I gentili hanno chiamato Dio con nomi diversi rispetto alle creature

 

Capitolo XXV.

Anche i pagani chiamavano Dio con nomi diversi rispetto alle creature; lo chiamavano Giove per l'ammirevole giustizia. Giulio Firmico afferma che Giove è un astro così propizio che gli uomini sarebbero immortali se egli regnasse da solo in cielo. Lo chiamavano Saturno per la profondità dei pensieri e delle invenzioni nelle cose necessarie alla vita; Marte per le vittorie in guerra; Mercurio per la prudenza delle decisioni; Venere per l'amore che conserva la natura; Sole per la forza dei movimenti naturali; Luna per la conservazione degli umori nella quale consiste la vita; Cupido per l'unione dei due sessi per la quale lo chiamarono anche Natura in quanto conserva la specie delle cose mediante i due sessi. Ermete affermò che tutti gli esseri, sia animali che non animali, hanno i due sessi, per cui ritenne che la causa di tutti gli esseri (cioè Dio) complicasse in sé il sesso maschile e quello femminile, di cui credeva che Cupido e Venere fossero l'esplicazione. E Valerio Romano sostenendo la medesima cosa, cantava Giove onnipotente come Dio genitore e genitrice. E diceva che Cupido, per il quale una cosa ne desidera un'altra, è figlio di Venere, cioè della stessa bellezza della natura, e Venere era detta figlia di Giove onnipotente, dal quale dipende la natura e tutte le cose che l'accompagnano.

Anche i templi della Pace, dell'Eternità e della Concordia, il Pantheon, dove si trova l'altare del Termine infinito di cui non c'è termine e altre cose simili, ci attestano che i pagani chiamavano Dio con nomi diversi rispetto alle creature. Tutti questi nomi esplicano la complicazione di quell'unico nome ineffabile. E, siccome il suo nome proprio è infinito, Dio complica infiniti nomi di perfezioni particolari.

Perciò i nomi che esplicano possono essere molti, ma mai tanti e tanto grandi da non poter essere di più. Ciascuno di essi sta al nome appropriato e ineffabile di Dio come il finito sta all'infinito. Gli antichi pagani deridevano i Giudei perché adoravano un unico Dio infinito che non conoscevano; essi, tuttavia, lo veneravano nelle sue manifestazioni, cioè dove scorgevano la sua opera divina.

Fra gli uomini c'era, allora, questa differenza. Mentre tutti credevano in un Dio unico massimo del quale non potrebbe esserci niente di più grande, alcuni, come i Giudei e i Sisseni, lo veneravano nella sua semplicissima unità come complicazione di tutte le cose. Altri, invece, lo adoravano nelle case in cui trovavano l'esplicazione della divinità prendendo come guida, per esser condotti alla causa e al principio, ciò che è conosciuto dai sensi. E gli spiriti semplici che si servono dell'esplicazione della divinità non come di una immagine, ma come verità, sono stati sedotti da questa metodo e l'idolatria si è introdotta nel volgo, mentre i sapienti per lo più credevano giustamente nell'unità di Dio. Lo può vedere chi abbia letto con attenzione l'opera di Tullio Cicerone sulla Natura degli dei e i filosofi dell'antichità.

Non neghiamo, tuttavia, che alcuni pagani hanno inteso che Dio, in quanto è l'entità delle cose, e, per astrazione, al di fuori delle cose, come la materia prima esiste, al di fuori delle cose, per l'intelletto astraente. E questi che hanno sostenuto con ragioni l'idolatria, hanno adorato Dio nelle creature. Altri hanno creduto che Dio fosse propiziabile; alcuni, come i Sisseni, se lo sono propiziato negli angeli, i Gentili negli alberi - come si legge dell'albero del Sole e della Luna. Altri hanno cercato di propiziarselo nell'aria, nell'acqua, nei templi con inni appropriati. Ciò che abbiamo già detto chiarisce come tutti si siano ingannati e si siano allontanati dalla verità.

 

Capitolo XXVI.

Poiché il culto di Dio che va adorato in spirito e verità, ha il suo fondamento necessario nei nomi positivi che lo affermano, ogni religione si eleva nel suo culto grazie alla teologia affermativa, adorando Dio come uno e trino, come sapientissimo e piissimo, come luce inaccessibile, vita, verità e così via, e dirigendo il culto con la fede che si raggiunge più veracemente con la dotta ignoranza; in altre parole, credendo che questo Dio, che la religione adora come uno, sia unitamente tutte le cose; e che quello che venera come luce inaccessibile, non sia la luce corporea (alla quale si oppongono le tenebre), ma la luce semplicissima e infinita entro la quale le tenebre sono luce infinita; e che la medesima luce infinita risplenda sempre nelle tenebre della nostra ignoranza, ma le tenebre non possono comprenderla. La teologia negativa è così necessaria a quella positiva, che, senza di essa, Dio non sarebbe onorato come Dio infinito, ma come creatura. È un culto di questo genere e l'idolatria che tributa all'immagine quello che spetta solo alla verità. Sarà utile aggiungere, ora, qualcosa sulla teologia negativa.

La santa ignoranza ci ha insegnato che Dio è ineffabile perché è infinitamente superiore a tutte le cose che possono essere nominate e perché egli è la somma verità. Pertanto, possiamo parlare di lui in modo più vero con la rimozione e la negazione, come ha detto anche il grande Dionigi che volle che Dio non fosse né la verità, né l'intelletto, né la luce, né alcuna di quelle cose che si possono esprimere con le parole. E Rabbi Salomon e tutti i sapienti lo hanno seguito.

Secondo questa teologia negativa per la quale Dio è solamente infinito, Dio non è né Padre, né Figlio, né Spirito Santo. L'infinità come tale, infatti, non è, né generante, né generata, né precedente. Ilario di Poitiers ebbe a dire acutissimamente nel distinguere le Persone: «Nell'eterno l'infinità; la specie nell'immagine; la fruizione nel dono», intendendo dire che, sebbene nell'eternità non possiamo vedere altro che l'infinità, l'infinita, tuttavia, che è l'eternità, essendo negativa, non può essere intesa come generante, ma come eternità, giacché l’eternità è affermazione dell'unità, ossia della presenza massima, per cui è principio senza principio. «Specie nell'immagine» ha chiamato il Principio che è dal Principio; «Fruizione nel dono» ha chiamato la processione dall'uno e dall'altro.

Verità, queste, ormai notissime da quanta premesso. Infatti, sebbene l'eternità sia infinita - sì che l'eternità non è più causa del Padre che l'infinità - essa è attribuita, tuttavia, al Padre e non al Figlio, né allo Spirito Santo. L'infinità, invece, non si attribuisce più a una persona che all'altra, perché considerata secondo l'unita, e il Padre; considerata secondo l'eguaglianza dell'unità, e il Figlio; considerata secondo la connessione, e lo Spirito Santo, mentre, considerata semplicemente in se stessa, non è né Padre, né Figlio, né Spirito Santo. Sebbene l'infinità sia anche eternità e sia qualunque delle tre Persone e, viceversa, qualunque delle tre Persone sia l'infinità e l'eternità, ciò non è, tuttavia, secondo la considerazione dell'infinità che si è ora chiarita: perché secondo la considerazione dell'infinità, Dio non è né uno né molti, e non si trova in Dio, secondo la teologia negativa, nient'altro che l'infinità. Secondo questa teologia, Dio non è, quindi, conoscibile né ora né in futuro, perché ogni creatura, in quanto non può comprendere il lume infinito, è tenebra nei suoi confronti e Dio è noto solo a se stesso.

Da ciò è chiaro in che modo le negazioni sono vere e le affermazioni inadeguate negli argomenti teologici. Ma le negazioni che rimuovono le cose più imperfette da ciò che è perfettissimo, sono più vere delle altre. [Per esempio], che Dio non sia pietra, è più vero che non sia vita e intelligenza. Che non sia ebbrezza, e più vero che non sia virtù. Il contrario vale invece nelle affermazioni: è più vera l'affermazione che dice «Dio è intelligenza e vita» che quella che dice «Dio è terra, pietra e corpo».

Tutto questo risulta chiaro dalle cose ammesse. Concludiamo, perciò, che la precisione della verità risplende in modo incomprensibile nelle tenebre della nostra ignoranza. Questa è la dotta ignoranza su cui indagavamo, con la quale - abbiamo spiegato - possiamo accedere, secondo i gradi di dottrina dell'ignoranza stessa, a Dio di infinita bontà, massimo unitrino, sicché ci è possibile tesserne le lodi con tutte le forze, in quanto si rivela a noi in modo incomprensibile ed e, sopra ogni cosa, benedetto nei secoli.

 

da La dotta ignoranza, Lib. I, Cap. XXV-XXVI, pp. 102-106, in Opere filosofiche di Nicolò Cusano, a cura di G. Federici Vescovino, Utet, Torino 1972