C.S. Lewis e Arthur C. Clarke: un dialogo poco conosciuto

Michele Crudele
Michele Crudele
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C.S. Lewis è l’autore di libri di successo che spaziano dalla profondità della sua fede cristiana (Sorpreso dalla gioia; Diario di un dolore; Le lettere di Berlicche) all’apparente leggerezza della fantasia (Trilogia di Ransom; Le cronache di Narnia) con in comune l’analisi dei comportamenti umani da diversi punti di vista, ma sempre con un riferimento trascendente.

Arthur C. Clarke in Italia è famoso soprattutto per essere l’autore del libro 2001 Odissea nello spazio e del contemporaneo film insieme a Stanley Kubrick: è stato uno dei più prolifici scrittori di fantascienza, con la caratteristica della verosimiglianza e del rigore scientifico anche nelle invenzioni più ardite. Non va dimenticato che lo scienziato inglese aveva per primo previsto nel 1945 l’uso dei satelliti geostazionari per le telecomunicazioni e nel 1956 la loro applicazione per la localizzazione, che ora chiamiamo GPS. Chi è interessato a sapere qualcosa della sua impostazione spirituale può leggere il mio articolo, pubblicato da Studi Cattolici nel maggio 2008 poco dopo la sua morte, L’Arthur C. Clarke che ho conosciuto, basato sulla nostra frequentazione a Colombo nello Sri Lanka a metà degli anni settanta e su un scambio di lettere dopo il 2001.

Pochi sanno che Clarke e Lewis si sono conosciuti brevemente di persona e si sono intrattenuti in un dialogo epistolare che risulta interessante in questo anno 2011 in cui ricordiamo i 50 anni del primo uomo nello spazio. Il loro rapporto è descritto nel libro From Narnia to A Space Odyssey - The war of ideas between Arthur C. Clarke e C.S. Lewis, pubblicato a New York nel 2003 da ibooks*. Non è una “battaglia di idee” in senso stretto, ma un certo contraddittorio soprattutto sul valore e la necessità delle spedizioni spaziali.

Probabilmente anche in conseguenza di questo rapporto, Lewis aveva una positiva opinione di Clarke, tanto da ritenere come miglior libro di tutta la fantascienza dell’epoca Le guide del tramonto (Childhood’s End), scritto da Arthur C. Clarke nel 1953 come ampliamento del racconto Guardian Angel del 1946. Personalmente condivido l’opinione dell’illustre letterato di considerare questo romanzo tra i più originali, intelligenti e avvincenti. D’altro canto, Clarke affermava che Lewis era autore di due delle poche opere di fantascienza spaziale classificabili come vera letteratura, riferendosi a Perelandra e Lontano dal pianeta silenzioso, due dei volumi della Trilogia di Ransom, pubblicata fra il 1938 e il 1944.

Nel 1943 Clarke aveva appena letto proprio Perelandra ed era rimasto colpito negativamente da queste frasi del romanzo di Lewis: «Era un uomo ossessionato da un’idea che in questo momento circola ovunque sul nostro pianeta, in oscuri scritti di “fantascienza”, in piccole Società Interplanetarie e Circoli di Missilistica e nelle pagine di riviste assurde, ignorata o derisa dagli intellettuali ma prontissima, se mai riuscisse a conquistare il potere, ad aprire un nuovo capitolo di sventura per l’universo. [...] La distruzione o l’asservimento di altre specie nell’universo, ammesso che ve ne siano, è per queste menti un gradito corollario».

Per questo, nel dicembre 1943 decise di scrivergli: «Vorrei esprimere il mio disaccordo, in certo modo violento, sul brano di Perelandra [...] L’intero paragrafo sembra essere una manifestazione di panico irrazionale ed emotivo piuttosto sorprendente dopo l’acuto approfondimento delle Lettere di Berlicche che, per inciso, mi sono piaciute moltissimo nonostante il fatto che non abbia mai provato simpatia verso la tradizione cristiana».

Lewis gli rispose subito, scrivendo tra l’altro, in riferimento a uno dei personaggi principali, un uomo diabolico che vuole conquistare Perelandra e gli altri pianeti per fini malvagi: «Ovviamente non penso che molti scienziati siano sempre dei Westons in erba: ma penso (un momento, io vivo in mezzo a scienziati!) che un punto di vista come quello di Westons si stia avvicinando [...]. Sono d’accordo che la Tecnologia è di per sé neutrale: ma una razza che si dedica a incrementare le proprie forze e la propria tecnologia con una completa indifferenza, mi sembra un cancro nell’universo».

Clarke tornò a scrivergli tre anni dopo per invitarlo a una sua conferenza a Londra sulla conquista spaziale. Lewis declinò l’invito il 24 settembre 1946 aggiungendo:«Auguro la miglior riuscita della sua conferenza escludendo ogni pratica realizzazione di viaggi spaziali!», e successivamente lo ringraziò per la copia del testo della conferenza e di alcune discussioni seguenti.

Il 13 febbraio 1953 Clarke invitò Lewis a partecipare a un incontro pubblico nel quale poter esprimere il suo parere sui viaggi interplanetari, scrivendo: «È certamente corretto da parte mia specificare che la sua posizione sarebbe in qualche modo analoga a quella di un martire cristiano nell’arena, ma sono fiducioso che queste considerazioni non la scoraggeranno!».

Lewis rispose il giorno dopo (le poste funzionavano molto bene all’epoca!) sostenendo che non era sua abitudine parlare di temi di cui aveva già scritto, non avendo nulla da aggiungere. Concludeva nuovamente con la frase:«Porti loro i miei migliori auguri per tutto eccetto che per i viaggi interplanetari», mettendo in post scriptum «Probabilmente tutto questo è solo un piano per rapirmi e abbandonarmi su un asteroide».

Clarke replicò con una simpatica lettera nella quale gli garantiva che, in caso di rapimento, gli avrebbe dato il tempo di raccogliere gli indumenti invernali per sopravvivere sull’asteroide. Contemporaneamente gli anticipava che lo avrebbe citato positivamente nell’edizione sotto forma di libro del suo romanzo “Preludio allo spazio”. L’anno seguente Clarke tornò a scrivergli per ringraziarlo di un commento positivo, scritto da Lewis sul “The Globe”, specificando che ne aveva accettato anche le critiche. Gli inviò anche un nuovo volume di racconti brevi. Lewis rispose ribadendo l’opinione positiva su quel romanzo e lo invitò a un incontro a Oxford, accompagnato da una buona birra nel miglior locale di sua conoscenza. Due ore dopo gli scrisse un’altra lettera avendo letto i racconti brevi e commentandone alcuni passaggi con apprezzamenti e critiche. La considerazione più interessante che riporta è:«Certamente in un lavoro artistico tutto il materiale dovrebbe essere usato. Se un tema è inserito in una sinfonia, qualcosa deve essere fatto con quel tema. Se un poema è scritto in un certo metro, le qualità particolari di quel metro devono essere sfruttate. Se scrivi un romanzo storico, il periodo deve essere essenziale per l’effetto da raggiungere. Poiché qualsiasi cosa nell’arte non faccia il bene, sta facendo del male: non c’è spazio per altri passeggeri (In un buon disegno in bianco e nero le aree di bianco sulla carta sono essenziali per l’intero disegno, così come le linee. È solo nel disegno fatto da un bambino che sono semplice carta bianca)».

È curioso lo stile letterario di questo epistolario manoscritto di C.S. Lewis: pieno di abbreviazioni e frasi sincopate, molto diverso da quello dei suoi libri. Invece Arthur C. Clarke, probabilmente anche per rispetto nei confronti di un maestro della letteratura, scrive a macchina in un inglese elegante e chiaro. A un certo punto è Lewis a invitarlo a darsi del tu, o meglio a chiamarsi con il solo cognome: Caro Clarke, Caro Lewis, senza più anteporre il tipico Mr.

L’ultima lettera di Lewis è del gennaio 1954 su coloro che criticano la fantascienza come evasione dalla realtà. Da Oxford scrive, con umorismo, citando un amico (che Lewis stesso nel suo On Science Fiction del 1955 afferma essere J.R.R. Tolkien): «Questi critici sono molto sensibili al più piccolo accenno di evasione dalla realtà. Ora, quale categoria di persone ci si può aspettare che sia più esagitata riguardo all’evasione? I carcerieri! ».

Dopo il 1954 non risultano altri scambi epistolari, ma il rapporto continuò sicuramente tramite la scrittrice americana Joy Davidman Gresham, che sposò in seconde nozze nel 1956 C.S. Lewis. In quel periodo ogni settimana gli scrittori londinesi di fantascienza si riunivano con curatori ed editori nella taverna White Horse e Joy partecipava abitualmente. Fu proprio lei a dare a Lewis Childhood’s end di Clarke, che considerava Joy una delle più incantevoli e intelligenti persone mai conosciute. Sulla sua repentina morte nel 1960 il marito scrisse il bellissimo Diario di un dolore. La storia del loro rapporto coniugale è narrata nell’opera teatrale Shadowlands e nella trasposizione cinematografica Viaggio in Inghilterra.

Il 7 maggio 1963 Lewis fu intervistato sui viaggi nello spazio e affermò:«Guardo con orrore al contatto con altri pianeti abitati, se ce ne sono. Porteremmo lì solamente tutti i nostri peccati e le nostre avidità, stabilendo un nuovo colonialismo. Non riesco a sopportarne l’idea. Ma se noi sulla Terra fossimo a posto con Dio, naturalmente tutto cambierebbe. Quando ci saremo spiritualmente risvegliati, potremo andare nello spazio e portarci le cose buone. Così sarebbe tutt’altra storia». Quest’ultima dichiarazione, poco prima di morire, chiarisce la sua impostazione contraria all’astronautica che risulta dall’epistolario con Clarke.

Quest’ultimo era invece molto ottimista sui progressi dell’astronautica ed era impegnato a sottolineare l’importanza della ricerca nel settore anche attraverso l’appartenenza e la presidenza della British Interplanetary Society. Si vedeva in ciò un riflesso della sua impostazione di vita per cui diceva: «Se sei ottimista, hai più possibilità di fare profezie che si avverano. Se dici che questo è un mondo meraviglioso e possiamo migliorarlo, c’è la possibilità che la gente ti ascolti e faccia ciò che dici».

Prevedere lo sbarco sulla Luna non fu facile neppure per lui. Nel 1948 l’aveva fissato nel 1978 convinto di aver esagerato nell’ottimismo. Invece l’uomo è sbarcato sul satellite terrestre nel 1969 ma, come faceva notare Clarke negli ultimi anni della sua vita, nessuno avrebbe immaginato che non sarebbe continuata l’esplorazione della Luna. Scriveva che era già successo con l’arrivo al Polo Sud alla fine del 1911 e inizio 1912 con Amundsen e Scott. Solo nel 1956 ci mise piede qualcun altro ma usando un mezzo molto diverso: l’aeroplano invece delle slitte. Per questo Clarke ipotizzava che il prossimo passo sarà la costruzione di un “ascensore spaziale”, cioè uno strumento per portare a basso costo oggetti in orbita geostazionaria, e quindi da lì poter utilizzare poca energia per staccarsi dalla gravità terrestre. Aveva usato in un suo romanzo questo ascensore, “inventato” da Yuri Artsutanov nel 1960, ipotizzando di costruire il “binario” in materiale diamantifero. Ora si potrebbe fare in fullerene o nanotubi, cioè molecole di carbonio, come il diamante, ma con caratteristiche di leggerezza, resistenza e flessibilità eccezionali.

Nel 2003 Sir Arthur ricordava l’ultimo e forse unico incontro con C.S. Lewis nell’Eastgate Hotel di Oxford dove discussero dell’argomento bevendo insieme. Nel suo romanzo 3001: Odissea finale il protagonista guarda dall’alto proprio quel pub frequentato abitualmente dagli Inklings, il famoso gruppo di letterati inglesi. All’uscita, barcollando leggermente, Lewis disse, riferendosi a Clarke e i suoi amici sostenitori dell’astronautica: «Sono sicuro che siete persone malvagie, ma che noia se tutti fossero buoni!». Arthur C. Clarke era accompagnato dal suo amico Val Cleaver, ma C.S. Lewis era insieme a uno più famoso: J.R.R. Tolkien. Clarke incontrò nuovamente Tolkien alcuni anni dopo durante un pranzo londinese. Questi gli disse in confidenza, indicando il suo editore, piccolo di statura:«Adesso vedi dove ho preso l’idea degli Hobbit!».

 

* ibooks è proprio quell’editore che ha fatto recentemente causa ad Apple per l’uso del nome che negli iPhone, iPad, iPod indica il programma di lettura di libri. Dalla WayBackMachine di archive.org risulta che il suo sito ibooks.net non è più in linea da anni, così come il seguente ibooksinc.net, ma ha continuato a pubblicare libri soprattutto fantasy, fantascienza e storia anche con il nome Brick Tower Press. Ha pubblicato una seconda versione dell’epistolario Clarke-Lewis nel 2005, ma sembra che anch’essa contenga numerosi errori di trascrizione: non ho avuto accesso diretto ad essa. Ryder W. Miller nell’introduzione della versione 2003 da me letta, si assume la responsabilità di tutti gli errori di trascrizione delle lettere di Lewis. Afferma che si era perso il disco con la prima edizione del libro che l’editore di Anamnesis Press, Allen Daniels, poco prima di morire decise di non pubblicare e quindi aveva ritrascritto lui tutto, trovando parole incomprensibili o ambigue. L’impressione tuttavia è che si sia di mezzo anche una trascrizione automatica (OCR) da una trascrizione precedente stampata che ha provocato gli errori più clamorosi. Una delle citazioni di questo articolo che risulta incomprensibile nel libro ibooks, è basata perciò sul volume terzo di The Collected Letters of C.S. Lewis, sul periodo 1950-63, edito da Walter Hooper nel 2007 e altre citazioni sono frutto di rielaborazioni leggendo le riproduzioni dei manoscritti e considerando altre fonti.