Max Weber a 100 anni dalla morte: un tipo ideale di scienziato

Giorgio Faro
Professore associato di etica applicata, Pontificia Università della Santa Croce

 

Il 14 giugno 1920, esattamente 100 anni fa, moriva a Monaco di Baviera Max Weber (1864-1920), figura affascinante e poliedrica di una sociologia opposta a quella di A. Comte e E. Durckheim, marcata dall’ideologia scientista e, pertanto, mirante a offrire una scienza esatta — “fisica sociale” l’aveva definita Comte — dove le spiegazioni di fondo di ogni fenomeno sono esclusivamente sociali. La medesima ideologia aveva coinvolto anche Marx, con la differenza che per quest’ultimo ogni fenomeno umano, anche sociale, ha sempre e solo cause economiche. Al contrario, nei fenomeni umani — data la poliedricità dell’uso della libertà —, Weber opponeva una sociologia di tipo “comprendente”, dove i fatti sociali potevano spiegarsi con altri fatti sociali, ma anche economici, culturali, politici, religiosi, ecc., coerentemente con quel politeismo dei valori che vedeva affermarsi nella modernità.

Una delle sue opere più conosciute, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905) intendeva contrastare Marx, facendo notare che il capitalismo moderno era un fenomeno economico, causato non solo da fattori economici, bensì anche di ordine religioso (il calvinismo, nella versione puritana inglese, vedeva nel lavoro che rende un segno psicologico di predestinazione alla vita eterna). Con ciò non intendeva affatto — come rispose ai suoi critici — asserire che questa era l’unica causa che lo spiegava (il capitalismo moderno era in gestazione nella stessa tradizione cattolica), ma un forte impulso, una concausa rilevante ad affrettarne l’affermazione e a ridurlo poi, di fatto, ad un’etica laica del risultato di chi è predestinato al successo.

A Weber dobbiamo un originale metodo da lui introdotto: quello dei tipi ideali. Estremizzando alcune antinomie —che nella realtà non sono sempre così nette —, intrinseche all’analisi dei più diversi fenomeni sociali, è possibile evidenziare con maggior chiarezza la posta in palio; ed arrivare più facilmente a conclusioni interpretative di rilievo. Celebre, la tipologia che contrappone l’etica del politico (o della responsabilità) all’etica del santo (o delle convinzioni).

Preferisco però soffermarmi su una sua opera matura e in questa sede più rilevante, La scienza come professione (Wissenschaft als Beruf), derivante da una conferenza tenuta a Monaco di Baviera nel novembre 1917, parte di un ciclo fecondo, da cui altre notevoli opere: Il lavoro intellettuale come professione e La politica come professione (edita nel 1918). Il termine Beruf, in tedesco, si traduce con “vocazione”. Così come si parla anche di “professione” religiosa.

Il sapere scientifico s’inserisce in quella razionalizzazione e disincantamento del mondo, che contraddistinguono la modernità. Nella ricerca scientifica, i due tipi ideali contrapposti di comportamento razionale e non razionale (passionale, emotivo) sono entrambi presenti. La scienza deve avvalersi di metodi razionali e di esperimenti collaudati, selezionati e precisi, ma lo scienziato può essere mosso anche da moventi che lo “appassionano” al suo tema di ricerca.

La razionalizzazione nasce dalla fiducia che il mondo sia accessibile alla conoscenza razionale. Lo scienziato “ha fede” che si possa sempre giungere a una migliore conoscenza dei fenomeni. La differenza tra una comunità scientifica e una di artisti, ma potremo dire anche di filosofi, è che la scienza guarderà sempre ai precursori con riconoscenza, ma relegando come inadeguate e superate le teorie precedenti: ha visione archeologica. Infatti, la scienza è strettamente ancorata alla temporalità, all’idea di progresso scientifico.

Invece, nell’arte, per quanto mutino le tecniche espressive, i materiali e lo studio della prospettiva, un capolavoro resta tale, nonostante il tempo che passa e il modo in cui è stato elaborato. Weber intuisce che esprime qualcosa del valore universale e atemporale della bellezza. Così, aggiungo io, ogni grande filosofo del passato, in parte è perenne ove ripropone domande e risposte approssimate sulle questioni ultime, che sono eterne e di ogni epoca, risultando stimolante e valido interlocutore anche a un contemporaneo; ma è anche consapevole, che quanto scrive sarà in parte superato, perché legato al suo tempo e al relativo stadio delle conoscenze scientifiche. Tommaso d’Aquino, ad esempio, riconosce questi limiti quando parla della teoria tolemaica — a suo tempo in voga e da lui condivisa — che implicava il ricorso a continue correzioni sugli epicicli. Tuttavia scrive: «benché con tali ipotesi [gli epicicli] sembra che vengano spiegate siffatte irregolarità, tuttavia non bisogna affermare che queste ipotesi siano vere, perché forse i moti afferenti le stelle si potrebbero salvare con un altro tipo di spiegazione, non ancora concepito dagli uomini» (De Coelo: I,2, n.17; tr. it. Marietti, Torino 1952).

Da una prospettiva filosofica Weber si chiede se però abbia senso partecipare a un progresso scientifico, che non arriverà mai a conclusioni definitive, sapendo che il nostro contributo sarà prima o poi superato; e nota che, per l’uomo che vive dell’idea di progresso, la morte stessa è priva di senso.

A proposito di disincantamento, Weber fa invece notare che l’uomo primitivo — che aveva una nozione incantata dei fenomeni, ma con valori precisi di riferimento, tradizionali o mitici che fossero — non è uno che conoscesse di meno, rispetto al contemporaneo. Anzi, conosceva molto bene i suoi attrezzi di caccia e di lavoro e sapeva come costruirli; mentre il contemporaneo, se non è uno scienziato — o almeno un elettricista —, dà per scontato che la luce si accende con un clik da un pulsante, ma resta ignaro di come funzioni l’elettricità e perché basti un clik… Weber nota anzitutto, che quanti hanno fatto del “progresso scientifico” il fine della scienza (il credo scientista: risolvere tutti i problemi umani) è miseramente naufragato. Propone allora questioni fondamentali: “che senso ha la scienza [come professione o vocazione], se essa non è una via per giungere al vero essere, alla vera arte (il Trattato sulla pittura di Leonardo voleva essere scienza), al vero Dio, alla felicità?” Weber fa rispondere Tolstoj: “La scienza non ha senso, perché non risponde all’unica domanda che ha senso per noi: che dobbiamo fare? Come dobbiamo vivere?

È un monito a quegli scienziati che ritengono la scienza capace di rispondervi, non avvertendo di sconfinare nella filosofia o nella fede. R. Spaemann definisce la filosofia “un discorso ininterrotto sulle questioni ultime”. Tuttavia, precisa Weber, se è vero che la scienza non dà risposte di questo genere, può essere d’aiuto a chi si pone queste domande. Lo vedremo.

Tutti ammettono che la scienza può raggiungere traguardi che meritano di essere conosciuti, anche se quest’affermazione non può essere scientificamente provata, se non in un contesto di senso della vita. I risultati della scienza sono degni, non solo perché portano risultati vantaggiosi nel campo della tecnica, ma anche perché le leggi scoperte hanno valore in sé stesse. Tuttavia, Weber, parlando della medicina e dei suoi progressi, già intuisce le problematiche etiche che nascono, ad esempio, se non si nota la differenza tra accanimento terapeutico ed eutanasia.

In coerenza, con il fatto che la ricerca scientifica non risponda a domande di senso, Weber ritiene che le concezioni personali di senso dei professori, non possano entrare in gioco al momento di insegnare una scienza; specialmente, poi, la politica. Weber avversò sempre i socialisti della cattedra: quanti usavano la cattedra universitaria, per propagare il credo socialista, invece di insegnare i fenomeni politici in modo neutro, compito di un docente nel suo ambito scientifico.

Le cattedre non sono riservate a profeti, né a demagoghi. E fa un esempio sulla diversa prospettiva di un cattedratico cattolico praticante e di un massone. Le loro nozioni scientifiche saranno utili a costruirsi un senso della vita (ecco lo scopo della scienza!), ma questo spetta ad altri, o in altra sede, non a loro, se le domande sulle questioni ultime spettano alla filosofia e alla religione. A maggior ragione, in un’epoca di politeismo dei valori, dove i riferimenti cristiani non sono più gli unici, il docente deve essere insegnante, non guida (anche se ritengo possibile un’onestà intellettuale di fondo, al momento di esporre la propria prospettiva, senza pregiudicarne altre). Cosa può infine offrire la scienza, da un punto di vista pratico e personale?

Ecco la risposta di Weber. Offre cognizioni sulla tecnica, per dominare la vita con la ragione: ciò vale tanto per le cose esterne, quanto per l’agire umano. Poi, offre metodi e utensili del pensiero. Inoltre, migliora la chiarezza di visione — sempre che già la possediamo noi stessi — in vista della domanda di senso. Infine, aiuta a porsi domande etiche: se — per raggiungere certi fini — occorra anche impiegare certi mezzi. Merito dell’insegnante è non dare risposta a queste domande, ma presentarle per farvi riflettere, deducendone però le conseguenze: lascerà al discente darvi risposta. In tal senso, la scienza favorisce la formazione del senso ultimo e dell’agire umano: il passaggio a considerazioni filosofiche (e quindi etiche) e/o religiose.

Sullo sfondo dell’epistemologia contemporanea, che ha imparato a rivalutare il ruolo del soggetto e delle domande di senso anche nelle scienze, la posizione di Weber potrebbe oggi sembrare riduttiva. Essa ha comunque il merito di non negare lo spazio semantico di queste domande, come fecero invece i neopositivisti del Circolo di Vienna. Ed il merito di restituire all’università e alla trasmissione del sapere la dignità di una vocazione.