Con la stampa a caratteri mobili, tra Quattro e Cinquecento, la conoscenza iniziò a circolare in Europa come mai prima d’allora. Per la prima volta nella storia, la conoscenza divenne riproducibile, accessibile, parzialmente emancipata dal controllo delle istituzioni religiose e accademiche. I costi si abbassarono. Quel mutamento, che Elizabeth Eisenstein definì “l’agente del cambiamento” per eccellenza (The Printing Press as an Agent of Change, 1979), inaugurò una nuova epoca dell’informazione: più libera, ma anche più disordinata. E proprio in questa ambivalenza — libertà e disorientamento — la modernità ha riproposto più volte lo stesso paradosso, fino a giungere oggi a Internet e all’intelligenza artificiale.
Un’accelerazione senza precedenti nella diffusione delle idee. Oltre ai testi canonici e religiosi, iniziarono a circolare libelli e opuscoli polemici, profezie apocalittiche, almanacchi astrologici, cronache di prodigi e trattati di magia naturale. Tale tendenza non si limitò peraltro a quel secolo, e non coinvolse solo le classi più basse, ma perdurò a lungo: ancora Isaac Newton in piena epoca dei “lumi” era dedito tanto all’alchimia quanto a pratiche esoteriche che noi oggi considereremmo chiaramente estranee alla ricerca scientifica. La parola scritta, liberata dai vincoli del manoscritto, divenne un bene di consumo. Alcune biblioteche private di ricchi signori e umanisti ospitavano tanto testi classici quanto opere fantasiose e infondate. Erano scritti da perfetti sconosciuti, privi di autorevolezza, ma dotati di un’importante caratteristica: si diffondevano velocemente. Già Cervantes, nella sua geniale figura di Don Chisciotte, avido lettore di poemi cavallereschi tutti rivolti a un passato mitizzato, enfatizza il dubbio valore di queste biblioteche il cui contenuto, oggi diremmo trash, non elevava certo i lettori, ma anzi ne amplificava le distorsioni mentali, se non addirittura le nevrosi.
Persone prive di formazione teologica o scientifica poterono leggere — e interpretare — testi di ogni genere, spesso senza strumenti critici adeguati.
Peter Burke, nel suo Popular Culture in Early Modern Europe (1978), ha mostrato come questa diffusione orizzontale del sapere creasse un terreno fertile per la nascita di forme ibride di cultura, o più spesso subcultura, dove la conoscenza erudita e la superstizione popolare si confondevano.
Era la prima, autentica “rete” di comunicazione di massa: fatta di libri, libelli e fogli volanti, che congiungeva piazze, botteghe e conventi, proprio come oggi Internet unisce utenti di ogni livello culturale.
Un caso emblematico, perché estremo, di questa rivoluzione cognitiva è quello di Domenico Scandella, detto Menocchio, mugnaio friulano processato dall’Inquisizione nel 1583 e nel 1599, caso reso noto e ricostruito da Carlo Ginzburg ne Il formaggio e i vermi (1976), Menocchio aveva letto alcuni libri stampati di larga diffusione — la Biblia pauperum, Il fiore di virtù e forse Il Sogno di Polifilo — traendone una cosmologia personale in cui il mondo nasceva “come formaggio nel latte” e gli angeli “come vermi”. Era una visione ingenua, ma dotata di una coerenza interiore, in cui la cultura orale contadina si intrecciava con frammenti di letture moderne.
La stampa, in questo caso, non aveva prodotto un libero pensatore illuminato, bensì un pensatore solitario, privo di strumenti per collocare le proprie intuizioni nel contesto del sapere organizzato.
Un fenomeno che, sotto certi aspetti, prefigura il “complottismo cognitivo” contemporaneo: il tentativo di ricostruire un ordine del mondo sulla base di frammenti isolati d’informazione.
Altri autori del Cinquecento incarnano in modi diversi la tensione fra sapere e immaginazione.
Il medico e matematico Girolamo Cardano (1501–1576), pur celebre per i suoi contributi scientifici, sosteneva teorie astrologiche e credenze demonologiche; il filosofo Giordano Bruno (1548–1600) elaborava visioni cosmiche ardite, in cui l’universo infinito coincideva con Dio stesso, fino a spingersi oltre i limiti della teologia cattolica; non era certo lo spirito di osservazione, o il peso delle evidenze fattuali, che nutriva il suo procedimento. Intorno a loro fiorivano una moltitudine di profeti popolari, alchimisti autodidatti, visionari religiosi: figure alimentate da un flusso di testi che, per la prima volta, potevano essere letti da chiunque.
Adriano Prosperi ha mostrato (Tribunali della coscienza, 1996) come questa “circolazione incontrollata della parola scritta” divenisse una delle preoccupazioni centrali dell’Inquisizione post-tridentina. La stampa, in altre parole, aveva reso possibile un sapere senza gerarchia, ma anche senza fondamento. Era una libertà embrionale, limitata ai pochi che sapeva leggere, ma già capace di scardinare le vecchie gerarchie del sapere. Ma leggere, scrivere e far di conto non basta a far maturare Pinocchio: per cessare di essere un burattino bisogna aggiungere l’esperienza, l’autentica conoscenza — e, infine, la saggezza
Di fronte al disordine delle idee, la Chiesa reagì con la censura sistematica: l’Indice dei Libri Proibiti (dal 1559) e l’obbligo dell’imprimatur per le opere teologiche e scientifiche.
Queste misure, pur repressive, nascevano da una preoccupazione reale: il rischio che la circolazione incontrollata delle informazioni generasse eresie, superstizioni, paure, isterie collettive.
Non sono forse gli stessi timori che nutriamo oggi visto che viviamo un rischio non dissimile da quello che vediamo nelle reti sociali, dove la moltiplicazione delle fonti non coincide con la moltiplicazione della verità?
L’analogia è forte: la stampa rinascimentale come Internet, due tecnologie che abbattendo i costi, abbattono le barriere di accesso al sapere ma che, nel farlo, dissolvono anche i filtri della competenza. In entrambi i casi, il problema non è la tecnologia e neanche la libertà senza censure o che le vìola, ma la maturità cognitiva di chi le utilizza.
Nel nostro tempo, l’accesso al sapere è totale: ogni individuo è potenzialmente editore, commentatore, divulgatore. Ma, come nel Cinquecento, la democratizzazione dell’informazione non coincide automaticamente con la crescita culturale.
Teorie del complotto, pseudo-scienze, disinformazione medica e negazionismi vari si diffondono oggi con la stessa rapidità con cui, nel XVI secolo, si diffondevano le profezie della Sibilla Eritrea o i trattati di magia naturale. Internet ha prodotto milioni di Menocchio digitali, che traggono conclusioni cosmologiche, antropologiche, storiche o politiche da frammenti isolati di testo, video o “post”. Il fatto poi che molti contenuti sono sempre più audiovisivi e sempre meno scritti, tolgono anche la fatica della lettura e dello studio, rendendo contenuti mediocri più facilmente accessibili proprio alle persone con pochi strumenti culturali e cognitivi.
Come allora, la libertà di leggere e interpretare diventa feconda solo se accompagnata da strumenti di discernimento, cioè da un’educazione critica. Senza di essa, il sapere si frantuma in mille micro-verità soggettive, incapaci di dialogare tra loro e di creare vera conoscenza, perché prive di vera capacità di analisi e sintesi.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa apre una terza fase di questa parabola storica.
Come la stampa nel Rinascimento e Internet alla fine del XX secolo, l’AI promette nel XXI secolo di democratizzare l’accesso alla conoscenza e alla creatività. Ma anche in questo caso, la velocità della diffusione supera la consapevolezza dei suoi limiti.
Pochi comprendono davvero come funzioni un modello linguistico, quali siano i suoi margini d’errore, in che senso ‘inventi’ risposte plausibili, o che la bontà delle sue risposte dipende in gran parte dalla qualità delle domande. Eppure, milioni di utenti si affidano quotidianamente a esso come a una fonte autorevole. La percezione del sapere, di nuovo, precede la comprensione del sapere stesso - proprio come accadde con i primi lettori del Cinquecento.
È possibile che l’AI rappresenti per il XXI secolo ciò che la stampa fu per il XVI: un ulteriore strumento di emancipazione straordinaria, ma anche una nuova frontiera di disinformazione, se non accompagnato da un’etica della conoscenza e da un’educazione critica diffusa.
Ogni rivoluzione comunicativa mette alla prova il rapporto fra libertà e verità. La stampa liberò la parola, ma generò anche dottrine eccentriche e nuove superstizioni. Internet liberò l’informazione, ma generò anche nuove forme di disinformazione. L’intelligenza artificiale libererà la creatività, ma rischia di generare un’illusione di conoscenza senza comprensione.
Ciò che colpisce è l’accelerazione in cui tutto questo accade: cinquecento anni separano la stampa da internet ma una manciata di lustri separano internet da ChatGPT, e i suoi consimili. Ancora non abbiamo imparato a gestire la seconda saggiamente, che già una terza irrompe nelle nostre vite.
Il problema, ieri come oggi, non è la tecnologia, ma l’essere umano che la riceve. La libertà del sapere esige una maturità culturale che non nasce da sola: va educata, coltivata, trasmessa. Altrimenti, il rischio è di ripetere all’infinito la parabola di Menocchio — l’uomo che, grazie alla stampa, scoprì il gusto del pensare da sé, ma che non aveva ancora imparato a discernere il formaggio dai vermi.
Riferimenti essenziali
Elizabeth L. Eisenstein, The Printing Press as an Agent of Change, Cambridge University Press, 1979.
Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Einaudi, 1976.
Peter Burke, Popular Culture in Early Modern Europe, Temple Smith, 1978.
Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, 1996.
Roger Chartier, L’ordre des livres, Albin Michel, 1992.