La natura e l'universo

Il Sistema analitico delle conoscenze positive dell'uomo, riunisce le voci di argomento naturalistico e psicologico del Nouveau Dictionnaire. Nel brano che segue, tratto dal capitolo II, Lamarck chiarisce il significato del termine "Natura" e mette in evidenza come esista un potere generale che agisce ininterrottamente cambiando, formando, distruggendo e rinnovando i diversi corpi. L'A. si sofferma quindi sulla distinzione, a suo avviso fondamentale e spesso non compresa, tra la Natura e il suo Supremo Autore. Leggiamo infatti: «si tratta di confusione tra concetti incompatibili, perché la natura ha dei limiti e non è quindi comparabile a un ente supremo che non può essere limitato da alcuna legge».

La Natura e l'Universo

La natura; cioè l'ordine di cose che la costituisce, è la seconda ed anche l'ultima delle entità [objects] create che si possa mai conoscere, in quanto tutto quel che l'uomo può osservare riguarda esclusivamente ciò che essa ha prodotto. L'uomo stesso rientra nell'immensa serie dei prodotti della natura sicché noi dobbiamo interessarci in modo tutto particolare alla causa che le ha dato origine. La natura è quindi il massimo argomento che si possa abbracciare col pensiero e con lo studio. È una potenza perennemente attiva, ma limitata in tutto e per tutto, che compie le cose più grandi e che, in ogni caso particolare, agisce sempre in modo identico senza mai variare gli atti che compie. È inoltre una potenza creata, inalterabile, la sola, tra tutte le cose che hanno avuto un inizio, che non avrà termine di tempo se al supremo autore piacerà di !asciarla sussistere. È infine un ordine di cose che esiste in ogni parte dell'universo fisico.

In questa definizione, evidentemente , non mi riferisco alla natura nel senso che si dà alla parola quando, parlando d'un corpo o di un oggetto, si dice di volerne determinare o indicare la “natura”, mi riferisco invece all'accezione più generale del termine, vaga ed assoluta al tempo stesso, mi riferisco alla parola tanto impiegata e che ogni bocca pronuncia tanto spesso, che nelle opere dei naturalisti dei fisici e dei moralisti si incontra quasi in ogni riga, a quella parola insomma di cui ci si accontenta tanto comunemente senza preoccupazione per il concetto che può e deve corrisponderle.

«Intendo ora dimostrare che esistono potenze particolari, che non sono intelligenze o entità individuali, ma agiscono per necessità e non possono fare se non quel che fanno», così incominciavo la sesta parte della mia Introduzione agli Invertebrati; vedremo adesso se ciò che chiamiamo Natura non sia una delle potenze particolari alle quali facevo riferimento, se non sia per caso la prima e la più importante di queste potenze, se non sia addirittura quella che ha prodotto tutti i corpi che esistono e che da sola dà luogo a tutto ciò che può essere osservato. Esamineremo in seguito cosa può essere mai questa potenza singolare capace di conferire l'esistenza, di dar vita a tanti esseri diversi, la maggior parte dei quali sono per noi così sorprendenti, così ammirevoli!

Chi oserà credere che una potenza cieca, priva di intenzioni, senza scopi, che non può operare altrimenti da come opera, costretta ad esercitare il suo potere solo sulle parti di un dominio assolutamente circoscritto, possa mai aver fatto tante cose? Ebbene, il mio scopo è appunto quello di dimostrare la verità di questa proposizione.

Per giungere a tanto ritengo bastino le considerazioni che seguono: e non dubito di essere inteso purché il lettore le esamini ed approfondisca a sufficienza.

Comincerò col porre la seguente alternativa che è per l'uomo la più importante di quante ne possa dibattere, e vediamo se vi è qualche argomento solido atto a risolverla.

La potenza intelligente ed illimitata alla quale tutto ciò che è deve la sua esistenza – e che quindi ha fatto esistere tutti gli esseri fisici, i soli che l'uomo possa conoscere positivamente –, o ha creato ogni cosa direttamente e senza intermediari, ovvero ha istituito un ordine di cose che costituisce una potenza particolare e dipendente, ma capace di produrre coll'andar del tempo tutti i corpi fisici di qualunque categoria.

Poiché la suprema potenza ha schiuso il mondo fisico alla osservazione e alle discussioni dell'uomo, questi può e deve esaminare questo grande problema e io mi riprometto di dimostrare che il risultato di questo esame può essere della massima importanza:

È ovvio che il sublime autore di ogni cosa, disponendo di potenza illimitata, può aver prodotto i corpi fisici in un modo o nell'altro: a noi uomini non tocca decidere su ciò che egli ha dovuto fare né conviene pronunciarci espressamente su quanto ha fatto. Noi dobbiamo contentarci di studiare, raccogliendole tra i fatti che ci ha concesso di osservare, le prove che ci informino su quanto egli ha voluto che fosse.

Non c'è dubbio che l'uomo, allorché cominciò a chiedersi quale poteva essere stata l'origine di tutto ciò che gli era dato di osservare, si compiacque di attribuirla ad una potenza infinita, che avrebbe create tutte le cose d'un subito, e le avrebbe rese, tutte insieme o in tempi diversi, quali sono, a seconda della loro specie. Simile idea fu comoda per l'uomo, in quanto lo dispensava da qualunque studio e da qualunque ricerca su questo grande argomento, sicché essa fu generalmente accolta.

Essa è giusta sotto un profilo, in quanto nulla esiste se non per una volontà suprema, senonché essa si pronuncia anche sul modo di estrinsecarsi di tale volontà prima che ci si sia procurati quei lumi che solo l'osservazione dei fatti può fornire. Ebbene, siccome i fatti osservati e constatati sono più positivi dei nostri ragionamenti, essi ci forniscono solidi elementi per decidere quale tra i due modi sopra prospettati sia stato seguito dalla suprema potenza.

In verità gli uomini furono in qualche modo autorizzati a persistere nella loro prima idea in quanto sia i corpi viventi che gli altri, pur essendo soggetti ad alterazioni, distruzioni e successivi rinnovamenti, apparivano ad essi sempre eguali.

Io ho esposto le opinioni dei sostenitori di queste idee nelle pp. 304-305 della mia Introduzione alla storia naturale degli invertebrati, ma ho anche replicato nelle pagine seguenti che simile modo di pensare svuota di qualsiasi significato il termine di Natura: è questa la necessaria conseguenza dell'idea che, attribuendo l'esistenza di ogni specie di corpi fisici a una creazione particolare, attribuisce a ciascuna di esse la medesima origine e la medesima antichità e la medesima immutabilità che competono alla Natura.

Ripeto che il potente autore del tutto può anche aver voluto che così fosse: ma se così volle, cosa è mai questa Natura che egli stesso creò? Cosa è mai, se non è una potenza, se non agisce e non opera, se non produce alcun corpo? A cosa le servono le leggi se è priva di potere e di attività? A simili quesiti non si può dare alcuna risposta, alcuna soluzione, e infatti era lecito formularli solo se effettivamente la Natura non fosse essa stessa la causa immediata che porta all'esistenza tutti i corpi fisici.

Ciò è appunto quello che l'osservazione ci indica in ogni dove, e se esaminiamo quanto si svolge quotidianamente intorno a noi e quanto concerne noi stessi, se raccogliamo e consideriamo attentamente i fatti che ci è dato osservare, dovremo riconoscere ovunque il potere della natura, mentre la speciosa idea concernente la creazione primitiva e l'immutabilità delle specie perderà vieppiù il fondamento che pareva possedere.

[…]

Privo com'è dei mezzi di vederlo e di constatarlo, l'uomo trascura completamente tutto ciò che in realtà si verifica ovunque col trascorrere del tempo, e tutto gli sembra dotato di costanza assoluta: eppure tutto muta incessantemente attorno a lui. Gli sembra che la superficie del globo rimanga la stessa, che i confini del mare rimangano gli stessi, che quelle sterminate fluide masse d'acqua rimangano nelle stesse regioni del globo, che le montagne conservino la loro altezza e la loro forma, che i fiumi piccoli e grandi non cambino di letto e di bacino, che i climi non si modifichino, e via dicendo. Misurando e giudicando da quanto è possibile vedere tutto sembra stabile perché i piccoli mutamenti suscettibili di osservazione vengano giudicati come privi di conseguenze.

Ciò malgrado, più l'uomo estende il campo delle osservazioni, più medita sui monumenti che sorgono alla superficie della Terra, più indaga su una moltitudine di particolari che compaiono in ogni dove, tanto più è forzato a riconoscere che in nessun luogo esiste un perfetto riposo, e che un'attività continua – variabile a seconda dei tempi e dei luoghi – regna assoluta dappertutto, è forzato a riconoscere che tutti i corpi senza eccezione sono porosi e vengono effettivamente penetrati da altri corpi, che agenti di ogni sorta lavorano senza cessa ad atterrare e distruggere i corpi esistenti, che – insomma – non vi è assolutamente nulla che sia al riparo di queste influenze costantemente attive. […]

È un fatto evidente ed incontestabile che in nessun luogo del mondo fisico esiste la mancanza di movimento, una massa veramente immutabile, inalterabile, di stabilità perenne e perfetta: la stabilità di qualunque corpo è sempre relativa.

Noi osserviamo mutamenti lenti o pronti, sempre reali, in tutti i corpi, a seconda della loro struttura e del luogo in cui si trovano. Alcuni si deteriorano sempre più senza mai rimediare alle perdite e alla fine vengono distrutti, altri invece subiscono incessanti alterazioni, che però riparano da sé, sia pure per un periodo limitato, finendo anche essi totalmente distrutti.

Non ho bisogno di aggiungere che il potere generale che produce gli agenti degradatori di cui ho parlato, sebbene giunga a distruggere, per il loro tramite, tutti i corpi fisici particolari, giunge anche a rinnovarli con perpetua vicenda, sia pure con qualche variazione. In altre mie opere [Recherches sur les causes des principaux faits physiques, 1793; Hydrogéologie, 1802] ho indicato le vie per cui si giunge a tanto, se mi occupassi di questa verità anche in questa sede mi allontanerei dal mio argomento.

Dopo questa rapida esposizione di fatti largamente conosciuti è ancora lecito misconoscere che esiste un potere generale che agisce ininterrottamente producendo, a seconda delle circostanze, la formazione di taluni corpi e la distruzione di altri? Non siamo forse tutti testimoni oculari di simili vicende?

Osservazioni accuratamente compiute a proposito del potere generale pongono in evidenza un fatto della massima importanza, decisivo e meritevole di considerazione: non solo esiste un grande potere che agisce costantemente cambiando, formando, distruggendo e rinnovando senza tregua i diversi corpi, ma questo potere è limitato, assolutamente dipendente, e non può fare altrimenti da come fa. Esso è infatti ovunque sottoposto a leggi di diverso ordine che regolano tutte le sue operazioni, leggi che non può modificare o trasgredire e non gli permettono mai di variare gli effetti a parità di circostanze.

Certamente, se i fatti che testimoniano della dipendenza di questo potere sono veramente fondati, l'averli scoperti ha un'importanza eccezionale, in quanto essi ne definiscono la natura. La conoscenza di questo potere e delle leggi che lo delimitano in ciascun caso particolare hanno, come dimostrerò, un interesse di prim'ordine.

Se ho fatto progredire le scienze naturali abbracciando nei miei studi un piano generale, coerente in tutte le sue parti, se istituendo l'ordine più naturale in seno agli Invertebrati e dimostrando che quest'ordine deriva dal susseguirsi nel tempo della produzione di tali animali io ho potuto procurare qualche vantaggio alla biologia, non credo di avere fatto cosa tanto utile ai miei simili quanto quella di aver riunito le osservazioni essenziali che comprovano l'esistenza di un potere generale.

Ne proseguirò quindi l'esame sforzandomi di dimostrare che cosa esso sia positivamente, e indicando quale partito si debba trarre dalla di lui conoscenza.

Questo grande potere abbraccia il mondo fisico, e lo abbraccia tutto. La materia è il suo unico dominio, e benché non possa né crearne, né distruggerne la minima particella, esso la trasforma incessantemente in infiniti modi e maniere. Questo potere generale continua ad agire su tutti gli oggetti che possiamo scorgere ed anche su quelli che son fuori della portata delle nostre osservazioni: è esso che, senza intermediari, ha condotto all'esistenza i vegetali, gli animali, nonché tutti gli altri corpi che si trovano nel nostro globo.

Il potere generale, che noi riconosciamo con tante difficoltà benché si manifesti ovunque, non è certamente un essere raziocinante: non vi è dubbio in proposito poiché ne osserviamo le azioni, ne seguiamo le operazioni, vediamo che per operare ha bisogno di tempo, e constatiamo che è ovunque soggetto a leggi di cui l'uomo è ormai giunto a conoscere parecchio. Detto potere agisce sempre allo stesso modo, a parità di circostanze, e non appena queste variano è obbligato a mutare comportamento; detto potere che compie tante cose mirabili è appunto ciò che viene chiamato Natura.

A questa potenza cieca, ovunque circoscritta e subordinata e che – malgrado la sua grandezza – non può fare diversamente da come fa ed esiste solo grazie alla volontà del sommo autore del tutto, a questa potenza – dico – si suole attribuire una intenzione, uno scopo, una determinazione.

Quale miglior prova della nostra assoluta ignoranza nei confronti della natura e delle leggi che la concernono, nei confronti di quelle leggi che sarebbe tanto importante studiare, dato che la loro conoscenza è il solo mezzo che ci consenta di giudicare correttamente le cose e di rettificare le nostre idee su quanto proviene e dipende da essa! Come qualificare simile trascuratezza verso questa madre comune di cui l'uomo ha percepito l'esistenza da tempo immemorabile, tanto che per designarla le ha consacrato una parola speciale! Invece, come se tutti gli atti che la natura compie si limitassero a far sussistere tutti gli esseri fisici – senza peraltro influire, finché durano, sulla loro durata e sulle loro condizioni, su quanto li concerne o su quanto è in relazione con essi – adoperiamo il termine che la designa come se abbracciasse tutto e non ci curiamo minimamente di sapere o di esaminare ciò che esprime.

Ritengo assolutamente necessario fissare le nostre idee, nei limiti del possibile, in merito a un termine di cui tanti uomini si servono comunemente, gli uni per abitudine e senza curarsi di attribuirgli un significato preciso, gli altri in un senso assolutamente erroneo.

All'idea di potenza si tende spontaneamente ad associare l'idea di una intelligenza che ne diriga gli atti, sicché le si attribuisce un'intenzione, delle opinioni, uno scopo, una volontà. Si deve riconoscere che le cose stanno indubbiamente così per quanto riguarda la suprema potenza; ma vi sono anche potenze subordinate e circoscritte che agiscono per necessità, che non possono fare altro che quello che fanno, i cui mezzi sono più o meno complessi e che non sono entità intelligenti.

Le potenze subordinate di cui io parlo non sono altro, in verità, che cause che agiscono o possono agire. Ebbene, poiché ve ne sono alcune che dispongono di mezzi assai complessi e producono effetti molto variati, ed altre più semplici che producono solo effetti uniformi o poco variati, io preferisco chiamare queste ultime col nome consueto di cause e designare le prime col termine ordine di cose: ogni ordine di cose animato da un movimento inesauribile o esauribile è una vera potenza le cui azioni producono un qualche fatto o fenomeno.

La vita, entro un corpo dotato di un ordine e di una condizione che le permettano di estrinsecarsi, è certamente (come ho già detto altrove) una vera potenza che produce innumerevoli fenomeni. Neanche essa ha scopi o intenzioni, e può fare solo ciò che fa: è un insieme di cause che agiscono e non una entità particolare. Sono stato il primo a stabilire questa verità, in un'epoca in cui la vita era descritta come un principio, come un archeo, come una entità.

La natura ha istituito entro certi corpi un particolare ordine di cose e vi ha poi aggiunto una sorgente di attività: dal concorso di queste due fattori è scaturita la vita la quale – a sua volta – è giunta a stabilire presso certi animali altri e diversi ordini di cose che vengono chiamati apparati; anche questi a loro volta hanno istituito organi o sistemi, ciascuno dei quali produce fenomeni particolari: ne risulta che gli apparati, anche se soggetti a causa delle loro connessioni alle influenze e al destino generale delle altre strutture, sono altrettante potenze particolari ciascuna delle quali produce fenomeni peculiari.

Si tratta ora di mostrare che la Natura ha proprio rapporti di questo tipo con la vita, essendo costituita da un ordine di cose interamente determinato e subordinato [dépandant] in ogni suo atto, ma che tuttavia differisce infinitamente da essa in quanto, traendo origine dalla volontà suprema, ha a disposizione forze e mezzi d'azione inesauribili. La Vita, istituita dalla natura, esaurisce invece le forze e i mezzi di cui dispone.

Non essendo possibile contestare seriamente queste considerazioni, mi sarà facile porre in evidenza due sorta di errori piuttosto comuni, nei quali paiono cadere molte persone che tentano di definire l'idea di Natura, che adoperano tanto frequentemente nei loro discorsi o nei loro scritti.

Tra i tanti equivoci sorti a questo proposito citerò i due più rilevanti; il primo è quello che la Natura ed il Supremo Autore siano una sola cosa, il secondo è quello che considera come sinonimi Natura e Universo, inteso come mondo fisico. Cominciando dalla prima, mostrerò che queste due accezioni sono entrambe assolutamente false e poggiano su motivi inammissibili e confutabili.

Si è pensato che la natura fosse DIO stesso; è questa l'opinione della maggioranza, ed è solo per questa considerazione che si suole ammettere che gli Animali, i Vegetali e tutto il resto siano suoi prodotti. Strana cosa! si confonde l'orologio con l'orologiaio, l'opera col suo autore. Si tratta senza dubbio di un'idea illogica, mai approfondita. La potenza che ha creato la Natura non ha certamente alcun limite, la sua volontà non ha limiti ne può dipendere da nulla, nemmeno da alcuna legge. Essa sola può cambiare la Natura e le sue leggi, essa sola può anche annientarle. Benché non si abbia alcuna conoscenza positiva intorno a questo grande argomento, l'idea che ci siamo formati intorno a questa potenza illimitata è, quantomeno, la più conveniente tra quelle che l'uomo si è formato intorno alla Divinità, allorché giunse a elevarsi fino ad essa mediante il pensiero.

Se la Natura fosse un'intelligenza avrebbe una volontà, potrebbe modificare le proprie leggi, o meglio, non ne avrebbe affatto. Se fosse DIO la sua volontà sarebbe indipendente e le sue azioni non sarebbero obbligate. Ma non è così: la Natura è in ogni dove soggetta a leggi costanti su cui non ha alcun potere, dimodoché, pur essendo i suoi mezzi infinitamente vari ed inesauribili, essa agisce sempre allo stesso modo in circostanze simili, e non può fare diversamente.

Non v'è dubbio che tutte le leggi alle quali la Natura è soggetta nelle sue azioni non sono altro che l'espressione della suprema volontà che le ha stabilite; ma la Natura è, cionondimeno, un ordine di cose particolare, privo di volontà, che agisce solo per necessità e quindi non può fare se non ciò che fa.

Molte persone suppongono un'anima universale che dirige verso uno scopo tutti i movimenti e i mutamenti che si compiono nelle parti dell'Universo. Quest'idea riesumata da quelle degli antichi (che non se ne contentavano, poiché attribuivano un'anima particolare anche ad ogni sorta di corpi) non è in fondo simile a quella che fa sostenere oggi che la Natura e DIO sono la stessa cosa? Ma io ho già mostrato che si tratta di confusione tra concetti incompatibili, perché la natura ha dei limiti e non è quindi comparabile a un ente supremo che non può essere limitato da alcuna legge.

È dunque un vero errore attribuire alla natura uno scopo, una qualsiasi intenzione nelle sue operazioni, e questo errore è comunissimo tra i naturalisti. Noterò soltanto che se i risultati delle operazioni della Natura sembrano conformarsi a fini previsti, ciò trova una spiegazione. La Natura è diretta da ogni parte da leggi costanti, originariamente coordinate per gli scopi che si prefiggeva il suo Supremo Autore, e quindi la grande varietà di circostanze che le cose esistenti le offrono sotto tutti i rapporti conducono a prodotti sempre in armonia con le leggi che reggono ogni genere di cambiamenti. Ciò avviene anche perché le leggi di ultimo ordine dipendono e sono governate da leggi di ordine superiore.

È soprattutto presso i viventi, e particolarmente negli Animali, che è sembrato si potesse scorgere uno scopo nelle operazioni della natura. Anche in questo caso lo scopo è una semplice apparenza e non una realtà. Effettivamente in ogni tipo di organismo animale sussiste un ordine di cose (preparato dalle cause che sono anelate istituendolo nel tempo) che si limita a condurre, mediante sviluppi progressivi delle varie parti , diretti anche dalle condizioni ambientali, a quel che ci sembra uno scopo, ma che è sostanzialmente una necessità.

I climi, le dimore, l'ambiente circostante, i mezzi per la sussistenza e per la sopravvivenza, le circostanze –insomma – in cui ogni razza si è venuta a trovare, hanno prodotto le abitudini di ciascuna di esse. Le abitudini hanno modellato appropriatamente gli organi degli individui, e ne è risultata l'armonia che osserviamo ovunque tra organizzazione e abitudini degli animali: essa ci pare un fine previsto, mentre non è altro che un fine necessariamente conseguito. La natura, non essendo una "intelligenza" né un'entità, ma un ordine di cose che costituisce una potenza ovunque sottoposta a leggi non è dunque DIO; essa è il prodotto sublime della sua volontà onnipotente, e per noi è quanto di più grande e ammirevole sia stato creato.

La volontà di DIO è ovunque espressa mediante l'esecuzione delle leggi di natura, poiché queste leggi promanano da lui. Tale volontà è anche illimitata poiché è illimitata la potenza da cui deriva, tuttavia non è men vero che tra i fatti fisici e morali non se ne incontra mai alcuno che non risulti dalle leggi in questione.

[…]

 

J. B. Lamarck, Sistema analitico delle conoscenze positive dell’uomo (1820) in Opere, a cura di P. Omodeo, Utet, Torino 1969, pp. 378-390.