Credere e sapere: perché l’Anno della Fede riguarda gli uomini di scienza?

Giuseppe Tanzella-Nitti
ordinario di Teologia fondamentale - Pontificia Università della Santa Croce

Il prossimo 11 ottobre la Chiesa Cattolica celebra l’inizio dell’ “Anno della Fede”, voluto da Benedetto XVI per sottolineare il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. Nei medesimi giorni viene convocato un Sinodo dei Vescovi dedicato alla Nuova Evangelizzazione, una riunione che richiamerà per circa un mese a Roma rappresentanti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo con il proposito di ravvivare la questione su Dio, oggi accolta con indifferenza in larghi strati della società secolarizzata del mondo occidentale.

Si tratta di due eventi che rivestono interesse solo per i fedeli cattolici, riguardando questioni interne alla Chiesa, o hanno essi una portata più ampia? In particolare: l’idea di un “Anno della fede” ha qualcosa da dire anche all’uomo di scienza, sia egli credente oppure no? Se pensiamo che il Concilio Vaticano II ebbe come finalità principale quella di esporre il mistero di Cristo e della Chiesa al mondo, cercando di instaurare un dialogo con tutti gli uomini di buona volontà, ne dovremmo concludere che quanto oggi si celebra a distanza di 50 anni non può riguardare solo un evento interno, per così dire, ai vescovi della Chiesa cattolica. Il “mondo” al quale il Concilio si rivolgeva era anche il mondo segnato dalle conquiste della scienza e della tecnica, il cui modo di vivere era influenzato, e lo è ancor più al giorno d’oggi, proprio dal progresso scientifico (cfr. Gaudium et spes, n. 5). Ed in questo “mondo” vivono anche i credenti che si occupano di ricerca scientifica, che si interrogano sul rapporto far il loro credere e il loro sapere. Anche a costoro il Concilio si era rivolto. Ad essi si rivolgerà anche il Sinodo del 2012, avendo già indicato nei suoi Lineamenta, pubblicati lo scorso anno, che l’ambito della ricerca scientifica e tecnologica rappresenta uno dei campi privilegiati entro i quali svolgere la sua riflessione sulla Nuova Evangelizzazione.

Per questo motivo il Portale di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede si propone di porre a disposizione dei suoi visitatori, nei prossimi mesi, documenti e materiali che possano favorire una simile riflessione e accompagnarla lungo tutto l’Anno della Fede. Lo faremo con la consueta presentazione di alcuni “speciali”, come in occasione di analoghi anniversari (si pensi all’Anno darwiniano e all’Anno di Galileo), a cominciare da questo mese di ottobre 2012. Desideriamo così aiutare ad individuare, entro il ricco Magistero del Concilio Vaticano II e dei documenti che ad esso si ricollegano, quali sono i punti di maggior interesse per chi si occupa di ricerca scientifica, chiarendo forse incomprensioni ed equivoci ma, speriamo più spesso, aprendo orizzonti forse ancora poco conosciuti. Ci occuperemo poi di esplorare come si manifesta la fede degli uomini di scienza, quelli del passato come quelli del presente, quali testimonianze essi ci offrono e cosa possono insegnarci. Se un concetto come quello di “fede” sembrerebbe a prima vista assai distante dal contesto razionale e apparentemente impersonale della ricerca scientifica, quando proviamo invece a declinarlo secondo i concetti di “fiducia”, di “tradizione” o di “fede” nella intelligibilità della natura, ci accorgiamo che è più imparentato con l’attività dello scienziato di quanto non sembri a prima vista. La storiografia del Novecento ci ha poi mostrato che la visione del mondo, e dunque la visione religiosa, di non pochi uomini di scienza, da Keplero a Newton, da Maxwell a Teilhard de Chardin, ha influito in modo significativo sul loro approccio alla natura, sulle aspettative con cui essi si ponevano di fronte ai fenomeni, sulla formulazione di alcune delle loro teorie. Uomini come Max Planck e Albert Einstein hanno poi impiegato, in modo analogico, il concetto di “fede scientifica” per indicare l’atteggiamento di fiducia nell’ordine e nella razionalità delle leggi di natura, il realismo conoscitivo in definitiva, con cui accostarsi allo studio della realtà fisica. Si tratta solo di deboli analogie, oppure il concetto di “fede”, e dunque la necessità di un “sapere” che si basi anche su un “credere”, rappresenta in fondo un modo irrinunciabile del nostro modo di porci di fronte alle cose, e dunque del nostro modo di conoscere? Riflettere su un Anno dedicato alla Fede riteniamo possa aiutare anche chi si occupa di scienza a rispondere a questa domanda.

Se esaminiamo poi alcuni dei documenti che la Chiesa cattolica ha redatto per avviare il lavoro dei Padri Sinodali, l’interesse per le scienze è esplicito. Sia i Lineamenta,sia l’Instrumentum laboris, entrambi preparati per il prossimo Sinodo dedicato alla Nuova Evangelizzazione, citano fra i sei scenari proposti alla riflessione dei Vescovi quello della ricerca tecnico-scientifica. Con questo scenario si indica soprattutto l’influsso che il pensiero scientifico esercita sul modo di pensare e di vivere della società contemporanea, specie a motivo delle immagini della scienza veicolate dai mezzi di comunicazione e dal dibattito di opinione pubblica. I documenti esprimono la preoccupazione che la scienza si erga a nuova religione, imponendo il suo metodo conoscitivo ad altri ambiti del reale ed esercitando una seduzione verso modelli materialistici, a motivo dell’eccessiva fiducia che essa diffonde nelle capacità della tecnica. Al tempo stesso, essi pongono anche in luce le enormi possibilità che la scienza possiede per lo sviluppo dei popoli, quando indirizzata verso la ricerca della verità e la pratica del bene. Luci ed ombre, certamente, ma anche la speranza che le prime aiutino a fugare le seconde, perché queste ultime non sono originate tanto dal lavoro scientifico in sé, quanto dalle seduzioni che le ideologie ed il potere economico esercitano sulla scienza, ma anche da quelle prospettive recate dai mass media interessate a veicolare più le caricature catastrofiste o illuministe che non il lavoro quotidiano del ricercatore, peraltro assai più attraente anche per il grande pubblico, quando ben presentato.

In proposito, non va dimenticato che già nel 1981 l’allora Segretariato per i Non Credenti aveva esaminato in un lungo studio ed in un convegno conclusivo se il pensiero scientifico poteva considerarsi uno dei fattori dell’odierna secolarizzazione e una delle ragioni dell’ateismo contemporaneo. I risultati segnalarono che il pensiero scientifico non andava visto fra le cause della non credenza. In modo indiretto, esso poteva però causarla – si dice in quel documento – attraverso specifiche forme di divulgazione dei suoi risultati. Ovviamente si menziona anche il fondato rischio di applicazioni tecnologiche che suscitano problemi etici per la convivenza umana. Oggi noi sappiamo con maggiore chiarezza che tale rischio non è dovuto alla ricerca scientifica in sé, né si tratta una sua conseguenza diretta, ma è piuttosto causato da una strumentalizzazione della scienza per fini economici, politici o ideologici.

Proprio alla luce di tali riflessioni, ci sia consentito di offrire qualche commento a come lo scenario delle scienze, al quale la Nuova Evangelizzazione si dirige, debba essere a nostro avviso valutato. La ricerca scientifica non è solo un ambito che suscita esitazioni, ma è anche, e soprattutto, un settore della vita del secolo presente che offre alla Chiesa importanti opportunità. Il soggetto dell’Evangelizzazione della cultura scientifica non è solo la Chiesa, ovvero quanto essa realizza attraverso la sua azione pastorale e in certo modo istituzionale, ma lo è anche ogni singolo cristiano che agisce e opera nel mondo scientifico. Contrariamente a quanto alcuni media possono far pensare, il numero di credenti, anche di cattolici, che lavorano in questo ambito, è assai significativo. Essi meritano il sostegno dei Pastori e gli aiuti necessari per giungere ad una sintesi profonda fra fede e ragione, fra credere e sapere, sintesi che spesso resta loro indisponibile perché forse raggiunti da una pastorale troppo generica e culturalmente poco attrezzata. Da parte loro, i ricercatori e gli uomini di scienza credenti non dovrebbero limitarsi ad “essere presenti” nel mondo della scienza, ma dovrebbero ricordare che sono chiamati ad “evangelizzare la ricerca scientifica” dal di dentro, proprio orientandola verso la verità e il bene. A questo fine è necessario che gli scienziati cattolici ricerchino con sincerità l’unità del sapere, conoscendo più in profondità quei temi della loro fede che toccano le principali questioni della loro ricerca scientifica, giungendo così ad una sintesi più alta fra fede e ragione. I primi e più importanti evangelizzatori dell’ambiente tecnico-scientifico non sono i pastori, né i teologi, ma i laici battezzati che lavorano professionalmente nella ricerca scientifica e nei luoghi in cui questa cultura si forgia.

L’occasione del Sinodo e di un Anno della Fede coinvolge ugualmente i pastori e i teologi. Anche a loro spetta andare incontro alla cultura scientifica per meglio conoscerla e apprezzarla, capirne le dinamiche e valorizzarne le istanze di verità e di servizio. Proprio perché oggi, assai più che in passato, i pastori devono prepararsi ad annunciare il Vangelo in ambienti il cui modo di pensare è caratterizzato dalla razionalità delle scienze, i loro studi istituzionali dovrebbero prevedere una maggiore attenzione ai risultati delle scienze e alla cultura scientifica in genere. Paradossalmente, ciò era abituale nei seminari dell’Ottocento, ma non lo è stato più a partire dal Novecento. I teologi, dal canto loro, dovrebbero mostrare un maggior interesse verso le scienze, non solo per chiarire la compatibilità dei risultati di queste con la dottrina rivelata, ma anche per impiegarne le conoscenze certe quale aiuto ad una migliore comprensione della Parola di Dio. In tal senso, l’annuncio della Parola si fa più profondo e meditato e, per questo, più efficace.

Un Anno interessante, dunque: ci auguriamo che questa occasione non vada perduta e che ciascuno giochi la sua parte.