L'utilità della conoscenza inutile

Al nome dell'educatore statunitense Abraham Flexner (1866 – 1959) è legato il rapporto Medical Education in the United States and Canada (1910), noto appunto anche come Rapporto Flexner, documento commissionato dalla Carnegie Foundation for the Advancement of Teaching che segna una svolta nella storia dell'istruzione medica contemporanea. Flexner fu poi il fondatore nel 1930 del Institute for Advanced Study, centro di ricerca di punta con sede a Princeton che ha ospitato alcun dei più rilevanti studiosi del Novecento, da Einstein a Oppenheimer, da Weyl a Gödel. Nell'articolo The Usefulness of Useless Knowledge, di cui presentiamo qui le prime pagine, Flexner rivendica l'importanza della ricerca pura, disinteressata rispetto alle applicazioni pratiche, come condizione necessaria all'innovazione scientifica e tecnologica.

Non è forse un fatto curioso che, in un mondo intriso di odi irrazionali che minacciano la civiltà stessa, uomini e donne - vecchi e giovani - si stacchino del tutto o in parte dalla corrente rabbiosa della vita quotidiana per dedicarsi alla coltivazione della bellezza, all’estensione della conoscenza, alla cura delle malattie, al sollievo della sofferenza, proprio come se dei fanatici non fossero simultaneamente impegnati a diffondere dolore, bruttezza e sofferenza?

Il mondo è sempre stato un luogo triste e confuso - eppure poeti, artisti e scienziati hanno ignorato i fattori che, se considerati, li paralizzerebbero. Da un punto di vista pratico, la vita intellettuale e spirituale è, in superficie, una forma di attività inutile, alla quale gli uomini si abbandonano perché procura loro soddisfazioni maggiori di quelle altrimenti ottenibili. In questo saggio mi occuperò della questione di fino a che punto il perseguimento di queste soddisfazioni inutili si riveli, inaspettatamente, la fonte da cui deriva un’utilità impensata.

Sentiamo ripetere fino alla noia che la nostra è un’epoca materialistica, la cui principale preoccupazione dovrebbe essere una più ampia distribuzione dei beni materiali e delle opportunità mondane. Il giustificato grido di protesta di coloro che, senza colpa, sono privati di opportunità e di una giusta quota di beni terreni distoglie perciò un numero crescente di studenti dagli studi che i loro padri seguivano, verso lo studio - altrettanto importante e non meno urgente - dei problemi sociali, economici e politici. Non ho nulla da obiettare a questa tendenza. Il mondo in cui viviamo è l’unico mondo di cui i nostri sensi possano testimoniare. Se non viene reso un mondo migliore, più giusto, milioni di persone continueranno a scendere nella tomba in silenzio, rattristate e amareggiate.

Io stesso ho trascorso molti anni a sostenere che le nostre scuole dovrebbero diventare più consapevoli del mondo in cui i loro alunni e studenti sono destinati a vivere. Ora, però, a volte mi chiedo se quella corrente non sia diventata troppo impetuosa e se vi sarebbe sufficiente spazio per una vita piena, qualora il mondo venisse svuotato di alcune delle cose inutili che gli conferiscono significato spirituale; in altre parole, se la nostra concezione di ciò che è utile non sia diventata troppo angusta per essere adeguata alle possibilità erranti e capricciose dello spirito umano.

Possiamo considerare questa questione da due punti di vista: quello scientifico e quello umanistico o spirituale. Cominciamo da quello scientifico. Ricordo una conversazione che ebbi alcuni anni fa con il signor George Eastman sul tema dell’utilità. Il signor Eastman, uomo saggio, mite e lungimirante, dotato di gusto per la musica e per l’arte, mi diceva che intendeva dedicare la sua immensa fortuna alla promozione dell’istruzione in materie utili. Mi azzardai a chiedergli chi considerasse il lavoratore più utile, nel campo della scienza, al mondo. Mi rispose immediatamente: “Marconi”. Lo sorpresi dicendogli: “Qualunque piacere ricaviamo dalla radio, e per quanto la telegrafia senza fili e la radio abbiano aggiunto alla vita umana, la parte di Marconi è stata praticamente trascurabile”.

Non dimenticherò il suo stupore in quell’occasione. Mi chiese di spiegarmi. Gli risposi, più o meno, così:

“Signor Eastman, Marconi era inevitabile. Il vero merito di tutto ciò che è stato fatto nel campo della comunicazione senza fili appartiene, per quanto un merito così fondamentale possa essere assegnato con precisione a qualcuno, al professor Clerk Maxwell, che nel 1865 compì certi calcoli astrusi e remoti nel campo del magnetismo e dell’elettricità. Maxwell pubblicò le sue equazioni astratte in un trattato apparso nel 1873. Alla riunione successiva della British Association, il professor H. J. S. Smith di Oxford dichiarò che ‘nessun matematico può sfogliare le pagine di questi volumi senza rendersi conto che essi contengono una teoria che ha già arricchito enormemente i metodi e le risorse della matematica pura’. Altre scoperte integrarono il lavoro teorico di Maxwell nei quindici anni successivi. Infine, nel 1887 e 1888, il problema scientifico che ancora restava - l’individuazione e dimostrazione delle onde elettromagnetiche che sono i vettori dei segnali senza fili - fu risolto da Heinrich Hertz, ricercatore nel laboratorio di Helmholtz a Berlino. Né Maxwell né Hertz ebbero alcun interesse per l’utilità del loro lavoro; un simile pensiero non passò mai loro per la mente. Non avevano alcun obiettivo pratico. L’inventore in senso giuridico fu, naturalmente, Marconi; ma che cosa inventò Marconi? Soltanto l’ultimo dettaglio tecnico, soprattutto il dispositivo ricevente ormai obsoleto chiamato coherer, quasi universalmente abbandonato”.

Hertz e Maxwell non poterono inventare nulla, ma fu il loro lavoro teorico “inutile” a essere raccolto da un abile tecnico, e quel lavoro ha creato nuovi mezzi di comunicazione, utilità e svago, grazie ai quali uomini dai meriti relativamente modesti hanno ottenuto fama e guadagnato milioni. Chi furono, dunque, gli uomini utili? Non Marconi, ma Clerk Maxwell e Heinrich Hertz. Hertz e Maxwell erano geni senza alcun pensiero di utilità. Marconi era un inventore ingegnoso che non pensava ad altro che all’utilità.

La menzione del nome di Hertz ricordò al signor Eastman le onde hertziane, e io suggerii che avrebbe potuto chiedere ai fisici dell’Università di Rochester che cosa, precisamente, Hertz e Maxwell avessero fatto; ma una cosa gli dissi che poteva darla per certa: essi avevano svolto il loro lavoro senza alcun pensiero di utilità e, in tutta la storia della scienza, la maggior parte delle scoperte davvero grandi che alla fine si sono rivelate benefiche per l’umanità sono state compiute da uomini e donne mossi non dal desiderio di essere utili, ma semplicemente dal desiderio di soddisfare la propria curiosità.

“Curiosità?” chiese il signor Eastman.

“Sì,” risposi, “curiosità, che può o non può sfociare in qualcosa di utile, è probabilmente la caratteristica più spiccata del pensiero moderno. Non è una novità. Risale a Galileo, a Bacone e a Sir Isaac Newton, e deve essere assolutamente libera da impedimenti. Le istituzioni di istruzione dovrebbero essere dedicate alla coltivazione della curiosità e, quanto meno sono deviate da considerazioni di immediata applicabilità, tanto più è probabile che contribuiscano non solo al benessere umano, ma anche alla soddisfazione - non meno importante - dell’interesse intellettuale, che si può anzi dire sia diventato la passione dominante della vita intellettuale nei tempi moderni.”

Abrahm Flexner, The Usefulness of Useless Knowledge, "Hapers", 179 (1939), pp. 544-545.