Una ventosa spiaggia di rocce e sassi, un mare azzurrissimo e profondo; intorno, taglienti profili di basse montagne e piccole isole, coperti da semplice vegetazione mediterranea; sopra tutto, l’azzurro altrettanto profondo del cielo. Uno sguardo travolto dall’abbagliante nitidezza del panorama: luce che sembra generare senza sosta nuovi contorni e nuove definizioni, cruda esplosione di vita e di forme; morte, però, per tutto ciò che ha la pretesa di sottrarsi. È il Fato ineluttabile. Impressionato dalla luce, tale sguardo avverte di esserne al contempo parte integrante, definita, generata e quindi mortale: nella presa di coscienza di questo limite lo spirito guerriero greco ripone la consapevolezza della propria libertà. Con tale immagine in mente, è forse più facile comprendere il reverenziale timore circondante i responsi della Pizia a Delfi, che giungevano inesorabili e fatali proprio come le frecce di Apollo, o la carica estatica, ebbra e dissolutiva del culto di Dioniso, nonché il sempre maggior peso che nell’immaginario elle- nico hanno avuto i Misteri, celebri su tutti quelli dedicati al leggendario Orfeo.
La cultura greca, nel suo svilupparsi e accrescersi in ricchezza e complessità, ha lasciato mirabili esempi letterari di tale spirito, a partire dai poemi epici di Omero, passando per le liriche di Archiloco, fino all’apice raggiunto dalle
grandi tragedie attiche di Eschilo, Sofocle ed Euripide, drammi che si proponevano di educare l’animo dei cittadini, permettendogli così di godere pienamente delle proprie libertà.
Tuttavia, proprio in questo suo svilupparsi, a contatto con altri luoghi e altre culture, immerso in una società sempre più complessa e dinamica e in un divenire sempre meno rappresentabile, lo spirito greco ha sentito la necessità di
superare l’immediatezza delle esperienze artistiche e religiose e di rifondare le proprie basi su un terreno di ordine superiore, che salvaguardasse il profondo nesso fra libertà e necessità distintivo della cultura ellenica: la filosofia. I primi, quasi leggendari, filosofi, provenienti dalle colonie greche sparse per il Mediterraneo, hanno prodotto le loro riflessioni in forma poetica, indagando l’origine dell’essere sulla base di semplici proprietà naturali e logiche, in un miscuglio ancora acerbo di intuizione artistica e ragionamento.
Nell’Atene classica, palcoscenico delle grandi tragedie di cui sopra, società sviluppata, plurale e dinamica, la speculazione filosofica, rifluita nell’Attica da tutto il mondo ellenico, è giunta a un primo compimento: se infatti, come ragionavano i nuovi maestri di retorica, i Sofisti, il pensiero si scopriva fondamento della libertà umana, proprio l’uomo allora avrebbe dovuto essere il metro di giudizio per ogni realtà, non essendo queste ultime altro che il teatro delle sue ambizioni e dei suoi desideri.
Tutto, dalle espressioni artistiche, alle considerazioni etiche, fino alle visioni politiche, veniva rivalutato in base all’utilità e alla convenienza apportate, in una vera e propria rivoluzione antropologica, umanistica e democratica. Per molti, ciò era l’apice del genio e della creatività umana, una possibilità di affermazione continua, non palesandosi più nessuna verità assoluta come limite, almeno all’apparenza.
La profondissima e strutturale crisi conosciuta dalla società ateniese dopo la guerra del Peloponneso (431 a.C. - 404 a.C.), una crisi che affondava le proprie radici nel relativismo morale, nella politica demagogica e nell’imperialismo militare ed economico cresciuti in seno all’Atene periclea, apparentemente società al culmine dello sviluppo, avrebbe infatti corroso fin dalle fondamenta questo intero sistema di valori, facendolo sprofondare in un vortice di
nichilismo disperato.
La presunta creatività figlia del relativismo si rivelava essere solo volontà di sopraffazione, contro l’avversario dialettico, lo schiavo, la colonia, la città alleata o nemica, progressivamente senza distinzione alcuna; scontratasi brutalmente contro gli scudi degli opliti spartani e uscita sconfitta, tale volontà finiva per avvitarsi su se stessa in una drammatica spirale di crisi sociale, economica e morale.
Proprio in tale momento storico, è apparso, improvviso e terribile come una freccia di Apollo, come un responso della Pizia, l’uomo destinato a salvare lo spirito greco dalle proprie contraddizioni: Socrate (470/469 a.C. - 399 a.C.), colui che sapeva soltanto di non sapere abbastanza. Figura al di là dell’ordinario per qualsiasi epoca, eccentrico, provocatore e anticonformista, egli ha operato per rifondare su basi nuove, questa volta definitive, lo spirito di libertà ellenico, correggendo in maniera decisiva la rivoluzione antropologica iniziata dai Sofisti.
Realizzando una vera e propria rivalutazione dei valori, infatti, Socrate ha posto al centro di qualsiasi discorso possibile l’anima umana, da lui intesa come chiamata interiore, per natura, a una necessaria ricerca della verità, continua, inesausta e irriducibile alle apparenze esteriori.
L’apertura strutturale alla novità, spinta dal continuo domandare socratico, implacabile come la puntura di un insetto, ha rovesciato il relativismo dei Sofisti in un insaziabile desiderio di significato, non fine a se stesso, bensì orientato all’accoglimento di una verità sempre capace di generare nuove domande, perché mai pienamente comprensibile e, in ultima analisi, trascendente la natura umana.
Non è un caso che, per descrivere quella che percepiva come una vera e propria vocazione, il filosofo abbia usato come metafora il termine indicante il mestiere svolto dalla madre, ostetrica: maieutica, parola che è così arrivata a rappresentare l’arte di generare significati nell’animo umano mediante il dialogo. Sull’onda dello slancio creativo della propria cultura e proprio per preservare tale slancio, Socrate ha delineato un nesso inscindibile fra creatività e trascendenza: la strutturale chiamata a qualcosa di Altro, che giace e ha il suo significato al di fuori dell’apparenza, custodisce e mantiene in sé la possibilità di un’autentica generazione, di vere novità emergenti dall’indeterminato.
Se dunque la realtà, manifesta per tramite di questa luce intellettuale, significa sempre un che di ulteriore, ogni vocazione contiene naturalmente in sé anche il germe del proprio apparente sacrificio; così è stato per lo stesso Socrate: la sua tragica morte, alla quale è andato liberamente incontro da cittadino fedele alle leggi, ne ha infatti perpetrato nei secoli l’esempio e la missione, soprattutto grazie ai suoi celebri epigoni, Platone e Aristotele.
Il giovane aristocratico Platone, lottatore, poi appassionato aspirante poeta, esponente di una famiglia da sempre votata alla causa politica, ha trovato nell’esempio della vita e della morte dell’amato maestro Socrate, nello
sconfortante panorama dell’Atene straziata dalla crisi civile e morale, la ragione definitiva della propria opera umana.
Se l’uomo Socrate in vita ha mostrato a Platone come l’unica vera politica possibile sia quella basata sull’educazione dell’animo umano alla ricerca della verità, la sua tragica fine ha svelato al giovane la profondità delle contraddizioni di tale animo, dilaniato per natura fra il desiderio di un Bene che sia anche vero e la concupiscenza verso le cose apparenti, che da tale Bene allontana.
La raffinata sensibilità psicologica e culturale di Platone gli hanno così permesso di edificare e lasciare ai posteri un monumentale programma formativo, ovvero quello che pone come fine di tutta la comunità politica e umana l’educazione al desiderio del Bello, non inteso come norma estetica, morale o sociale, bensì come una forza trascendente e luminosa che attira ciascun uomo, in maniera specifica e in quanto parte del cosmo, verso una sola
e irriducibile Verità, che a tutto dà significato e pertanto di tutto permette l’esistenza. La stessa matematica, fondamentale pilastro dell’edificio platonico, viene onorata come punto essenziale della formazione umana, mediatrice fra il disordine apparente del continuo divenire e la superiore armonia e perfezione dell’essere, un Bello trascendente se stesso che, in un moto eterno e generativo, accompagna il cosmo intero nella tensione verso il significato.
Se l’educazione ha assunto un posto così centrale nell’opera e nelle intenzioni di Platone, è naturale che proprio in uno dei suoi allievi siano maturati gli ultimi e più numerosi frutti della grande rifondazione socratica, il poliedrico e rigoroso Aristotele.
Curioso indagatore dalla mentalità analitica ed empirica, nativo di Stagira e figlio di un valente medico, il giovane Aristotele è rimasto per ben venti anni nell’Accademia, la scuola fondata da Platone come fucina dei nuovi filosofi, assorbendo nel profondo gli insegnamenti del maestro. Il suo profondo rigore analitico e linguistico gli ha permesso di sistematizzare la disciplina del ragionamento puro, figlia di quella tensione verso il significato così intrinsecamente appresa, in un poderoso edificio intellettuale, valorizzando però nello stesso un aspetto fondamentale: la meraviglia verso i particolari della natura.
In uno sforzo durato una vita intera, abbracciando tutti i campi dello scibile umano, dissezionando con meticoloso rigore ogni problema presentatosi, Aristotele ha inteso dare dignità filosofica ai singoli, particolari eventi della realtà, considerando essi stessi, nel loro plurale e continuo accadere, come primaria fonte di quel significato cercato dai suoi maestri. La trascendenza, originaria e strutturale apertura, fondamento della creatività, viene individuata dallo Stagirita nella meravigliosa e luminosa presenza, in ogni evento reale, di un fine proprio non riducibile alle semplici componenti dell’evento stesso e quindi parte di un continuo, eterno movimento del cosmo volto a generare significati, orientato da un Fine ultimo e perfetto, di cui la conoscenza umana è ammirata partecipe.
Quello di Aristotele è forse stato il più grande atto di amore verso la civiltà della Greca classica, della quale il filosofo, sempre fedele alle realtà particolari, ha studiato ogni espressione culturale, sociale e politica, inquadrando ciascuna di esse all’interno del proprio poliedrico sistema. E forse non a caso, della Grecia classica Aristotele è anche l’ultima grande voce, venendo definitivamente meno le condizioni sociali e politiche che ne avevano permesso la fioritura.
Se ne deve quindi dedurre che la scuola socratica abbia fallito? Si deve pertanto pensare che lo spirito di libertà, una libertà figlia della luce della verità, sia stato un evento qualsiasi della storia umana, irripetibile e unico?
O, forse, i tre grandi filosofi hanno raggiunto, partendo dalle particolari condizioni della propria cultura, verità trascendenti la stessa? Si può ipotizzare che essi abbiano generato, in un fecondo dialogo con il proprio tempo, un nuovo modo di pensare e concepire la realtà, fondando la libertà su basi talmente solide da resistere alle maree storiche? Se così fosse, a molto pochi si potrebbe attribuire tanta creatività, sicuramente a pochissimi momenti storici tanta ricchezza.
Non resta altra scelta, per cercare di comprendere anche solo in piccolissima parte, che tornare su quella spiaggia di sassi e lasciarsi impressionare dalla luce.