Narrare le origini. Perché la scienza ha bisogno dei miti

Giulia Capasso
Ricercatrice Centro DISF, Pontificia Università della Santa Croce

In uno dei più noti testi divulgativi di cosmologia, uscito nel 1988, il famoso fisico teorico Stephen Hawking descrive così la nascita dell’universo:

 

Nell'istante del big bang, si pensa che l'universo avesse dimensioni zero, e che fosse quindi infinitamente caldo. Ma all'espandersi dell'universo la temperatura della radiazione diminuì. Un secondo dopo il big bang la temperatura era scesa a circa dieci miliardi di gradi. […] A quest'epoca l'universo deve aver contenuto soprattutto fotoni, elettroni e neutrini (particelle estremamente leggere che risentono solo della forza debole e della gravità) e le loro antiparticelle, unitamente a pochi protoni e neutroni. […] Circa cento secondi dopo il big bang la temperatura era scesa a un miliardo di gradi, la temperatura vigente all'interno delle stelle più calde. A questa temperatura protoni e neutroni non avevano più energia sufficiente a sottrarsi all'attrazione della forza nucleare forte, e avevano cominciato a combinarsi assieme e a produrre i nuclei di atomi di deuterio (idrogeno pesante), che contengono un protone e un neutrone. I nuclei di deuterio dovettero poi combinarsi con altri protoni e neutroni a formare nuclei di elio, che contengono due protoni e due neutroni, e anche piccole quantità di un paio di elementi più pesanti, il litio e il berillio. […] A solo poche ore di distanza dal big bang, la produzione di elio e di altri elementi si arrestò. E da quel momento in poi, per il successivo milione di anni circa, l'universo continuò solo a espandersi, senza che accadesse molto di nuovo. raggiungimento di quest'equilibrio segnava l'origine di una galassia rotante di forma discoidale.[1]

 

Questo è il racconto dell’origine del nostro universo contenuto nel famoso volume di Stephen Hawking Dal big bang ai buchi neri. Si tratta di una descrizione dettagliata e puntuale del cosiddetto big bang, ovvero la teoria sulla nascita dell’universo che ha tutt’ora le più solide basi scientifiche. La descrizione prosegue poi fino ad arrivare alla formazione del sistema solare e infine della vita sulla terra. Il testo di Hawking è un testo divulgativo, pensato per spiegare alcune nozioni base della cosmologia e della fisica astronomica ai non esperti, ma è basato sulle (allora) più recenti teorie fisiche e sulle ricerche dello studioso stesso. Presenta dunque dei contenuti che, per quanto privi di formule matematiche, hanno una solida e aggiornata base scientifica.

Possiamo affermare che si tratta di un racconto poiché nella descrizione del big bang c’è chiaramente uno svolgimento temporale di una vicenda, con una situazione iniziale, dei cambiamenti, una fine. Sarebbe impossibile descrivere la nascita dell’universo senza utilizzare una formula del genere, anzi l’orizzonte temporale è fondamentale nel descrivere il big bang, tant’è che i primi istanti della vita del cosmo sono analizzati millisecondo per millisecondo. Ma non è solamente la semplice descrizione di un susseguirsi di eventi che rende questa teoria scientifica un vero e proprio racconto, quando la struttura stessa del testo[2]. Inizia infatti con la presentazione di una situazione iniziale omogenea e precisa, per quanto in disequilibrio: un universo senza dimensioni e infinitamente caldo. La descrizione di questo punto iniziale non può non farci pensare ai miti cosmogonici in cui all’inizio di tutto si trova una situazione di precario equilibrio, in cui l’universo è buio e senza tempo. Immediatamente nella narrazione di Hawking questo equilibrio viene rotto da una spinta verso l’espansione, che provoca di conseguenza un immediato e drastico raffreddamento del cosmo. Nel racconto questa spinta iniziale che dà il via agli eventi è subito seguita da una serie di “crisi”, in cui la materia “lotta” in un ciclo costante di costruzione e distruzione, da cui con grande fatica alcune particelle riescono a emergere, creando gli elementi basilari che conosciamo. Per prima cosa la luce, come in molti racconti sulle origini. Poi gli elementi basilari, poi ammassi sempre più grandi che, sotto la spinta delle forze basilari della fisica, creano per la prima volta il movimento. Inoltre vi è anche una fine, la creazione della vita sulla terra, che più che una fine è descritta quasi come un fine, l’obietto a cui sembra teso l’universo nella sua evoluzione.

Nel parlare di una teoria scientifica come una narrazione non si intende senza dubbio sminuire la validità della teoria stessa, né si implica alcunché sulla sua veridicità. La descrizione del big bang che ho preso in considerazione è basata su una notevole quantità di dati e di esperimenti, di cui questa teoria è ad oggi una delle migliori spiegazioni disponibili. Il paragone con un testo narrativo ci aiuta però a porre in luce il fatto che tali teorie non sono né possono essere puri numeri e dati, ma sono soprattutto formate dalla loro interpretazione. Interpretazione che può anche essere profondamente soggettiva, ed ha a che fare molto più con il senso della teoria e con la visione della realtà che essa veicola[3].

Come accennato poco sopra, c’è un particolare tipo di racconto con cui sembra instaurarsi più fermamente un paragone con la teoria del big bang: i miti cosmogonici.

enuma_elish
Raffigurazione probabilmente tratta dal mito cosmogonico babilonese Enuma Elish
Basso rilievo dagli scavi archeologici della città di Ninive.

Prima di proseguire conviene chiarire cosa intendiamo qui per mito: secondo i grandi teorici del mito dello scorso secolo[4], potremmo definire mito un racconto che abbia le seguenti caratteristiche: sia ritenuto vero dalla società che lo narra, sia posto all’origine, o in un tempo mitico, qualitativamente diverso dal tempo storico (ovvero quello in cui viviamo), e tratti di argomenti ritenuti di fondamentale importanza per la cultura che lo ha espresso. Per quanto riguarda il concetto di verità del mito, ritengo necessaria un’ulteriore precisazione: nel linguaggio comune quando si parla di mito si intende solitamente riferirsi a qualcosa di falso ma creduto vero. Invece nel linguaggio tecnico degli studi sul mito non è importante che il fatto in questione sia reale o immaginario, o magari una commistione di eventi fantastici e fatti reali. Infatti, un mito può anche essere la narrazione di un evento realmente accaduto, con possibilmente alcune modifiche più di forma che di contenuto, se questo evento ha un’importanza fondamentale nella storia di un popolo. L’importante è che il racconto in questione sia considerato profondamente vero.

Quando si parla di un evento accaduto in un tempo qualitativamente diverso da quello quotidiano, ci si riferisce al fatto che i miti sono solitamente ambientati in un’epoca in cui la realtà è ancora fluida, non definita, e in cui pertanto tutto può accadere. Questo è particolarmente evidente proprio nei miti cosmogonici, in cui è l’universo stesso ad essere ancora in formazione, ma è vero anche per quei miti ambientati in tempi più recenti e che narrano della nascita di usanze o di culture. In ogni racconto mitico vi è un aspetto della realtà che non è ancora quello che è oggi, e che proprio nel mito, e potremmo dire grazie al mito, diventa quello che conosciamo. Potremmo dire che il mito in qualche modo sancisce il fatto che il mondo è quello che è e non altrimenti. Lo storico delle religioni Angelo Brelich diceva per questo motivo che il mito non spiega la realtà, quanto piuttosto la fonda. Il mito avrebbe dunque la funzione di fondare la realtà, ovvero si stabilire come le cose devono essere, poiché così sono diventate in quel tempo lontano in cui si narra che tutto sia stato deciso.

Quanto al terzo punto, gli argomenti trattati dal mito non sono temi poco influenti o laterali nella vita della società che lo narra, ma temi centrali alla sua sopravvivenza. È proprio questo che distingue il mito da altri tipi di narrazione, seppure simili nella struttura, come le leggende e le fiabe.

Se poniamo il racconto del big bang a paragone con questa definizione di mito, possiamo notare che trova una corrispondenza con molti degli elementi presi in considerazione. Infatti, è senza dubbio ritenuta vera. È anzi la teoria scientifica che, pur con alcune riserve e con alcuni critici, maggiormente si avvicina a descrivere in modo accurato l’evoluzione del nostro universo, basandosi sui dati e gli esperimenti più aggiornati.

È “ambientato” in un tempo prima del tempo, letteralmente, poiché nel big bang stesso si sarebbero formati spazio e tempo. È probabilmente ciò che più si avvicina alla definizione di tempo del mito, un momento in cui tutto può ancora succedere, in cui non esistono le leggi di natura, non esiste la materia, e che proprio con la sua evoluzione crea quelle stesse leggi che caratterizzano la nostra esistenza. Nel racconto stesso di Hawking, infatti, si passa dalla descrizione di una situazione iniziale di assenza di ogni cosa se non energia e calore, all’esistenza di tutto, lo spazio, il tempo, la materia e le forze che agiscono su di essa, fino ad arrivare alle galassie, alla Terra e alla vita sul nostro pianeta. In poche pagine vengono narrate le fondamenta di tutto ciò che esiste e che reputiamo essenziale alla nostra esistenza.

concilio degli dei
Il Concilio degli dei di Raffaello.
Affresco dalla Loggia di Psiche (Villa Farnesina, Roma)

Su questo punto tocchiamo il terzo elemento caratteristico del mito, ovvero il suo coinvolgere temi di fondamentale importanza per chi lo narra: infatti il big bang non è solo un racconto di come la realtà è diventata quella che conosciamo noi oggi, e come tale ci appare evidentemente vitale per noi. È anche, e soprattutto, un racconto che affronta la nostra ricerca di risposte alle domande fondamentali sul perché l’universo è in un certo modo invece che in un qualsiasi altro, del perché la sua evoluzione abbia portato quasi inevitabilmente alla generazione della vita e dell’uomo.

Proprio per questa ragione il racconto del big bang ha tanto in comune con il mito: condividono infatti una funzione fondativa: il big bang non spiega soltanto come è nato l’universo, bensì fonda in modo radicato il fatto che l’universo è quello che conosciamo noi e non un altro. Possiamo dunque concludere che il racconto del big bang può avere una funzione fondativa mitica per la nostra società, che lo narra per ribadire, una volta e per tutte, che il cosmo, lo spazio, il tempo, sono così come li conosciamo noi oggi grazie al fatto che hanno avuto una determinata storia, e che in fondo, conoscendone le origini più antiche, noi possiamo anche conoscerne la natura più profonda.



[1] S. W. Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, BUR Rizzoli, Milano 2007 (ed. or. A Brief History of Time, Bantam Books, 1988), pp. 138-140.

[2] Per un esempio di analisi strutturalista di una teoria scientifica (in questo caso la teoria dell’evoluzione) cfr. M. Landau, Human Evolution as Narrative: Have hero myths and folktales influenced our interpretations of the evolutionary past?, American Scientist Vol. 72, No. 3 (May-June 1984), pp. 262-268, e M. Landau, Narratives of human evolution, Yale university press, New Haven/London 1991.

[3] Per un’analisi più approfondita di questo tema cfr. M.B. Hesse, Physics, Philosophy, and Myth, in R.J. Russell, W.R. Stoeger, G.V. Coyne (eds.), Physics, Philosophy, and Theology: a common quest for understanding, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1988, pp. 185-202. Sulla questione della soggettività nella formulazione di teorie, connotata anche esteticamente, cfr. M. Ivanova, S. French (eds.), The Aesthetics of Science. Beauty, Imagination and Understanding, Routledge, New York 2020.

[4] R. Pettazzoni, Verità del mito, «Studi e Materiali di Storia delle Religioni» 21, 1947, pp. 104–116; A. Brelich, Introduzione alla storia delle religioni, Roma 1966; M. Eliade, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Roma 1968 (ed. or. 1949); C. Lévi-Strauss, Il crudo e il cotto, Milano 2008 (ed. or. Mythologiques, vol. 1, Le cru et le cuit, Paris 1964); C. Lévi-Strauss, L’uomo nudo, Milano 2008 (ed. or. Mythologiques, vol. 4, L’homme nu, Paris 1971). Cfr. anche G. Leghissa, E. Manera (a cura di), Filosofie del mito nel Novecento, Roma 2015.