Macrocosmo e microcosmo

Il saggio il cui titolo originale è Makrokosm i mikrokosm fu concepito inizialmente quale settima parte della «Storia della terminologia filosofica», corso monografico del 1917. Rivedendo il testo nella prospettiva di una possibile pubblicazione dell'opera Agli spartiacque del pensiero, Florenskij ampliò significativamente la prima parte del saggio riservando maggiore attenzione alla critica della civiltà occidentale, ai rapporti reciproci tra uomo e mondo.

Pur se per vie diverse, il pensiero giunge sempre e comunque alla medesima deduzione: l'ideale affinità tra l'uomo e il mondo, il loro reciproco determinarsi, il loro compenetrarsi l'uno nell'altro, la loro sostanziale interrelazione. Da un punta di vista gnoseologico, tutto lo scibile viene da noi assimilato e da noi trasformato in noi stessi. Da un punto di vista biologico, tutto ciò che ci circonda si fa nostro corpo, prosecuzione di esso, insieme di nuovi organi complementari. Da un punto di vista economico, tutto ciò che coltiviamo, produciamo e consumiamo è nostro. Da un punto di vista psicologico , tutto ciò che percepiamo è l'incarnazione simbolica della nostra interiorità, e specchio della nostra anima. Da un punto di vista metafisico, esso è di fatto identico a «noi», poiché, se fosse altro da noi, non potrebbe essere a noi correlato. Da un punto di vista religioso, infine, il Mondo, l'immagine della Sofia, e Madre, Sposa promessa e Moglie dell'immagine del Cristo-Uomo; essa è fatta a sua immagine, e da lui si attende d'essere accudita, amata e fecondata nello spirito. E l'Uomo, il marito, è tenuto ad amare il Mondo che è sua moglie, a essere una cosa sola con lei e a educarla, ad averne cura e a guidarla, conducendola alla illuminazione e alla conquista dello spirito, e a indirizzarne la potenza primordiale e gli slanci caotici lungo la via della creazione, affinché il cosmo primigenio prenda forma nel creato. L'uomo è Sovrano di tutto il creato; sovrano, non tiranno né usurpatore, e di quanto gli è stato affidato dovrà rendere conto davanti a Dio, Creatore di tutti gli esseri viventi. «Tutta la creazione geme e soffre fino a oggi, e attende con impazienza la rivelazione dei figli dell'uomo». Cristo ha detto ai Suoi apostoli di «predicare a ogni creatura». Ma forse che la civiltà occidentale è una predicazione a ogni creatura? È forse la buona novella della Resurrezione e della Trasfigurazione? È forse la notizia di una terra nuova e di cieli nuovi? Per tre volte la responsabilità è della civilizzazione rapace, che non conosce né pieta né amore per le creature e che nelle creature cerca solo il proprio tornaconto, mossa non dal desiderio di aiutare la natura a rendere manifesta la cultura in essa celata, ma di imporle con la forza e le convenzioni forme esterne e un esterno scopo. Ciò non di meno, anche attraverso la scorza che la civiltà applica alla natura traspare pur tuttavia che essa non è l'ambito indifferente dell'arbitrio tecnico - sebbene tale arbitrio essa talvolta non disdegni di tollerare -, bensì il vivo sembiante dell'uomo.

Da qualunque prospettiva affrontassimo la questione dei rapporti tra l'Uomo e il suo Ambiente, noteremmo sempre e comunque che, usando violenza all'Ambiente, l'Uomo usa violenza a se stesso e che, sacrificando la Natura al proprio tornaconto, egli finisce per sacrificare se stesso agli elementi naturali risvegliati dalle sue passioni. Ciò è necessario, poiché Uomo e Natura sono l'uno l'immagine dell'altra e sono una cosa sola. L'Uomo è il piccolo mondo, il microcosmo. L'Ambiente è il mondo grande, il macrocosmo. Così si è soliti dire. Nulla, però, ci impedisce di affermare il contrario, definendo l'Uomo il macrocosmo e la Natura il microcosmo: se sia l'uno che l'altra sono infiniti, allora l'uomo in quanto parte della natura è equipotente al suo intero, e lo stesso dicasi per la natura in quanto parte dell'uomo. Di un cubo di un centimetro di lato non si può dire che i punti che contiene e i rapporti tra di essi siano in numero maggiore che in un cubo di dieci centimetri di lato: essi sono tanti nell'uno quanti nell'altro. Sia la natura che l'uomo sono infiniti, e per questo loro essere infiniti, e in quanto equipotenti, essi possono essere reciprocamente parte l'una dell'altro. Dirò di più, essi possono essere parte di se stessi e parti equipotenti tra sé e con l'intero. L'uomo eèparte del mondo, ma allo stesso tempo egli è complesso tanto quanta lo è il mondo. Il mondo è parte dell'uomo, ma anche il mondo è complesso tanto quanta lo è l'uomo. Se le categorie fisiche ci insegnano che dell’atomo si deve parlare né più e né meno come di un sistema solare e che, di fatto, non v'è motivo alcuno di affermare che il primo sia più semplice del secondo, tanto più bisogna insistere sulla non minore complessità nel passaggio dall'universo all'uomo, allorché non possiamo non tenere conto di categorie biologiche, psicologiche, misteriche e spirituali. E allora davvero l'ingegno si confonde, la mente vacilla nel constatare l'infinita complessità dell'uomo; infinita, certo, poiché man mano che scendiamo dall'intero alle sue parti, dalle parti alle parti delle parti, e da queste ultime alle loro parti, non solo non notiamo semplificazioni, ma constatiamo, piuttosto, che la complessità non fa che aumentare. E per quanto crediamo di aver afferrato la complessità dell'atomo, a un secondo esame essa crescerà in maniera geometrica, dando la complessità del primo (dell'universo) per aritmetica. La complessità dell'uomo si schiude di fronte alla conoscenza come un baratro inesauribile, e tutto ciò che di essa sappiamo o, più precisamente, ci immaginiamo di sapere, è solo una goccia in rapporto all'oceano, dove il parallelo troppo concede alle nostre conoscenze, poiché, mentre una goccia è rapportabile all'oceano, quanto conosciamo è incommensurabile con la realtà. L'uomo è l'infinito. Ma non è per il segno formale dell'infinito che l'uomo e il mondo possono essere ritenuti riflesso l'uno dell'altro: tra uomo e ambiente esiste una similitudine di fatto, di parte con la parte, di sezione con sezione. In Natura non c'è nulla che, in forma ridotta, in embrione, non sia presente anche nell'Uomo; e nell'Uomo non c'è nulla che in misura - pur temporaneamente - maggiore, per quanto diluita, non sia presente nella Natura . L'Uomo è la somma del Mondo, una sua concisa sinossi; il Mondo è il disvelamento dell'Uomo, la sua proiezione. L'idea dell'Uomo quale microcosmo si incontra un numero sconfinato di volte in ogni sorta di scritti religiosi, come nelle teorie scientifiche e filosofiche dell'antichità classica. Essa è uno dei motivi di base della poesia di tutti i paesi e di tutti i popoli e, a ogni buon canto, è un presupposto fondamentale della lirica. Certo, la via più semplice per dimostrare quest'idea sarebbe di poggiarsi sui dati delle moderne scienze naturali, e penso soprattutto alla biologia moderna. Ma le tesi della scienza, suscettibili a ogni refolo dei tempi – e quanto mai ai giorni nostri -, sarebbero un fondamento oltremodo instabile per l’antropologia filosofica; da questo punto di vista sono incomparabilmente più affidabili le invarianti della lirica e, ancor più, i simboli imperturbabili della religione. Difatti, nonostante quanto ritiene chi crede nella scienza, le «verità» scientifiche sono tutt'altro che longeve e, coni ritmi accelerati del moderno processo scientifico, longeve lo sono viemmeno, oltre a essere estremamente soggettive, pur se non nel senso del singolo individuo, bensì del gruppo, del circolo che le propugna; per non parlare dei limiti che presentano, determinati dalla loro applicazione all'ambito esclusivo di singole discipline, quando non di branche delle discipline stesse. Al contrario, le verità e i simboli della religione sono onniumani e onnistorici, universalmente comprensibili e altrettanto universalmente accettabili, rimanendo un asse saldo della storia e non essendo soggetti, come l'arcobaleno, ai vortici dei tempi. È mia profondissima convinzione che, se le idee qui espresse saranno avvalorate su basi religiose e poetiche, la loro attualità sarà assicurata in eterno, e ogni spirito vivo troverà in se stesso una loro eco, laddove tra una ventina d'anni un'argomentazione scientifica diverrà ingenua e pretenziosa quanto un ridicolo cappellino fuori moda.

 

P. A. Florenskij, Il simbolo e la forma. Scritti di filosofia della scienza, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 208-212