Si può essere scienziati e poeti?

Giovanna Zimatore
Dottore di ricerca in Biofisica

Nella mia esperienza personale, l’amore per l’insegnamento della matematica e delle scienze ha origini lontane, più precisamente quando mi feci regalare una scatola con tante tesserine di plastica rossa uguale a quella con cui la mia maestra ci “costruiva” i numeri e spiegava il sistema metrico decimale. Giunta alle soglie dell’Università, iscrivermi alla facoltà di Fisica fu una vera sfida con me stessa e mi ha dato la possibilità di conoscere persone autentiche ed ottimi professori. Ho avuto buoni maestri anche nella vita, sacerdoti illuminati che approfondiscono, studiano, riempiono i loro discorsi con immagini concrete, citazioni dotte di quelle che ti fanno correre in libreria, ti invogliano a leggere; i buoni maestri mi hanno, soprattutto, insegnato a mettermi in discussione. Il mio desiderio del sapere, del capire le cose, mi ha fatto anche andare in crisi: perché non mi basta quello che so? Dove voglio arrivare? È presunzione e sfacciataggine la mia? Mi domandavo se fosse un’offesa per un Dio buono che conta i capelli del mio capo, che veste gli uccelli ed i fiori dei prati con i colori più belli… Mi sentivo in colpa … ridicola formica che trascina una grossa mollica… Poi mi fu insegnato cosa è lo stupore e come da esso sgorghi la gratitudine, così la mia angoscia si placa quando lascio spazio alla meraviglia. Questo mondo meraviglioso va indagato e, conoscendolo, è più facile amarlo. Ritengo che la scienza possegga una dimensione personalista, e che questa sia da ricercare nel fatto che la conoscenza scientifica, come qualsiasi altra vera conoscenza, è indissolubile dal nostro essere più profondo. La stessa persona è sia scienziato che padre, madre, figlio, amico. Se siamo credenti la scienza non abita in un luogo differente da dove “abita” la nostra fede.

Ho sempre desiderato che il mio studio avesse quelle che chiamano “ricadute applicative” e così ho trovato nella Biofisica la possibilità di applicare le formule e le procedure al sorprendente mondo naturale. Se da una parte infatti trovo nella Fisica, nelle sue leggi, nei numeri e nel metodo sperimentale quelle certezze che la vita stenta a dare, così cerco nell’imprevedibilità, nella variabilità e nella non stazionarietà dei sistemi biologici, vita e concretezza; soprattutto nutrendo la speranza che il mio studio possa essere utile: eccomi così approdata alla Biofisica.

Dopo una tesi di laurea su una tecnica di Imaging di Risonanza magnetica ed una parentesi di dinamica molecolare, giungo allo studio dei segnali emessi dall’orecchio. Sì, perché forse non tutti sanno che l’orecchio non serve solo per ricevere suoni ma li emette, debolissimi, ma li emette. In questi segnali, che si chiamano emissioni otoacustiche, è scritto in un codice misterioso il segreto dei meccanismi alla base della funzionalità uditiva. Sono rimasta molto affascinata dall’orecchio, “The speaking ear” , l’orecchio parlante, è il titolo della tesi di dottorato, magico e simbolico con i tre stati della materia attraversati, le tre direzioni dello spazio dei canali semicircolari… Anche il mondo dei suoni mi ha contagiato, mi affascina questo fatto che il suono per propagarsi abbia bisogno di un mezzo: mi fa pensare al fatto che anche per veicolare il messaggio religioso ci sia bisogno di un tramite fra sorgente e bersaglio.

Alcuni scienziati-musicisti mi hanno insegnato a capire meglio la musica ed i suoi silenzi, a cercare il suono di una mano sola, le consonanze e le dissonanze, il segreto del terzo suono di Tartini. Immersa nel mondo astratto del segnale e dei meccanismi teorici, mi è capitato qualche volta di vedere materializzarsi un esempio fisico mentre ascoltavo una relazione, di confrontare le esperienze umane con il comportamento di atomi, molecole e di onde di propagazione. Il destino e le scelte personali mi hanno portato ad essere moglie e madre di tre figli, convinta che sia la mia prima vocazione, la via di realizzare il disegno che Dio ha per me. La mia riconoscenza cercava uno sbocco.

Ho così cominciato a scrivere delle brevi poesie, “Metafore di Scienza”. Ho provato la gioia di poter esprimere qualcosa di profondo, che non osavo tirar fuori in contesti diversi, e nutro la speranza che ciò possa essere una testimonianza utile, soprattutto ai giovani. Vorrei mostrare loro che si può essere poeti e anche credenti e al tempo stesso lavorare in ambito scientifico; che la ragione che in alcuni conduce all’agnosticismo, in altri può condurre alla fede in Dio. E rimango convinta che chiunque cerchi di vivere dando un senso alla propria vita, riconoscendo la dignità della persona umana e tributando amore a chi lo circonda. possa sì intraprendere percorsi diversi ma, come rette parallele, percorsi destinati ad incontrarsi all’Infinito.

 

Il suono

Sembrano ferme le molecole dell’aria

Né rarefazione né compressione

Il suono non si propaga

È silenzio

eppure c’è quell’energia termica che tutto pervade

e nel silenzio posso finalmente cogliere quel Termine Unico.

Non siamo allo zero assoluto.

 

Prospettiva

È solo un questione di prospettiva,

Mi aveva spiegato.

Metti davanti quello che è più importante per te.

Scegli:

Ciò che metti in primo piano è più grande

Ciò che rimane dietro potrai vederlo alla luce del primo

Vivere credendo

Può farti vedere il mondo con stupore e riconoscenza.

 

Serie di Fibonacci

Alla solitudine dei numeri primi

Preferisco di gran lunga la crescente allegria della serie di Fibonacci

Dove ogni termine nasce dalla somma dei due che lo precedono

Di generazione in generazione…

Tu ci hai insegnato un legame forte

Con chi ci ha messo al mondo

E così fino a Te il Primo termine: Uno

Grazie Signore,

Non c’è gioia più grande di sentirsi amati

E veder crescere i propri figli.

 

Le poesie di Giovanna Zimatore sono tratte, per gentile concessione dell’Autrice, dal volume Come due foglie. Metafore di scienza, Ancora, Milano 2010.