Coi ramini e col sole. Pensieri su Pierre Teilhard de Chardin e Mario Luzi

Lucia Battistel
Lucia Battistel
Assegnista di ricerca in Letteratura Italiana Contemporanea alla LUMSA di Roma

Intorno ai sette anni ricordo di aver maturato un’attrazione particolare per le pietre. Le chiedevo in regalo e le mettevo in una grande teca a settori. Su libri e libretti ne studiavo le famiglie, i nomi. Le graffiavo con l’unghia del pollice o ci premevo contro un ramino – è così che si capisce la durezza, uno dei metri primi di classificazione, secondo la scala di Mohs. Le guardavo alla luce del sole, come filtravano i raggi o vi resistevano. Le tenevo in mano come se dovessero raccontarmi una storia tutta loro e però anche mia, come se dovessero schiudermi un segreto antico. Quando mi rivolgevano la solita domanda – quella che, lasciate le elementari, non ci è più lecito (?) chiederci –, ovvero «cosa vuoi fare da grande?», la mia prima risposta (poi ne sarebbero arrivate altre) era «la mineralologa». Non sapevo se questo termine esistesse e poco mi importava o sarebbe importato negli anni a venire. Quanto mi sono portata con me, però, e che più di ogni altra cosa ha contribuito a definirmi, è un modo di guardare alla materia con appassionata curiosità, come se vi fosse sempre qualcosa che non la negasse per superarla, ma la accogliesse in un ordine o un senso più ampio. Per dirla con chi mi ha insegnato, per primo, l’amore per i versi, qualcosa che ‘abbracciasse anche lo sgorbio, lo modulasse, lo limasse, lo commisurasse a un perenne ritmo’.[1] Si capirà allora come mai, tornando all’Autobiografia di Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955),[2] in parte in occasione di questo editoriale, in parte perché ai contatti con Teilhard in poesia ho dedicato molte delle mie ricerche, mi sono sentita chiamata in causa. Qui ho trovato, in parole più precise di quanto le mie potrebbero mai essere, spiegazione di quella mia prima attrazione:

All’inizio della mia vita cosciente, lo ripeto, per raggiungere e abbracciare la “solidità” verso la quale mi portava il mio bisogno innato di Pienezza, cercavo soprattutto, per captare l’essenza della Materia, di perseguirla nelle sue manifestazioni più circoscritte, più raccolte, più pesanti, attaccandomi ovviamente, nel corso di questo tentativo, a ciò che mi sembrava allora essere la regina delle sostanze (nella fattispecie il Ferro), mettendo una pronunciata attenzione a cogliere tale essere prezioso nelle forme più definite e compatte possibili. Ora, è su questo punto che, sotto l’effetto della nuova attrattiva nata in me per il mondo “delle Pietre”, un definitivo espandersi avrebbe preso forma nel più profondo della mia vita interiore. Il Metallo (per come potevo conoscerlo a dieci anni) tendeva a legarmi a oggetti manufatti e frammentari. Attraverso il Minerale, invece, mi trovavo spinto in direzione del “planetario”. Mi destavo alla nozione di “Stoffa delle Cose”. E sottilmente quella famosa Consistenza che fino ad allora avevo ricercato nel Duro e nel Denso, cominciava ad apparirmi in direzione di un Elementare diffuso ovunque, e la cui ubiquità ne comporta anche l’incorruttibilità. Si potrebbe credere che quando più tardi studiai la geologia volessi semplicemente tentare, con convinzione e successo, la possibilità di una carriera scientifica. Ma in realtà ciò che per tutta una vita mi avrebbe ricondotto invincibilmente (fosse anche a spese della Paleontologia) allo studio delle grandi masse eruttive e degli zoccoli continentali, non è stato altro che un insaziabile bisogno di mantenere il contatto (un contatto di comunione) con una sorta di radice, o matrice, universale degli esseri.[3]

Teilhard avrebbe presto fatto di quel primo «contatto di comunione» con la materia un mestiere: fu, come si sa, uno scienziato. Benché il termine gli piacesse poco, fu però anche un teologo: un uomo il cui motore primo del pensare e dell’agire è la domanda intorno all’esistenza di un senso che dia conto di quanto accade. E testardamente animato, al tempo stesso, da una convinzione inamovibile e insieme inspiegabile: che un senso ci sia, e passi anche per le cose minime, per gli incisi, per i frammenti. In parole più teilhardiane, che anche la materia sia parte di un processo evolutivo continuo.[4] Per tentare di articolare un pensiero su Dio, Teilhard passò prima di tutto per le pietre, e poi per il mondo naturale – e non lo fece per imposizione, ma mosso da un’inclinazione più originaria e in un certo senso primitiva, assecondata quando le briglie dell’autocensura sono ancora lente e ci consentono di vagare, lasciandoci attrarre dalle cose più diverse. Non c’è da stupirsi, dunque, che nei suoi scritti ricorra spesso il lessico della geologia e della paleontologia, a costruire una sorta di spazio eterotopico tra sapere della scienza e sapere di Dio, le cui derive, considerate pericolose per lettori non attrezzati, avrebbero portato al Monitum del 1962. Eppure, credo anche io, Teilhard di meriti ne ha avuti: su tutto, ha cercato di rendere conto del cambiamento – impellente, necessario – del linguaggio teologico, e di rispondervi. C’è chi dice che abbia, con le sue intuizioni e il suo coraggioso ardire, anticipato le riflessioni conciliari. Ma una delle sue intuizioni più forti mi pare questa: aver compreso che anche il discorso sulla fede è necessariamente ibrido, perché riflette la natura mutevole dell’uomo, in perenne evoluzione. Nell’ambito delle sue riflessioni, Teilhard ha praticato l’ibridismo prima ancora di nominarlo, facendone una dimensione costitutiva del pensiero, riconoscendovi nei fatti il primato di categoria euristica ed ermeneutica della nostra contemporaneità e ipercontemporaneità. Un ibridismo che, nel mio ambito, che è anzitutto quello letterario, è lampante e prende moltissime declinazioni (nei termini della postura autoriale, dello sconfinamento di forme e generi, della dimensione fruitiva dell’opera, inevitabilmente influenzata da nuovi media), eppure è guardato ancora con una certa diffidenza.

Nel corpo del testo poetico, una delle più incisive forme di ibridazione si manifesta nella risemantizzazione di termini e immagini provenienti da altre scienze e da altri ambiti del sapere. Nel caso di Mario Luzi (1914-2005), di cui, qualche riga più in su, ho già rievocato i versi, e che mi piace ricordare a pochi giorni dall’anniversario della nascita, ovvero il 20 ottobre, tutto questo è evidente, anche se la sua opera, in relazione alla rielaborazione del sacro, è spesso ridotta a mero discorso confessionale, senza che se ne indaghino adeguatamente le implicazioni epistemologiche. La vicinanza a Teilhard emerge soprattutto nei testi, meno frequentati, dell’ultima stagione luziana. E penso, ad esempio, a questa poesia, tratta dal Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, il libro di un viaggio di ritorno immaginario del pittore senese verso la sua casa:

Durissimo silenzio
tra noi uomini e il cielo,
  arido
per aridità di mente


o scomparsa degli angeli
rientrati nel Verbo, muti,
alla sorgente,
  afasia, anche,
o morte dei profeti,
  ma colmato
da nuvole, da pietre,
da alberi, animali,
  da quel loro
ininterrotto afflato,
  tutto, creaturalmente.

O anima del mondo,
da tutto ferita,
da tutto risarcita,
non piangere, non piangere mai –
  dice nel sonno
la sua amorosa lungimiranza.[5]

 

Come non leggervi un rimando al panenteismo teilhardiano, all’intuizione già paolina di un Dio presente nell’universo non per manifestazioni episodiche e puntuali ma in forma diafanica, diffusa nel reale e di cui, per questa ragione, rimane traccia anche in una pietra? L’estetica del frammento luziano, che in stilistica è prima di tutto l’adozione di un verso che contiene un’unità minima e autonoma di significato si fa, allora, anche etica. Nulla, anche lo sgorbio di cui si lamenta un albero – la cicatrice inferta da un fulmine? –,[6] è minima cosa. Nulla è trascurabile perché è traccia e segnale, richiamo. E dunque impegno, se ogni richiamo implica e vuole una risposta all’azione, una presa in carico.

Ora, l’associazione Luzi-Teilhard non è certo impressionistica: il poeta amò molto il pensatore di Orcines e non fece mai segreto di questa comunione di pensiero. Credo che proprio in Teilhard Luzi abbia trovato, o riconosciuto con maggiore limpidezza, ragione di quanto sentiva già proprio: la legittimazione di una postura di non-chiusura, refrattaria all’arroccamento in un solo sapere – sia quella del testo o quella di Dio –, che è poi anche l’intenzione, nobile e coraggiosa, che anima anche il DISF, che incoraggia una contaminazione consapevole tra i saperi, perché l’ibridazione non sia sterile esercizio di analogia, corrispondenza spontanea e non interrogata, ma disponibilità a un incontro autentico e attrezzato, con altri metodi e strumenti. Nel caso di Luzi, l’articolazione di un proprio discorso sul divino si è fatto, così, scienza letteraria: si è fatto testo. È il filo rosso più resistente e distintivo della sua poesia, e va inteso come l’esasperazione di qualcosa che al testo poetico appartiene già per sua natura: il suo carattere insieme deficitario e accogliente, costitutivamente bisognoso di un complemento ermeneutico per essere colto. Molto più della ‘sorella’ prosa, più verbosa, anche quanto si presenta più timidamente reticente.

Se il divino abita anche la materia più compatta, come voleva Teilhard, nessun sapere, compreso quello del testo, può dirsi estraneo ad essa, e nessuna parola, per quanto approssimata, è troppo povera per nominarlo. Certi testi, allora, mi ricordano le pietre di cui dicevo: alcuni resistono con più tenacia di altri, ma, guardati a lungo, lasciano filtrare ciò che viene da altri campi del sapere. Teilhard direbbe, e Luzi con lui, che riflettono diafanicamente la presenza di qualcos’altro: sono l’evidenza minima di un’alterità che si dà nel suo stesso sottrarsi. A chi legge, dunque, il compito di indagarli con un pensiero ibrido, né impuro né debole, ma forte della propria permeabilità; a chi legge il compito di metterli alla prova, coi ramini e col sole.

 

 


[1] Cfr. Mario Luzi, “Aveva, albero”, in Sotto specie umana, pp. 118-119. Cito dall’edizione che raccoglie gli ultimi tre libri di poesia luziani (Sotto specie umana, Dottrina dell’estremo principiante e Lasciami, non trattenermi): Mario Luzi, Poesie ultime e ritrovate, a cura di Stefano Verdino, Milano, Garzanti, 2014.

[2] Per una biografia teilhardiana, cfr. Mercé Prats, Pierre Teilhard de Chardin. Una biografia, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2025. Per uno status quaestionis su Teilhard: Paolo Trianni (a cura di), Rileggere Teilhard de Chardin. Una teologia promettente per il domani, Brescia, Queriniana, 2025.

[3] Pierre Teilhard de Chardin, Autobiografia. Il Cuore della Materia, Roma, Atlantide, 2005, pp. 26-27.

[4] Si veda: Giuseppe Tanzella-Nitti, Dialogue Between Theology and Science: Present Challenges and Future Perspectives, in «Religions», 15, 2024, p. 15.

[5] Mario Luzi, “Durissimo silenzio”, in Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, p. 1051. Cito, in questo caso, dal Meridiano luziano: Mario Luzi, L’opera poetica, a cura e con un saggio introduttivo di Stefano Verdino, Milano, Mondadori, 1998.

[6] È quanto si allude in “Aveva, albero”, in Sotto specie umana, pp. 118-119.