Il significato umano delle conquiste spaziali

Francesco Barone è stato ordinario di Filosofia teoretica e di Storia e filosofia della scienza. È stato un grande maestro della cultura del Novevento e ancora oggi è un punto di riferimento per la filosofia della scienza e l'etica del lavoro scientifico. Il brano di cui vi proponiamo la lettura, tratto da una raccolta di interventi e saggi, espone con estrema chiarezza la forte relazione esistente tra il progresso scientifico, in particolare quello volto alla conoscenza dello spazio, e l’uomo.

Che il significato delle conquiste spaziali sia del tutto umano, cioè riguardi essenzialmente la maniera d'essere dell'uomo, il suo sapere, il senso di ciò ch'egli fa, è cosi ovvio da far sembrare addirittura superfluo l'aggettivo «umano» che compare nel titolo. Anche chi si occupa, mettiamo, delle conquiste della tecnica astronautica finisce più o meno direttamente di occuparsi dell'uomo e del suo operare tecnico, perché dovrà pur soffermarsi ad analizzare quali stimoli e quali acquisizioni siano stati favoriti in tale operare dalle imprese astronautiche.

L'inserzione dell'aggettivo «umano» nel titolo m'è parsa tuttavia opportuna per richiamare l’attenzione sul fatto che non mi soffermerò ad elencare i risultati tecnico-scientifici di tali imprese (per i quali non ho, del resto, alcuna competenza), ma cercherò piuttosto di mettere in rilievo i mutamenti concettuali da esse provocati, l'incidenza che hanno avuto nel farci assumere una più chiara consapevolezza della nostra realtà, i problemi morali che esse hanno proposto. In breve, quell'aggettivo «umano» ha la funzione di richiamarci ad una riflessione filosofica.

Ogni volta che nella storia dell'umanità sopravviene qualche innovazione profonda e radicale, che modifica non solo campi specialistici di ricerca bensì anche le strutture mentali ed i modi di pensare a cui siamo abituati, il filosofo- che è professionalmente impegnato nell'analisi di concetti- viene stimolato a fare il punto sulla situazione. Nel nostro secolo, ad esempio, ciò è stato constatato sia a proposito di certe svolte critiche nella ricerca scientifica (teoria della relatività, meccanica quantistica, biochimica) sia a proposito della crisi dei valori che per secoli avevano innervato la morale tradizionale. L'era spaziale, l'era dei «trasporti extraterrestri», pare a molti rientrare in questo tipo di innovazioni rivoluzionarie, di terremoti concettuali che richiedono una rinnovata riflessione filosofica.


Voglio ricordare un semplice episodio. Nemmeno mezzo secolo fa, un fisico ed epistemologo aggiornatissimo sulle vicende della fisica novecentesca, il tedesco Moritz Schlick, portava come esempio tipico di «impossibilità pratica» di controllo scientifico la «descrizione dell'altra faccia della luna». Non c'è quindi da sorprendersi che i risultati ottenuti con l'aprirsi dell'era spaziale abbiano fatto parlare di «un nuovo capitola nella storia dell'evoluzione umana»

 

Sarà il caso, magari, di valutare con ponderazione simile entusiasmo; ma è fuori dubbio ch'è più che legittima una riflessione di questo genere. Yuri Gagarin, si dice, nel suo primo sorprendente volo il 12 aprile 1961, affermo di non aver visto Dio, mentre descriveva la sua orbita: affermazione ingenua per passione ideologica, senza forse; ma rivelativa di uno stato d'animo che le imprese spaziali resero abbastanza frequente.

Credo di avere così chiarito in che modo intendo proporre qualche riflessione sul «significato umano> delle imprese spaziali. Su l'impressione di trionfo, sui toni da ballo Excelsior per le sorti sempre migliori e progressive dell’umanità tornerò tra poco. Ma voglio soffermarmi per un istante su un possibile equivoco: quello che nascerebbe dalla contrapposizione dell'umano al tecnico. Non v'è contrasto, a mio modo di vedere, tra il progresso tecnologico coronato dalle imprese spaziali e l'esaltazione dei valori «umanistici»: proprio la tecnica, infatti, assieme ad altre attività tipiche dell'uomo mette in luce l'originalità della maniera d'essere di questo, il carattere specifico che lo differenzia in modo inconfondibile dagli altri animali.

Eppure, una lunga tradizione di pensiero ci ha abituati a considerare la tecnica come qualcosa di inferiore, di servile, rispetto alle arti liberali. Nei giorni ormai lontani del luglio 1969, quando tutto il mondo attendeva con ansia che Armstrong e Aldrin compissero i primi passi sul suolo lunare, non è mancato chi contrapponeva la miseria della «realtà» in cui quell'impresa sarebbe sfociata (portare tra noi qualche pietra, importante sì, ma non poi molto diversa da quelle che si trovano sul nostro pianeta) alla ricchezza e libertà inventiva della fantasia, ad esempio, di un Ariosto, che aveva immaginato la Luna come ricettacolo di tutto ciò che si perde sulla Terra «o per nostro difetto, - o per colpa di tempo o di Fortuna», ricettacolo di tutto, ad eccezione della pazzia, che lassù «non v'è poca ne assai;- che sta quaggiù ne se ne parte mai».

Certo l’arte, con la sua capacità di inventare mondi diversi da quello della dura realtà, è un'esemplare espressione dei valori tipicamente umani. Ma sarebbe colpevole miopia ritenere che essa sola esaurisca le possibilità della loro manifestazione. La tecnica e la ricerca scientifica, che, al tempo stesso, ne è a fondamento e riceve da essa sempre nuovi stimoli per ulteriori approfondimenti, richiedono non minori capacità di fantasia e di libertà inventiva per potersi attuare. Anch'esse esaltano la maniera d'essere umana, se non si dimentica che l’uomo non è un'anima disincarnata, un ospite gradito di un universo benefico ed accogliente, destinato soltanto a gioire, a contemplare, «a giocare con se, con gli altri , e con ciò che gli sta attorno, dimentico del passato e incurante dell'avvenire». Poiché le cose non stanno cosi, è assurda la contrapposizione di un umanesimo letterario ad un umanesimo scientifico: l'umanesimo è uno e, come ci mostra anche il passato, non si può dimezzarlo. Le imprese spaziali lo testimoniano ulteriormente: mediante il loro indubbio elemento di rischio, mediante la ponderata sfida all'imprevedibile, esse uniscono la fredda razionalità della scienza e della tecnica con un grano di quella «pazzia», che l’Ariosto lasciava tutta sulla terra, e che attraverso il suo stacco dall'immediatezza del reale è a base non solo dell'arte ma di tutta la nostra cultura.

Anche quando non si contrappone «tecnico» ed «umano» nel senso che or ora abbiamo visto, nella valutazione del significato delle imprese spaziali può ancora ripresentarsi - e s’è di fatto ripresentato - un altro atteggiamento negativo. Spesso si esprime in considerazioni di questa specie: «Vanno sulla Luna e non sanno risolvere il problema razziale o guarire il raffreddore; mettono in orbita satelliti e aggravano così la minaccia nucleare; sanno calcolare con perfezione quasi assoluta l’orbita di andata e ritorno di una capsula spaziale e non rimediano al continuo inquinamento dell'atmosfera e delle acque». Qui non si contrappongono due umanesimi né si disputa sulla superiorità dell'uno o dell'altro: ma è evidente che in queste considerazioni predomina una svalutazione delle imprese spaziali.

In tali considerazioni si aggrovigliano molteplici temi, che è opportuno indicare per cogliere la portata della svalutazione. Va subito precisato che questi critici, direttamente o indirettamente, condividono con i difensori delle imprese spaziali almeno la convinzione dell'efficacia della scienza e della tecnica nell'affrontare i problemi dell'uomo. Uno dei punti in contestazione, tuttavia, è forse quello del carattere prevalentemente «tecnico» delle imprese spaziali che finiscono per sottrarre capitali e forze intellettuali alla ricerca cosiddetta di base, cioè ad una ricerca scientifica più pura. Le passeggiate lunari hanno, da questo punto di vista, più un aspetto ingegneristico che scientifico. Ma qui si cela un equivoco che profonda le sue radici nel modo di pensare degli antichi greci (per cui la scienza è solo teoria e non anche tecnica), un equivoco che e stato chiarito già dal sorgere della scienza moderna, in cui teoria ed esperimento sono strettamente congiunti. E la tecnica, anche quella ingegneristica, è una continua sperimentazione delle teorie, che giova anche al miglioramento di queste.

Scienza e tecnica sono oggi inscindibili e - come già accennavo prima - non solo la tecnica ha dietro di sé una ricerca scientifica, che trova in essa controlli; ma la tecnica stessa apre nuove vie di ricerca scientifica. É la meccanica celeste, insieme con la perfezione strumentale, che ha permesso l’allunaggio in punti prefissati dei moduli lunari del progetto «Apollo»; e lo stesso si può dire per la riuscita dell'esplorazione strumentale di Marte e di Venere, sui quali si sono rispettivamente posati i «Vikings» americani ed i «Venera» sovietici (ed ora, in questo inizio di dicembre '78, anche le sonde della statunitense «Pioneer Venus 2»). Considerazioni analoghe, del resto, valgono anche per i tentativi di avvicinamento agli altri pianeti. Sarebbe troppo lungo fare la storia di tutte queste imprese, che hanno seguito la discesa dell'uomo sulla Luna; e chi voglia averne l'elenco particolareggiato può consultare, ad esempio, i Books of the Year dell'Enciclopedia Britannica. Ma si può qui accennare almeno all'avvicinamento a Mercurio con il «Mariner 10», all'avvicinamento a Giove con i «Pioneers 10 e 11»: quest'ultimo si è avvicinato a Saturno nel settembre '79, mentre il primo, incrociata l'orbita di Plutone nell'87, sarà il primo corpo lanciato dall'uomo ad uscire dal sistema solare.

Anche al Sole c’è stato un avvicinamento relativo (28 milioni circa di miglia) da parte dell'«Helios I». Imprese tecniche meravigliose: ma il successo tecnologico diventa anche la condizione indispensabile per ottenere quei dati informativi che interessano gli scienziati per la conoscenza approfondita, ad esempio, del suolo lunare e per una migliore comprensione del sistema solare. Geologi e fisici concordano nel ritenere che lo sforzo tecnologico spaziale può portare ad un ampliamento del panorama scientifico: già per i fenomeni sismici e magnetici , ad esempio, si è costituita una «selenofisica» accanto alla «geofisica».

Nonostante ciò, tuttavia, nell'ambito della svalutazione delle imprese spaziali si inserisce un altro motivo. Esso è spesso avanzato da biologi che impugnano radicalmente l'affermazione che una migliore conoscenza del sistema solare possa avere un'incidenza positiva anche sul problema delle origini della vita. Le imprese spaziali, da questo punta di vista, sono per loro uno spreco inutile: i fondi ingentissimi, che nel passato prossimo sono stati ad esse destinati, sarebbero meglio impiegati nell'incremento delle consuete vie di ricerca genetica, biofisica, biochimica. Queste discussioni tra scienziati sorprendono sfavorevolmente l'uomo comune, che si immagina la scienza come una costruzione monolitica accrescentesi gradualmente e di continuo. Eppure, andrebbero considerate più che altro nel loro aspetto positivo: la scienza si sviluppa soprattutto nei momenti in cui non si limita al lavoro di routine, non percorre soltanto, sia pur con grande ingegno, le vie già battute, ma comprende che non può e non deve solo muoversi su tali vie. I biologi critici delle imprese spaziali hanno ragione nel richiedere che non vengano fatti mancare i fondi per le loro ricerche consuete; ma hanno torto nel pretendere che ciò avvenga mediante il blocco completo di nuovi orizzonti, tra cui quello spaziale. La scienza non può precludersi vie nuove senza cessare d'essere tale: vive anch'essa di quell'ardire con cui gli astronauti lasciano il noto per affrontare l'ignoto.

Altro motivo di sospetto nei confronti delle imprese spaziali, condotte soprattutto da due grandi potenze rivali, e il timore che esse abbiano intenti ed esiti prevalentemente militari. Ma ogni ricerca scientifica (compresa quella biologica) può essere rivolta a vantaggio od a svantaggio dell'umanità. Sta all'uomo in quanto tale, e non solo come scienziato, decidere: tuttavia,  l’uomo non è in grado di decidere a ragion veduta se alcuni filoni di ricerca scientifica debbono essere abbandonati per le eventuali conseguenze svantaggiose che se ne potrebbero trarre. Non si può fare il bilancio preventivo dei vantaggi e degli svantaggi. Inoltre, si bloccherebbe così il desiderio di conoscere che è connaturato con noi. Ed è questo desiderio che spinge l'uomo anche nello spazio.

Certo il desiderio di pace è apprezzabile ed il rispetto dei singoli e dei popoli è un ideale per cui molti si sentono di optare. Ma ciò che importa non confondere è una scelta morale con le condizioni di sviluppo della ricerca scientifica. Sarà anche giusto dire che la scienza non è tutto e che essa, da sola, non ci garantisce il «meglio». Questo dipende dai fini che ci proponiamo (e penso che il dilemma sia anzitutto «pro» o «contro» l'uomo); la scienza non ci dice né ci dà il «meglio»: ma sarà pur sempre indispensabile per indicarcene i mezzi di realizzazione, per far sì che la scelta morale non si riduca ad una vana utopia. La tecnologia spaziale può essere usata per distruggere l'umanità; ma il pericolo sussisterebbe anche se tale tecnologia non ci fosse, allorché fosse negativa la scelta morale o, come si preferisce dire, si trattasse di una scelta «immorale». A quest' ultima, però, la tecnologia spaziale non ci costringe. D'altra parte, invece, la messe di risultati a cui tale tecnologia ha portato, risultati applicabili anche alla vita di ogni giorno, dato lo sviluppo delle tecniche e delle industrie di avanguardia da essa promosso, costituisce un indubbio contributo per il miglioramento della vita stessa, quando la scelta morale sia «pro» l'uomo.

Questa serie di riflessioni, se non mi inganno, ci permette di tentare un primo bilancio circa il significato dell'era spaziale: un bilancio che tiene conto delle molte luci e delle poche ombre, che e equidistante dagli entusiasmi da ballo Excelsior di positivistica memoria e dalle tragiche lamentele e profezie dei Catoni e delle Cassandre. L'era spaziale è un momento culminante dell'età tecnologica e va apprezzata nelle sue potenzialità; cosi come vanno colti spregiudicatamente e senza illusioni scientiste gli spazi ch'essa lascia vuoti e che solo altre attività dell'uomo, prima tra tutte l'opzione morale, possono riempire. Se la tecnologia è un fardello, di cui l'uomo può vantarsi d'essersi fatto carico, le imprese spaziali appartengono a tale fardello: e sarebbe vano postularne il non essere. È senza senso predicare il ritorno all'età pretecnologica, come panacea di tutti i possibili mali o dei mali attuali.

Abbiamo così già un tratto di quella «fenomenologia dell'era spaziale» su cui vuole soffermarsi la mia riflessione. Ma altri tratti possono essere tracciati. Molto spesso l'espressione «era spaziale» ha una funzione simbolica per indicare quel periodo che accanto allo sviluppo della missilistica e delle più sofisticate tecniche elettroniche ha visto anche il crescere di altre conoscenze e di acquisizioni applicative di portata rivoluzionaria. Se si intende in tal modo l'espressione «era spaziale», ciò che colpisce di quest'epoca è l'accelerazione che essa ha impressa alla storia. Si guardi ad alcune svolte tipiche del passato: al passaggio dall'astronomia geostatica a quella eliostatica, e alla rivoluzione filosofica e religiosa che ne seguì; oppure si guardi alla scoperta dell'America, con lo spostamento del centro della sfera politica dal Mediterraneo all'Atlantico; o, ancora, si guardi alla rivoluzione industriale, avviata con la meccanizzazione dell'industria tessile e poi incidente in modo radicale sulla struttura della composizione sociale. Si tratta, in tutti questi casi, di nozioni e di risultati di non poco conto, acquisiti con grande sforzo, e perché più che oggi, forse, si trattava allora di vincere la forte resistenza delle abitudini mentali inveterate e delle convinzioni pregiudiziali. Ma l'incidenza di tali svolte scientifiche e tecniche sul costume e sulla società fu più lenta e meno totale di quanto non sia oggi l'incidenza delle acquisizioni tecnico­ e scientifiche dell'era spaziale.

Un tempo, era molto più forte lo sfalsamento di passo tra lo Sviluppo tecnico-scientifico e quello socio-politico, mentre ora si ha una maggiore sincronia: la storia va più in fretta. Così diventa sempre più difficile la sopravvivenza di modi tradizionali di vita, di origine remota, accanto alle nuove teorie ed alle nuove tecniche. I frutti stessi della ricerca elettronica, che hanno permesso le imprese spaziali e sono stati a loro volta richiesti da esse, hanno enormemente agevolato, ad esempio, le comunicazioni: cosicché tutti, dotti e profani, sono coinvolti nella svolta radicale che trasforma la nostra maniera di vita. Ciò può essere esaltante, ma è anche pericoloso ed angosciante per chi non sappia tenere il passo. Ecco perché è necessario che i singoli e la società si sforzino affinché non avvenga questa perdita di ritmo; anche se, in qualche paese purtroppo non molto lontano, la faciloneria induce all'oblio.

Accelerazione della storia e partecipazione di tutti ai risultati dell'«era spaziale», presa come simbolo della nostra età tecnologica. Ecco un punto che pare ben saldo. Ma è sufficiente che dal piano simbolico scendiamo alla specificità dell'era spaziale, ossia alle effettive imprese astronautiche, per imbatterci subito in un paradosso. Mentre l'utilità di esse è fruibile da tutti, la loro realizzazione è possibile solo per pochi o, addirittura, per pochissimi. Detto in termini brutali, nelle imprese spaziali non c'è posto per le piccole potenze, salvo forse che per il lancio, ora, di satelliti ad uso delle telecomunicazioni. Ma la storia della conquista dello spazio, storia di poco più di vent'anni, ha inizio e si sviluppa nelle sue grandi tappe esclusivamente attraverso la rivalità delle due superpotenze, l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

É nella memoria di tutti i non più giovanissimi il ricordo del lancio in orbita del primo Sputnik il 4 ottobre 1957, il fallimento nel dicembre dello stesso anno del primo tentativo americano, il succedersi dei successi sovietici, rinnovati ne l’61 con il lancio del primo uomo nello spazio. Ed è ben nota la scossa psicologica, pari a quella di una nuova Pearl Harbor, che tutto ciò provocò in America: si ebbe una potente ripresa sullo svantaggio tecnologico in missilistica, si usò la superiorità in campo elettronico e, dopo le ironie di Kruscev, che ne l’61 ancora parlava dei salti di rana americani in uno stagno, gli Stati Uniti riuscirono entro il decennio a portare uomini sulla Luna ed a riportarli indietro. E la gara continua, magari rallentata per le difficoltà tecniche e finanziarie, sempre alla ricerca di un'affermazione di potenza e di prestigio. E sono questi i motivi che ostacoleranno, ancora a lungo forse, un'effettiva ed utilissima collaborazione dei due Stati nell'impresa spaziale. Ecco indubbiamente delle ombre che oscurano in nome della passione politica. Ma il significato di tutta questa vicenda interessa anche in una prospettiva completamente diversa: il modo attraverso cui si e giunti a realizzare le imprese spaziali mostra in primo luogo quanto siano imprevedibili le vie lungo le quali si perviene a far scienza. Anche la rivalità più spietata e poco incline ad aprirsi alla ragione può essere un mezzo che porta all'esercizio razionale più rigoroso. Nei suoi parametri questo esercizio è neutrale e non ideologico, anche se può essere ideologica la via che ha condotto ad esso. Fa riflettere il fatto che addirittura la «boria delle nazioni» possa essere incentivo di scienza.

L'aspetto più significativo ed istruttivo della conquista dello spazio sta tuttavia proprio nella sua esclusiva appartenenza a pochi: agli Stati che dispongono di enormi riserve finanziarie e di patrimoni intellettuali. Se navigatori arditi di ogni paese potevano, con relativa facilità, ripetere l'impresa di Colombo, ciò non è più possibile ora nel campo dell’astronautica. E questa caratteristica è tipica, in forma più o meno accentuata, non solo della ricerca spaziale, bensì di tutta la ricerca scientifica e tecnica contemporanea. Solo una grande concentrazione di forze la rende possibile. É per lo meno singolare che ciò avvenga proprio in un'epoca in cui si insiste, quasi con monotonia, sui principi dell'eguaglianza come dato di fatto. Nella situazione reale della ricerca scientifica, invece, diversamente da com'era nel passato, c'è una profonda diseguaglianza qualitativa e non solo di grado, perché ciò ch’è possibile per le grandi potenze e addirittura impossibile per le piccole e non soltanto realizzabile da esse entro limiti ristretti.

Ciò che si è detto a proposito degli Stati vale del resto anche a proposito degli individui. L'astronauta d'oggi è una singolarissima figura di tecnico-­scienziato che non ha degli analoghi nella storia precedente. È vero che anche nel passato non tutti potevano fare gli scienziati: anche a prescindere dalle pur importanti condizioni sociali, erano pur necessarie doti di intelligenza che non sono purtroppo equamente distribuite. Ma all'astronauta odierno non basta l'ingegno naturale da coltivare con pena e fatica nello studio: egli deve anche disporre di condizioni fisiche e psichiche del tutto eccezionali e che ancora più eccezionalmente, di solito, si trovano congiunte con le doti di ingegno. Si sa quanto lunga, faticosa e complessa sia la preparazione degli astronauti e come pochissimi superino l’intera trafila di prove: ci troviamo davanti un diseguale più diseguale ancora di quanto lo scienziato tradizionale lo fosse nei confronti dei comuni mortali.

Ciò, ripeto, può apparire molto urtante in un'epoca nella quale si ama riempirsi la bocca con il termine «eguaglianza». Mi sorprende, anzi, che tra i vari tipi di rampogne nei confronti delle imprese spaziali non si sia mai avuto (almeno a quanto mi risulta) anche quello centrato sulla meritocrazia e lo spirito di élite dell'astronautica. È uno spunto che offro ai contestatori. Ma, in realtà, anche questo tipo di rampogna cadrebbe nel vuoto di fronte alla inevitabilità di una caratteristica che è propria della ricerca scientifica e, soprattutto, degli sviluppi tecnologici ch'essa ha avuto nella conquista della spazio.

Naturalmente, queste riflessioni non mirano affatto ad inficiare la nobiltà dell'ideale morale che postula l'eguaglianza degli uomini, in quanto persone, come un dover essere. È un ideale che ci impone di considerare egualmente degni tutti i nostri simili, quali che siano le differenze di ingegno, biologiche o psicologiche, con tutte le relative conseguenze sociali: ma, proprio in quanto ideale, esso non disconosce le differenze di fatto, che vuole superare in uno slancio di fraternità, e non si finge un'immaginaria eguaglianza già stabilita naturalmente. Se tra i significati delle imprese spaziali v’è anche quello di sfatare il mito dell'eguaglianza di fatto e di invitare a tenere distinti ideali e descrizioni della realtà, allora mi pare che anziché fonte di rampogna ciò debba annoverarsi tra i meriti di tali imprese, considerate da un punto di vista non puramente tecnico bensì ampiamente «Umano».

Sempre in questa prospettiva un altro tema merita di essere accennato: quali modificazioni profonde sui nostri modi di pensare e sulle nostre strutture mentali ha avuto per l'uomo il raggiungimento della Luna e la possibilità di svincolarsi dalla presa terrestre? Siamo veramente di fronte a qualcosa che, come dicevo all'inizio, ha provocato un terremoto concettuale? Anche qui credo che ci si debba guardare dalle esagerazioni entusiastiche o deprimenti. Il terremoto c’è stato, sebbene di un grado non molto alto della scala Mercalli. Il rinnovamento dei modi di pensare e degli apparati concettuali con cui affrontiamo la realtà, ad esempio, è stato molto più sensibile in quelle altre svolte novecentesche del pensiero scientifico che già abbiamo ricordato, come la teoria della relatività e la meccanica quantistica. Rinnovamento profondo, in questi ultimi casi, il quale incideva su paradigmi tipici del conoscere, come la concezione dello spazio e della causalità. Ma rinnovamento percepibile anche soltanto da un ristretto numero di specialisti, fisici o epistemologi. Non è un caso che da tali svolte siano state favorite alcune delle correnti più tecnicamente ardue di filosofia della scienza nel nostro secolo, come il neopositivismo o i suoi esiti più recenti.

Dal punto di vista della profondità, le imprese spaziali sono state meno incisive, almeno nel loro aspetto specifico di trasporti extraterrestri. Se vogliamo trovare in esse qualche analoga innovazione originale di concetti, più che alla conquista dello spazio bisogna guardare a qualcuna delle componenti che l'hanno resa possibile: mi riferisco, in particolare, all'elettronica dei calcolatori, dei computers. Senza computers i viaggi spaziali non sarebbero stati né attuabili né addirittura progettabili; e, d'altra parte, i problemi sollevati da tali viaggi stimolarono grandemente lo sviluppo della tecnologia dei calcolatori. È questa componente, a mio giudizio, che ha aperto e continua tuttora ad aprire nuovi orizzonti intellettuali, in modo simile alle svolte della fisica nella prima metà del secolo. Non voglio entrare in particolari, come altra volta ho fatto; mi sia solo permesso di accennare, ancora, che qui ci troviamo davanti ad un esempio tipico e lampante delle capacità della tecnica di aprire nuove prospettive alla ricerca teorica della scienza. Così è stato per la ricerca matematica, in cui il calcolo automatico costituisce ora una branca autonoma; così, analogamente, per la statistica, in cui l’avvento dei calcolatori ha originato una «seconda rivoluzione»; così, ancora, per tutti quei problemi di analisi , di simulazione e di programmazione per i quali prima mancavano non solo le tecniche risolutive ma la possibilità stessa di impostazione. Ed i viaggi spaziali costituiscono, come ho detto, un 'altra indicazione della forza innovativa della tecnologia dei computers.

É attraverso la mediazione di quest'ultima, e per averla favorita, che le imprese spaziali hanno modificato profondamente tradizionali modi di pensare. Ma, se non si guarda soltanto alla profondità e alla violenza del terremoto, bensì alla sua estensione e agli effetti avuti al di fuori del gruppo ristretto degli specialisti, allora bisogna pur ammettere che le imprese spaziali hanno contribuito a cambiare la mentalità anche nel loro specifico aspetto di trasporti extraterrestri. La rivoluzione scientifica, ormai secolare, aveva già da lungo tempo scosso, in coloro che avevano potuto prenderne atto, l'illusione tanto spesso rinnovata nell'uomo che la sua terrestrità significasse una sua centralità nell'universo, dalla quale gli derivasse una particolare importanza e dignità. Questa illusione dura a scomparire, almeno dall'inconscio, in chi pur poteva prendere atto del significato della scienza moderna, era ancora persistente e dominante presso grandi masse di uomini, per i quali la scienza rimaneva qualcosa di lontano e misterioso. I viaggi extraterrestri, con la loro concretezza, con la diffusione in tutto il mondo dell'immagine della Terra come di un piccolo corpo brillante di debole luce nell'immensità dello spazio, hanno senz'altro favorito anche nelle grandi masse l’attenuarsi dell'illusione della centralità.

È pur vero che già Copernico aveva fatto della Terra soltanto un pianeta ruotante attorno al Sole; che Darwin aveva scosso la credenza dell'uomo di essere una specie del tutto particolare, mostrandone la parentela con gli animali; che, contro il superbo convincimento di poter controllare interamente il proprio comportamento con la potenza della ragione, Freud aveva mostrato la potenza dell'inconscio. Ma tutto ciò agiva, quando agiva, a livello di conoscenza; non faceva parte integrante, con la sua idea di relatività della maniera d'essere umana, dell'esperienza vissuta generale e comune: nell'atteggiamento spontaneo dell'uomo di fronte al mondo era ancora più forte il senso della centralità che quello della relatività. Le imprese spaziali hanno probabilmente invertito questo rapporto.

Credo che avesse visto veramente giusto Carlo Casalegno, quando la vigilia di Natale del 1968, mentre l'equipaggio dell’«Apollo 8» si accingeva a circumnavigare la Luna, scriveva che «i pensieri suscitati dal volo lunare possono fare entrare le osservazioni [sul senso della relatività] nell'esperienza degli uomini comuni e togliere qualche ostacolo all'indispensabile aggiornamento delle idee». Egli si augurava inoltre che ciò inducesse i popoli «a sentire la propria unità e ad avvertire che, di fronte alle apocalittiche prospettive di distruzione, l'unica tesi realistica e quella di Einstein: un solo governo per la nostra piccola Terra». È evidente che la tesi di Einstein esprime una scelta morale e che non basta a determinarla il diffondersi, in virtù delle imprese spaziali, di una nuova mentalità teorica. Ma il cambiamento di mentalità fa almeno sì che l'opzione volontaria per quella scelta morale non sia ostacolata negli uomini da una falsa immagine di se stessi. È questo un significato importante della conquista dello spazio.

Il senso della relatività non viene offuscato nemmeno dal giusto orgoglio per ciò che l’uomo stava realizzando. È pur vero che in occasione dell'«Apollo 11» (il primo uomo sulla Luna, 20 luglio 1969) si è parlato di «retorica americana» e di «esibizionismo faraonico»; ma ciò, in realtà, era più che altro una risposta ai toni davvero trionfalistici con cui i sovietici avevano salutato ne l’61 il lancio del primo uomo in orbita. Si tratta di manifestazioni di quella gelosia ideologica e politica, magari vacua, ma che tuttavia già abbiamo visto all'origine di imprese memorande. Ma il giusto orgoglio umano per le proprie capacità, sfrondato dagli orpelli della propaganda, non sminuisce il senso dei limiti e del relativo che le imprese spaziali avevano diffuso e sviluppato ex novo.

Ci si può convincere di ciò, considerando per un istante la diversità delle reazioni, in America e in tutto il mondo, che si ebbero in occasione del lancio dell’«Apollo 11» nel luglio de l’69 e di quello dell'«Apollo 12» il 14 novembre successivo, lancio che doveva portare di nuovo sulla Luna, dopo Armstrong e Aldrin, anche Conrad e Bean. Nel luglio l'entusiasmo, nel novembre un disinteresse piuttosto diffuso, quasi con qualche punta di noia. Un commentatore americano sintetizzò efficacemente la situazione affermando che «la seconda volta che si bacia una ragazza non è più come la prima». È vero che tutto congiurò contro quel secondo viaggio lunare: la pioggia alla partenza, anziché lo splendido sole del luglio; la marcia quasi contemporanea a Washington di migliaia di pacifisti contro la guerra nel Vietnam; la sufficienza un po' artificiosa dei sovietici, che a quei viaggi contrapponevano la preferibilità della costruzione, nel futuro, di piattaforme spaziali. Ma, esaminando attentamente quel disinteresse, vi si può trovare qualcosa di più profondo di queste circostanze contingenti ed anche della assuefazione e dell'abitudine.

Passata la novità e placatosi l'entusiasmo per il primo sbarco sulla Luna, ciò che in quel lontano novembre veniva in primo piano non era più l'orgoglio dell'uomo, bensì - attraverso questo - il senso della sua limitatezza. Si dimenticò facilmente la complessità del lavoro che aveva permesso quei risultati: la ripetizione del viaggio quasi lo banalizzava. Ma si rinnovavano le immagini della Terra come frammento vagante nello spazio, traspariva ancora dal secondo viaggio il monito a rimodellare la propria mentalità secondo i canoni del relativo. E ciò, più che esaltare, deprimeva. Il ripetersi quasi eguale, per il profano, delle fasi di un viaggio ormai noto faceva affiorare nei più l'inconscia ribellione delle forme tradizionali di pensiero contro quel ribadito memento.

La stessa situazione parve ripetersi l’11 aprile 1970, quando partì per il terzo viaggio l'«Apollo 13». Per due giorni tutto andò liscio; poi, nella sera del 13 aprile, una forte esplosione sulla fiancata esterna del veicolo, quando questo era già più vicino alla Luna che alla Terra, mise in pericolo la vita di Lovell, Raise e Swigert, che rischiavano di perdersi in una tragica odissea spaziale, e sconvolse l'attenzione del mondo. Ho ancora presenti le prime pagine di due quotidiani, l'uno del mattino l'altro della sera, di quel drammatico martedì. Nella pagina del mattino si dava l'annuncio, ormai vecchio, e solo su due colonne, che tutto procedeva normalmente e che anche in America la gente era annoiata dal fatto che in tali imprese non capitasse mai nulla di nuovo. L'edizione serotina portava invece, a caratteri cubitali, un titolo a piena pagina, che esprimeva l'ansia di tutto il mondo per quei tre nostri simili che si accingevano ad un arduo e incerto ritorno. La vicenda, si sa, finì felicemente. Ma ciò che qui, concludendo, mi interessa ricordare è il significato emblematico ch'essa assunse per tutto il complesso delle imprese spaziali. Queste, s’è visto, hanno favorito il senso del relativo in un'epoca in cui l'uomo ha sentito venir meno via via credenze, valori e istituzioni, che rappresentavano punti fermi della sua mappa di riferimento e garanzie per il significato da dare alla propria vita. Anche le imprese spaziali, quindi, hanno contribuito alla crisi delle certezze. Ma in esse, tuttavia, v'era anche un altro aspetto: quello dei trionfi e dei successi della scienza e della tecnica.

Messe in crisi le certezze della mentalità tradizionale, a molti è parso, e tuttora pare, che scienza e tecnica siano l’ultimo rifugio in cui il nostro bisogno di certezza può trovare pieno soddisfacimento. E le riuscite mirabili delle imprese spaziali sembravano confortare ampiamente tale convinzione. Essa, in realtà, è del tutto mitica, come ben sa chi non abbia contemplato solo di lontano le riuscite della scienza, ma si sia accostato ad essa, anche attraverso la sua storia, cogliendone il carattere continuamente problematico e critico.

Ecco perché l'incidente che accadde all'«Apollo 13» suscitò tanto sgomento. Non era solo il comune senso di umanità che entrava in gioco, né lo stupore per la sublimità del rischio che l’uomo correva nello spazio infinito. Ciò che più colpiva era la crisi stessa dell'ultimo rifugio immaginato per il bisogno di certezza, ossia lo «scacco» della scienza e della tecnica. La crisi delle certezze legate alla mentalità tradizionale poteva aver indotto alla fiducia scientistica. Ora anche questa veniva meno, proprio nel momento dei più alti trionfi per l'età tecnologica. Il profano si sentì quasi scosso dalla disperazione per non avere più sicuri punti di riferimento. Ma, in realtà, fu una scossa benefica, un nuovo contributo al rinnovamento della mentalità, non solo contro i miti del passato, bensì anche contro quelli dell'età scientifica e tecnologica.

Credo che qui stia il più alto insegnamento che si può trarre dalle imprese spaziali, di là da quelli che ho via via cercato di indicare. Avere aiutato anche l’uomo comune a capire che noi siamo degli strani esseri bisognosi di certezze ma al tempo stesso, paradossalmente, mai capaci di acquietarci in quelle che di tempo in tempo crediamo di conseguire.

   

L. ALDINI (a cura di), Alla ricerca dell'Europa perduta, interventi e saggi scelti di Francesco Barone, Foschi Editore, Forlì 2012, pp. 55-68