L 9,421-422).

(22) Ger 2, 20: «In omni enim colle sublimi et sub omni ligno frondoso tu prosternebaris meretrix».

(23) Girolamo, Epistola LVII: ad Pammachium. De optimo genere inter-

pretandi, 12-13 (PL 22, 578-579).

(24) Della necessità di una filosofia cristiana, a. 1, pp. 3-22.

(25) 2Esr 13, 24: «et filii eorum ex media parte loquebantur azotice».

(26) Cfr. 1Esr 10, 10-11.

(27) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 1, a. 8 (ST 2, 186, L 4, 21-22).

(28) Si tratta di Giuliano l’Apostata (331-363) imperatore dall’anno 360.

(29) Tommaso d’Aquino, Contra impugnantes Dei cultum, et religionem, ps. 3, c. 4 (ST 3, 549; L 41, A 131-134).

(30) Rm 12, 3: «Non plus sapere quam oportet sapere».

(31) 1Cor 3, 18: «Nemo se seducat si quis videtur inter vos sapiens esse in hoc saeculo stultus fiat ut si sapiens».

(32) Gb cc. 32-38.

(33) Is 47, 12-14.

(34) Girolamo, Prolegomeni in divinam S. Hieronymi Bibliothecam, Proleg. primum (PL 28, 31-48).

(35) Cfr. Della necessità di una filosofia cristiana, art. 1.

(36) Atheismus Triumphatus, c. 2, p. 21.

(37) Agostino, De doctrina Christiana, II, c. 6 (PL 34, 38-39).

(38) Gregorio Magno, Moralium libri, sive expositio in librum B. Job, 1. XV, c. 13-14, nn. 15-18 (PL 75, 1088-1089).

(39) Agostino, De Trinitate, I, c. 1, n. 2 (PL 42, 820-821).

(40) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I, q. 1, a. 10 (ST 2, 186-187, L 4, 25-26).

(41) Tommaso d’Aquino, Opera Omnia iussu impesaque Leonis XIII P.M. edita, Pars Prima Summae Theologiae a quaestiones I ad quaestiones XLIX ... cum commentariis Thomae de Vio Caietani ordinis praedicatorum, ex Typographia Polyglotta, Roma 1888, q. 1, a. 10, p. 26.

(42) Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I,q. 32, a. 4 (ST 2, 235, L 4, 357).

(43) Tommaso d’Aquino, Responsio ad eundem magistrum Ioannem de Vercellis de articulis XLIII, a. 18 (ST 3, 641; L 42, 331).

(44) Agostino, De Genesi ad litteram, I, 20, n. 40 (PL 34, 261-262).

(45) Agostino, De Trinitate, I, c. 13, n. 31 (PL 843-844).

(46) Tommaso d’Aquino, Responsio ad eundem magistrum Ioannem de Vercellis de articulis XLIII, proemio (ST 3, 640; L 42, 327).

(47) Agostino, Confessionum libri XII, V, 3-4 (PL 32, 707-709).

(48) Agostino, De Genesi ad litteram, II, c. 1, n. 4 (PL 34, 264).

(49) Ulisse Albergotti, oppositore delle posizioni galileiane scrisse nel 1613 II Dialogo. Nel quale si tiene contro l’opinione commune de gli astrologi, matematici e filosofi, la Luna esse da sé luminosa, e non ricevere il lume del Sole, né che gli eclissi di lei si causino dall’interposizione della Terra fra questi doi luminarii, e che ne anco quelli del Sole siano causati dall’interposizione della Luna fra noi, ed egli. Interlocutori Astro e Logia, opera con la quale si rispondeva a ciò che nel Sidereus Nuncius aveva descritto Galilei circa le fasi lunari.

(50) Ez 32, 7.

(51) Lattanzio, Divinae Institutiones, III, 24 (PL 6, 426).

(52) Agostino, De civitate Dei, 1. XVI, c. 9 (PL 41, 487-488).

(53) Procopio di Gaza, Commentarii in Genesim, I (PG 87, 69b).

(54) Pseudo-Isidoro, Liber de Numeris, appendix XXI, n. 8 (PL 83, 1298).

(55) Cfr. Aezio, III, 4.

(56) Ps. (G), 135, 6.

(57) Ps. (G), 23, 2: «super maria fundavit eum».

(58) Ambrogio, Hexameron, I, c. 3, nn. 8-11 (PL 14,137-139).

(59) Filastrio, Diversarum Hereseon liber, CXII, (CCL 9, 227-228).

(60) Beda, In Lucae Evangelium expositio, l. IV, c. 14 (PL 92, 510-519).

(61) Cfr. Gn 3,24.

(62) Tommaso d’Aquino, Responsio ad eundem magistrum Ioannem de Vercellis de articulis XLIII, a. 39 (ST 3, 642; L 42, 334).

(63) Aristotele, Metereologica, II, 1, 354a.

 

Tommaso Campanella, Apologia per Galileo, libro III, trad. it. e note a cura di Paolo Ponzio, Bompiani, Milano 2001, pp. 93-111.