Le due strade della scienza odierna

Alberto Strumia
già ordinario di Fisica Matematica, docente di Teologia Fondamentale, ISSRA Roma, docente di Filosofia alla Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna, Bologna

Nel celebre discorso tenuto a Colonia il 15 novembre 1980, rivolto a scienziati e studenti, in occasione del settimo anniversario della morte di sant’Alberto Magno, presentando la sua visione della scienza, san Giovanni Paolo II, prospettò due strade alternative per il cammino delle nostre scienze, che già egli intravedeva come possibili. La prima, senza riferimento ad una verità oggettiva e metafisica, vedeva la scienza inevitabilmente schiava del potere che finanzia le ricerche e indirizza le sue applicazioni tecnologiche, nonché la didattica e la divulgazione mediatica delle scienze. La seconda, vede la scienza “libera”, orientata alla ricerca di una “teoria dei fondamenti”, condotta con il suo linguaggio e i suoi metodi logico-matematici e osservativo/sperimentali. «Una scienza libera – egli affermava in quel discorso – è asservita unicamente alla verità non si lascia ridurre al modello del funzionalismo o ad altro del genere, che limiti l’ambito conoscitivo della razionalità scientifica» (n. 5).

Questa seconda pista aveva come prospettiva – più o meno consapevole nella mente degli scienziati di oggi, come forse anche meno in quelli di allora – la scoperta (o la riscoperta) di “verità fondamentali non convenzionali”, ma “oggettive”. Già Kurt Gödel, uno dei maggiori logici matematici del XX secolo, aveva compreso con largo anticipo, che proposizioni così fatte “devono esistere, altrimenti non esisterebbero nemmeno i teoremi ipotetici”.[1] La metafisica, così poteva/doveva essere trovata/ritrovata per una “esigenza interna”, come necessaria “teoria dei fondamenti” delle scienze.

Queste due vie, però, non rappresentano due alternative equivalenti, che possono essere scelte a piacimento da ciascuno scienziato, a partire dalle sue previe opzioni ideologiche, politiche, religiose, come ancora molti si illudono di poter ritenere.

Se il potere del mondo riesce ad imporsi anche per lunghi periodi di tempo, ricattando, di fatto, i ricercatori, sia dal punto di vista economico finanziando solo studi orientati ideologicamente, sia condizionando il loro modo di pensare l’essere umano, la società e la scienza stessa, rimane pur sempre il dato di fatto inevitabile che i risultati sia teorici (i teoremi) che pratici (gli esperimenti) impongono alla logica e all’osservazione qualcosa di non aggirabile per una mente intelligente, abituata a ragionare e ad interpretare i fatti con razionalità.

Nell’enciclica Fides et ratio, e non solo, san Giovanni Paolo II riprende la necessità di indagare sui fondamenti logici e ontologici della scienza. «Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio – egli scriveva in questo documento – è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento» (n. 83).

Questa è una necessità per una ricerca scientifica che non voglia finire per bloccarsi, esaurendosi in una sempre più presuntuosa e “onnipotente” tecnologia, manipolatrice dell’uomo e alla fine, nemica dell’uomo. Un estremo tentativo di manipolazione dell’uomo lo si vede oggi nell’inizio di una sua robotizzazione condizionante.

Se non si riesce a produrre un “uomo artificiale”, con un’intelligenza artificiale che sia veramente intelligente, allora si cerca di assorbire l’uomo “naturale” rendendolo sempre più bionico, elettronicamente integrato e controllabile centralmente da remoto (come i Borg della famosa serie Star Trek).

L’esigenza di una “teoria dei fondamenti” emerse già nella matematica della fine del XIX secolo (con Hilbert, Cantor e altri) e l’inizio del XX, dall’interno delle teorie scientifiche stesse, non come una sovrapposizione filosofica e teologica ad esse estranea. E il risultato fu che il linguaggio scientifico (logico-matematico) può dire “più cose vere” di quelle che è capace di dimostrare al suo interno (Teoremi di Gödel, 1931). E le proposizioni vere, ma “indecidibili” dall’interno del sistema potevano essere eventualmente accertate come vere grazie a rilevamenti “sperimentali” diretti o indiretti (testimonianze credibili) e all’insegnamento di chi le conosceva con certezza come vere. Veniva così aperta la strada alla possibilità logica di una rivelazione in grado di comunicare verità esprimibili anche con un linguaggio umano, ma non decidibili al suo interno.

Il “fondamento” non poteva essere parte della teoria stessa, ma doveva essere di natura diversa da essa, in certo modo trascendendola. È, in fondo, un primo accenno alla riscoperta dell’analogia dell’ente di tomistica memoria, che Bertrand Russell (1903/1910) chiamò opportunamente “ambiguità sistematica”.[2]

Nasceva così l’esigenza di ampliare qualitativamente la scienza, prima da una teoria dei numeri e delle relazioni/funzioni ad una teoria degli insiemi di oggetti, e poi ad una “teoria degli enti” di natura qualunque (ontologia formale). Si procedeva così verso una riscoperta della metafisica con metodi logici e scientifici.

Del resto anche la metafisica antica nacque dalla crisi della matematica dei Pitagorici ("crisi degli irrazionali”), imponendo di ampliare l’orizzonte della razionalità verso principi fondamentali della realtà di natura non numerica, quali furono la “materia” e la “forma” aristoteliche.

Curiosamente, ma non troppo, ai nostri giorni, la “teoria dell’informazione”, soprattutto in ambito biologico e cognitivo, sembra avvicinarsi proprio alla nozione di “forma” aristotelica. Oggi ci sono ancora due scuole di pensiero che dibattono su quale principio debba essere primario: per alcuni è la “materia” e l’informazione emergerebbe da quest’ultima più o meno spontaneamente; altri ritengono che l’“informazione” debba precedere la materia come principio capace di strutturarla e organizzarla.

Non siamo ancora arrivati a concepire la possibilità di una qualche “forma/informazione” capace di sussistere anche indipendentemente dalla materia (“spirito”) in quanto in grado di compiere attività che sono indipendenti da quest’ultima (quali la formazione degli universali e la coscienza di sé), come sosteneva san Tommaso d’Aquino, ma la via scientifica verso questo risultato è oggi più aperta che in passato. Occorrerà onestà intellettuale e scientifica per poterci arrivare.

Ai nostri giorni abbiamo un’ampia e quotidiana documentazione di come la scienza possa essere appetibile presso i poteri del mondo (finanziari, economici, politici, mediatici, globali, ecc.) per giustificare e rendere plausibili, con la paura, con i vantaggi che può offrire, con le tecniche di manipolazione del consenso, ecc., operazioni di potere che ricattano, immobilizzandola, la libertà delle persone, fino a sospendere la democrazia, rendendo sempre più difficile un vivere civile libero che sia degno di questo nome.

Ma questa strada è un’operazione di potere che non nasce da esigenze proprie della ricerca scientifica, ma solo dai deliri di potere e onnipotenza di uomini, che possono sedurre anche gli scienziati, quando non si comportano da veri scienziati, lasciandosi dominare da un’ambizione narcisistica o dal potere del denaro. Solo l’apertura verso una verità trascendente, insieme alla sana ragione, potrà illuminare le loro menti e i loro cuori verso una lucida onestà intellettuale e una giusta condotta, degna di veri scienziati.



[1] Cf. K. Gödel, “Alcuni teoremi basilari sui fondamenti della matematica e loro implicazioni filosofiche”, in K. Godel, Opere, vol. 3, Bollati Boringhieri, Torino 2006, 268-286.

[2] «Incidentalmente va sottolineato che gli autori dei Principia Mathematica hanno fatto uso della traduzione esatta di aequivocatio a consilio quando hanno coniato l’espressione “ambiguità sistematica”. Infatti essi stavano trattando dell’analogia» (J. Bochenski, “Sulla analogia”, in G. Basti e A. Testi, Analogia e autoreferenza, Marietti 1820, Genova-Milano 2004, 141.