Nella stanza della verità: Raffaello e la Scuola di Atene

Antonio Morsillo
Pontificia Università Antonianum

 

Quando attraversiamo una porta non sappiamo mai con certezza quale sarà il percorso da compiere e cosa troveremo. Il nostro cammino è come lastricato da tante stanze, in ognuna di esse la verità è sempre dietro l’angolo. L’arte è in grado di catapultarci dal mondo esterno, fisico e materiale, ad un mondo altro che sintetizza e sublima quello precedente. È il caso de La Scuola di Atene di Raffaello.

Questa famosissima opera di Raffaello Sanzio (1483-1520) è spesso presa ad icona non soltanto della filosofia, ma anche di un ideale di sapere connotato in senso interdisciplinare. Nella Scuola di Atene, infatti, trovano posto anche l’astronomia, la geometria e la matematica – le scienze con le origini più antiche. Non è un caso che l’opera compaia quasi come esergo ad un articolo significativamente intitolato Why Science needs Philosophy pubblicato recentemente sull’autorevole rivista scientifica PNAS, e commentato anche su questo portale. Ecco perché, in occasione dei 500 anni dalla morte del grande pittore rinascimentale, vogliamo sottolineare questo eloquente dipinto.

Il mirabile affresco, posto all’interno del palazzo pontificio in Vaticano, si trova nella cosiddetta Stanza della Segnatura, così chiamata perché nel 1541, e anche in epoche successive, fu sede del tribunale ecclesiastico. Fu Papa Giulio II (1503-1513) a chiamare il pittore e architetto Raffaello per affrescare queste stanze, e rimase così entusiasta della sua prova da affidare soltanto al maestro urbinate l’intera decorazione ed abolire quanto fatto in precedenza, eccezion fatta per il soffitto per volere dello stesso Raffaello.

Una volta entrati nella Stanza e collocandoci al suo centro, ci troviamo come all’interno di un diagramma, in una rosa dei venti che spira quattro distinte coordinate: filosofia (parete est), teologia (ovest), poesia (nord) e giurisprudenza (sud). Queste discipline rappresentano le antiche facultates studiate nelle Università medievali. La loro presenza indica una celebrazione delle categorie del sapere che avrebbero adornato la futura biblioteca di Giulio II. L’ideale di renovatio urbis Romae, promosso dal papa, viene così espresso artisticamente da Raffaello in una verità architettonica e pittorica insieme, in cui forma e contenuto s’incontrano. È la coniugazione armonica del linguaggio che vede incrociarsi negli affreschi le tematiche scelte, in tal modo ognuno dialoga con l’altro che ha di fronte.

Nel complesso sistema di rispondenze tra soffitto e pareti troviamo il Primo moto, presumibilmente la prima figura dipinta nelle Stanza della Segnatura. Qui è raffigurata Urania la musa dell’astronomia che regge il globo terrestre e va ad inserirsi nell'asse della parete est, con la Filosofia e la Scuola di Atene. La Filosofia ha le fattezze di una donna seduta su un trono, ha due putti laterali che reggono i cartigli con la scritta CAUSARVM COGNITIO (conoscenza delle cause) tratta da Cicerone. Si tratta di un ideale ingresso a La Scuola di Atene, raffigurata nell’affresco sottostante, che anticipa gli intenti di unità del sapere qui rappresentati dalle due figure allegoriche. L’affresco trova simbolicamente il suo abbraccio ne La Disputa del SS. Sacramento che è di fronte. La filosofia dialoga, così, con la teologia come in età medievale: la terra incontra il Cielo. Se nella Disputa del SS. Sacramento il punto di fuga è rappresentato dall’Eucarestia, Dio come Logos, ne La Scuola di Atene sono le figure dei filosofi Platone e Aristotele ad occupare la centralità dell’affresco. Un tempio filosofico come lo aveva immaginato Marsilio Ficino. In tal modo la filosofia rappresenta la saggezza degli antichi. Le due figure, aprono la scena e dispiegano il loro sapere al mondo. Platone a sinistra, canuto e barbuto con le fattezze di Leonardo da Vinci, ha il Timeo sottobraccio, un testo fondamentale che ha influito sulla filosofia e sulla scienza perché ha trattato l’origine del cosmo e la natura umana. Platone indica con l’indice della mano destra il cielo, il bene, dove risiede il mondo delle idee, sede dell’immutabilità e della perfezione. Questi, secondo la tradizione, fondò l’Accademia filosofica intorno al 387 a.C. privilegiando l’interazione tra maestro e discepolo. A destra c’è Aristotele, regge nella mano sinistra il libro L’etica, considerato, appunto, il primo trattato sull’etica come argomento filosofico. Il suo intento è di arrivare a capire il fine ultimo dell’uomo. La sua mano destra è protesa in avanti e volge il palmo a terra, verso la vita terrena. Non è un caso che nell’affresco siano gli unici interlocutori che si guardano e dialogano tra loro.

L’indubbia capacità di Raffaello emerge nella sintesi visiva delle essenze delle dottrine che questi personaggi rappresentano. Un altro sommo esempio è Socrate, posto nel gruppo di sinistra, di profilo, colto mentre conta i suoi sillogismi sulle dita assieme ai suoi allievi più stretti come Senofonte e Alcibiade. In tal modo Socrate, Platone e Aristotele realizzano una sorta di trinità filosofica dell’antichità. Socrate maestro di Platone e quest’ultimo maestro di Aristotele. Loro tre rappresentano le radici dalle quali nascerà lo sguardo della filosofia a venire.

L’Orfismo, il movimento religioso che trovava il suo fulcro nella divinità e l’immortalità dell’anima, con il fine di condurre una vita pura, è un altro tassello de La Scuola di Atene e va ad inserirsi nel gruppo posto in basso all’estrema sinistra. È personificato dalla figura di un sacerdote coronato da pampini, e poggia il suo libro sul basamento di una colonna, metafora di quello che è stato una delle grandi colonne su cui poggia il pensiero greco. La figura ha le sembianze di Fedra Inghirami, il consigliere di Raffaello che lo avviò al ragionamento filosofico antico. In basso troviamo Pitagora che scrive le proprie teorie in un libro. Non il celebre teorema, ma una lira a quattro corde sulle quali sono indicati i rapporti numerici alla base dei suoni ovvero gli intervalli musicali. Ed è proprio da questo gruppo che si staglia solitaria una figura, con fattezze femminili, rappresentata in piedi e vestita di bianco. La sua identificazione è controversa. Si pensa che il volto riprodotto possa essere quello di Francesco Maria della Rovere, nipote di Giulio II, ma l’intento è comprendere cosa Raffaello abbia voluto esprimere attraverso questa presenza. Il suo significato potrebbe essere racchiuso nel concetto di kalokagathia, termine che esprime un ideale di bellezza fisica e morale caratteristico del pensiero greco arcaico. Ciò ne spiegherebbe l’atteggiamento e il colore bianco del manto. Un’altra ipotesi assocerebbe la figura ad Ipazia d’Alessandria, la matematica vissuta tra il IV-V secolo, e la sua posizione sarebbe in questo caso avallata dalla vicinanza al gruppo dei pitagorici. Il suo sguardo, è l’unico che sembra indagare l’occhio dell’osservatore facendo da tramite tra l’esterno della sala e l’interno della Scuola.

Appoggiato ad un cubo marmoreo, inserito a posteriori nell’affresco e non presente nel cartone preparatorio, troviamo un esponente della Scuola Ionica: il criptico Eraclito. Ha le sembianze di Michelangelo Buonarroti che ha in comune con il filosofo il carattere solitario e scontroso. Sul lato destro troviamo il filosofo Diogene di Sinope che tendeva a ridurre all’essenziale i bisogni umani. Sembra quasi che la ricerca incessante dell’uomo, che sappiamo essere da lui condotta al lume di una lanterna, sia messa in luce dal pittore per istaurare una conversazione universale nella Scuola di Atene.

La verità che Raffaello è riuscito a cogliere con la sua opera, si esprime ancora una volta attraverso la composizione armonica del gruppo degli astronomi, scienziati e geometri posti in basso all’estrema destra. Tra loro spiccano Zoroastro, presunto fondatore dell’astronomia, e Tolomeo, l’astronomo a cui si deve la codifica del sistema geocentrico. Il primo regge la sfera celeste, il che comprova il suo investimento, l’altro il globo terrestre. Il pittore ritorna all’assunto compositivo già adottato per Platone e Aristotele per rimarcare il rapporto tra cielo e terra. È il sigillo delle scienze umane e scientifiche insieme. Accanto a loro troviamo lo stesso Raffaello che firma l’affresco con la sua immagine mentre Euclide, il geometra che ha codificato la geometria classica così come ci è pervenuta e che ha le fattezze dell’architetto Bramante, sembrerebbe dimostrare con un compasso la teoria di bellezza formale.

Alla fine sembra quasi di trovarci dinanzi ad una rappresentazione corale. Ogni personaggio ha un ruolo attivo. Ogni gesto traduce in metafora l’universalità del pensiero umano per farci scorgere la meraviglia, addentrarci nelle stanze della conoscenza e celebrare a 500 anni dalla morte questo esimio maestro.

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