Wittgenstein: la filosofia davanti al “problema della vita”

Stefano Oliva
Stefano Oliva
Ricercatore Centro DISF, Pontificia Università della Santa Croce

A cento anni dalla pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus

Nel 1921 un giovane ingegnere austriaco, convertitosi prima alla logica e poi alla speculazione filosofica, dava alle stampe un’opera destinata ad avere un posto di primo piano nella storia del pensiero del Novecento. A quell’epoca però Ludwig Wittgenstein aveva già preso le distanze dal mondo accademico di Cambridge, dove si era formato e dove avrebbe fatto ritorno alcuni anni dopo in qualità di docente. Mentre il suo autore era impegnato come maestro elementare sulle montagne austriache, la distanza dalla scena filosofica non aveva impedito che la grandezza del Tractatus logico-philosophicus conquistasse i principali ambienti culturali del tempo, primo fra tutti il Circolo di Vienna, cenacolo del nascente neo-positivismo, rispetto al quale però Wittgenstein dimostrò sempre una irriducibile distanza.

La circolazione dell’opera fu favorita soprattutto dalla seconda edizione (1922), in traduzione inglese, corredata dall’introduzione di Bertrand Russell. Scrive a questo proposito Wittgenstein, in una lettera all’amico architetto Paul Engelmann del 5 agosto 1922, che la prima edizione, pubblicata negli Annalen der Naturphilosophie, era da lui considerata una “edizione piratesca” [1] in quanto piena di errori tipografici. Da questo aneddoto si può cogliere un elemento indicativo del carattere di Wittgenstein, vale a dire il perfezionismo e l’alta concezione di sé e del proprio compito, ai limiti dell’autopersecuzione.

Tra il periodo di studio sotto la guida Russell e la pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus vi è la Prima guerra mondiale, durante la quale Wittgenstein è impegnato al fronte come volontario e viene fatto prigioniero in Italia, a Montecassino. È proprio sotto il fuoco dei cannoni, nell’esperienza della trincea, che la riflessione di Wittgenstein acquista una nuova profondità. Partito dalla logica e in particolare impegnato in una profonda revisione della teoria dei tipi di Russell, Wittgenstein inizia a introdurre nella propria riflessione alcuni elementi di diversa provenienza, etico-religiosa. La lettura di Kierkegaard, Schopenhauer, Nietzsche, Tolstoj e Dostoevskij produce una grande impressione in Wittgenstein – per i suoi commilitoni al fronte “quello col Vangelo” – e coincide con una significativa svolta nell’ambito della sua riflessione, testimoniata puntualmente da alcuni passi dei Quaderni 1914-1916, dove le annotazioni personali si saldano con gli appunti teorici. È così che la riflessione sulla natura e la funzione del linguaggio, sulla negazione e la tautologia, sul rapporto tra “stati di cose” e “oggetti semplici” lascia il campo a osservazioni come la seguente:

   

L’impulso al mistico viene dalla mancata soddisfazione dei nostri desideri da parte della scienza. Noi sentiamo che anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, il nostro problema non è ancora neppur toccato. Certo non resta allora più alcuna domanda; e appunto questo è la risposta [2].

 

Simili riflessioni, che in nessun modo devono essere intese come una svalutazione della scienza (ricordiamo che per Wittgenstein la scienza naturale è vera per antonomasia, in quanto totalità delle proposizioni vere [3]), trovano puntuale riscontro nelle proposizioni conclusive del Tractatus, in cui la concatenazione degli argomenti conduce dalla riflessione ontologica circa la composizione del mondo alla riflessione linguistica (la celebre “teoria raffigurativa”, secondo cui le proposizioni sono immagini di stati di cose possibili), per giungere a stabilire l’essenza della proposizione e la natura della logica, fino all’esito propriamente mistico di una visione corretta e finalmente chiara – benché inesprimibile – dei rapporti tra linguaggio e mondo.

Sarà proprio questa estrema curvatura della riflessione filosofica espressa nel Tractatus, e testimoniata poi da Wittgenstein con alcune scelte poco convenzionali nel corso della sua vita, a portare Russell a scrivere, in occasione della morte di quello che era stato il suo più brillante allievo: «He was in the days before 1914 concerned almost solely with logic. During or perhaps just before, the first war, he changed his outlook and became more or less of a mystic, as may be seen here and there in the Tractatus» [4].In effetti alcune proposizioni conclusive del Tractatus – le più emblematiche e fulminanti – sono dedicate proprio alla nozione di Mistico, inteso da Wittgenstein come darsi del mondo (il suo “che”: «che esso è» [5]), «sentimento del mondo come una totalità delimitata» [6], ineffabilità che mostra sé [7]. Che tutto ciò fosse connesso con quello che Wittgenstein chiama «il problema della vita», come si è già visto irriducibile ai problemi (empirici) delle scienze, lo rivela un’altra proposizione del Tractatus, immediatamente precedente:

 

La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso. (Non è forse per questo che degli uomini ai quali il senso della vita divenne, dopo lunghi dubbi, chiaro, non seppero poi dire in che cosa consistesse questo senso?) [8].

 

Ma quale può essere oggi la rilevanza del Tractatus? Quale il messaggio o l’invito che, a cent’anni di distanza, è ancora possibile cogliere e accogliere? Siamo persuasi che quest’opera abbia molto da dire a un’epoca drammatica come quella che stiamo attraversando, segnata da un’emergenza sanitaria globale che porta con sé un’incertezza diffusa rispetto al presente e al futuro. Il Tractatus, infatti, ci suggerisce che le grandi domande, quelle relative al «problema della vita», non vanno poste soltanto in tempo di pace, ma che anzi diventano tanto più urgenti quanto più il mondo intorno sembra sul punto di crollare. Il giovane Wittgenstein che, impegnato in trincea, appuntava sui suoi quaderni riflessioni sul problema dei limiti del linguaggio e sul sentimento mistico si trovava in una situazione di estrema difficoltà e preoccupazione, esposto a un costante pericolo che invece di inibire il pensiero ebbe su di lui l’effetto di condurlo all’essenziale.

L’invito è che ognuno di noi, dalle trincee in cui si trova, mantenendo le posizioni, non arretri di fronte all’angoscia e allo sconforto ma abbia il coraggio di pensare fino in fondo, non soltanto alle questioni apparentemente più pressanti, ma anche e soprattutto a quelle che più radicalmente interrogano l’intelligenza e la vita di ciascuno. «Vive eterno colui che vive nel presente» [9], scriveva ancora Wittgenstein nel Tractatus. Non domani, a tempesta finita, ma ora – in un "ora" sempre attuale – è il momento del pensiero.

   

*                     *                     *

 

Nel centenario della pubblicazione del Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein diverse iniziative, in Italia e all’estero, celebrano il pensiero di uno dei più affascinanti e originali protagonisti della filosofia contemporanea. In particolare, RIFL – Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio, con il patrocinio della Società di Filosofia del Linguaggio e del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università della Calabria, promuove un convegno internazionale il 12 maggio (qui il link alla locandina dell’iniziativa) e l’Austrian Ludwig Wittgenstein Society dedica il 43esimo Wittgenstein Symposium (8-14 agosto) all’anniversario della pubblicazione dell’opera.

 



[1] P. Engelmann, Lettere di Ludwig Wittgenstein, La Nuova Italia, Firenze 1970, p. 26.
[2] L. Wittgenstein, Quaderni 1914-1916, in Id., Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1998, 25.5.15, pp. 146-147. Il passo è inserito all’interno del Tractatus(6.52) con una interessante variante: «il nostro problema» diviene qui «i nostri problemi vitali».
[3] «La totalità delle proposizioni vere è la scienza naturale tutta (o la totalità delle scienze naturali)» ma «la filosofia non è una delle scienze naturali» (L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, Id., Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1998, propp. 4.11, 4.111).
[4] B. Russell, “Obituary: Ludwig Wittgenstein”, Mind, Vol. 60, No. 239 (Jul., 1951), pp. 297-298.
[5] L. Wittgenstein, Tractatus, cit., 6.44.
[6] Ivi, 6.45.
[7] Ivi, 6.522.
[8] Ivi, 6.521.
[9] Ivi, 6.4311.