Verso una società generativa

Stefano Donati
Fellow Sisri

Che cosa accomuna un ricercatore immerso tra le sue carte, un artista con le mani sporche di colore, un imprenditore preso dal susseguirsi delle telefonate e un gruppo di cittadini che si ritrovano per riqualificare il quartiere? Tutti quanti stanno compiendo un’attività generativa. Generare è una parola “mitica”, cioè una parola che non ha bisogno di essere argomentata in quanto si impone all’evidenza dell’essere. E’ un atto che appartiene a tutti, non è solo biologico, ma anche sociale e politico. Si genera ogni qualvolta si dà vita a qualcosa di nuovo che si vuole far durare nel tempo. Aprire un’impresa, creare un’opera d’arte, mettere in circolo delle idee, sono tutti esempi di attivi generativi.

Anche consumare è un’attività primordiale e fondamentale dell’uomo in quanto ci si impossessa della realtà introducendola dentro di sé, tuttavia nell’odierna società questa rischia di diventare l’unica attività umana invadendo e saturando tutte le dimensioni dell’umano fino ad arrivare anche ad un consumismo spirituale. Generare è il movimento speculare a quello del consumare e si compone di quattro verbi.

Come prima cosa è necessario reimparare a desiderare. Assoggettato ad una logica del riempimento il desiderio è stato ridotto ad una ricerca di godimento. Al contrario esso è un grembo dove dare spazio alla sete di ulteriorità, di infinito. In questo senso è l’energia che ci rende capaci di incontrare la vita.

Ad un certo punto il desiderio -­‐ attraverso un incontro, una relazione, talvolta un trauma -­‐ prende una forma. Il desiderio vuole mettere al mondo qualcosa: un’associazione, un figlio, un progetto. Il secondo movimento è quello del mettere al mondo: passare da un generico desiderio al dargli una forma.

Una volta che qualcosa è nato, è necessario prendersene cura e questo richiede impegno, dedizione e sacrificio. Sacrificio, da “sacrum facere”, indica qualcosa di sacro in sé che ha valore e significato, che non riduce il desiderio ma al contrario è un’esplicazione delle proprie capacità di fare esistere qualcosa di altro da sé. In tal senso il sacrificio diventa l’opportunità di entrare in rapporto profondo con la realtà dove la cura è un movimento di reciprocità che aiuta a vedere l’altro non come un semplice oggetto di bisogno, ma una relazione di rinnovamento.

Infine affinché qualcosa possa vivere è necessario lasciarla andare. Ciò significa rinunciare ad averne il possesso per non soffocarla. Quest’ultimo aspetto della generatività ha due varianti, una femminile ed una maschile. La prima è il de-­‐partorire, cioè accettare che ciò che si è messo al mondo possa prendere una strada diversa dalla propria, che possa sbagliare rimanendo comunque al suo fianco. Nell’accezione maschile questo si traduce in un passare il testimone. Ogni qualvolta si costruisce qualcosa di bello è necessario il coraggio e la fiducia di consegnarlo ad altri, in tal modo si ha l’opportunità di lasciarlo diventare qualcosa che supera la propria immaginazione. La creazione genesiaca rappresenta l’archetipo della generatività riassumendo in sé tutti questi aspetti.

Il secolo appena trascorso è l’epilogo di un lungo processo storico di liberazione in cui si è affermata l’idea di democrazia, cioè la libertà politica; si è diffusa l’economia di mercato, ovvero la libertà economica; c’è stato tutto il processo di liberazione culturale, con il diritto all’istruzione, la possibilità di esprimere le proprie idee oggi anche attraverso i new media. Se confrontiamo la nostra epoca con altre storiche o rispetto ad altre regioni del mondo non si è mai registrata così tanta libertà. Eppure può sorgere la domanda: che cosa farsene di tale libertà?

In Occidente negli ultimi quarant’anni la cultura della libertà ha assunto potenti tratti adolescenziali. Dal ’68 in poi, sotto la manipolazione del capitalismo, è cresciuta la convinzione che per poter esprimere pienamente se stessi è necessario prescindere da tutto e da tutti, guadagnare l’autonomia, liberarsi dal Padre, dalla tradizione, dai precetti religiosi. Nell’odierna società liquida la libertà è sinonimo di slegamento. In questa liberazione di massa la libertà è diventata moltiplicazione delle opzioni che si rivelano tra loro equivalenti. Una libertà quantitativa e assoluta dove il legame è un vincolo che riduce la propria libertà.

L’attuale crisi, prima ancora che colpire la dimensione economico-­‐finanziaria e quella politico-­‐ istituzionale, è di natura spirituale e culturale. Ha i tratti di una crisi adolescenziale dove a cadere è il concetto stesso di libertà individualistica che si è andato creando. Da questa prospettiva l’ultima stagione storica può essere letta come una grande stagione adolescenziale.

Erik Erikson, uno dei più importanti psicologi e psicanalisti del secolo scorso, diceva che le crisi adolescenziali conducono a un bivio: da una parte la stagnazione con la ripetizione dell’identico, dall’altra rispondere con la generatività riconoscendo che la realtà ci oltrepassa e non si riesce a dominare ma si può entrare in dialogo e prendersene cura.

Ad una “libertà da” ed una “libertà di” è necessario affiancare una terza forma che è la “libertà per”. Riscoprire che la libertà ha una natura relazionale dalla quale non si può prescindere. La libertà non è solo propria ma anche comune, un progetto sociale. La libertà generativa dice che il legame è condizione di esperienza della libertà, che si fa carico del limite assumendo una forma, affezionandosi e spendendosi per qualcosa. La generatività è anche un modo di agire, organizzare e fare società. É un modo per esercitare creativamente la libertà, portando il proprio originale contributo, insieme ad altri, al mondo e alla vita.

Oggi abbiamo l’opportunità di andare oltre la società dei consumi, superare cioè l’idea che la crescita economica passi per un aumento dei consumi individuali e spostarsi ad un modello della produzione di valore condiviso. Si può dare avvio ad una nuova stagione solo riconoscendo che i nostri consumi non riguardano solo la singola persona, ma la nostra vita insieme. Dagli investimenti nelle infrastrutture all’educazione, con nuovi modelli abitativi e nuovi stili di vita, in una gestione dei beni comuni che vada oltre il semplice binomio statalizzazione-­‐privatizzazione. E’ necessario quindi in ultima istanza ricomporre ciò che si è slegato: lo sviluppo economico e lo sviluppo sociale.

Nel prossimo futuro raggiungeranno un nuovo modello di prosperità quelle organizzazioni, quelle imprese, quei territori, quelle comunità che, sapendo scrivere nuove alleanze, sapranno produrre nuovi valori condivisi, che da una parte le renderanno competitive, dall’altra miglioreranno la qualità complessiva della vita delle persone. In tal senso è stato istituito un archivio (generativita.it) allo scopo di favorire questo processo mettendo in rete tutti coloro che consapevolmente e inconsapevolmente stanno partecipando a questo nuovo movimento sociale dove ci si sente generativi prima che consumatori.